E L'ANELLO DEI NIBELUNGI

Di Riccardo Wagner io ho conosciuto i melodrammi in due circostanze

notabili: al _Comunale_ di Bologna nel 1871, e di recente nel

teatro fabbricato a posta per lui sovra uno dei colli di Bayreuth. —

Tanto la prima che la seconda volta è avvenuto che l'effetto, anzi

che corrispondere alla mia aspettazione, in tutto o in gran parte

l'ha smentita. Prima di conoscere per rappresentazione teatrale

il _Löhengrin_ m'attendevo di vedermi disvelati orizzonti strani,

meravigliosi e d'essere proprio trasportato di peso in seno ad una vera

apocalisse musicale. Tutt'altro. M'accorsi (e come non accorgersene?)

che l'Autore possedeva una spiccata originalità di stile e una potenza

invero straordinaria di espedienti tecnici, massime istrumentali, i

quali, adoperati in gran copia, riescivano assai volte ad effetti

stupendi, mescolati tratto tratto a prolissità farraginose e ad

astruserìe faticanti: ma nel tutt'insieme delle mie impressioni, non

uscii guari dalla sfera di quelle che avevo già provate ascoltando

altri melodrammi, e tra questi il _Freischütz_ di Weber, specie al

terzo atto. Restai adunque fra lieto e sorpreso della mancata novità

e delle stramberìe inutilmente aspettate. Ho detto a posta che restai

lieto perchè abbiamo nell'animo nostro un certo istinto conservatore,

che lo trae a compiacersi ogni volta ch'esso può ridurre a qualche

vecchio tipo idee e forme, che gli erano annunziate per nuove.

Da quel tempo ho spessissimo risentita musica di Wagner, nè mi

mancarono opportunità di accuratamente riscontrarla con quella teatrale

d'altri maestri e sempre n'uscì riconfermato quel primo giudizio: le

differenze, per quanto notabili, non essere che di gradi o potersi

naturalmente spiegare coll'indole originale dell'ingegno di Wagner,

senza bisogno di ricorrere a diversità fondamentali nel sistema

melodrammatico.

Quando, nei primi del mese scorso, mi decisi anch'io a fare il

«pellegrinaggio di Bayreuth» ero più che mai fermo in quest'ordine

d'idee. Però all'annunzio di ardimenti smisurati e di novità senza

esempio io scuotevo il capo, incredulo più che mezzo. Ho diffidato

perfino di chi mi assicurava che avrei trovato fra il _Löhengrin_

e l'_Anello dei Nibelungi_ lo stesso enorme divario, che corre da

un'opera di Verdi giovane al _Löhengrin_. E pensavo fra me e me

passando le Alpi: — M'aspetto che, ripassatele, dovrò dire agli

avversarii iracondi d'ogni novità wagneriana: calmatevi, il diavolo

non è poi brutto come si dipinge; e a quei pochi che attendono con fede

le notizie del nume ignoto: rassegnatevi, _non est hic_, proprio come

disse l'Angelo della risurrezione alle pie donne del Vangelo. —

Ma appena udito il prologo della Tetralogia (_Das Rheingold_), ho

dovuto masticare anch'io il tanto rimasticato verso di messer Lodovico:

Vedi il giudizio uman come spesso erra!

Infatti, o non si vuole uscire per niun conto dalla massima che

niente è nuovo sotto il sole, o bisogna confessare che pochi lavori

d'arte meritano come questo di Wagner il nome schietto di novità. Nè

credo d'essere troppo reciso affermando che, dal tempo in cui Claudio

Monteverde coll'audacia inconscia del genio trasformava la tonalità del

canto magistrale e lo rendeva capace di esprimere liberamente tutte

le passioni umane, fino allora impedite dai cancelli delle vecchie

regole, mai, dico, fino ai nostri giorni una più ardita e radicale

innovazione fu tentata nel campo dell'arte. La quale innovazione, ove

potesse aver seguito, non si fermerebbe alla musica teatrale, ma tutte

abbracciando le vaste regioni del dramma, vi pianterebbe in mezzo il

segno vittorioso di un'epoca nuova.

