I.

Argomento assiduo degli studii di questo giovane pubblicista sono, da

più anni, i tempi della Riforma in Italia e gli episodi molteplici e

le singolari manifestazioni che quel grande avvenimento assunse fra

noi nel secolo decimosesto, e prima e dopo negli apparecchi e nelle

conseguenze. — Avemmo già un primo saggio di questi studi in una

monografia su Girolamo Savonarola stampata a Firenze dal Cellini nel

1871, ove l'autore sintetizza ed integra con molto acume e serenità di

critica i giudizi recati dagli storici italiani e stranieri intorno

alla vita e agli intendimenti di quel nostro inconscio precursore di

Martin Lutero.

Ernesto Masi possiede, a mio vedere, le qualità che si richieggono per

essere ai tempi nostri lo storico giusto della Riforma in Italia. E

ciò dicendo intendo di accennare peculiarmente alla tempra filosofica

e morale dell'animo suo; avvegnachè ad impresa così grave non basti la

copia delle cognizioni e il magistero generico della critica sui fatti.

Sono queste le doti, dirò così, elementari d'ogni buon scrittore,

ma pur possedendole in larga misura, è facile rimanere al disotto

dell'argomento. La Riforma in Italia non può essere imparzialmente

narrata e giudicata nè colla partigianeria riformista del Mac-Cree, nè

collo zelo cattolico spesso soverchiante in Cesare Cantù; e nemmeno

con quell'anticipato sprezzo volteriano che agli umanisti del secolo

decimosesto (papa Leone X diede l'esempio e il motto) non lasciava

vedere, in quel titanico rimescolio delle coscienze cristiane,

null'altro che un volgare battibecco di frati gelosi fra loro della

potenza del proprio ordine.

Il Masi, ripeto, ha la tempra morale e filosofica che si richiede

nello storico di un rivolgimento religioso. — Non è un credente nel

senso dogmatico della parola, ma come il Rénan e il Guizot in Francia,

il Villari e il De Sanctis in Italia, sente la potenza dell'ideale

religioso e l'importanza delle sue manifestazioni nella storia.

Non giudicherebbe mai il martirio di Tommaso Moro colla spietata

freddezza dell'Hume, nè il martirio di Giordano Bruno coi criteri

cattolicamente disumani dello Scioppio o di Tullio Dandolo. Al di

fuori delle intricate disputazioni religiose e degli _odii teologici_,

che la storia di tutti i tempi e di tutte le religioni ha resi così

spaventosamente proverbiali, egli si lascia reggere da un alto senso

d'umana equità, la quale poggia forse i piedi in un _probabilismo_ mite

a un tempo ed arguto, ma si avvicina col capo alle regioni luminose

della eterna giustizia, certamente più che non facciano coi loro

istinti indomabili di intolleranza e di parzialità gli storici romani

e i riformisti.

Egli ragiona con larghezza ed elevatezza della Riforma in Italia nel

secolo decimosesto, considerandola come una propaggine necessaria

del Rinascimento italiano, il quale d'ogni lato col risveglio degli

spiriti e della cultura spingeva la società italiana fuori della

stretta cerchia medioevale; al tempo stesso che il Rinascimento, colla

sua esuberante forza rivoluzionaria, doveva poi oltrepassare anche

i confini del dogma riformato e quindi convertirsi in troppo saldo

ostacolo al pieno e stabile sviluppo d'un rivolgimento religioso

fra noi. Questa specie di circolo vizioso in cui l'Italia d'allora

si trovò serrata, diede campo alle grandi forze conservatrici della

Chiesa romana di prendere il sopravvento, e così, coll'aiuto della

Spagna e dei gesuiti, il Concilio tridentino potè chiudere l'èra de'

tentativi sparpagliati e incompleti con una più profonda e letale

sottomissione.[28]

Sono molto notabili le pagine con cui l'autore termina il suo studio

sui Burlamacchi toccando il problema della Riforma religiosa in ordine

al nostro tempo e allo stato della scienza critica posta di fronte ai

dommi d'ogni chiesa cristiana.

