CAPITOLO XII.

Un cadaver qui giace; lacerate

Son le squallide fibre, e l’ossa peste,

Le chiome sulla fronte rabbuffate,

E le luci terribili e funeste:

Ha l’insegne regali...

GIANNI, _Poes. estemp._

Enzel Petraccio, entrato che si fu nel castello, ruminando le parole

intese nel viaggio da quello ch’ei suppose finto scudiero, s’era

fitto in capo di scoprire ad ogni patto chi egli realmente si fosse.

Recatosi seco lui alle stalle, veggendolo in ambarazzo nel dissellare

i cavalli, s’avea dato con premurosa opera a prestargli mano; per il

che Lanza, alleggerito da quelle servili fatiche a lui poco gradevoli,

gli si dimostrò sommamente obbligato. Enzel per tale amichevole di

lui disposizione d’animo, venuto seco a confidenziali parole, il seguì

nelle stanze prossime alle cucine, destinate alla dimora dei servi.

Pochi istanti eran quivi rimasi, attendendo fra le ciance d’altri paggi

e domestici che loro s’allestisse il pranzo, quando portossi colà il

capitano Ubaldino, e disse alcune secrete parole a Lanza; che levatosi,

uscì tosto con lui da quelle camere. Una lunga ora stette esso lontano:

indi rivenne solo e con fisonomia più meditabonda di prima. Ritornato

ch’ei si fu, vennero tosto ivi recate molte vivande ed ampii vasi di

vino.

Mentre mangiavano, assisi ad un desco, ristorati dal calore d’un

gran fuoco che ardeva quivi d’appresso, e vuotando molti bicchieri,

l’aríolo non perdendo mai di mira il proprio divisamento, circuiva

Lanza traendolo con molt’arte a famigliari discorsi. Dopo varii cibi fu

portato innanzi a loro un piatto con legumi saporitamente conditi. «Noi

siamo da più di un principe (disse Enzel sorridendo): il signor Bernabò

forse non mangiò mai fagiuoli più gustosi di questi[15].»

— «Egli li mangerà però gustosissimi (rispose Lanza) la prima volta che

si assiderà alla mensa: v’è tal cuoco che glieli cucinerà ottimamente.»

Siccome avea esso la testa già alterata dal vino, pronunciò queste

parole con tal aria misteriosa e con sì sinistro sogghigno, che

penetrate nel profondo del cuore dell’aríolo, il colpirono di spavento.

Avanzando le labbra e spalancando gli occhi, come chi fiuta alcun

che con gran sospetto: «Non ne mangio altri (esclamò rimescolando

que’ legumi col cucchiaio): sentono odore di cataletto. — Mangiane,

scudiero, mangiane ancora (soggiunse Lanza mirandolo collo sguardo

fatto più torvo dal vino e dai truci pensieri): il sale che vi è sparso

non fu liquefatto sui miei carboni.»

Questi tronchi detti, il volto di Lanza su cui stava una malefica

espressione come d’uomo dato alle malie ed agli incantesimi, persuasero

l’aríolo che egli era stato spedito colà per consumare nascosamente

qualche delitto o contro Bernabò ed i suoi, o contra Palamede.

Perturbato, tremante per tale convinzione, temendo a se stesso grave

danno se ciò avveniva, torturò lo spirito per trovare un riparo al

tradimento che si preparava; ma nessun modo gliene si offriva alla

mente. Pensò di recarsi a svelare l’arcano a Bernabò; ma fece calcolo

nell’istesso tempo che se si fosse scoperto ch’esso l’aveva palesato,

sarebbe stato immancabilmente ucciso, e il colpo consumato per diversa

via. Da mille sospetti agitato, nè sapendo a qual partito appigliarsi,

stette in quelle sale con Lanza sino all’ora del riposo, pel quale

furono loro indicate due contigue camerette presso una torre del

castello.

Ivi recatisi, Lanza si rinchiuse nella propria a chiavistello; ed

Enzel non potendo prender sonno, vedendo trapelare lume pei pertugi

dell’uscio della stanza del finto scudiero, si pose per quelli a mirare

attentamente che facesse. Vide che spogliatisi gli abiti servili era

sotto coverto da fini drappi; e lo scorse trarsi dai panni un involto,

e scioltolo da molti nodi levare da quello una fialetta cristallina

piena d’un bianco liquore, e sturatala infondervi una polvere che tenea

chiusa in una picciola scatola di metallo che aveva nascosta sotto i

lini del petto: quel bianco liquore tocco dalla polvere, intorbidatosi,

illividì: allora Lanza turata di nuovo la fialetta, la scosse innanzi

al lume a più riprese; indi la ripose nell’involto, che rannodò

diligentemente; ed ascosala sotto il guanciale, sdraiossi, e spense il

lume.

