I FATALI

Esistono realmente esseri destinati ad esercitare un'influenza sinistra

sugli uomini e sulle cose che li circondano? È una verità di cui siamo

testimonii ogni giorno, ma che alla nostra ragione freddamente positiva,

avvezza a non accettare che i fatti i quali cadono sotto il dominio dei

nostri sensi, ripugna sempre di ammettere.

Se noi esaminiamo attentamente tutte le opere nostre, anche le più

comuni e le più inconcludenti, vedremo nondimeno non esservene una da

cui questa credenza ci abbia distolti, o a compiere la quale non ci

abbia in qualche maniera eccitati. Questa superstizione entra in tutti i

fatti della nostra vita.

Molti credono schermirsene asserendo per l'appunto non esser ella che

una superstizione, e non s'avvedono che fanno così una semplice

questione di parole. Ciò non toglierebbe valore a questa credenza,

poichè anche la superstizione è una fede.

Noi non possiamo non riconoscere che, tanto nel mondo spirituale quanto

nel mondo fisico, ogni cosa che avviene, avvenga e si modifichi per

certe leggi d'influenze di cui non abbiamo ancora potuto indovinare

intieramente il segreto. Osserviamo gli effetti, e restiamo attoniti e

inscienti dinanzi alle cause. Vediamo influenze di cose su cose, di

intelligenze su intelligenze, e di queste su quelle ad un tempo; vediamo

tutte queste influenze incrociarsi, scambiarsi, agire l'una sull'altra,

riunire in un solo centro di azione questi due mondi disparatissimi, il

mondo dello spirito e il mondo della materia.

Fin dove la penetrazione umana è arrivata noi abbiamo portato la nostra

fede; il segreto dei fenomeni fisici è in parte violato; la scienza ha

analizzato la natura; i suoi sistemi, le sue leggi, le sue influenze ci

sono quasi tutte note: ma essa si è arrestata dinanzi ai fenomeni

psicologici, e dinanzi ai rapporti che congiungono questi a quelli.

Essa non ha potuto avanzarsi di più, e ha trattenuto le nostre credenze

sulla soglia di questo regno inesplorato. Poichè nell'ordine dei fatti

noi possiamo ammettere delle tesi generali, delle verità complesse; non

nell'ordine delle idee.

Dove i fatti sono incerti, le idee sono confuse. Avvengono fatti che non

presentano un carattere deciso, sensibile, ben definito, e che la nostra

ragione calcolatrice non sa se negare od ammettere. Vi sono perciò idee

incomplete, oscure, fluttuanti, che non possono presentarsi mai sotto un

aspetto chiaro, e che non sappiamo se accettare o respingere. Questa

incertezza di fatti, questa incompletazione di idee, questo stato di

mezzo tra una fede ferma e una fede titubante, costituiscono forse ciò

che noi chiamiamo superstizione--il punto di partenza di tutte le grandi

verità. Perchè la superstizione è l'embrione, è il primo concetto di

tutte le grandi credenze.

Qualora io vedo una superstizione impadronirsi dell'anima delle masse,

io dico che in fondo ad essa vi è una verità, poichè noi non abbiamo

idee senza fatti, e questa superstizione non può essere partita che da

un fatto. Se esso non si è ancora rinnovato e generalizzato per

confermarla, egli è che la via dell'umanità è lunga--più lunga quelle

delle cose--e nessuno può determinare il tempo e le circostanze in cui

potrà ripetersi. Gli uomini hanno adottato un sistema facile e logico in

fatto di convenzioni; ammettono ciò che vedono, negano ciò che non

vedono; ma questo sistema non ha impedito finora che essi abbiano dovuto

ammettere più tardi non poche verità che avevano prima negate. La

scienza e il progresso ne fanno fede. Del resto, comunque sia, per ciò

che è fede nelle influenze buone e sinistre che uomini e cose possono

esercitare sopra di noi, non v'è uomo che non ne abbia una più o meno

salda, più o meno illuminata, più o meno confermata dall'esperienza

della vita. Tutto al più si tratterebbe di riconoscere se essa abbia o

no ragione di essere, e fino a qual punto debba venire accettata, non di

negarla--poichè l'esistenza di questa fede è indiscutibile.

Io ne trovo dovunque delle prove. Per me l'antipatia non è che una

tacita coscienza dell'influenza fatale che una persona può esercitare

sopra di noi. Nelle masse ignoranti questa coscienza ha creato la

_jettatura_, nelle masse colte la prevenzione, le diffidenza, il

sospetto.

Non v'è cosa più comune che udire esclamare: «quell'uomo non mi

piace--non vorrei incontrarmi per via con quella persona--mi fa

paura--d'innanzi a lui io non sono più nulla--ogni qualvolta mi sono

imbattuto in quell'uomo mi è accaduta una sventura.» Nè questa fede che

si presenta sotto tanti aspetti, che quasi non avvertiamo, che è

pressochè innata con noi come tutti gli istinti di difesa che ci ha dato

la natura, è sentita esclusivamente da pochi uomini--essa è, in maggiori

o minori proporzioni, un retaggio naturale di tutti.

Questa superstizione accompagna l'umanità fino dalla sua infanzia, è

diffusa da tutti i popoli. Gli uomini di genio, quelli che hanno molto

sofferto, vi hanno posto maggior fede degli altri. Il numero di coloro

che credettero essere perseguitati da un essere fatale è infinito: lo è

del paro il numero di quelli che credettero essere fatali essi stessi,

Hoffman, buono ed affettuoso, fu torturato tutta la vita da questo

pensiero.

Non giova dilungarsi su ciò, perchè la storia è piena di questi esempi,

e ciascuno di noi può trovare nella sua vita intima le prove di questa

credenza quasi istintiva.

Io non voglio dimostrarne nè l'assurdo nè la verità. Credo che nessuno

lo possa fare con argomenti autorevoli. Mi limito a raccontare fatti che

hanno rapporto con questa superstizione.

* * * * *

Nel carnevale del 1866 io mi trovava a Milano. Era la sera del giovedì

grasso, e il corso delle maschere era animatissimo. Devo però fare una

distinzione--animatissimo di spettatori, non di maschere. Chè se la

taccia di fama usurpata, così frequente, e spesso così giusta in arte,

potesse applicarsi anche alle feste popolari, il carnevale di Milano ne

avrebbe indubbiamente la sua parte. Queste feste non sono più che una

mistificazione, ed hanno ragione di esserlo, giacchè le migliaja di

forastieri che vengono annualmente ad assistervi non sono però meno

convinti di divertirsi. Tutto stava nell'istillar loro la persuasione

che il carnevale di Milano fosse la cosa più comica, più spiritosa, più

divertente di questo mondo. Una volta infuso questo convincimento, non

erano più necessari i fatti per confermarlo--lo scopo di divertire era

ottenuto.

Comunque fosse, il Carnevale del 1866 non era meno animato degli altri,

e nelle prime ore della sera del giovedì grasso, la popolazione si era

versata sulle strade a torrenti. La folla aveva talmente stipate le vie

che in alcuni punti era impossibile muoversi e presso la crociera della

via di S. Paolo, ove mi trovava io, si era letteralmente pigiati.

Gli onesti milanesi si frammischiavano fraternamente ai forestieri, e si

inebbriavano del piacere di guardarsi l'un l'altro nel bianco degli

occhi--ciò che costituisce l'unico, ma ineffabile divertimento di questo

celebre Carnevale.

Non so da quanto tempo io mi trovassi colà, in piedi, in mezzo a quella

gran ressa, in una posizione incomodissima, allorchè voltandomi per

vedere se v'era mezzo di uscirne, osservai intorno a me uno spettacolo

assai curioso.

La folla non si era diradata, ma si era ristretta in modo da lasciare in

mezzo a sè uno spazio circolare abbastanza vasto. Nel centro di questo

circolo miracoloso v'era un giovinetto che non mostrava aver più di

diciotto anni, ma cui, a guardarlo bene, se ne sarebbero dati

venticinque, tanto il suo volto appariva patito, e tante erano le

traccie che v'erano impresse d'una esistenza travagliata e più lunga.

Era biondo e bellissimo, eccessivamente magro, ma non tanto che la

bellezza dei lineamenti ne fosse alterata; aveva gli occhi grandi ed

azzurri, il labbro inferiore un po' sporgente, ma con espressione di

tristezza più che di rancore; tutta la sua persona aveva qualche cosa di

femminile, di delicato, di ineffabilmente grazioso, qualche cosa di ciò

che i francesi dicono _souple_, e che io non saprei esprimere meglio con

altra parola della nostra lingua. La purezza e l'armonia delle sue linee

erano meravigliose; egli vestiva con estrema eleganza; e guardava quà e

là, un poco alla folla e un poco alle maschere, con aria malinconica e

divagata come se si trovasse in quel luogo a suo dispetto, e fosse più

occupato di sè che dello spettacolo poco allettante che aveva d'innanzi

allo sguardo.

Ma ciò che mi era parso rimarchevole era che egli sembrava non essersi

avveduto di quel circolo che s'era formato d'intorno a lui, nè alcuni di

quelli stessi che lo avevano formato mostravano di averci posto mente.

Non era nulla in ciò di veramente straordinario; pure l'esistenza di uno

spazio così vasto in mezzo ad una folla così fitta, in mezzo ad una

moltitudine che si moveva, fremeva, ondeggiava come un corpo solo, senza

riempire mai il vuoto che s'era formato in quel punto, mi pareva cosa

meritevole di attenzione. Si sarebbe detto che da quel giovine emanasse

un fluido ripulsivo, una virtù misteriosa atta ad allontanare da lui

tutto ciò che lo circondava.

In quell'istante che io lo stava guardando, essendogli stati gettati

alcuni confetti, di cui parecchi si fermarono tra le pieghe del suo

mantello che teneva avviluppato sul braccio, un fanciulletto si spiccò

dal circolo e gli venne d'appresso quasi per domandarglieli, giacchè

egli nè li aveva presi, nè aveva scosso il mantello per farli cadere.

Il giovine lo guardò con affetto, raccolse le confetture, gliele diede;

e prima che si allontanasse gli passò una mano tra i capelli con una

specie di tenerezza piena di soavità e di malinconia.

Egli aveva posto tanto affetto in quell'atto che, ove anche la natura

non lo avesse dotato di un volto così dolce e così simpatico, lo si

sarebbe subito giudicato buono e cortese.

È un fatto che il volto è lo specchio dell'anima: non si può indovinare

se la natura abbia dato ella stessa un'espressione buona ai buoni, e

cattiva ai cattivi; o se la bontà e la malvagità umana possano talmente

agire sulle nostre fattezze da modificarle e da imprimervi il loro

suggello; ma egli è ben certo che il cuore trasparisce dal viso, anche

da quelli la cui bellezza vorrebbe nascondere un animo turpe, o la cui

laidezza uno onesto.

Io non mi sarei stancato mai di guardarlo. Non so se le affezioni degli

altri uomini sieno governate da questa legge di simpatie e di antipatie

improvvise, energiche, inesorabili cui vanno soggette le mie,--per me

l'innamorarmi di un uomo o di una donna, il concepire un'inclinazione od

un'avversione irresistibile per una creatura qualunque non fu mai opera

che di pochi minuti--ma mi ricordo che l'avrei abbracciato lì sulla via,

tanto l'espressione del suo volto era affettuosa, tanto quel linguaggio

andava dritto al cuore, senza dar campo alla ragione di discuterci

sopra.

Non mi mossi di là finchè non se ne mosse egli pure. La festa

incominciava a languire, la folla incominciava a diradarsi, e il

crepuscolo ad avvolgere tutta quella scena in un penombra grigia e

pesante. Eravamo a due passi da un caffè, ed egli vi entrò con aria

d'uomo che non sa come passare il suo tempo, che sente il peso delle sue

braccia, delle sue gambe, di tutta la sua persona, e che vorrebbe

sbarazzarsene e buttarlo là sopra un divano come un fardello noioso ed

inutile. Io era nello stesso caso, non aveva che fare, e gli tenni

dietro.

Ci sedemmo di faccia, io a guardarlo, egli a leggere. Se non che egli

pareva sì poco occupato della sua lettura, che se anche avesse afferrato

il giornale pel rovescio credo che non se ne sarebbe avveduto. I suoi

occhi erano fissi sulle colonne di quel diario, ma sembravano guardare

di dentro piuttostochè di fuori, parevano aver concentrata tutta la loro

virtù visiva in sè medesimi, e non occuparsi che di ciò che avveniva

nell'animo del giovine.

Io non aveva però avuto che il tempo di fare questa riflessione,

allorchè dietro la vetrina della finestra scorsi un nuovo affollarsi di

gente e sentii come delle grida femminili; stavo per alzarmi allorchè si

aperse la porta del caffè, e ne fu recato dentro un fanciullo svenuto,

il quale era stato travolto dalle ruote di una vettura, e ne aveva avuto

un braccio spezzato. Rimasi dolorosamente colpito dal riconoscere in

quel fanciullo quello stesso che l'incognito aveva accarezzato in mezzo

a quel circolo, e a cui aveva regalato i confetti caduti sul suo

mantello.