Allora ho compreso che il paragone del divario fra un'opera di Verdi

della prima maniera ed il _Löhengrin_ o il _Tannhäuser_ non peccava

no già per essere troppo ardito, sibbene per essere essenzialmente

inadeguato, come quello che metteva a confronto, quasi appartenessero

alla medesima specie, due cose interamente dispaiate fra loro. E

fattomi a consultare, dietro queste mie percezioni sperimentali,

il pensiero dello stesso Wagner, ho dovuto convincermi che esso

le conferma in ogni sua parte. Poco tempo prima di cimentare il

_Tannhäuser_ a Parigi sulle scene dell'_Opéra_ egli scriveva: «S'il

m'était réservé de voir accueillir mon _Tannhäuser_ par le public

parisien, je devrais, j'en suis sûr, ce succès, en grande partie,

_aux analogies très visibles qui relient cette opéra à ceux de mes

devanciers_, et parmi ceux-ci je vous signale avant tout Weber.[4]»

E appresso cita meritamente come iniziatore del suo sistema

melodrammatico Cristoforo Gluk.

E Gluk difatti stampava in prefazione alla sua _Alceste_: «Ho voluto

restringere la Musica al suo vero ufficio di servire alla Poesia...

senza interrompere l'azione o raffreddarla con inutili e superflui

ornamenti... Non ho voluto dunque nè arrestare nel maggior caldo del

dialogo il cantante per aspettare un noioso ritornello, nè fermarlo

a mezza parola sopra una vocale favorevole, o a far pompa in un

lungo passaggio dell'agilità di sua bella voce, o ad aspettare che

l'orchestra li dia tempo di raccorre il fiato per una cadenza...

nè lasciare quel _tagliente divario nel dialogo_ tra l'aria e il

recitativo...»

Ora è evidente per me che rimanendo a rigore entro questi pochi

ma fondamentali aforismi di «poetica melodrammatica,» noi possiamo

spiegarci tutto quanto il Wagner, dal _Vascello fantasma_ ai _Maestri

cantori di Norimberga_, senza mettere per questo nemmeno un piede

nelle regioni dell'avvenire; fattogli naturalmente grazia della sua

«melodia indefinita» un concetto ancora del tutto subbiettivo il

quale ha certo importanza, ma che non entra, parmi, come cardine

fondamentale o come elemento inseparabile dall'essenza di que' suoi

primi melodrammi. Quando entrerà come tale ben altri rivolgimenti

saranno avvenuti nell'animo del maestro e ben altro carattere

rivestiranno i suoi lavori! Questi, per ora, non rappresentano che

uno svolgimento o una applicazione delle teoriche di Gluk spinte

ad arditissimo segno, rompendola in viso con parecchi abiti viziosi

ancora tenacemente abbarbicati all'opera italiana e francese. Anche

l'abate Liszt, quando in una serie d'articoli pubblicati a Parigi

sulla _Presse_ volle diffondere il vero concetto della musica di

Wagner, districandolo dalle contraffazioni fantastiche e grottesche

onde l'avevano avviluppato, altro non affermò se non che il _maestro

dell'avvenire_ traduceva a compimento nelle sue opere, con gran forza

d'ispirazione e di dottrina, i vecchi cánoni glukiani sul melodramma.

Si può dunque ritenere per certo che Wagner colle sue quattro prime

opere (a cominciare dal _Vascello fantasma_) non apre un nuovo ciclo

melodrammatico, ma continua il vecchio, in parte compiendolo, in parte

fors'anco esagerandone le tendenze e il disegno.

Nè alla sua impresa erano mancati esempi e preparazioni, dopo il Gluk,

tanto in Germania che in Italia. Taccio del Beethoven nel _Fidelio_,

e del Weber, che spontaneamente ei riconosce per suoi «antenati;» ma

cred'egli che la storia del melodramma vorrà acconciarsi al silenzio,

per non dir peggio, usato da lui, ne' suoi quadri retrospettivi, verso

i maestri italiani di questo secolo? Si neghi il negabile e tutto il

concedibile si conceda. Mettiamo perfino nel dimenticatoio il valore

della ispirazione (la quale po' poi è sempre l'elemento davvero

imperituro d'ogni opera d'arte) e confessiamo tutta la litania dei

peccati apposti dal Wagner e da tanti altri prima di lui alle opere

italiane. E che perciò? Non resterà meno vero che, se si prendano punto

per punto i canoni che Gluk ha espresso nella famosa Prefazione, e poi

si venga giù a considerarne l'applicazione nello scorcio del passato

secolo e nel presente, sarà ben difficile negare che moltissimo non

v'abbiano contribuito anche i compositori nostri. Si venne innanzi

passo a passo, ma il moto innovatore non fu mai più interrotto. E per

ciò che concerne la tanto biasimata tirannìa dei _virtuosi_, ai quali

per certo non iscarseggiano le condiscendenze anche nelle «tragedie»

dell'austerissimo Gluk, chi in sostanza cominciò ad infrenarle per

davvero facendo sembianza di compiacerle, se non il nostro Rossini?

