La nave della sciagura è ferma sulla boa ed è avvolta da una nuvola di
gabbiani che han trovato buon pasto intorno a lei.
Siamo a Messina: una città di cui tutti al mondo conoscono la storia
di dolore relativamente recente, non è vero? E poi le case sgranate, le
macerie deserte, quelle colline rimaste nude come non fossero mai state
abitate, le linee delle baracche, dovrebbero parlar chiaro nel loro
linguaggio di distruzione. Ebbene: tutti questi europei che salgono in
coperta ad uno ad uno e che indubbiamente rappresentano varie caste
e varie colture, dalle buone alle infime, si stropicciano gli occhi,
guardano la terra intorno, e ripetono invariabilmente la stessa parola:
Napoli.
Nessuno che si domandi dove sia il Vesuvio, dove sia sfumata Capri, che
fine possa aver fatta Ischia: nomi conosciuti dovunque; niente: Napoli.
E non è difficile pensino con gioia che è stata bombardata molto bene
dalla squadra austriaca, questa Napoli che hanno sott'occhio tutta
sventrata...
E quando qualche marinaio napoletano stupefatto, s'irrita e dice
loro «Messina!» appoggiando il nome con sonori appellativi dialettali
non precisamente forbiti, essi lo guardano con diffidenza. Messina?
Mai sentito. No, Napoli; e noi italiani siamo degli incor- reggibili
burloni...
L'orda è ritornata in coperta ed ora noi allaghiamo con acido fenico
il sepolcreto da cui è uscita. Vampate nauseabonde si sprigionano
dai boccaporti aperti, e non c'è più rifugio: bisogna respirarle e
ripeterne la mortifera analisi ad ogni colpo di polmone.
Ma oggi riserpeggia un po' di vita in questo immondo stracciume.
L'acqua, la sicurezza d'un buon cibo, il riposo, il sapere che ogni
lamento verrà raccolto, la sensazione animale di sentir rialzar la
curva della propria esistenza, rimasta per mesi abbassata al livello
della morte, è risurrezione rapida per questa carne disfatta.
E negli occhi ravvivati si riaccende la fiamma della bestia tranquilla,
con qualche sprizzo sinistro d'Austria....