Per un moto istintivo diressi lo sguardo dalla sua parte, e lo scorsi

nell'istante che usciva frettolosamente dalla sala. Il suo volto

riflesso in quel momento da uno specchio che era di fronte a me, mi

parve pallidissimo.

Io abbandonai poco dopo quel caffè in preda a tristi pensieri.

In quella sera stessa doveva aver luogo alla Scala una rappresentazione

straordinaria.

L'opera annunciata era la _Sonnambula_, e il pubblico vi era accorso

numeroso ad ascoltare quella musica divina, così piena, così complessa

nella sua semplicità, così affettuosa. Si era rappresentata poco prima

l'_Africana_--da Mayerbeer a Bellini la differenza almeno, se non la

distanza, era ben grande. Il teatro era illuminato a giorno, la platea

era stipata di uditori; e non v'erano altri palchi vuoti da cinque o sei

all'infuori, posti tutti nello stesso punto; e in uno dei quali

riconobbi con mia grande sorpresa il giovine che aveva veduto poco prima

assistendo al corso delle maschere.

Egli era solo e non mi sembrava più nè sì triste, nè sì pensieroso.

Vestiva un abito nero molto elegante, ma nulla dimostrava che fosse

avvezzo a prendere gran cura della sua persona. Non so se fosse inganno

mio, o allucinazione, e che altro, ma egli mi pareva straordinariamente

bello, assai più di quanto mi fosse sembrato poche ore prima.

Vi era sul suo volto qualche cosa di luminoso, qualche cosa di quella

trasparenza profonda, benchè torbida, benchè appannata, che ha

l'alabastro. Egli aveva difatto la stessa pallidezza: a non guardarne

gli occhi, a non esaminare la mobilità prodigiosa dei lineamenti, lo si

sarebbe detto morto o impietrito. I suoi capelli conservavano ancora

quella finezza, quella arrendevolezza, quella lucidità,

quell'arricciamento semplice e naturale che hanno i fanciulli; erano di

un biondo meraviglioso, e lucevano come fili d'oro al riflesso delle

fiamme dei candelabri. Teneva appoggiato il gomito al parapetto, e la

guancia sulla mano: la sua testa così inclinata pareva ancora più bella.

Egli aveva quella specie di bellezza che hanno le donne, e che ritrae

dalla luce un prestigio misterioso e affascinante. A contemplare dalla

platea--d'onde non si vedeva il resto della persona--quella sua testa

così diafana e così bianca, la si sarebbe creduta appartenere ad un

fanciullo, ad una creatura fragile e delicata, forse ad un essere

sopranaturale.

Io solo aveva rimarcato cosa che mi pareva avere una strana relazione

con ciò che aveva osservato prima al corso delle maschere, voglio dire

quel trovarsi egli così isolato in un palco intorno al quale ve n'erano

cinque o sei altri vuoti, mentre non era possibile vederne da tutte le

altre parti del teatro un solo che non fosse occupato--bisognava aver

osservato prima l'accidente del circolo, per trovar causa di meraviglia

in questo fatto,--ma gli spettatori erano stati unanimi nell'avvertire

la sua bellezza e nell'ammirarla, nè tardai ad accorgermi che le signore

sopratutto ne erano state colpite, e gareggiavano nel dirigere i loro

cannocchiali verso il suo palco.

Tra quelle di esse che erano riuscite ad attirarsi più facilmente la sua

attenzione, vi era una fanciulla che era pure assai bella, ed occupava

un palco non molto lontano da quello del giovine. Come avviene a tutte

le ragazze veramente ingenue, non di quella ingenuità convenzionale che

esse devono ostentare spesso come una parte di commedia, fino a che il

marito non le autorizza a rappresentare una parte diversa, ma di quella

ingenuità vera che ha la sua radice nella verginità della mente e del

cuore, essa ne era rimasta fortemente e subitamente impressionata. Era

troppo giovine per sapersi già infingere, e credo di non essere stato io

solo ad avvedermi del suo turbamento e della sua agitazione.

Assistetti per un po' di tempo a quella specie di rapporto misterioso

che s'era stabilito tra di loro, mi cacciai come un intruso in quella

specie di corrente magnetica che avevano formato i loro sguardi; poi

quasi vergognandomi di quello spiare, di quell'ammiccare alla loro

felicità, come un pitocco che assista ad un banchetto dalla soglia della

stanza, e non possa fruire che del profumo delle salse e delle vivande,

mi raccolsi in me stesso, e procurai di rivolgere tutta la mia

attenzione allo spettacolo dell'opera.

Dico che me n'era vergognato, ma per me solo. Che se v'è qualche cosa al

mondo, d'innanzi alla quale io non sappia nè sogghignare per sprezzo nè

piangere per pietà, è la vista di due persone che si amano. Mi sono

cacciato spesso di notte sotto i viali pubblici, sotto i boschetti di

tigli, appositamente per incontrarvi qualche coppia d'innamorati; e non

mi venne mai di passar vicino ad una di esse senza sentirmi compreso da

un sentimento di rispetto profondo. Lo confesso, furono quelli i soli

istanti della mia vita, in cui i miei simili mi sieno sembrati meno

tristi del solito.

Era così riuscito a poco a poco ad occuparmi interamente della

rappresentazione, e non aveva più alzato gli occhi verso il palco di

quello sconosciuto, allorchè avvedendomi d'un movimento improvviso che

si manifestava negli spettatori, e scorgendo la folla addensarsi verso

la porta, mi mossi io pure e entrato a stento nel vestibolo, vidi

passarvi due signori che reggevano sulle loro braccia una fanciulla

svenuta, e la trasportavano in una delle sale del teatro.

Non dirò quale fosse la mia meraviglia nel ravvisare in lei quella

stessa fanciulla che aveva guardato con tanto affetto e con tanta

insistenza il mio incognito. Tutto ciò che era accaduto non poteva

essere stato che un capriccio del caso: pure era la seconda volta nel

termine di poche ore, che io vedeva una persona alla quale egli aveva

dato segno di predilezione, venir colpita improvvisamente da una

sventura.

Rientrai nella platea.

Egli occupava ancora il suo posto, era rimasto nella posizione di prima

colla guancia appoggiata alla mano; ma il suo volto coloritosi

improvvisamente di un rossore vivace, era tornato in un istante di una

pallidezza cadaverica. Non era difficile accorgersi che egli soffriva,

che s'era avveduto degli sguardi curiosi e quasi reprensivi di cui era

fatto oggetto, e che non era rimasto immobile al suo posto che per

dissimulare la sua commozione, e per non accusare in certo modo quella

specie di complicità che aveva avuto in quell'avvenimento.

Allorchè parve che il pubblico avesse cessato di occuparsi di lui, egli

uscì dal teatro, e ne uscii io pure.

Nessuno conosceva forse il caso assai più deplorevole che aveva avuto

luogo poche ore prima: nessuno aveva forse rimarcata la circostanza

singolare e incomprensibile di quella specie di vuoto che egli pareva

formare intorno a sè, nè aveva posto mente ai rapporti che sembravano

congiungere tutti questi fatti, ma io ne era tutto in pensiero. Era

evidente esservi in lui qualche cosa di inesplicabile e di fatale.

Io lo aveva veduto solo nel seno di uno spazio formato quasi

miracolosamente in mezzo ad un folla fittissima, aveva veduto rinnovarsi

lo stesso caso in un teatro ripieno di spettatori; aveva veduto un

fanciullo che aveva ricevuto le sue carezze venir travolto dalle ruote

di una carrozza, e una fanciulla osservata da lui, essere colta da un

malessere improvviso. Non mi pareva possibile che una pura combinazione

avesse dato luogo a questa serie di avvenimenti. E se così non era, chi

era dunque egli? Quale era l'influenza che poteva esercitare quell'uomo?

* * * * *

Otto giorni dopo io mi trovava al caffè Martini--quel convegno di

artisti che non lavorano, di cantanti che non cantano, di letterati che

non scrivono, e di eleganti che non hanno uno spicciolo--e si parlava,

raccolti in buon numero attorno ad un tavolo, d'una specie di pasticcio

di nuova invenzione, qualche cosa di consimile al _pudding_, che era

stato aggiunto quel giorno alla nota delle vivande del ristorante.

Da questo soggetto la conversazione era caduta, filtrando per l'idea

del _pudding_ e dell'oca di cui le classi ricche a Londra usano regalare

le classi povere nel giorno di Natale, sul discorso che la regina

d'Inghilterra aveva fatto allora al parlamento.

Una frase di questo discorso aveva dato un gran colpo alla discussione e

l'aveva gettata di balzo sulle eventualità d'una guerra in Italia. Da

ciò, giù per la china delle opinioni e delle antiveggenze personali si

era arrivati ai pronostici; e dai pronostici ai presagi; e da questi,

entrando nel campo della vita intima, alle fatalità, alle stregature,

alle malie; per modo che cinque minuti dopo aver difeso a spada tratta

l'eccellenza di questo pasticcio di nuova invenzione, io raccontava a

quel circolo di sfaccendati gli avvenimenti incomprensibili di cui era

stato testimonio pochi giorni prima a proposito di quel giovine

incognito.

Inutile dire che si rise di me e che non mi si volle prestar fede; il

fatto della fanciulla svenuta poche sere innanzi era bensì noto, ma le

cause, dicevano essi, dovevano essere diverse. Nondimeno il soggetto di

questa nuova deviazione del nostro discorso era stato trovato

interessante, e la conversazione dopo aver fluttuato su tanti argomenti,

si era arrestata saldamente su questo. Ciascuno esponeva le proprie

idee, ciascuno aveva qualche cosa a raccontare a questo riguardo. E come

avviene ogni qualvolta ci affacciamo a questo mondo pauroso

dell'incomprensibile e del soprannaturale, che se ne ride da principio

per ostentazione di coraggio e si finisce coll'atterrirsi di ciò che si

ascolta, e spesso di ciò che abbiamo raccontato noi stessi, ciascuno di

noi si sentiva compreso da un sentimento misto di paura e di meraviglia,

e si affannava a riannodare e a rinfocare la conversazione ogni

qualvolta questa mostrava di languire, con quell'insaziabilità che hanno

i fanciulli di ascoltare i racconti spaventevoli dei maghi e delle fate.

Avevamo pressochè esaurito tutto il repertorio delle nostre cognizioni

su questa tesi, allorchè un vecchio artista da teatro che tutti noi

conosciamo da tempo--una dalle cariatidi più celebri di quel caffè--si

alzò da un tavolo vicino da cui era stato ascoltando, e venne a prender

posto nel nostro circolo.

--Il signore ha ragione, diss'egli, accennandomi col dito. Io non

conosco il giovine di cui egli ha parlato poco fa, e non posso far fede

dell'influenza che gli attribuisce, ma che esistano uomini siffattamente

fatali, anzi assai più fatali di quel giovine, non è cosa da potersi

mettere in dubbio. Chi di voi ha sentito nominare il conte Corrado di

Sagrezwitcth?

--Nessuno.

--È strano, giacchè egli si è formato in quasi tutti gli Stati d'Europa

e in molte delle provincie degli Stati Uniti una terribile reputazione.

Egli è considerato come l'uomo più fatale di cui si abbia memoria, la

sua presenza segnala dovunque una sventura immancabile, egli si è

trovato sempre sul teatro delle calamità più terribili, ha assistito ai

disastri più spaventosi. Egli si trovava nell'America del Sud allorchè

bruciò la chiesa di S. Jago in cui perirono più di mille persone; egli

viaggiava or fanno due anni sulla ferrovia del Pacifico allorchè avvenne

quello scontro in cui perdettero la vita più di trecento viaggiatori;

egli era a Pietroburgo allorchè rovinò il palazzo del principe di

Jakorliff in cui tante nobili dame e tanti dignitari dello Stato

trovarono la morte. Nelle miniere irlandesi e in quelle di Alstau Moor

in Scozia--luoghi che egli ha spesso visitati--il suo nome non viene

ascoltato mai senza spavento; ogni sua visita ha segnalato qualcuna di

quelle catastrofi che sono tanto frequenti e tanto temute nelle

miniere. Il conte di Sagrezwitcth è stato già parecchie volte in Italia;

vuolsi che egli si trovasse a Torino all'epoca della convenzione

allorchè avvennero i fatti luttuosi di settembre, ma nessuno, per quanto

io sappia, ve lo ha veduto.

--E voi lo conoscete?

--L'ho incontrato quattro volte ne' miei viaggi. Voi sapete che io ho

percorso come artista e come impresario teatrale, quasi tutta l'Europa e

una buona metà del Nuovo Mondo. È forse perciò che ho potuto essere

edotto dell'esistenza di quest'uomo straordinario, e conoscerlo

personalmente. La prima volta che lo vidi fu a Berlino dove esordii nel

capolavoro di Mozart colla parte di D. Giovanni. Lo incontrai poscia in

una sala di caffè a Nuova York, allorchè ferveva ancora in America la

guerra di secessione, e precisamente alla vigilia dell'ultima disfatta

dei separatisti, e la terza volta che mi imbattei con esso fu di nuovo a

Berlino....