«Il quale, amo dirlo colle parole del Blaserna, pensò che era meglio

di scrivere da sè melodie complicate con scale, cadenze e difficoltà,

perchè così almeno il buon gusto poteva essere in parte salvato. Egli

fece come certi politici, i quali si mettono alla testa del movimento

col fine di poterlo meglio dominare.[5]»

Io sono lontano le mille miglia dal rimpiangere la libertà, che si

lasciava ai cantanti nel passato secolo; vorrei anzi che le ultime

sue tracce scomparissero affatto dalle nostre opere, ove anch'oggi i

maestri, benchè non lo lascino scorgere, bruciano alle _virtuosità_ dei

tenori e delle prime donne molti più grani d'incenso che non si creda.

Però nella storia dell'arte nulla va dimenticato e disconosciuto,

e nemmeno, io penso, quel tesoro di varietà, di movimento e di

passione, che i grandi cantanti italiani del secolo scorso portarono

nell'arte framezzo ai fronzoli e ai ghirigori. E a quel modo che ora

niuno vorrebbe scrivere la storia della Commedia e non ricordare gli

attori «a soggetto» che liberamente rimaneggiando la materia comica

improntarono tipi e sbozzarono disegni, da cui largamente trassero poi

partito gli autori; così nella storia dei fattori del Melodramma nè

anche si possono dimenticare quei cantanti maravigliosi, che, fatto

della voce uno strumento perfettissimo, colsero con essa le più potenti

affinità espressive dei sentimenti e delle passioni umane.[6]

Anche questo tema dei _virtuosi_ ho voluto toccare, almeno di volo, per

dimostrare come il Wagner restringa a torto le ricchissime tradizioni

del melodramma, massime nella parte che tocca all'Italia. Che se

poi, al dire di Gluk, il melodramma è tanto più perfetto quanto più

completo si raggiunga l'accordo fra musica e poesia, non dovranno

contare proprio per nulla della sua storia gli spartiti di Bellini? Il

quale, se permette ancora a Norma d'invocare il ritorno dell'amante con

gorgheggi e volatine, quando il dramma si eleva al sentimento pietoso

e tragico della catastrofe vicina, egli non solo sa raggiungerlo co'

suoi canti, ma gli sovrasta di gran tratto, o da quell'altezza sa

irraggiarlo e trasfigurarlo d'una poesia immortale.

Che se poi ritorniamo a' suoi Tedeschi, l'ingiustizia storica di

Wagner non è meno patente. Lascio da parte l'avversione sua per il

Mendelssohn, da cui pure ritrasse non poche note di musica descrittiva

(e anche di recente, a proposito del secondo atto del suo _Siegfried_

ov'è la meravigliosa «canzone della foresta,» i critici glielo han

dovuto ricordare a costo d'inferocirlo); lo lascio da parte, perch'egli

non entra direttamente nella storia del melodramma: ma in che modo

giustificare la sua ingiustizia e i superbi dispregi verso Giacomo

Meyerbeer?...

Però, a chi guardi bene allo strano atteggiamento preso dal

suo spirito in faccia alla questione artistica, che l'ha sempre

agitato, quell'ingiustizia e quegli spregi trovano forse, non una

giustificazione, ma una spiegazione. Tutto chiuso nel convincimento che

il vero dramma musicale dovesse uscire dalla sua testa e solo dalla

sua testa, egli si sentì tratto con istinto geloso a rivolgere più

acuti gli strali della sua critica là dove egli scorgeva più spiccate

le analogie colla creazione da lui vagheggiata; alla maniera del

meccanico intento da più anni ad una scoperta e sul punto d'attuarla,

che è fieramente tentato a trattare d'illusione o d'impostura ogni

altra scoperta annunziata, che arieggiasse ad anticipare sulla sua.