«... Le veci della lotta sono oggi mutate. La ragione, la scienza

assalgono tutte le forme religiose, e il Protestantesimo ha esso pure

mestieri di difendersi da questo assalto formidabile. Ogni giorno

la ragione e la scienza apprestano l'una all'altra armi nuove; e già

molti si chiedono, se c'è un avvenire religioso e quale sarà. Molti se

lo chiedono impensieriti e dolenti. Molti lo negano audaci. Ma forse

questa stessa lotta, che sotto forme variate si riproduce incessante,

mostra che essa risponde ad alcun che di così riposto e di così

necessario alla natura umana, da non esservi forza contraria che la

distrugga. La Riforma ha fatto molto per conciliare ragione e fede,

religione e civiltà. Essa ha trovato la formola del libero esame...

E così è, che quando lo spirito positivo delle società moderne, col

suo tragrande sviluppo, incominciò a perturbare le antiche armonie

del mondo morale, le nazioni protestanti hanno resistito meglio

all'assalto;... non ebbero bisogno di scindere l'uomo, il credente,

il cittadino, ma, riparato nell'intimo della coscienza di ciascuno,

il sentimento religioso continuò più o meno ad afforzare la convivenza

sociale. — Checchè sia di tuttociò, amare il progresso ed averne paura

non è da uomini...»

Ma il critico che guardi attento lo studio sui Burlamacchi vi troverà

forse qualcosa a ridire in ciò che concerne la unità del disegno

ragguagliato all'intendimento generale e allo stesso titolo del volume.

— Tutta la prima parte infatti della monografia, che è anche la più

lunga, discorre di Francesco Burlamacchi e del suo grande e infelice

disegno di riunire in federazione le città di Toscana per contrapporle

nell'interno con forze gagliarde alla crescente invasione medicea, e

per l'estero a quei due eterni sopracapo d'ogni autonomia italica che

erano la potenza del Papa e dell'Imperatore. — Ora tutto questo non

si attiene che per un filo molto tenue alla storia della Riforma in

Italia, se è vera, come pare, l'opinione adottata anche dal Masi, che

Francesco Burlamacchi non fu seguace delle novità religiose, o tutt'al

più le venne qualche volta considerando con un criterio esclusivamente

politico, alla maniera del Guicciardini e degli uomini di Stato

d'allora.

La narrazione dei fatti attinenti alla famiglia Burlamacchi, ripresa

circa venti anni dopo la misera fine di Francesco, assume più stretta

attinenza coi casi della Riforma religiosa in Italia.

Il figlio Michele Burlamacchi e la sua donna Clara Calandrini

appartengono già alla religione riformata, e sono costretti, insieme

a molti altri notabili di Lucca, a prendere la via dell'esiglio per

sottrarsi alle severe ordinanze del Governo della repubblica e alla

tema di peggio.

Qui l'autore comincia a seguire l'illustre e sventurata famiglia nelle

sue peregrinazioni in Francia, attraverso gli orrori delle guerre di

religione e finalmente a Ginevra, ove prese stabile dimora con tanti

altri esuli italiani, i quali riparavano in quel tempo fra le mura

della _Roma protestante_ dalle persecuzioni del Santo Uffizio, che omai

infieriva in ogni parte della penisola.

Il Masi, senza abbandonare mai il sobrio colorito della narrazione

storica, riesce ad innamorare il lettore de' suoi personaggi, e le

figure di Michele e di Renata Burlamacchi si stampano nell'anima con

tratti incancellabili.

Ogni asserto storico è avvalorato da documenti richiamati a piè di

pagina senza ostentazione erudita ma con vero senso di opportunità.

Fra i documenti ve n'ha uno di somma importanza che l'autore ha il

merito d'avere rimesso in circolazione, togliendolo dalla Biblioteca

del principe di Piombino in Roma. È una descrizione stampata nel 1572,

_della solenissima processione fatta dal Sommo Pontefice nell'Alma

Città di Roma per la felicissima noua della setta Vgonottiana con

la iscrittione posta sopra la porta della Chiesa di San Luigi etc._

— Nella suddetta «iscrittione» poi Carlo IX è paragonato all'Angelo

mandato dal Dio degli eserciti a sterminio degli eretici e perduelli: e

nell'_oremus_ detto dal Papa nella chiesa di S. Luigi si prega il «Dio

della misericordia» a continuare il suo aiuto perchè abbia compimento

la gioia (_gloriosam laetitiam!_) del popolo cattolico colla totale

dispersione dei suoi nemici.

Teste quadre · 第 26 / 41 题