--E di che paese è egli?

--Alcuni vogliono americano, alcuni polacco. Nessuno ne conosce con

certezza la patria, forse nemmeno il nome. In America si faceva chiamare

coll'appellativo di Duca di Nevers, in Europa conservò sempre il nome

di conte di Sagrezwitcth; i minatori scozzesi lo chiamano _l'uomo

fatale_. Egli parla correttamente molte lingue, ha le abitudini e i

costumi di tutti i paesi che ha visitato; in Italia è italiano, in

Inghilterra è inglese, e in America è americano modello...

--E che età può avere?

--Mostra cinquant'anni, ma i suoi capelli e la sua barba nerissima non

hanno ancora alcun segno di canizie. È un uomo di statura mezzana, di

aspetto antipatico, benchè le sue fattezze sieno regolari e in qualche

modo leggiadre. Porta quasi sempre nell'inverno un berretto di pelo a

foggia di turbante, e suol vestire volontieri i costumi dei paesi in cui

si trova. A giudicarne dallo sperpero che egli fa ordinariamente del suo

danaro, lo si direbbe assai ricco; nondimeno fu visto parecchie volte

alloggiarsi in osterie di second'ordine, e tenere un regime di vita

molto economico. A Nuova York, per esempio, era bensì alloggiato

all'albergo del _Fifth-Avenue_, quel colosso di marmo che ha mille e

duecento stanze, ma vi occupava un letto della sala di riposo concessa

ai viaggiatori che dispongono di mezzi assai limitati. È fama che egli

abbia coscienza della sua fatalità, e che si compiaccia di esercitarla.

Quel suo recarsi continuo da un capo all'altro del mondo non può essere

senza uno scopo. Del resto si sa che egli non ebbe mai affetti, non

amicizie, forse nemmeno conoscenze, toltene alcune poche e

superficialissime. Coloro che ne conoscono la potenza lo sfuggono per

progetto, quelli che la ignorano, per istinto.--Che vi sieno persone che

gli negano questo potere, questa specie di missione arcana e terribile,

riprese egli vedendo che alcuni di noi sorridevano con aria di

incredulità, è cosa naturalissima. Nessuno può provare che le sciagure

avvenute nei luoghi ove egli si è trovato, e negli istanti in cui vi si

è trovato, abbiano avuto una causa nella sua volontà, o in ciò che noi

chiamiamo la sua influenza. Egli è d'altronde un uomo come tutti gli

altri; parla, veste, opera come tutti gli altri; volendo è affabile e

gentiluomo, vi è nulla a che opporre; ma parmi cecità il negare cosa che

la maggior parte degli uomini ha ammesso, il negare perchè non si

comprende.

--Noi non neghiamo, gli diss'io, dubitiamo. Ma, a proposito, avete

dimenticato di dirci dove l'avete incontrato la quarta volta.

--Ah! riprese egli un poco rassicurato dalle mie parole. Quest'ultimo

incontro ha una data molto recente. Io lo vidi due mesi or sono a

Londra, allorchè vi bruciò il teatro della regina. Seppi anzi che egli

aveva intenzione di passare presto in Italia, e se egli ha scelto questa

stagione per venirvi, vi è nulla di più probabile che le feste del

carnovale lo abbiano condotto a Milano.

--A Milano!

--Sì, e desidererei che lo vedeste. Non so dirvi il motivo di questo

desiderio, pure mi sembra che al solo vederlo potreste comprendere il

perchè di tante cose che io non posso spiegarvi; mi pare che non

potreste più dubitare della verità della mia asserzione.--Osservereste,

riprese egli dopo qualche istante, una cosa assai rimarchevole nel suo

abbigliamento, voglio dire la freschezza e la finezza de' suoi guanti

che egli suole mutare più volte in un sol giorno, per modo che nessuno

l'ha mai veduto a mani scoperte; e un'altra singolarità non meno

notevole nella sua persona, cioè la potenza del suo sguardo, un non so

che di magnetico e di inesplicabile che vi è in lui, e che vi sforza

quasi a guardarlo e a salutarlo vostro malgrado.

--A salutarlo! esclamammo noi sorridendo.

--Sì, a salutarlo.

--Oh! vorrei vederlo!

--Davvero!

--Vorremmo vederlo!

In quell'istante--potevano essere le due dopo mezzanotte--si aperse

l'uscio del caffè, e un uomo pingue e tarchiato entrò nella sala. Al

ritratto che ci era stato delineato poco prima, al berretto di pelo,

alle mani calzate da guanti freschissimi, all'espressione singolare del

suo volto, noi non tardammo a riconoscere in lui l'uomo di cui si era

parlato. Allora, o fosse meraviglia, o fosse confusione di idee prodotta

da quella sorpresa, ci alzammo unanimemente a salutarlo. Egli portò la

mano al berretto con atto di cortesia schietto ma moderato, e si sedette

all'altra estremità della stanza.

Io non posso esprimere la confusione, la meraviglia, il dispetto che

s'impadronì di noi in quell'istante. Comprendevamo di esserci mostrati

deboli verso di lui, verso di noi stessi, di esserci mostrati fors'anche

ridicoli. Ciascuno era rimasto assorto in questo pensiero, nè aveva

osato riprendere la parola. Il silenzio aumentava la nostra confusione.

L'incognito chiese una tazza di _punch_ che bevve avidamente. Gettò

sulla guantiera uno scudo d'argento, e respinse al cameriere il residuo

del prezzo della sua bibita. Il cameriere nell'allontanarsi inciampò del

piede nell'estremità della sua sedia e cadde; la guantiera essendogli

scivolata di mano, percosse del volto sui cocci della tazza che si era

spezzata, e si ferì in modo che il viso gli si coperse in un istante di

sangue.

A quella vista ci alzammo tutti come mossi da una sola volontà, e

uscimmo a precipizio dalla sala.

* * * * *

Nei primi giorni della mia residenza a Milano aveva dovuto quasi mio

malgrado, stringere conoscenza con una famiglia, la quale per mediazione

di amici, mi aveva reso anni prima alcuni servigii assai utili. Abitava

essa una di quelle casupole grigie e isolate che fiancheggiano il

naviglio dalla parte occidentale della città--una vecchia casupola a due

piani che il tetto sembrava comprimere e schiacciare l'uno sull'altro

come una cappa pesante di piombo, tanto erano bassi ed angusti.

Correvanle tutto all'intorno alcuni assiti neri e tarlati su cui si

arrampicavano delle zucche nane e dei convolvoli malati di clorosi.

Un setificio vicino l'avvolgeva notte e giorno in un'atmosfera di fumo,

l'umido del naviglio aveva prodotto qua e là alcune rifioriture

nell'intonaco esterno delle pareti, e le aveva rivestite di muffa e di

piccole pianticelle di acetosa; nubi di moscherini entravano per la

bocca e pel naso al primo affacciarsi alla finestra; e il cicaleccio, e

lo sbattere, e il canticchiare delle lavandaie che risciacquavano, e

sciorinavano su quegli assiti e su quelle zucche produceva da mattina a

sera un baccano continuato e assordante.

Non vi sono forse a Milano cento persone le quali abitino nel centro

della città, e conoscano con esattezza quella parte de' suoi dintorni.

Milano è la miniatura esatta di una gran città; ha in piccole

proporzioni tutto ciò che è proprio delle grandi capitali. Quel lembo

estremo di case che costeggia il naviglio da Porta Nuova a Porta

Ticinese è ciò che è la Marinella a Napoli, ciò che è il Temple a

Parigi, ciò che è Seven-dials a Londra.

Avverso, mezzo per istinto, mezzo per progetto, a conoscere nuove cose e

nuove persone, io ho sempre considerato una conoscenza nuova come un

peso nuovo aggiunto alla mia vita--non aveva avuto però a dolermi di

quella. Era una famiglia di onesti negozianti arrichitasi mediocremente

nel commercio, e venuta ad alloggiare in quella casa solitaria per

godervi in pace la piccola fortuna che aveva raggranellato.

Silvia l'unica erede di quella fortuna, era una delle più splendide

bellezze che io avessi mai veduto, e non aveva che diciasette anni

allorchè io la conobbi. Non era una di quelle beltà fine e delicate che

preferiamo spesso alle beltà robuste--l'amore ha fatto da alcuni anni un

gran passo verso lo spiritualismo--ma la sua bellezza, benchè

ineffabilmente serena benchè fiorente di tutti i vezzi della gioventù e

della salute era temperata da qualche cosa di gentile e di pensieroso

che non hanno ordinariamente le bellezze di questo genere. Nè io potrei

dirne di più; ciascuno di noi porta in sè un ideale diverso di bellezza,

e quando si è detto d'una donna: è leggiadra, si è detto tutto ciò che

si può dirne. Un pittore, uno scultore potrebbero darne nella loro arte

un immagine meno incompleta, la letteratura non lo può--le altre arti

parlano ai sensi, la letteratura alle idee. Ho veduto due incisioni di

Jubert, due angeli simboleggiati da due giovinette nude, paffute,

rosate, per ciò che è colorito e pienezza di forme, due vere popolane;

eppure l'artista aveva saputo dare a quei volti tanta spiritualità che

incantavano e non si potevano guardare senza restarne rapiti. Nelle

madonne del Carraccio ho osservato lo stesso contrasto. La bellezza di

Silvia era di questo genere, risolveva in certo modo lo stesso

problema--la spiritualità della materia.

Essa era una di quelle anime semplici, pie, modeste che non sanno aver

mai alcun rancore colla vita, ricche di quella cara fatuità che la

natura ha dispensato con tanta larghezza alla donna, felici nell'ordine

e nella quiete che la loro semplicità medesima ha creato intorno ad

esse, e che l'assenza delle loro passioni non può mai turbare.

Durante le mie prime visite, aveva conosciuto in quella famiglia un

cugino di Silvia, certo Davide, giovine maturo e positivo che era giunto

da poco a Milano, e che era stato un tempo interessato negli affari

commerciali di quella casa. Pericoloso come tutti i cugini--non so se

parimenti fortunato--non m'era stato difficile accorgermi che egli

amoreggiava la fanciulla. Come tutti gli altri uomini non era nè bello,

nè brutto--la bellezza dell'uomo è una cifra di cui non si è ancora

trovato il valore, anche per la maggior parte delle donne non è che una

cosa insignificante; noi cerchiamo nell'uomo un carattere, le donne vi

cercano semplicemente un uomo--sono esse che hanno creato quel noto

aforismo: un uomo è sempre bello.

Io confesserò che quella scoperta era stata uno dei motivi essenziali

che m'avevano indotto a trascurare la conoscenza di quella famiglia. Io

non aveva posto occhio nè sulla dote, nè sulla bellezza di Silvia, ma

aveva compreso che l'amore di Davide che io credeva corrisposto mi

poneva d'innanzi a lui in una certa quale inferiorità di cui mi sentiva

umiliato. In ogni uomo che avvicina una donna si suppone il desiderio di

corteggiarla; in due uomini che l'avvicinano a un tempo si suppone quasi

il dovere di lottare per ottenerne la preferenza. Almeno la società ed

il cuore umano hanno ancora di tali pregiudizii: abbiamo mutato

vocaboli, ma non abbiamo mutato cose e passioni: presso ogni circolo di

donne vi è ancora una piccola corte d'amore intima dove si combatte ad

armi cortesi per l'affetto di una dama preferita. E poi io mi sono

sempre sentito sì meschino dinnanzi ad un uomo positivo, che non mi

bastò mai l'animo di impegnarmi in una lotta qualunque con un nemico

siffatto. Che cosa è egli un dotto, un letterato, un sapiente al

confronto di ciò che noi chiamiamo un uomo di mondo? È pur poca cosa

l'ingegno! Come gli uomini ignoranti, col loro buon senso borghese,

grossolano, triviale ci avanzano nella scienza e nella pratica delle

cose! Noi non facciamo che inciampare come fanciulli a tutti i più

piccoli scogli della vita!

Questa coscienza della mia inferiorità aveva dunque reso meno frequenti

le mie visite--io ho ora nella stessa città in cui abito conoscenza di

famiglie che mi reco a visitare ogni tre o quattro anni, come tornassi

da un viaggio di circonvoluzione attorno al globo--e più tardi, morto il

padre di Silvia, che era delle persone della famiglia quella cui era più

specialmente obbligato, ne aveva preso pretesto per troncarle

completamente.

Era trascorso così pressochè un anno allorchè, pochi giorni dopo quella

singolare comparsa del conte di Sagrezwitcth al caffè Martini,

m'imbattei in Davide che non aveva più veduto da quel tempo e che mi

parve molto mutato.