Onde Wagner per nissuno ebbe parole più acerbe che pel Meyerbeer, per

l'Halevy e gli altri _operisti_ più insigni, arrivando a dichiarare

che quelle opere stavano a confronto del suo dramma musicale come la

scimmia a confronto dell'uomo. Esempio: la musica del quart'atto degli

_Ugonotti_ vorrebb'essere vera musica drammatica; ma non giunge che ad

una «somiglianza mostruosa![7]»

Non è possibile venir mai bene in chiaro di queste strane esorbitanze

dell'animo di Wagner o nemmeno della nuova forma che diede poi a' suoi

melodrammi, se non si analizzi un periodo notevolissimo della sua vita

e da lui adombrato un po' confusamente nello scritto, onde andiamo

raccogliendo il segreto pensiero del nostro Autore.[8]

Le opere di Wagner correvano pei teatri di Germania nel decennio

dal 1856 al 1860, e venivano rapidamente guadagnando il favore del

pubblico; ma insieme alle opere si diffondevano le sue teorie, e

queste sollevavano d'ogni parte contraddizioni clamorose, iraconde,

sempre più rinfocolate dalle repliche del maestro. Il polemista insomma

guastava il lavoro del compositore per ciò che toccava le simpatie del

pubblico. — E direste questa una fatalità inseparabile dalla sua vita.

Anche di recente là a Bayreuth, nel teatro della sua gloria, in mezzo

a un pubblico scelto d'ammiratori, quando, calata la tela sull'ultima

parte della sua Tetralogia (_Götterdammerung_) non s'udivano che voci

acclamanti alla sua apoteosi, a un tratto che è che non è?... Erano

bastate poche parole rivolte dal palcoscenico da Wagner agli spettatori

per gettare un gran freddo sull'entusiasmo e riaccendere intorno

al Maestro tutte le ardenti contese, che da trenta e più anni danno

martello a lui, ai critici ed al pubblico.

L'errore di Wagner (io non posso chiamarlo con altro nome) consiste

nell'aver voluto tener via diversa da tutti gli altri artisti, i quali

attendono tranquilli a produrre opere, lasciando che pubblico e critici

vi facciano poi sopra loro chiose e ricamino teorie a loro posta. Egli

invece volle che pubblico e critici accettassero a un tempo i suoi

melodrammi e la sua estetica. Non bastava che riconoscessero per buona

la musica del _Tannhäuser_, bisognava per giunta che menassero buone

al Maestro le sue teorie sulla melodia indefinita, sull'opera tedesca

e il suo avvenire, sulla poesia melodrammatica, i suoi giudizii su

Rossini, su Mozart, su Meyerbeer e su tante altre cose! — Questa strana

confusione delle due potestà in una, il compositore e il legislatore,

questo doppio predominio voluto esercitare a un tempo da lui sul

pubblico, singolarissimo fatto nella storia dell'arte, fu causa, a mio

credere, di quasi tutte le opposizioni sollevategli contro. Se Wagner

invece avesse fatto come il nostro Verdi, che badò solo a comporre,

mentre i critici dissertavano e s'accapigliavano in suo nome, egli

sarebbe già da trent'anni salutato unanimemente fra i primi compositori

del nostro secolo, anche dai meno indulgenti per i suoi difetti.

Ma tale dissidio sorto fra lui e il pubblico, oltre queste conseguenze

d'un ordine in tutto estrinseco, ne portò altre e di ben altro

momento nell'ingegno suo e nell'indirizzo successivo da lui dato

alla sua arte. E qui viene in campo il _carattere_ di Wagner, che

deve essere tutt'altro che pieghevole e accomodante. — Una volta in

rotta coll'opinione dei più, Wagner, invece d'inclinare a ricerche di

conciliazione, ne trasse una specie di compiacenza iraconda e superba,

e a furia di ragionamenti sottili amò ingolfarsi nella persuasione

che l'artista tanto più si leva sublime verso l'ideale, quanto meno

riesce accessibile alla percezione dei più e più ne scontenta i gusti

superficiali e mutabili. In questa sentenza v'ha un significato vero

senza dubbio; ma, se sanamente intesa essa preserva l'arte dalla

volgarità adulatrice dei sensi ottusi e delle menti corte, pigliata

invece di traverso lancia l'artista nello sconfinato, nel buio,

nel falso, oltrechè contradice al fine umano dell'arte. Non ce lo

prova tutta la sua storia? I veri, i grandi innovatori riescirono ad

essere gli arbitri del gusto, ad affinarlo, a correggerlo, perchè

si tennero abbastanza elevati sul pubblico per farlo guardare in

alto, ma anche abbastanza vicini da non essere perduti di vista. Ma

Wagner non la intese così. Irritato, infastidito per la guerra, non

sempre ragionevole, che gli movevano, pensò di prendere una rivincita

trionfale facendo tutto l'opposto di ciò che i critici e il pubblico

gli domandavano: s'allontanò sempre più dalle vie piane e battute, e

una volta preso l'abbrivo, inebbriato della propria audacia, si spinse

fin dove probabilissimamente non aveva mai pensato d'arrivare.

