Una volta quando si entrava in porto era sana norma di etichetta
navale ordinare subito agli equipaggi lo sgombro, il rassetto, la
pulizia della nave. Le tracce del sale dovevano sparire subito; e dalle
ruggini, dalle patine, dagli offuscamenti che l'alito caustico del mare
produce, dovevano nascere splendori e lucentezze metalliche, superbia
e lusso delle navi d'allora. Oggi si lasciano le coperte ingombre di
centinaia di salvagenti, di file di zattere: le imbarcazioni rimangono
intatte nel loro aspetto di imbarcazioni da naufraghi, coi loro sacchi
di viveri, con le loro vele, le cassette dei segnali di soccorso, le
altre minute cose atte a sostentare la vita di gente rimasta sola,
lontana da ogni terra, tra mare, cielo e infamia tedesca, pronte.
Così anche nell'interno della nave non si pensa gran che all'antico,
impeccabile ordine. I nostri alloggi poi, ridotti alla più semplice
espressione, vuotati di ogni cosa inutile, non son più che scatole
da uomini, pronte alla grande immersione e alla curiosità della fauna
degli abissi.
È uno schema di vita la nostra, e così conviene sia... Senza pesi è più
facile il salto...
Ma il viverci dentro, dà oggi sensazioni nuove.
Io penso che due giorni or sono, un altro essere vivente simile a me,
si muoveva in un ambiente identico a questo e forse nello stesso punto
dello spazio che occupo io, perchè la sua nave doveva essere lunga
press'a poco come la mia e il suo alloggio doveva essere verso il
centro, come il mio.
Di questo mio predecessore nella morte io ignoro tutto: nome, volto,
statura, tendenze, carattere...: so soltanto che gli uomini di mare
hanno l'erosione comune della salsedine, nella pelle e nell'anima.
Questo è tutto: eppure mai sentii più fratello un essere sconosciuto:
e un'acuta potenza visiva che trae misteriosa origine da chiaroveggenze
d'antivita o d'agonia, distese di là della nascita e della morte, me lo
fa ora raffigurare con una strana sicurezza quand'era vivo come me, e
com'è oggi, inerte al fondo del mare.
Bah! Aria! Facciamo aprire gli hublôts di questo alloggio, tenuti
ermeticamente chiusi in navigazione onde impedire all'acqua di
penetrare dentro più presto, in caso di sventramento per siluro o
torpedini. Ecco: il marinaio ha compiuto la semplice bisogna e una
folata di vento entra a disperdere aria viziata e visioni.
Ma che cosa dice? Che laggiù a terra suonano? Che sulle banchine è una
folla multicolore che ballonzola e s'agita in gioia?
Non bisogna dar troppo ascolto a ciò che dicono questi uomini dopo
una lunga navigazione. La presenza continua della morte tende troppo i
loro nervi e bisogna scusarli se nelle prime ore di porto non ritrovano
subito la logica.
Ma la mia incredulità silenziosa lo sconcerta: insiste: dice che gli
sembra di vedere come dei carri stranamente dipinti ed addobbati; vuole
che io guardi alla mia volta...
Ha ragione. Il binocolo precisa. Sono maschere, laggiù: e un'idea da
lungo tempo morta, improvvisamente risorge da un involucro di antichi
pensieri, come un fantasma sghignazzante da una tomba scoperta. È
carnevale: il breve periodo di sincerità in cui l'uomo si proclama ad
alta voce buffone...
Già: le sillabe cadono nei meati della memoria e ne fanno sprizzar su
faville roventi. Carnevale! E viene voglia di sparir dalla terra.