Egli mi strinse le mani e mi guardò con espressione triste e

turbata--quell'espressione mista di ritegno e di confidenza che hanno

coloro i quali vogliono farvi comprendere di avere un segreto doloroso,

e di non volervelo confidare.

--Non vi si è più veduto in casa di mia cugina, mi diss'egli, la vostra

assenza improvvisa ha prodotto una sorpresa un poco penosa in quella

famiglia. Perchè voi sapete che mia zia aveva molta confidenza in voi, e

poi... si era presa l'abitudine di vedervi. Se sapeste! sono avvenute

nuove sciagure in quella casa; Silvia sta per morire....

--Per morire!

--Sì, la poveretta è travagliata da una malattia di consunzione, una

malattia misteriosa che i medici non sanno nè conoscere nè definire più

esattamente, ma che hanno dichiarata inguaribile. Essa doveva prender

marito....

--Voi forse?

--Non io, diss'egli tristamente, un ricco forestiero a cui mi ha

posposto, e pel quale ha concepito una passione di cui non l'avrei mai

creduta capace. Essa doveva sposarlo allorchè cadde malata, e queste

nozze, ancorchè le si facciano ora come credo che abbiano risolto, non

potranno aver più alcuna influenza sulla sua salute. Dubito che la

felicità abbia potere di farla vivere più lungamente, ma ad ogni modo

sarà almeno felice per quei pochi istanti di vita che le rimangono. Sarà

felice anche senza di me, aggiunse egli con amarezza. È facile avvedersi

che ella deperisce ogni giorno, e che è impossibile arrestare il

processo di questo deperimento così rapido e così misterioso.

--Come! io dissi, ella sposerà dunque quel giovane ancorchè tanto

inferma come mi dite? Davide scosse la testa con aria di

disapprovazione, e rispose:

--Che volete! Hanno deciso così, anzi è lei stessa che ha deciso. Del

resto la sua malattia non è una di quelle che costringono al letto,

piuttosto una di quelle di cui diciamo: si muore in piedi. Ma perchè non

venite a vederci? Son certo che mia zia ne avrebbe gran piacere, e anche

Silvia.

--Ci andate ora?

--Ora.

Mi accompagnai con esso. Potevano essere le dieci di sera quando ponemmo

piede in quella casa. La zia di Davide, una buona vecchia--la vecchiaia

e l'infanzia si toccano, i vecchi sono sempre buoni come i

fanciulli--mi accolse con gioia schietta e cordiale, ma temperata da un

poco di rimprovero e di mestizia.

--Ci troverete molto mutati, mi diss'ella. Voi non venite più nella casa

di un tempo... La povera Silvia....--E s'interruppe un istante come per

soffermarsi sul pensiero di quella sventura--ma passate in questa

stanza, la rivedrete voi stesso, ciò le farà piacere; e vi presenterò

anche a mio genero.

Entrammo nella camera vicina.

Silvia era seduta sopra una sedia a bracciuoli, una gran seggiola a

rotelle, tutta imbottita e tapezzata di velluto turchino; e presso a

lei, sopra una seggiola più bassa il giovane sconosciuto che io aveva

veduto al corso e al teatro. Egli aveva avvicinata la sua sedia a quella

della fanciulla in modo da poter posare il capo sullo stesso bracciuolo

su cui ella posava il braccio; e Silvia aveva inclinata la sua testa su

quella del giovane con atto di tenerezza commovente.

Dio! quanto mutata! Appena era possibile riconoscerla. Quella fanciulla

che io aveva veduto sì robusta, sì serena, sì vivace non era più che

un'ombra del passato, non aveva più che un riflesso pallido e incerto

della sua bellezza di un tempo. Non che la sua antica avvenenza fosse

del tutto svanita, ma si era alterata; era ora un'avvenenza diversa, era

la bellezza di un fiore sbocciato all'ombra, di un frutto maturato

precocemente perchè roso dal tarlo. Il volto del giovine era pallido, ma

quello di Silvia era bianco, più bianco dell'abito lungo e vaporoso che

avvolgeva la sua persona, se non che gli zigomi delle guancie un po'

asciutte erano leggermente rosati, ma senza sfumatura come se vi fossero

state sovrapposte due foglie di rosa già scolorite. I suoi capelli

avevano quel lucido morto che hanno ordinariamente i capelli degli

infermi, e pendevano, non sciolti ma scomposti, sulla testa del giovine

che la stava guardando con espressione di pietà inesprimibile.

Il pallore di lui, benchè estremo, non era di quel genere che danno le

malattie, ma di quello che dà l'abitudine del pensiero e del dolore.

Egli era ancora più bello di quanto mi fosse sembrato al teatro--e

questa volta aveva potuto giudicarne davvicino--bello di una beltà più

femminile che maschia, ma ad ogni modo assai bello. I suoi capelli

biondi e quasi dorati facevano uno strano contrasto così confusi colle

treccie nerissime della fanciulla. Io non aveva veduto mai un gruppo

così stupendo, un quadro d'amore più spirituale e più puro.

I due amanti si riscossero allo stridere che fece l'uscio

nell'aprirsi--essi erano soli nella sala.

--Guarda, Silvia, disse dolcemente la vecchia tenendomi per mano, guarda

chi ci ha ricondotto tuo cugino.

E rivolgendosi allo sconosciuto ed a me, pronunciò prima il mio nome,

poi quello del giovine che disse essere il barone di Saternez nativo di

Pilsen in Boemia.

Ci inchinammo scambievolmente. Egli mi guardò con uno sguardo sì dolce

che io gli porsi la mia mano quasi senza avvertirlo.

Scambiate alcune parole, la vecchia, forse per lasciar soli i due

giovani, mi trasse presso di sè in un angolo opposto della stanza.

--Che ve ne pare di mio genero? mi chiese ella. E continuò senza

aspettare la mia risposta:--un giovine a dovere, sapete, un giovine

ricco come il mare; se vedeste i regali che ha fatto alla Silvia!... E

poi, di che famiglia! Baroni, e dei più illustri di Boemia. Egli ha

dovuto emigrare per affari di politica, credo che volesse far annettere

la Boemia al granducato di Sassonia, figuratevi! Ma tanto era lo

stesso, oramai egli non aveva più interesse a restare nel suo paese,

giacchè era rimasto solo di tutta la sua famiglia. E guardate che bel

giovine; non vi offendete--e mi guardò come per interrogarmi, io

sorrisi--non vi offendete, ma non credo che ve ne sia al mondo un altro

come quello. E pensare... La vecchia s'interruppe come colpita

improvvisamente da un triste pensiero.

--Povera Silvia! riprese ella dopo qualche istante. Voi l'avete veduta

prima d'oggi, vi ricordate come era! E adesso! Guardatela. Non sono più

di quattro mesi che essa ha incominciato a deperire così; fu dal giorno

in cui mio genero è entrato la prima volta nella nostra casa. Ora che

avrebbe potuto essere così felice; essa che lo ama tanto, che ne è tanto

amata! Ditemi, vi pare che potrà guarire?

--Non vi è pur luogo a dubitarne, io risposi tanto per riconfortarla.

Silvia era vissuta finora sì ritirata; sì quieta, sì calma che questo

disordine insolito ne' suoi affetti ha gettato un po' di turbamento

anche nella sua salute. Ma tutto sarà finito quando ogni cosa sarà

rientrata in uno stato normale, quando essi saranno marito e moglie. A

proposito, ho sentito da vostro nipote che ciò deve avvenire assai

presto.

--Fra otto giorni, disse la vecchia, e spero che in quella circostanza

sarete dei nostri. Son essi che hanno voluto così, e i medici non

l'hanno disapprovato. Silvia è ancora abbastanza forte per sopportare il

moto della carrozza fino alla Chiesa; d'altronde ne siamo a due

passi.--Sarà una festa un po' triste, aggiunse ella stringendomi la

mano, ma voi non rifiuterete di prendervi parte.

La ringraziai, e l'assicurai che vi sarei venuto. Passai tutto il

rimanente di quella sera agitato da pensieri strani e tumultuosi, diviso

tra la simpatia irresistibile che mi inspirava il fidanzato di Silvia, e

la ripugnanza che faceva nascere in me l'idea di quella missione fatale

che pareva esercitare. Giacchè non v'era più dubbio; quel giovine sì

bello, sì dolce, sì attraente spargeva d'intorno a sè la desolazione e

la sventura, lasciava delle traccie spaventose sulla sua via. Tutti gli

esseri che egli prediligeva soccombevano a questa influenza; il

fanciullo delle maschere, la signora del teatro, Silvia, quella stessa

Silvia già così bella, così spensierita, così fiorente facevano fede di

questo suo potere terribile. E ne fosse egli o no consapevole, questo

potere non era meno reale e meno funesto; era dovere e pietà il

prevenirne le vittime, il sottrarle all'influenza incomprensibile di

quell'uomo.

Uscii da quella casa verso mezzanotte. Davide mi accompagnava. Il mio

cuore era pieno. Ci avviammo senza profferir parola verso i bastioni.

La notte era fredda ma asciutta; gli ippocastani colle loro corteccie

nere, coi loro fusti alti e slanciati parevano spettri di alberi; il

cielo, come avviene nelle notti serene d'inverno, scintillava di miriadi

di stelle. Non tardai ad avvedermi che anche l'animo del mio compagno

era profondamente turbato.

--Sediamoci, gli dissi accennandogli un sedile di pietra, devo rivelarvi

alcune cose che riguardano vostra cugina.

E gli narrai distesamente tuttociò che aveva osservato a proposito del

barone di Saternez, non gli nascosi i miei sospetti, gli parlai del

conte di Sagrezwitcth e dell'incontro che ne avevamo fatto al caffè

Martini, e conchiusi consigliandolo ad adoperarsi per scongiurare la

sventura che minacciava quella casa.

--Vi ringrazio, mi rispose egli dopo avermi ascoltato con molta

attenzione; quelle nozze non si faranno, ve ne do la mia parola. Ho

potuto esitare fin ora, ma adesso...

--E come intendete di opporvivi?

--Non so, vedrete. E aggiunse con voce terribile: no, quelle nozze non

si faranno. Io, io stesso le renderò impossibili... perchè... esse non

devono farsi. Perchè son io che dovea godere di quella felicità, perchè

io lo detesto quell'uomo, perchè è lui che mi ha rapito l'amore di

Silvia... perchè io l'odio!

* * * * *

Al domani mattina Davide venne per tempo a trovarmi in mia casa. Egli

era calmo, ma di quella calma fredda e convulsa che si distende come un

velo sulle fattezze quando la riflessione ha già concentrato tutta la

lotta nel cuore. E delle tempeste del cuore umano come di quelle

dell'Oceano: le meno apparenti sono le più profonde.

--Vengo, egli mi disse, a chiedervi alcune notizie riguardo alle

rivelazioni che mi avete fatto ier sera. Ci ho pensato tutta notte e non

ho chiuso occhio; avrei d'uopo sapere ove abita il conte di

Sagrezwitcth, e s'egli è tuttora a Milano. Voi forse potete dirmelo.

--Non lo so, io risposi meravigliato. Ma che! intendereste forse di

andarlo a visitare? E a che scopo?

--Voi mi avete parlato, riprese egli, dell'influenza funesta che

esercitano questi due uomini, egli ed il barone di Saternez, e del

potere che hanno di compiere il male per altre vie che non sia dato di

farlo a noi, ne sieno essi o no consapevoli. Il conte, mi avete detto

possiederebbe in maggior grado questo potere. Ora qualunque sieno le

cause di questa influenza, qualunque ne sia la natura, se essa esiste,

se essa non è pari in ciascuno di loro, avete pensato alle conseguenze

che risulterebbero dall'urto di queste due forze, dall'incontro di

questi due uomini fatali? Ponetemeli l'uno di fronte all'altro, e se

l'esistenza di questo potere è verace, l'uno dovrà distruggere l'altro,

la disparità delle forze cagionerà lo squilibrio; la sconfitta del più

debole è inevitabile.

--È un trovato abbastanza specioso, io dissi, voi avreste dunque

pensato....

--Di fare in modo che il conte di Sagrezwitcth venga a trovarsi alla

presenza del mio rivale.

--E avreste in animo di parlare a quel conte?

--Solo che potessi rinvenirlo. Mi era recato perciò da voi, e sono

afflitto che non possiate darmi le indicazioni che mi abbisognano.--Ma

lo troverò, lo troverò continuò egli con risolutezza. Non vi sono a

Milano che pochi alberghi eleganti, nei quali egli possa aver preso

alloggio, li girerò tutti, domanderò di lui a tutte le porte, e se egli

o qui ancora, o se è partito da poco, non dispero di mettermi sulle sue

tracce.

Ciò detto Davide uscì con precipitazione dalla stanza, prima che la mia

maraviglia e la mia titubanza tra lo incorraggiarlo o il distoglierlo da

quel progetto mi avessero permesso di articolar una parola.

Passai tutto quel giorno in un'inquietudine mortale.