Così nacque il melodramma _Tristano ed Isotta_, così sorsero nella

sua mente i primi disegni dell'_Anello dei Nibelungi_, che risalgono

a molti anni addietro. E che questa sia la loro origine psicologica

e storica non è da dubitare, perchè è lo stesso Wagner che ce la

racconta in termini chiarissimi. «Io mi sentii vivamente stimolato

ad uscire da quell'ambascia di polemiche e rientrare nell'esercizio

ordinario delle mie facoltà d'artista. Allora io sbozzai ed eseguii un

piano drammatico di proporzioni così vaste, che, non seguendo che le

esigenze del mio soggetto, _io di proposito rinunziavo alla speranza

di vederlo mai eseguito tal quale_... Avrebbero bisognate delle

circostanze per ogni verso straordinarie, perchè questo soggetto, il

quale abbraccia nientemeno che una Tetralogia completa, potesse mai

venire eseguito dal pubblico... Il lavoro, di cui vi parlo e di cui ho

già da tempo composta in gran parte la musica, ha per titolo _L'Anello

dei Nibelungi_[9].»

Ecco adunque definiti per la loro origine la forma e gl'intendimenti

della Tetralogia rappresentata nello scorso agosto al _Wagnertheater_

di Bayreuth. Non sono l'opera di un artista che, deliberato e

tranquillo, la rompa colle tradizioni e col pubblico: sono la

conseguenza manifesta d'uno stato d'irritazione e di disgusto, uno

sforzo supremo d'ascensione nella sfera dell'ideale, per allontanarsi

dalla realtà ingrata, un che di misto insomma tra l'antidoto, la

ribellione, la protesta e la sfida.

Il tempo ha smentito i pronostici sfiduciati che egli faceva nel 1871.

Ciò che allora parevagli «follia sperare,» è divenuto un fatto. La sua

Tetralogia sui Nibelungi non solo si è eseguita, ma s'è eseguita con

tutte quelle circostanze ch'egli si contentava di vagheggiare come in

un sogno di ottimismo. Un teatro apposta costruito sopra suo disegno;

un pubblico apposta fatto accorrere da tutta Europa; una esecuzione

di scena, d'orchestra e di canto a sua scelta. Riccardo Wagner ha

vinta la più strana e difficile battaglia, in cui artista potesse

mai cimentarsi; e questa sarebbe prova sufficiente, se mai altre

mancassero, che egli non è uomo di mezzana levatura.

Ma alla stretta dei conti (chiederassi) questa Tetralogia vale o no

essa i precedenti lavori del Wagner? Segna un progresso e quale? Un

decadimento e quale?

Impossibile, io credo, almeno per ora, rispondere alla questione

messa recisamente in questi termini, e troppo complessi i criterii per

giudicare il merito _intrinseco_ d'un lavoro gigantesco, ove il puro

elemento musicale e il poetico si connettono così intimamente colle

forme e il fine teatrale; quando, per giunta, chi dee rispondere non è

soccorso che dalla memoria di un'attenta ascoltazione. Mi restringerò

dunque a presentare in forma d'obbiezioni al nuovo genere tentato dal

Wagner alcuni pensieri che lo spettacolo di Bayreuth mi ha suggeriti

durante le quattro sere della rappresentazione e dopo, lavorando io

colla mente intorno a quei ricordi.

Wagner, fino dai primi anni che scrisse pel teatro, ebbe in mente che

il Melodramma fosse destinato a prendere fra l'arti moderne il posto

che aveva la Tragedia presso i Greci; sintesi sacra ed efficacissima

di tutte le arti rappresentative. Voltosi a questa grande impresa,

egli capì che bisognava anzitutto rialzare la poesia melodrammatica

dall'umile posto in cui la lasciavano gli altri maestri ed in ispecie

i nostri italiani. La musica per lui non doveva essere che un mezzo

di più potente significazione e quasi «commento ideale» ai concetti,

ai caratteri ed all'azione che il poeta presenta in pubblico. È la

giusta massima, sulla quale Gluk ha tanto insistito coi precetti e

coll'esempio, e alla quale nè maestri nè pubblici hanno mai cessato

di prestare omaggio, almeno in teoria. Nelle sue prime opere Wagner

dimostrò che essa si poteva applicare con rigore, e trarne bellissimo

partito anche quanto a successo teatrale. Per raggiungere e mantenere

meglio questo accordo fraterno tra poesia e musica, volle renderlo

originario e scrisse da sè i proprii drammi musicabili. L'effetto

corrispose mirabilmente all'intenzione sua; e le fantastiche leggende

di _Lohengrin_ e di _Tannhäuser_ ci passarono dinanzi come «visioni

canore,» o come fini tessuti inconsutili di poesia e di musica, tanto

bene compenetrate e fuse insieme, che direste i versi essere sgorgati

dall'estro insieme alle modulazioni ed ogni scena del dramma nata a un

parto col disegno polifonico che la riveste.