Alla notte, e ad ora assai tarda, ricevetti da Davide una lettera così

concepita:

«Io parto in questo momento per Genova, d'onde raggiungerò la mia

famiglia in un piccolo villaggio del litorale. È da lungo tempo che

meditava questo progetto senza mai sapermi risolvere. Gli avvenimenti

già compiuti e quelli che stanno per compiersi m'hanno fatto prendere

finalmente questa decisione. Non ho voluto rimanere quì perchè nè la

pietà mi distogliesse dalla mia vendetta--se pure io ho il potere di

arrestarla--nè la vista del suo compimento, qualunque ella sia per

essere, mi opprimesse di rimorsi che non debbo avere; sento il bisogno

di dirvi tutto ciò che ho fatto per la salvezza di Silvia. In questo

tentativo non vi era egoismo; il suo cuore non mi apparteneva più, nè io

voleva pretendervi ancora; io non voleva che la sua felicità. Il

disinteresse mio apparirà più sincero dalla rinuncia che farò alla mano

di mia cugina, anche allorquando il suo cuore sarà libero e la sua

gioventù rifiorita.

Non posso dirvi di più. Ho trovato il conte di Sagrezwitcth e gli ho

parlato. Quei due uomini si _conoscono_. Io non ho alcuna parte in ciò

che sta per succedere; ricordatelo bene. Io non poteva nè prevedere, nè

arrestare gli avvenimenti che dovranno compiersi; è la mano della

fatalità, che li aveva preparati. Io non ne sono stato che uno

strumento: ho avvicinato due uomini che dovevano rimanere lontani, ecco

tutta la mia responsabilità; ed è l'amore di Silvia che mi ha indotto ad

assumerne il peso. Che questa mia giustificazione non sfugga dalla

vostra memoria! Mi è impossibile spiegarmi maggiormente. Distruggete

subito questa lettera.»

Non mai nella mia vita mi era trovato avvolto in una trama più triste e

più complicata. Quali erano i bisogni di Davide? che cosa gli aveva

detto il conte di Sagrezwitcth? come poteva egli parlarmi con tanta

sicurezza di una vendetta che doveva compiersi senza di lui? e perchè

era egli partito? Anche la salvezza di Silvia, se tal cosa era ancora

possibile, non mi confortava della mia dispiacenza di aver confidato a

Davide il segreto del barone di Saternez, e di averlo messo nella

possibilità di vendicarsene. Io era in dovere di rimediare, se lo

poteva, al male che aveva fatto. Non mancavano più che sette giorni

all'epoca fissata per le nozze, e questa vendetta, il cui scopo era

d'impedirle, avrebbe dovuto compiersi in quell'intervallo di tempo.

Risolsi di recarmi a visitare il giovane barone, e secondo ciò che egli

avrebbe risposto alle mie insinuazioni, confidargli interamente, o

lasciargli sospettare il pericolo che lo minacciava. Distrussi la

lettera di Davide: e valendomi dell'indirizzo che egli mi aveva dato del

suo rivale, mi recai tosto alla sua casa.

Il barone di Saternez non si mostrò punto meravigliato di vedermi; mi

porse la mano con atto di affetto più che di semplice cortesia, e

disse: vi aspettava.

--Come! esclamai io sorpreso, voi conoscete dunque lo scopo della mia

visita?

--Sì, diss'egli. E dopo un istante di silenzio rispose sorridendo d'un

sorriso violento:--io non sono soltanto un uomo pericoloso, sono anche

un abile fisionomista. Quando vi ho veduto ieri l'altro per la prima

volta, ho indovinato che il vostro cuore era buono, e che se aveste

potuto fallire per debolezza o per fine di bene, non avreste indugiato a

dolervi delle conseguenze dei vostri errori, e a tentare di ripararvi.

In seguito alla visita del vostro amico, il conte di Sagrezwitcth è

stato qui due ore or sono. Era dunque naturale che io vi aspettassi.

Io chinai il capo e tacqui.

Egli riprese dopo un nuovo istante di silenzio:

--Non vi affliggete di ciò che avete fatto, non rimproverate a Davide i

mali che ha preparato. Ciò che avverrà doveva avvenire. Voi non siete

stati che un mezzo nelle mani della fatalità. I sentimenti che vi hanno

mossi a prevenire le mie opere sono lodevoli, benchè forse infruttuosi:

non ho l'ingiustizia di disconoscerlo. Quell'uomo ed io ci

_conoscevamo_ da tempo, fors'anche ci _cercavamo_.--Egli pronunciò in

modo più inarcato queste parole--Tra me e lui corrono dei rapporti che

la natura od il caso hanno posto quasi per dileggio, dei rapporti

terribili che un segreto mi vieta di rivelarvi. Il nostro incontro era

inevitabile perchè era predestinato. Era necessario che uno di noi due

dovesse sparire, perchè due elementi contrarii non possono incontrarsi

senza lottare; non possono percorrere la stessa via, camminare l'uno a

fianco dell'altro, come non avessero che una virtù comune ad esercitare,

una missione comune a compiere. Che cosa avreste potuto voi soli sulla

mia vita? Voi avete avuto ragione di fare ciò che avete fatto. È la

fortuna che vi ha diretti. Era tempo!

S'interruppe, e riprese dopo un altro momento di silenzio in cui io non

aveva osato parlare:

--Guardatemi! voi vedete in me un uomo come tutti gli altri, forse

apparentemente migliore degli altri; la mia persona non inspira alcuna

ripugnanza, il mio viso, i miei modi quella parte dell'anima che la

natura ha posto sulle nostre fattezze come per rivelarne le virtù celate

nel cuore, non hanno nulla di odioso, nulla che non sia umano, che non

sia dolce, che non sia forse anche attraente. Ebbene, questo giovine che

avreste giudicato innocuo, di cui avreste forse ambita l'amicizia non

conoscendolo, ha sparso la rovina e la desolazione d'intorno a sè, ha

ucciso le persone che lo amavano, ha attraversato la vita e la felicità

di tutti coloro che lo conobbero e che lo ebbero caro. Perchè.... sì,

voi avete indovinato, voi avete afferrato il suo segreto. Costui, questo

miserabile, proseguì egli con crescente esaltazione, non ha avuto finora

la virtù di rinunciare ad una esistenza che ne aveva già reso tante

infelici; ed ecco la sua colpa. Egli era nato per il bene. La natura

gliene aveva posta l'immagine d'innanzi agli occhi come un'ideale

brillante, come una meta soave e luminosa. Egli avrebbe voluto amare,

beneficare, gioire della felicità che avrebbe sparso d'intorno a sè,

gettare delle corone sulle teste di tutti gli uomini.... e un destino

crudele, tremendo, ineluttabile lo condannava a compiere il male, a

schiacciare sotto il peso della sua fatalità tutti quegli esseri buoni

ed affettuosi che lo circondavano.

Tacque, e si coperse il volto colle mani.

--Calmatevi, io dissi, se voi avete questo potere, ne esagerate per

certo il valore.

Egli sorrise come per mostrare di compatire al mio dubbio, e riprese:

--No, non ho esagerato. Converrebbe che voi poteste risalire alle

sorgenti della mia vita per rinvenire le traccie che essa ha lasciato

dietro di sè, e giudicare della loro profondità e della loro estensione.

La mia stessa fanciullezza--l'età in cui tutti sono felici--non fu per

me che un periodo di tristezza e di dolore. Gli esseri che più mi

amavano avevano incominciato a soccombere; i miei fratelli, le mie

sorelle, mia madre erano morti; io aveva incominciato ad avvedermi del

vuoto che si faceva intorno a me, e a comprendere che vi era qualche

cosa di fatale nel mio destino. Rimasi solo al mondo assai presto.

Quanto più vedeva dilatarsi il cerchio delle mie relazioni, dei miei

affetti, delle mie simpatie, altrettanto vedeva dilatarsi quel vuoto;

quanto più entrava nella vita, tanto più entrava nell'isolamento. Ho

provato il bisogno dell'amicizia, ho provato la febbre dell'amore....

amici ed amanti sparivano nell'abisso che io scavava loro ai miei piedi.

Incominciai ad essere assalito da un dubbio spaventoso: era io fatale a

tutto ciò che io amava, a tutto ciò che mi amava? Ritornai sul mio

passato, rifeci orma per orma il cammino della mia esistenza,

interrogai tutte le rovine che aveva lasciato dietro di me.... Era

vero--bisognava crederlo--era terribilmente vero! Allora mi allontanai

dalla mia patria, errai pel mondo fuggendo e fuggendomi. La sventura che

aveva colpito i miei più cari mi aveva colmato di ricchezze a prezzo

della loro vita; benchè di tali ricchezze io non abbia potuto giovarmi

che per me solo, benchè nessuno abbia mai potuto essere beneficato da me

impunemente. Fu così che vagando di paese in paese io venni a Milano,

che fuggendo la folla e la società per rendermi meno fatale,

frequentando i quartieri più modesti e più remoti, conobbi Silvia, e ne

fui preso irresistibilmente, prima che la coscienza del male che le

avrei cagionato, avesse avuto il potere di distogliermi da

quell'affetto. Essa mi corrispose. Io era giovine, io era sventurato, io

aveva il diritto di dare dell'amore e di chiederne; io che non aveva

provato mai la felicità, che non aveva fatto che toglierla altrui senza

poterla dare a me stesso, che aveva dovuto sempre gettarla lontano da me

come un frutto amaro e vietato. Voi sapete il resto. Voi sapete che sono

ora minacciato da un pericolo, e venite per avvertirmene. Ebbene, è

troppo tardi--lo scopo della mia vita è raggiunto. La morte--se essa

deve colpirmi non ha per me più nulla di amaro e di increscevole: io ho

realizzata l'estrema delle mie aspirazioni, e sorrido dell'impotenza di

coloro che avrebbero voluto impedirlo.

Egli pronunciò queste parole con una specie di alterezza che diede alla

sua fisionomia già tanto soave un'espressione singolarmente severa.

--Sì, è troppo tardi, continuò egli con entusiasmo; voi avete voluto

impedire le mie nozze; ebbene, sappiatelo, queste nozze non sono più che

un pretesto dinnanzi alla società, che una giustificazione di ciò che

l'amore ha già dato spontaneamente. Silvia fu mia! Che monta che essa

abbia a morire? E che cosa è egli il morire? Ebbe mai l'amore altra

aspirazione? Ebbe egli mai altra ricompensa che questa? O preceduto, o

seguito, io invoco ora questa morte che voi avete voluto prepararmi.

--Oh, non io! esclamai, il cielo mi è testimonio se io ho desiderato e

preparato la vostra morte. Voi dimenticate che io sono qui in questo

momento per avvertirvi di un pericolo, non certo per minacciarvene.

--È vero, rispose egli con dolcezza, perdonate. E mi porse la mano che

ritrasse subito, come avesse temuta di offendermi o di nuocermi con quel

contatto.

Io lo guardai in volto come per interrogarlo. Egli era sì bello, sì

sereno, era tornato sì nobilmente calmo; e v'era qualche cosa di così

virile su quel suo viso di fanciulla, e v'era tanta forza in quella sua

stessa debolezza, che io compresi come una donna avesse potuto accettare

il suo amore anche a prezzo della vita. Ignorava se Silvia avesse

conosciuto il segreto di quel giovine, ma sentiva come anche

conoscendolo, il sacrificio della sua esistenza avesse dovuto apparirle

assai misera cosa in confronto della dolcezza di quell'amore.

Egli conosceva forse il potere della sua bellezza, o mi lesse

nell'animo, poichè fece atto di offrirmi una seconda volta la mano, e mi

disse:

--Andate, andate, ve ne scongiuro. Voi siete buono, voi potreste sentire

forse un poco di simpatia per me, e io potrei pagare d'ingratitudine il

servigio che avete voluto rendermi colla vostra visita. È il mio

destino!...

--E sia pur tale, interruppi, io non lo temo.--E afferrai la sua mano

che mi strinsi al cuore.--Io vi aveva giudicato diverso, io aveva voluto

impedire una sventura; fu tutta mia la colpa.

--Non vi torturate con questo pensiero, disse egli. Non sono io colui

che potrà credere alla libertà delle azioni umane--l'arbitrio è una

menzogna--la volontà non è che la prescienza di un atto già preordinato;

essa non ha alcun peso sulla bilancia su cui si librano tutte le cose

della vita--sulla bilancia del destino.

Io crollai il capo con espressione di dubbio. Egli osservò quell'atto e

riprese:

--No, io non tenterò alcuna via per allontanare da me quel pericolo;

sarebbe inutile. Ad ogni modo vi ringrazio.

--Vi rivedrò ancora? io chiesi, quasi dubitoso di lasciarlo così fermo

in quel proposito.

Egli sorrise con espressione di gratitudine, e disse:--quando vorrete, a

domani?

--A domani.