Ma nella Tetralogia è ben altra cosa. Qui, se non m'inganno,

s'è passato il segno, e lo squilibrio dei due elementi ricompare

all'inverso del primo, minacciando nuova e più funesta sproporzione

nell'organismo del melodramma.

Dal palcoscenico è sbandita ogni forma di melodia e con la melodia

ogni movimento ritmico[10]: in loro posto messa padrona assoluta e

continua la declamazione melopeica: i personaggi, meglio che cantanti,

dovrebbero essere chiamati declamatori, in ciò solo diversi dagli

attori dei drammi e delle tragedie comunemente intesi, che questi

s'aggirano sulle note limitate del linguaggio normale, mentre quelli

trascorrono per le due ottave e si valgono di tutti i valori musicali

delle note. Ma questa è anche poca novità rimpetto alla successione

del dialogo rigorosamente mantenuta come a un teatro di prosa. Quindi

è inutile aspettare l'incontro anche di due sole voci, in dialoghi

e scene quasi sempre lunghissime, e sia pure il palco ripieno di

personaggi, li agiti pure un sentimento comune nel più vivo e vibrato

dall'azione. Solo chi ha assistito a questa Tetralogia o al _Tristano

ed Isotta_ può rendersi conto del senso profondo di stanchezza e di

vuoto, che induce nell'animo e sui nervi quell'interminabile dialogare

così parte a parte spiccato e successivo.

Come si desidera il sollievo di un accordo vocale e il refrigerio

di un unissono! Con che impazienza nel caldo di un _duo_ d'amore

(quello, mettiamo, di Siegfried e Brunnilde nella _seconda giornata_)

si domanda che le due voci si congiungano, come le due anime; e ci

si irrita contro la ferrea legge di un sistema che, in omaggio a non

so quale vernice di verità, impedisce sulla scena ciò che avviene

tuttodì nella vita reale! — Perchè è degno di nota un fatto: Wagner

amoroso cercatore dell'ideale, che sdegna prendere a materia di un suo

melodramma un argomento, se non mostra i sette suggelli della leggenda

fantastica; Wagner che ha sempre in bocca il mistico e l'indefinito;

Wagner, infine, santissimo flagellatore nei suoi scritti di quelle

materiali imitazioni dei suoni materiali, a cui spesso i nostri maestri

si abbandonano, oggi ha scrupolo di far cantare un _a due_, e sopprime

i Cori per la naturalezza che nol consente!

Ma così egli crede di aver risuscitata l'antica tragedia di Eschilo

e di Sofocle e d'aver data al mondo moderno una festa dell'arte,

che valga quelle di Atene, anzi di tanto le superi, di quanto la

sua polifonia orchestrale può essere superiore in effetti ideali ed

acustici al Coro antico.

L'orchestra ha in questi nuovi melodrammi una importanza massima. In

lei difatti si raccoglie la melodia cacciata dal palcoscenico, e vi

circola sempre e vi si spande con una varietà e potenza, che più d'una

volta, toccano il meraviglioso. La ragione di questo si è, secondo la

nuova poetica dell'Autore, che l'orchestra deve continuamente parlare

un suo proprio linguaggio, il quale accompagni di commento perpetuo

lo svolgimento del dramma e il discorso degli attori, e riveli i loro

intimi affetti anche quando al discorso palese non s'accordassero;

espediente quest'ultimo usato a sbalzi, in modo efficacissimo, da

parecchi altri maestri e da Gluk in particolar modo in alcuni passi

rimasti quali esempi classici nelle tradizioni dell'arte. Qui poi viene

in campo e si mostra in tutto il suo sviluppo la «melodia indefinita»

protratta a tutto rigore, senza cadenze e passando di continuo per

quelle transizioni anarmoniche e quelle tonalità irrequiete, che sono

il segno caratteristico dell'armonizzare di Wagner. — L'orchestra in

sostanza piange, ride, impreca, pronostica, acclama, conforta proprio

come onestamente faceva il Coro nella tragedia antica secondo il

precetto:

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

_Ille bonis foveatque et consilietur amice,_

_Et roget iratos, et amet peccare timentes:_

_Ille dapes laudet mensaeque brevis, ille salubrem_

_Justitiam, legesque et apertis otia portis._

_Ille tegat commissa, Deosque precetur et oret,_

_Ut redeat miseris, abeat fortuna superbis._

Qualora mi domandaste s'io creda _vitale_ questa nuova forma d'arte, io

vi risponderei con tutta franchezza che non lo credo, quantunque essa

porti i tratti di un padre gagliardissimo, e spendano intorno a lei le

più sollecite cure gli adepti più ardenti della scuola wagneriana.

Ed io traggo la mia persuasione principalmente dai seguenti motivi.

Anzitutto lasciamo stare Atene e le sue Trilogie. Troppa la disparità

dei tempi, degli usi, dei gusti e, dirò anche, degl'ingegni. I Greci si

raccoglievano qualche volta, ogni anno, a quegli spettacoli che erano a

un tempo divertimenti e feste religiose, ma anzitutto feste religiose.

Noi, per quanto ci scaldiamo la testa e il cuore con la così detta

«religione dell'arte,» non arriveremo mai a togliere che quello sia un

buon traslato rettorico almeno per quattro quinti. In secondo luogo vi

domando: dove abbiamo noi Sofocle, o Schakespeare, o almeno Schiller?

Io dico che quel genere di opere sarebbe accettabile solo quando la

poesia del dramma fosse tanto elevata da procedere al pari colla musica

e ripagare l'uditorio, mediante bellezze di primo ordine, delle gioie

negate per il bando della melodia; della monotonìa divenuta inevitabile

per la soppressione di quei potenti effetti di chiaroscuro, che solo

s'ottengono con _pezzi d'insieme_, e per il grande abbassamento della

voce umana, che Wagner oggi troppo si scorda d'aver chiamato «il

più nobile organo della musica[11].» Anch'io non peno gran fatto a

capacitarmi che un vero capolavoro drammatico circonfuso di questa

musica austera e profonda giungerebbe senza stento a rapire l'uditorio:

ma, ripeto, dov'è Sofocle?... Le facoltà eminenti, massime al tempo

nostro, è raro che s'accumulino in un solo individuo, e, come nascono

dispaiate, amano procedere libere ognuna nel proprio campo. Intanto lo

stesso Wagner, apostolo e iniziatore di questo accordo, mostra già i

segni patenti del disaccordo in sè medesimo; chè fra i suoi più ardenti

ammiratori non credo ve n'abbia uno solo, il quale osi sostenere che in

lui il poeta è proprio degno del musicista.

Ancora: si vuole dal Wagner che le sue rappresentazioni abbiano un

tale suggello di verità drammatica da poter gareggiare colle tragedie

propriamente dette, mantenendo, per soprammercato, di proprio il

fascino ideale della musica. Però riduce il canto vocale a minimi

termini, se pure del tutto non lo uccide, e vuole che di altrettanto

si allarghi la efficacia dell'azione e della declamazione scenica.

La cosa, guardata così in astratto, sembra giusta ed effettuabile. Vi

si promette la somma di due quantità ridotte, maggiore d'ognuna delle

due separatamente prese; dunque ci si guadagna un tanto. Ma il guaio

si è che l'arte non si presta a tali combinazioni aritmetiche, e i

risultati tradiscono anche i calcoli meglio studiati. E i risultati,

nel caso nostro, sapete che cosa ci danno in pratica? Cantanti che sono

tali poco più che di nome, perchè Wagner ha tolto loro la soggetta

materia: e per converso declamatori, che resteranno invariabilmente

intorno al mediocre, avendo pure ingegno elettissimo, perchè anche

solo il _tempo_, le _scale_ e le _note tenute_ saranno sempre ostacolo

insuperabile alla perfetta verità dell'azione e della declamazione.

— La prova di Bayreuth ha terminato di persuadermi che, se sono da

fuggire gli abusi del canto convenzionale e fiorito, non si fugge il

convenzionale e si perde efficacia, smezzando l'artista fra il cantante

e l'attore alla maniera, che Wagner vorrebbe. Nel trattare ogni artista

l'arte sua ne secondi l'indole, tenga ferme le affinità coll'altre

arti, ma si guardi bene dal non rispettarne anche le differenze. Poi,

quando ha compito il suo debito, lasci al pubblico (a cui tocca e

che sa farlo) di ricomporsi dentro l'animo in ordine di forte unità e

di perfetta verosimiglianza ciò, che egli ha raffigurato colle forme

consentite dalla sua arte.