Ometto il racconto delle mie relazioni col barone di Saternez durante

quei sette giorni che precedettero le sue nozze. Fu per esse che io

potei formarmi un'idea meno inesatta del suo carattere, quantunque non

mi fosse mai dato di penetrare nel segreto della sua vita, più di quanto

non mi fosse stato possibile nel nostro primo incontro. Aveva nondimeno

conosciuto tanto di lui da potermi formare una convinzione a suo

riguardo. Egli era indubbiamente onesto, indubbiamente buono. Ho

conosciuto pochi uomini che presentassero nella loro indole una mistura

di debolezza e di forza più singolare--intendo quella debolezza che sta

nella sensibilità, nell'attitudine a ricevere potentemente le

impressioni, non nella fiacchezza del carattere. Era scettico di mente e

credente di cuore: la sventura non lo aveva prostrato, ma lo aveva reso

vecchio anzi tempo, per modo che compariva giovine o vecchio a

intervalli, secondo l'impulso interno che riceveva dalle sue passioni. E

benchè sembrasse naturalmente espansivo, come tutti i buoni, non lo era;

che forse quel tristo potere di cui si credeva dotato l'aveva

ammaestrato a nascondere e a dissimulare; nè mai da quei giorno, per

quanto mostrasse di avermi caro, rialzò quel velo che si distendeva sul

suo passato, e di cui mi aveva sollevato un lembo in quel primo momento

di espansione.

Mi era sembrato in quei giorni che la sua indole non fosse così

malinconica, come lo aveva giudicato dapprincipio, ma mi era poi

avveduto facilmente che vi era qualche cosa di violento, di forzato, di

convulso nella sua gioia, e che egli viveva sotto l'apprensione di un

pensiero che lo riempiva di terrore. Passava dagli eccessi dell'ilarità,

agli eccessi della tristezza; spesso pareva calmo, e affettava una

serenità d'animo che non sentiva. Ma ciò era per Silvia. Essa lo amava

con quella specie di cecità che non vede nulla.

Aveva fatto in quei giorni con me lunghe passeggiate, e mi aveva fatto

osservare nella campagna alcune prospettive e alcuni effetti di luce e

di neve che sarebbero sfuggiti ad una mente nè poetica, nè osservatrice.

Non mostrava di temere il pericolo di cui gli aveva parlato, e non ne

fece meco alcun cenno, ma impallidiva visibilmente nel sentir

pronunciare il nome del conte. Una notte--mancavano due soli giorni agli

sponsali--fui sorpreso nell'incontrarlo in compagnia del conte di

Sagrezwitcth lungo un viottolo oscuro e remoto. Tenni lor dietro, ma non

giunsi a comprendere una sola parola del loro dialogo vivace ed animato.

Essi parlavano una lingua che io non conosceva; e mi parve dal gesto e

dall'imperiosità della voce del conte, che questi insistesse in una

domanda, cui l'altro si ostinava a rifiutarsi di accondiscendere.

Da quella notte apparve evidente che egli tentava stordirsi, con ogni

mezzo possibile, da qualche grande affanno. Egli aveva incominciato a

chiedere al vino la dimenticanza di questo dolore segreto, e nel giorno

seguente lo aveva ricondotto a casa io stesso in uno stato di ebbrezza

assai grave.

Ma abbrevierò la mia narrazione.

Il giorno delle nozze era giunto, e le nozze stesse si erano compiute

senza che fosse sorto alcun ostacolo ad impedirle. Una festicciuola di

famiglia aveva luogo in quella sera; i congiunti e le amiche della sposa

erano intervenuti in gran numero.

Silvia era raggiante; il barone di Saternez era così giovanilmente

felice, che io mi rallegrava con me stesso della vanità delle minaccie

di Davide, e fors'anche di quella della pretesa influenza del giovine, a

cui era tentato di cessare di credere. Parevami che la prospettiva d'una

felicità così grande avrebbe dovuto restituire la salute alla fanciulla,

e distruggere in lui quel potere terribile e misterioso di cui si

credeva dotato.

Era trascorsa già la mezzanotte, e io pensava, seduto in un angolo della

sala, alla possibilità di questo avvenire dei due giovani, allorchè

sentii pronunciare presso di me il nome del duca di Nevers; e mi

ricordai tosto essere questo il nome che il conte di Sagrezwitcth aveva

portato spesso in America. Trasalii e mi rivolsi. Un servo era entrato

nella stanza, e aveva presentato allo sposo un biglietto di visita su

cui era impresso quel nome sormontato da una corona di duca. Quello

strano visitatore doveva parlar subito al barone di Saternez, e lo

attendeva sotto l'atrio della casa.

--È cosa d'un istante, disse il giovine senza manifestare la benchè

menoma emozione. Infatti.... io aveva bisogno di parlare a quell'uomo.

Sarò di ritorno tra pochi minuti.

Strinse la mano a Silvia, e discese. Nell'aprirsi dell'uscio mi parve

d'intravvedere nel fondo dell'atrio il conte di Sagrezwitcth, ma non

potrei asserirlo. La persona che si era fatta annunciare col nome di

duca di Nevers portava però, come disse in seguito il servo che lo vide,

un berretto di pelo assai grande, e guanti di capretto d'una bianchezza

irreprensibile.

Lo si attese tutta la notte--una notte fredda e piovviginosa di

marzo--ma indarno. Io rinuncio a descrivere la desolazione di quella

famiglia; sarebbe compito superiore alla parola. Al domani si leggeva

nelle cronache dei giornali: «Un giovine straniero domiciliato da

qualche tempo nella nostra città, ove era giunto con passaporto falso

sotto il nome di barone Saternez, boemo; ma il cui vero nome è Gustavo

dei conti di Sagrezwitcth, polacco, fu trovato stamane morto dietro i

bastioni di Porta Tanaglia, con un coltello immerso nel cuore. Non si

conoscono finora nè le circostanze, nè gli autori di questo assassinio.»

Ora quali erano i legami che congiungevano quelle due persone e quei due

nomi? Quale era il vero nome di ciascuno di quei due uomini? Lo aveva

uno di essi usurpato all'altro, o lo portavano entrambi? E il duca di

Nevers! Era questo veramente il casato di Sagrezwitcth che aveva

asserito di _conoscere_ il giovine, e col quale costui aveva detto di

avere alcuni rapporti che non poteva rivelare? È un'enimma che nè io, nè

alcuno di coloro a cui ho raccontato questa storia ha potuto mai

decifrare.

Del resto Silvia guarì--fosse caso, fosse natura del male, guarì; benchè

le piaghe del suo cuore non si sieno mai rimarginate. La sua famiglia ha

venduto quella casa grigia e ammuffita che abitava qui, e si è

domiciliata in un piccolo villaggio della Brianza. L'uomo conosciuto

sotto il nome di conte di Sagrezwitcth non fu mai più visto a Milano. Di

Davide non seppi più nulla.

Sono scorsi due anni dalla data di questo avvenimento, e nessuna luce fu

fatta su questo delitto.

LE LEGGENDE

DEL

CASTELLO NERO

«Non so se le memorie che io sto per scrivere possano avere interesse

per altri che per me--le scrivo ad ogni modo per me. Esse si riferiscono

pressochè tutte ad un avvenimento pieno di mistero e di terrore, nel

quale non sarà possibile a molti rintracciare il filo di un fatto, o

desumere una conseguenza, o trovare una ragione qualunque. Io solo il

potrò, io attore e vittima a un tempo.--Incominciato in quell'età in cui

la mente è suscettibile delle allucinazioni più strane e più paurose;

continuato, interrotto e ripreso dopo un intervallo di quasi venti anni,

circondato di tutte le parvenze dei sogni, compiuto--se così si può dire

d'una cosa che non ebbe principio evidente--in una terra che non era la

mia, e alla quale mi avevano attratto delle tradizioni piene di

superstizioni e di tenebre; io non posso considerare questo avvenimento

imperscrutabile della mia vita che come un enimma insolvibile, come

l'ombra di un fatto, come una rivelazione incompleta, ma eloquente

d'un'esistenza trascorsa. Erano fatti, od erano visioni? L'uno e

l'altro--nè l'uno nè l'altro forse. Nell'abisso che ha inghiottito il

passato non vi sono più fatti od idee, vi è il passato: i grandi

caratteri delle cose si sono distrutti come le cose, e le idee si sono

modificate con esse--la verità è nell'istante--il passato e l'avvenire

sono due tenebre che ci avviluppano da tutte le parti, e in mezzo alle

quali noi trasciniamo, appoggiandoci al presente che ci accompagna e che

viene con noi, come distaccato dal tempo, il viaggio doloroso della

vita.

Ma abbiamo noi avuta una vita antecedente? Abbiamo previssuto in altro

tempo, con altro cuore e sotto un altro destino, alla esistenza

dell'oggi? Vi fu un'epoca nel tempo, nella quale abbiamo abitato quei

luoghi che ora ignoriamo, amato quegli esseri che la morte ha rapito da

anni, vissuto fra quelle persone di cui vediamo oggi le opere, o

cerchiamo la memoria nelle storie o nell'oscurità delle tradizioni?

Mistero!--E nondimeno.... sì, io ho sentito spesso qualche cosa che mi

parlava d'un'esistenza trascorsa, qualche cosa di oscuro, di confuso, è

vero, ma di lontano, di infinitamente lontano. Vi sono delle rimembranze

nella mia mente che non possono essere contenute in questo limite

angusto della vita, per giungere alla cui origine io devo risalire la

curva degli anni, risalire molto lontano.... due o tre secoli.... Anche

prima di oggi mi era avvenuto più volte ne' miei viaggi di arrestarmi in

una campagna e di esclamare: ma io ho veduto già questo sito, io sono

già stato qui altre volte!... questi campi, questa valle, questo

orizzonte io li conosco! E chi non ha esclamato talora, parendogli di

ravvisare in qualche persona delle sembianze già note: quell'uomo l'ho

già veduto: dove? quando? chi è egli? non lo so, ma per fermo noi ci

siamo veduti altre volte, noi ci conosciamo!--Nella mia infanzia vedeva

spesso un vecchio che certo aveva conosciuto fanciullo, da cui certo era

stato conosciuto già vecchio: non ci parlavamo, ma ci guardavamo come

persone che sanno di conoscersi da tempo.--Lungo una via di Poole,

rasente la spiaggia della Manica, ho trovato un sasso sul quale mi

rammento benissimo di essermi seduto, saranno circa settant'anni, e

ricordo che era un giorno triste e piovoso, e vi aspettava una persona

di cui ho dimenticato il nome e le sembianze, ma che mi era cara.--In

una galleria di quadri a Gratz ho veduto un ritratto di donna che ho

amato, e la conobbi subito benchè ella fosse allora più giovine, e il

ritratto fosse stato fatto forse vent'anni dopo la nostra separazione.

La tela portava la data del 1647: press'a poco a quell'epoca, risale la

maggior parte di queste mie memorie.

Vi fu un tempo della mia fanciullezza durante il quale non poteva

ascoltare la cadenza di certe canzoni che cantano da noi le donne di

campagna nelle fattorie, senza sentirmi trasportare ad un tratto in

un'epoca così remota della mia vita, che non avrei potuto risalirvi

anche moltiplicando un gran numero di volte gli anni già vissuti

nell'esistenza presente. Bastava che io ascoltassi quella nota per

cadere sull'istante in uno stato come di paralisi, come di letargia

morale che mi rendeva estraneo a tutto ciò che mi circondava, qualunque

fosse lo stato d'animo in cui essa mi avesse sorpreso. Dopo i venti anni

non ho più riprovato quel fenomeno. Non aveva io più ascoltata quella

nota? o la mia anima, già abbastanza immedesimata colla vita presente,

si era resa insensibile a quel richiamo?

O che la mia natura è inferma, o che io concepisco in modo diverso dagli

altri uomini, o che gli altri uomini subiscono, senza avvertirle, le

medesime sensazioni. Io sento, e non saprei esprimere in qual guisa, che

la mia vita--o ciò che noi chiamiamo propriamente con questo nome--non è

incominciata col giorno della mia nascita, non può finire con quello

della mia morte: Io sento colla stessa energia, colla stessa pienezza di

sensazione con cui sento la vita dell'istante benchè ciò avvenga in modo

più oscuro, più strano, più inesplicabile. E d'altra parte come sentiamo

noi di _vivere_ nell'istante? Si dice, _io vivo_. Non basta: nel sonno non

si ha coscienza dell'esistere--e nondimeno si vive. Questa coscienza

dell'esistere può non essere circoscritta esclusivamente negli stretti

limiti di ciò che chiamiamo la vita. Vi possono essere in noi due

vite--è sotto forme diverse la credenza di tutti i popoli e di tutte le

epoche--l'una essenziale, continuata, imperitura forse; l'altra a

periodi, a sbalzi più o meno brevi, più o meno ripetuti: l'una è

l'essenza l'altra è la rivelazione, è la forma. Che cosa muore nel

mondo? La vita muore, ma lo spirito, il segreto, la forza della vita non

muore: tutto vive nel mondo.