Io intendo ed ammiro la Malibran che canta Desdemona e Salvini che

declama Otello: non so più nè intendere nè ammirare un _quid medium_

artificiale, cavato dai due e che ne assommi più i difetti che i pregi,

anzi taluni pregi converta addirittura in difetti. E a questo approda

appunto l'attore-cantante voluto da Wagner.

Faccio un'ultima obbiezione. Tutte le arti nel loro svolgimento storico

noi vediamo procedere per gradi verso il facile e il piacevole;

che se avviene il contrario, gli è solo quando siensi trascorsi di

troppo i limiti verso il leggiero e il lezioso. Così noi nella nostra

letteratura avemmo la riforma di Parini o d'Alfieri legittimamente

provocata dai lezii degli Arcadi e dei Metastasiani. Fu riforma vera,

perchè rispondeva a' veri bisogni del tempo e dell'arte. Ma certo

niuno dirà che la musica teatrale ai nostri giorni, nè in Italia nè

in Francia e nemmeno anche in Germania, si trovi in tali condizioni

di smodata facilità e volgarità da porgere motivo ad una riforma così

fondamentale e violenta come quella, che Wagner vorrebbe imporle.

La Tetralogia dei Nibelungi rimarrà adunque un monumento meraviglioso

dell'ingegno e dell'audacia innovatrice del suo Autore, ma non inizia,

a mio credere, un periodo di riforma teatrale. Fra il pubblico accorso

a Bayreuth era il fior fiore di quanto avvi di più schiettamente

wagneriano in Europa: ciò nonostante l'entusiasmo parve più _voluto_

che _sentito_ e il trionfo più completo nelle forme che nel sentimento,

ond'erano mosse. Si ammirò sempre, ma l'ammirazione era accompagnata

da un senso di fatica crescente. Radi e fugaci gli sprazzi di vera

luce abbagliante; in un punto solo, la «canzone della foresta» nel

_Siegfrid_, quel «torrente di gioia» che Wagner vuole si domandi alla

musica. Allorchè qualche poco di melodia o di vero movimento ritmico

entrava nel canto per gli spiragli dell'implacabile melopea, avreste

detto che per la sala alitava d'improvviso un fresco venticello a

ristorare quell'atmosfera infuocata: e ciò (notavami un valentissimo

compositore tedesco e ammiratore del Wagner) era forse la più calzante

obbiezione al sistema. Gli applausi davvero caldi ed unanimi al

palcoscenico furono due: uno per il Coro bellissimo e ben ritmato

delle _Walchürie_; l'altro (oh indegnità!) per alcuni bei la squillanti

del tenore Vogel, proprio come succede ad ogni più volgare e sensuale

pubblico italiano. _Naturam expellas furca, tamen usque recurret._ — Ad

ammirar tutto e commuoversi di tutto quanti rimasero? Pochi invero; e

questi più che un pubblico speciale, come vorrebbe chiamarli l'egregio

Filippi, io li chiamerei i membri di una specie di mormonismo musicale,

una congregazione vera e propria di _iniziati_, che applicano alla

nuova musica di Wagner come ad un sistema filosofico[12] o ad una

disciplina religiosa. La pura critica d'arte non ha modo di intendersi

con loro, che saranno magari superiori ad essa, ma in ogni modo

sfuggono al suo dominio.

Quanto a me, resto fedele al Wagner della prima maniera, alla

musica melodrammatica del _Lohëngrin_, del _Vascello fantasma_ e del

_Tannhäuser_, la quale malgrado le sue pecche (e quale opera d'arte

non ne ha?) ha già da un pezzo meritamente guadagnato tutti i pubblici

di Germania, e guadagnerà, ne son certo, anche quelli di Francia

e d'Italia. — Bisogna distinguere due Michelangioli, ha detto il

Selvatico con ragione: quello spontaneo, meraviglioso, divino della

Cappella Sistina, e quello strambo, ricercato, contorto e forse stanco

della Paolina. A Bayreuth, tuffato per lunghe ore là in quel buio

mistico, ho pensato più volte al detto di Selvatico... e quel teatro mi

pareva la Cappella Paolina di Riccardo Wagner.

Teste quadre · 第 11 / 41 题