Ho detto il sonno. E che cosa è il sonno? Siamo noi ben certi che la

vita del sonno non sia una vita a parte, un'esistenza distaccata

dall'esistenza della veglia? Che cosa avviene di noi in quello stato?

chi lo sa dire? gli avvenimenti a cui assistiamo o prendiamo parte nel

sogno non sarebbero essi reali? Ciò che noi chiamiamo con questo nome

non potrebbe essere che una memoria confusa di quegli avvenimenti?...

Pensiero spaventoso e terribile! Noi forse, in un ordine diverso di

cose, partecipiamo a fatti, ad affetti, ad idee di cui non possiamo

conservare la coscienza nella veglia; viviamo in altro mondo e tra altri

esseri che ogni giorno abbandoniamo, che rivediamo ogni giorno. Ogni

sera si muore di una vita, ogni notte si rinasce d'un'altra. Ma ciò che

avviene di queste esistenze parziali, avviene forse anche di

quell'esistenza intera e più definita che le comprende. Gli uomini hanno

sempre rivolto lo sguardo all'avvenire, mai al passato; al fine, mai al

principio; all'effetto, mai alla causa; e non di meno quella porzione

della vita a cui il tempo può nulla togliere o aggiungere, quella su cui

la nostra mente avrebbe maggiori diritti a posarsi, e dalla cui

investigazione potrebbe attingere le più grandi compiacenze, e gli

ammaestramenti più utili, è quella che è trascorsa in un passato più o

meno remoto. Perocchè noi abbiamo vissuto, noi viviamo, vivremo. Vi sono

delle lacune tra queste esistenze, ma saranno riempiute. Verrà un'epoca

in cui tutto il mistero ci sarà rivelato; in cui si spiegherà tutto

intero ai nostri occhi lo spettacolo di una vita, le cui fila

incominciano nell'eternità e si perdono nell'eternità; nella quale noi

leggeremo, come sopra un libro divino, le opere, i pensieri, le idee

concepite o compiute in un'esistenza trascorsa, o in una serie di

esistenze parziali che abbiamo dimenticate.--Se gli altri uomini serbino

o no questa fede, non so; ma ciò non potrebbe nè fortificare, nè

abbattere il mio convincimento. Ad ogni modo, ecco il mio racconto.

* * * * *

Nel 1830 io aveva quindici anni, e conviveva colla famiglia in una

grossa borgata del Tirolo, di cui alcuni riguardi personali mi

costringono a sopprimere il nome. Non erano passate più di tre

generazioni dacchè i miei antenati erano venuti ad allogarsi in quel

villaggio: essi vi erano bensì venuti dalla Svizzera, ma la linea retta

della famiglia era oriunda della Germania: le memorie che si

conservavano della sua origine erano sì inesatte e sì oscure, che non

mi fu mai dato di poterne dedurre delle cognizioni ben definite: ad ogni

modo, mi preme soltanto di accertare questo fatto, ed è che il ceppo

della mia casa era originario della Germania.

Eravamo in cinque: mio padre e mia madre, nati in quel villaggio vi

avevano ricevuto quell'educazione limitata e modesta che è propria della

bassa borghesia. Vi erano bensì delle tradizioni aristocratiche nella

mia famiglia, delle tradizioni che ne facevano risalire l'origine al

vecchio feudalismo sassone; ma la fortuna della nostra casa si era

talmente ristretta che aveva fatto tacere in noi ogni istinto di

ambizione e di orgoglio. Non vi era differenza di sorta tra le abitudini

della mia famiglia, e quelle delle famiglie più modeste del popolo; i

miei genitori erano nati e cresciuti tra di esse, la loro vita era tutta

una pagina bianca; nè io aveva potuto attingere dalla loro convivenza,

nè trarre dal loro metodo di educazione alcuna di quelle idee, di quelle

memorie di fanciullezza che predispongono alla superstizione e al

terrore.

L'unico personaggio la cui vita racchiudeva qualche cosa di misterioso e

d'imperscrutabile, e che era venuto ad aggiungersi, per così dire, alla

mia famiglia, era un vecchio zio legato a noi, dicevasi, da una

comunanza d'interessi, di cui però non ho potuto decifrarmi in alcun

modo le ragioni, dopo che, e per la morte di lui e per quella di mio

padre, io venni in possesso della fortuna della mia casa.

Egli toccava allora--e parlo di quell'età a cui risalgono queste mie

memorie--i novant'anni. Era una figura alta e imponente, benchè

leggermente curvata; aveva tratti di volto maestosi, marcati, direi

quasi plastici; l'andamento fiero quantunque vacillante per vecchiaia,

l'occhio irrequieto e scrutatore, doppiamente vivo su quel viso, di cui

gli anni avevano paralizzata la mobilità e l'espressione. Giovine

ancora, aveva abbracciato la carriera del sacerdozio, spintovi dalle

pressioni insistenti della famiglia; poi aveva buttata la tonaca e s'era

dato al militare; la rivoluzione francese lo aveva trovato nelle sue

file; egli aveva passato quarantadue anni lontano dalla sua patria, e

quando vi ritornò--poichè non aveva rotti i voti contratti colla

Chiesa--riprese l'abito di prete che portò senza macchie e senza

affettazione di pietà fino alla morte. Lo si sapeva dotato d'indole

pronta benchè abitualmente pacata, di volontà indomabile, di mente vasta

e erudita, quantunque s'adoperasse a non parerlo. Capace di grandi

passioni e di grandi ardimenti, lo si teneva in concetto di uomo non

comune, di carattere grande e straordinario. Ciò che contribuiva per

altro a circondarlo di questo prestigio, era il mistero che nascondeva

il suo passato, erano alcune dicerie che si riferivano a mille strani

avvenimenti cui volevasi che egli avesse preso parte--certo egli aveva

reso dei grandi servigii alla rivoluzione; quali e con quale influenza

non lo si seppe mai: egli morì a novantasei anni portando seco nella sua

tomba il segreto della sua vita.

Tutti conoscono le abitudini della vita di villaggio; non mi tratterrò a

discorrere di quelle speciali della mia famiglia. Noi ci radunavamo

tutte le sere d'inverno in una vasta sala a pian terreno, e ci sedevamo

in circolo intorno ad uno di quegli ampii camini a cappa sì antichi e sì

comodi, che il gusto moderno ha abolito, sostituendovi le piccole stufe

a carbone. Mio zio che abitava un appartamento separato nella stessa

casa, veniva qualche volta a prender parte alle nostre riunioni e ci

raccontava alcune avventure de' suoi viaggi e di alcune scene della

rivoluzione che ci riempivano di terrore e di meraviglia. Taceva però

sempre di sè; e richiesto della parte che vi aveva preso, distoglieva la

narrazione da quel soggetto.

Una sera--lo ricordo come fosse ieri--eravamo riuniti, secondo il

solito, in quella sala: era d'inverno, ma non vi era neve; il suolo

gelato e imbiancato di brina rifletteva i raggi della luna in guisa da

produrre una luce bianca e viva come quella di un'aurora. Tutto era

silenzio, e non si udiva che il martellare alternato di qualche goccia

che stillava dai ghiacciuoli delle gronde. Ad un tratto un rumore sordo

e improvviso di un oggetto gettato nel cortile dal muracciuolo di cinta,

viene ad interrompere la nostra conversazione; mio padre si alza, esce e

si precipita fuori della porta che mette sulla via, ma non ode rumore

alcuno di passi, nè vede per tutto quel tratto di strada che si distende

d'innanzi a lui, alcuna persona che si allontani. Allora raccoglie dal

suolo un piccolo involto che vi era stato gettato, e rientra con esso

nella sala. Ci raccogliamo tutti dintorno a lui per esaminarlo. Era,

meglio che un involto, un grosso plico quadrato in vecchia carta

grigiastra macchiata di ruggine, e cucita lungo gli orli con filo bianco

e a punti esatti e regolari che accusavano l'ufficio di una mano di

donna. La carta tagliata qua e là dal filo, e arrossata e consumata

sugli orli, indicava che quel piego era stato fatto da lungo tempo.

Mio zio lo ricevette dalle mani di mio padre, e lo vidi tremare ed

impallidire nell'osservarlo. Tagliatane la carta, ne trasse due vecchi

volumi impolverati; e non v'ebbe gettato su gli occhi, che il suo volto

si coperse di un pallore cadaverico, e disse, dissimulando un senso di

dolore e di meraviglia più vivo;--è strano! E dopo un breve istante in

cui nessuno di noi aveva osato parlare riprese:--è un manoscritto, sono

due volumi di memorie che risalgono alle prime origini della nostra

famiglia, e contengono alcune gloriose tradizioni della nostra casa. Io

ho dato questi due volumi ad un giovine che, quantunque non appartenesse

direttamente alla nostra famiglia, vi era congiunto per certi legami che

non posso ora qui rivelare. Furono il pegno d'una promessa, cui non io,

ma il tempo mi ha impedito di mantenere: sì, il tempo.... aggiunse tra

di sè a bassa voce.--Io lo aveva conosciuto all'Università di ***,

allorchè vi studiava teologia: egli fu ghigliottinato sulla piazza della

Greve, e la sua famiglia fu distrutta dalla rivoluzione saranno ora

quarant'anni.... non uno gli sopravisse... È strano!....

E dopo un breve intervallo, osservando che verso la cucitura dei fogli

si era accumulata una polvere rossastra leggerissima, ci disse, come si

fosse risovvenuto di un pericolo:--lavatevi le mani.

--Perchè?

--Nulla....

Ubbidimmo. Si passò tutta quella sera in silenzio: mio zio era in preda

a tristi pensieri, e si vedeva che egli si sforzava di evocare o di

scacciare delle memorie assai dolorose. Si ritirò assai presto, si

rinchiuse nel suo appartamento, e vi stette due giorni senza lasciarsi

vedere.

* * * * *

In quella sera io mi coricai in preda a pensieri strani e paurosi di cui

non sapeva darmi ragione. Era preoccupato dall'idea di quell'avvenimento

più che non avrei dovuto, più che un fanciullo della mia età non avrebbe

potuto esserlo. Indarno io tenterei ora di rendere qui colla parola i

sentimenti inesplicabili e singolari che si agitavano dentro di me in

quell'istante. Parevami che tra quei volumi e mio zio, e me stesso,

corressero dei rapporti che non aveva avvertito fino allora, delle

relazioni misteriose e lontane di cui non giungeva a decifrarmi in alcun

modo la natura, nè a comprendere il fine. Erano, o mi parevano

rimembranze. Ma di che cosa? Non lo sapeva. Di che tempo? Remote. Nella

mia giovine intelligenza tutto si era alterato e confuso.

Mi addormentai sotto l'impressione di quelle idee, e feci questo sogno.

Aveva venticinque anni: nella mia mente si erano come agglomerate tutte

quelle idee, tutte quelle esperienze, tutti quegli ammaestramenti che il

tempo mi avrebbe fatto subire durante gli anni che segnavano quella

differenza tra l'età sognata e l'età reale; ma io rimaneva nondimeno

estraneo a questo maggiore perfezionamento, benchè il comprendessi.

Sentiva in me tutto lo sviluppo intellettuale di quell'età, ma ne

giudicava col senno e cogli apprezzamenti proprii dei miei quindici

anni. Vi erano due individui in me, all'uno apparteneva l'azione,

all'altro la coscienza e l'apprezzamento dell'azione. Era una di quelle

contraddizioni, di quelle bizzarie, di quelle simultaneità di effetti

che non sono proprie che dei sogni.

Mi trovava in una gran valle fiancheggiata da due alte montagne: la

vegetazione, la coltivazione, la forma e la disposizione delle capanne,

e un non so che di diverso, di antico nella luce, nell'atmosfera, in

tutto ciò che mi circondava, mi dicevano ch'io mi trovava colà in

un'epoca assai remota dalla mia esistenza attuale--due o tre secoli

almeno. Ma come era ciò avvenuto? come mi trovava in quelle campagne?

Non lo sapeva. Ciò era bensì naturale nel sogno: vi erano degli

avvenimenti che giustificavano il mio ristarmi in quel luogo, ma non

sapeva quali fossero; non aveva coscienza del loro valore, della loro

entità, non l'aveva che dalla loro esistenza. Era solo e triste.

Camminava per uno scopo determinato, prefisso, per un fine che mi

attraeva in quel luogo, ma che ignorava. All'estremità della valle

s'innalzava una rupe tagliata a picco, alta, perpendicolare, profonda,

solcata da screpolature dove non germogliava una liana; e sulla sua

sommità vi era un castello che dominava tutta la valle, e quel castello

era nero. Le sue torri munite di balestriere erano gremite di soldati,

le porte dei ponti calate, le altane stipate d'uomini e di arnesi da

difesa; negli appartamenti del castello era rinchiusa una donna di

prodigiosa bellezza, che nella consapevolezza del sogno io sapeva essere

la _dama del castello nero_ e quella donna era legata a me da un affetto

antico, e io doveva difenderla, sottrarla da quel castello. Ma giù nella

valle a' piedi della rupe ove io mi era arrestato, un oggetto colpiva

dolorosamente la mia attenzione: sui gradini di un monumento mortuario

sedeva un uomo che ne era uscito allora; egli era morto e tuttavia

viveva; presentava un assieme di cose impossibile a dirsi,

l'accoppiamento della morte e della vita, la rigidità, il nulla dell'una

temperata dalla sensitività, dall'essenza dell'altra: le sue pupille che

io sapeva essere state abbaccinate con un chiodo rovente, erano ancora

attraversate da due piccoli fori quadrati che davano al suo sguardo

qualche cosa di terribile e di compassionevole a un tempo. A quel fatto

si legavano delle memorie di sangue, delle memorie di un delitto a cui

io avevo preso parte. Fra me e lui e la dama del castello correvano dei

rapporti inesplicabili. Egli mi guardava colle sue pupille forate; e col

gesto, e con una specie di volontà che egli non manifestava, ma che io,

non so come, leggeva in lui, m'incitava a liberare la dama.

Una via scavata lateralmente nella rupe conduceva al castello. Una

immensa quantità di projettili lanciatimi dai mangani delle torri

m'impedivano di giungervi. Ma, strana cosa! tutti quei projettili enormi

mi colpivano, ma non mi uccidevano--nondimeno mi arrestavano. Attraverso

le mura del castello, io vedeva la dama correre sola per gli

appartamenti coi capelli neri disciolti, col volto e coll'abito bianchi

come la neve, protendendomi le braccia con espressione di desiderio e di

pietà infinita; e io la seguiva collo sguardo attraverso tutte quelle

sale che io conosceva, nelle quali aveva vissuto un tempo con lei.

Quella vista mi animava a correre in suo soccorso, ma non lo poteva; i

projettili lanciatimi dalle torri me lo impedivano: a ogni svolto del

sentiero la grandine diventava più fitta e più atroce; e quegli svolti

erano molti--dopo questo un altro, dopo quello ancora un altro.... io

saliva e saliva.... la dama mi chiamava dal castello, si affacciava

dalle ampie finestre coi capelli che le piovevano giù dal seno, mi

accennava colla mano di affrettarmi, mi diceva parole piene di dolcezza

e di amore, nè io poteva giungere fino a lei--era un'impotenza

straziante. Quanto durasse quella terribile lotta non so; tutta la

durata del sogno, tutto lo spazio della notte... Finalmente, e non

sapeva in che modo, era arrivato alle porte del castello; esse erano

rimaste indifese, i soldati erano spariti: le imposte serrate si

spalancarono da sè cigolando sui cardini irruginiti, e nello sfondo nero

dell'atrio vidi la dama col suo lungo strascico bianco, e colle braccia

aperte, correre verso di me, attraversando con una rapidità

sorprendente, e rasentando appena lo spazzo, la distanza che ci

separava. Essa si gettò tra le mie braccia coll'abbandono di una cosa

morta, colla leggerezza, coll'adesione di un oggetto aero, flessibile,

soprannaturale. La sua bellezza non era della terra; la sua voce era

dolce, ma debole come l'eco di una nota; la sua pupilla nera e velata

come per pianto recente, attraversava le più ascose profondità della mia

anima senza ferirla, investendola anzi della sua luce come per effetto

di un raggio. Noi passammo alcuni istanti così abbracciati: una voluttà

mai sentita da me nè prima, nè dopo quell'ora, mi ricercava tutte le

fibre. Per un momento io subii tutta l'ebbrezza di quell'amplesso senza

avvertirla: ma non m'era posato su questo pensiero, non era appena

discesa in me la coscienza di quella voluttà, che sentii compiersi in

lei un'orribile trasformazione. Le sue forme piene e delicate che

sentiva fremere sotto la mia mano, si appianarono, rientrarono in sè,

sparirono; e sotto le mie dita incespicate tra le pieghe che si erano

formate a un tratto nel suo abito, sentii sporgere qua e là l'ossatura

di uno scheletro.... Alzai gli occhi rabbrividendo e vidi il suo volto

impallidire, affilarsi, scarnarsi, curvarsi sopra la mia bocca; e colla

bocca priva di labbra imprimervi un bacio disperato, secco, lungo,

terribile.... Allora un fremito, un brivido di morte scorse per tutte

le mie fibre; tentai svincolarmi dalle sue braccia, respingerla.... e

nella violenza dell'atto il mio sonno si ruppe--mi svegliai urlando e

piangendo.

* * * * *

Tornai a' miei quindici anni, alle mie idee, a' miei apprezzamenti, alle

mie puerilità di fanciullo. Tutto quel sogno mi pareva assai più strano,

assai più incomprensibile che spaventoso. Quali erano i sentimenti che

si erano impossessati di me in quello stato? Io non aveva ancora

conosciuta la voluttà di un bacio, non aveva pensato ancora all'amore,

non poteva darmi ragione delle sensazioni provate in quella notte. Ciò

non ostante era triste, era posseduto da un pensiero irremovibile; mi

pareva che quel sogno non fosse altrimenti un sogno, ma una memoria,

un'idea confusa di cose, la rimembranza di un fatto molto remoto dalla

mia vita attuale.

* * * * *

Nella notte seguente ebbi un altro sogno.

Mi trovava ancora in quel luogo, ma tutto era cambiato; il cielo, gli

alberi, le vie non erano più quelli; i fianchi della rupe erano

intersecati da sentieri coperti di madreselve; del castello non

rimanevano che poche rovine, e nei cortili deserti e negli interstizii

delle stanze terrene crescevano le cicute e le ortiche. Passando vicino

al monumento che sorgeva prima nella valle e di cui pure non restavano

che alcune pietre, l'uomo abbacinato che stava ancora seduto sopra un

gradino rimasto intatto, mi disse porgendomi un fazzoletto bruttato di

sangue:--recatelo alla signora del castello. Mi trovai assiso sulle

rovine: la signora del castello era seduta al mio fianco--eravamo

soli--non si udiva una voce, un eco, uno stormire di fronde nella

campagna--essa, afferrandomi le mani, mi diceva:--sono venuta tanto da

lontano per rivederti, senti il mio cuore come batte.... senti come

batte forte il mio cuore!... tocca la mia fronte e il mio seno: oh! sono

assai stanca, ho corso tanto; sono spossata dalla lunga aspettazione....

erano quasi trecento anni che non ti vedeva.

--Trecento anni!

--Non ti ricordi? Noi eravamo assieme in questo castello: ma sono

memorie terribili! non le evochiamo.

--Sarebbe impossibile; io le ho dimenticate.

--Le ricorderai dopo la tua morte.

--Quando?

--Assai presto.

--Quando?

--Fra venti anni, al venti di gennaio: i nostri destini, come le nostre

vite, non potranno ricongiungersi prima di quel giorno.

--Ma allora?

--Allora saremo felici, realizzeremo i nostri voti.

--Quali?

--Li ricorderai a suo tempo.... ricorderai tutto. La tua espiazione sta

per finire, tu hai attraversate undici vite prima di giungere a questa,

che è l'ultima. Io ne ho attraversate sette soltanto, e sono già

quarant'anni che ho compiuto il mio pellegrinaggio nel mondo: tu lo

compirai con questa fra venti anni. Ma non posso rimanere più a lungo

con te, è necessario che ci separiamo.

--Spiegami prima questo enimma.

--È impossibile... Può avvenire però che tu lo abbia a comprendere. Ho

rinfacciato ieri a lui la sua promessa; te ne ho restituito il mezzo,

quei due volumi, quelle memorie scritte da te, quelle pagine sì colme di

affetto.... le avrai, se _quell'uomo_ che ci fu allora sì fatale non

t'impedirà di averle.

--Chi?

--Tuo zio.... egli.... l'uomo della valle.

--Egli? mio zio!

--Sì, e lo hai tu veduto?

--Lo vidi, e ti manda per me questo fazzoletto insanguinato.

--È il tuo sangue, Arturo, diss'ella con trasporto, sia lodato il cielo!

egli ha mantenuto la sua promessa.

Dicendo queste parole la signora del castello sparve--io mi svegliai

atterrito.

* * * * *

Mio zio stette rinchiuso per due giorni nel suo appartamento: appena ne

fu uscito mi precipitai nelle sue stanze per impadronirmi di quei

volumi, ma non vi trovai che un mucchio di cenere; egli li aveva dati

alle fiamme. Quale non fu però il mio terrore quando nel rimescolare

quelle ceneri vi rinvenni alcuni frammenti che parevano scritti di mio

pugno; e da alcune parole sconnesse che erano rimaste intelligibili,

potrei ricostituire con uno sforzo potente di memoria degli interi

periodi che si riferivano agli avvenimenti accennati oscuramente in quei

sogni! Io non poteva più dubitare della verità di quelle rivelazioni; e

benchè non giungessi mai ad evocare tutte le mie rimembranze per modo da

dissipare le tenebre che si distendevano su quei fatti, non era più

possibile che io potessi metterne in dubbio l'esistenza. Il castello

nero era spesso nominato in quei frammenti, e quella passione d'amore

che pareva legarmi alla signora del castello, e quel sospetto di delitto

che pesava sull'uomo della valle vi erano in parte accennati. Oltre a

ciò, per una combinazione singolare altrettanto che spaventevole, la

notte in cui aveva fatto quel sogno era appunto la notte del venti

gennaio: mancavano adunque venti anni esatti alla mia morte.

* * * * *

Dopo quel giorno io non aveva dimenticato mai quel presagio, ma

quantunque non ponessi in dubbio che vi fosse un fondo di verità in

tutto quell'assieme di fatti, era riuscito a persuadermi che la mia

gioventù, la mia sensibilità, la mia immaginazione, avevano contribuito

in gran parte a circondarli del loro prestigio. Mio zio, morto sei anni

dopo, mentre io era assente dalla famiglia, non aveva fatto alcuna

rivelazione che si riferisse a quegli avvenimenti; io non aveva più

avuto alcun sogno che potesse considerarsi come uno schiarimento od una

continuazione di quelli; e degli affetti nuovi, e delle cure nuove, e

delle nuove passioni erano venute a distogliermi da quel pensiero, a

crearmi un nuovo stato di cose, un nuovo ordine di idee, ad allontanarmi

da quella preoccupazione triste e affannosa.

Non fu che diciannove anni dopo che io dovetti persuadermi per una

testimonianza irrefragabile, che tutto ciò che io aveva sognato e veduto

era vero, e che il presagio della mia morte doveva conseguentemente

avverarsi.

Nell'anno 1849, viaggiando al Nord della Francia, aveva disceso il Reno

fin presso al confluente della piccola Mosa, e m'era trattenuto a

cacciare in quelle campagne. Errando solo un giorno lungo le falde di

una piccola catena di monti, mi era trovato ad un tratto in una valle

nella quale mi pareva esser stato altre volte, e non aveva fatto questo

pensiero che una memoria terribile venne a gettare una luce fosca e

spaventosa nella mia mente, e conobbi che quella era la valle del

castello, il teatro de' miei sogni e della mia esistenza trascorsa.

Benchè tutto fosse mutato, benchè i campi, prima deserti,

biondeggiassero adesso di messi, e non rimanessero del castello che

alcuni ruderi sepolti a metà dalle ellere, ravvisai tosto quel luogo, e

mille e mille rimembranze, mai più evocate, si affollarono in

quell'istante nella mia anima conturbata.

Chiesi ad un pastore che cosa fossero quelle rovine, e mi rispose:--Sono

le rovine del castello nero; non conoscete la leggenda del castello

nero? Veramente ve ne sono di molte e non si narrano da tutti allo

stesso modo; ma se desiderate di saperla come la so io.... se....

--Dite, dite, io interruppi, sedendomi sull'erba al suo fianco.--E

intesi da lui un racconto terribile, un racconto che io non rivelerò

mai, benchè altri il possa allo stesso modo sapere, e sul quale ho

potuto ricostruire tutto l'edificio di quella mia esistenza trascorsa.

Quando egli ebbe finito, io mi trascinai a stento fino ad un piccolo

villaggio vicino, d'onde fui trasportato, già infermo a Wiesbaden, e vi

tenni il letto tre mesi.

Oggi, prima di partire, mi sono recato a rivedere le rovine del

castello--è il primo giorno di settembre, mancano sei mesi all'epoca

della mia morte--sei mesi, meno dieci giorni--giacchè non dubito che

morrò in quel giorno prefisso. Ho concepito lo strano desiderio che

rimanga alcuna memoria di me. Assiso sopra una pietra del castello ho

tentato di richiamarmi tutte le circostanze lontane di questo

avvenimento, e vi scrissi queste pagine sotto l'impressione di un

immenso terrore.»

* * * * *

L'autore di queste memorie, che fu mio amico e letterato di qualche

fama, proseguendo il suo viaggio verso l'interno della Germania, morì il

venti gennaio 1850, come gli era stato presagito, assassinato da una

banda di zingari nelle gole così dette di Giessen presso Freiburgo.

Io ho trovate queste pagine tra i suoi molti manoscritti, e le ho

pubblicate.

Racconti fantastici · 第 6 / 21 题