L’aríolo, che aveva più volte veduti e maneggiati veleni, s’accorse ben

tosto dal colore verde-giallo che veleno appunto era quella polvere

infusa da Lanza nella fiala. Tosto gli occorse al pensiero che in

un angolo del parco del castello avea altre volte veduta crescere

un’erba la cui radice, bollita con fresco latte, era ottimo antidoto

alle inghiottite velenose sostanze. Racconsolato da tale scoperta, e

gioiendo in sè stesso pel colpo di difesa che poteva recare a quello

che stava per iscagliare il finto scudiero, proponendosi, appena

spuntasse il giorno, di disporre il suo contravveleno, s’adagiava

al riposo; allorchè udendo rumore di persone, le quali uscendo dagli

appartamenti di Bernabò attraversavano il cortile, e distinguendo in

esso la voce di Palamede, pensò essere saggio consiglio il recarsi ad

avvertirnelo di tutto, giovandogli per far ciò celatamente la fitta

oscurità della notte. Seguendo tale idea, cheto cheto lasciò la sua

cameretta; ed a passi leggieri venendo lungo il porticato, entrò nelle

stanze in cui s’era ritirato il cavaliero.

Palamede, che non respirava che pensieri d’amore e di gioia, fu

preso da stupore nel vedersi apparire davanti l’aríolo a quell’ora;

e s’accrebbe la sua sorpresa quando questi fatto cenno col dito che

tacesse, accostatoglisi: «Con grave mia pena (disse a voce sommessa)

son costretto a porvi in cuore una spina che parte vi distruggerà della

contentezza recatavi dalla signora Ginevra. — Che mai avvenne? (chiese

palpitando Palamede, cui si trasfuse subito in cuore l’agitazione

che stava in volto ad Enzel, recandogli un’affannosa tema). — Nulla

sinora di disastroso (rispose questo); ma discoprii una serpe che

attende la letizia dei conviti per addentare una segnata vittima. Sì,

ad alcuno di voi dee scorrere di certo per le vene il veleno: esso è

già in pronto; domani a quest’ora potrebbe avervi colpito ed ucciso. —

Che dici? (esclamò Palamede atterrito) è preparato per noi il veleno?

Giovan Galeazzo mi avrà forse lasciato entrare in questo castello per

togliere in una sol volta la vita a me, a Bernabò, a suoi figli?...

Qual tradimento?» A questo pensiero trasportato da un impeto di furore,

impugnata la spada: «M’indica, aríolo (gridò), chi deve eseguire sì

infame comando: io gli passerò questo ferro dieci volte nel cuore.»

Enzel all’infuriare del cavaliero fu preso da doppia paura: temeva che

qualche persona avesse ad udire quegli accenti pronunciati con forza

dal cavaliero, o che questi acciecato dall’ira volesse eseguire ciò che

minacciava; il che riusciva per lui egualmente fatale.

Adoperossi perciò con atti e parole ad acquetarlo; e paventando di

non poterne frenare lo sdegno se palesava tutto ciò che aveva visto

ed udito, determinò in sua mente che bastava a’ suoi fini l’aver

posto Palamede in avvertenza, onde mirando a calmarlo, fingendo di

ritrattarsi, ed addolcendo la voce: «Potrebbe essere (disse) che false

immagini m’abbiano illuso, facendomi veder veleno là dove non eravi

forse che un liquido innocente; ma comunque però sia la cosa, vivete

tranquillo: io tengo disposta una bevanda che ingoiandone poche goccie

al manifestarsi dei sintomi d’attossicamento ne distrugge affatto la

forza. Se per disavventura si avverasse il mio sospetto, io non sarò

mai lontano da voi: chiamatemi, e vi porgerò l’infallibile medicina.»

Queste parole ritornarono più queto il cuore di Palamede. Egli mirò

Enzel attentamente; e vedendone la faccia sconvolta e il guardo vagare

incerto esprimendo interna paura, rammentossi che in quel castello

avea esso corso altre volte pericolo della vita, e pensò che fossero

le sue visioni mosse da panico terrore che il facesse delirare:

onde così rapidamente come avea ricevuta la dolorosa impressione,

accolse quella consolante idea, che la prima cancellava; ma sentendo

nell’istesso tempo pietà dell’aríolo, che credeva trasognante,

affabilmente gli prese una mano, e gli disse: «Ritorna al luogo del

tuo riposo; chiudi pure con placidezza gli occhi al sonno, che io

ho certezza di qui ritrovarmi frammezzo a uomini che non vorranno

attentare alla nostra vita; ne tengo franchigia nei sensi stessi

espressimi da Giovan Galeazzo. Va sicuro; e se funesti pensieri ti

turbano la mente, pensa che domani deve essere per noi tutti un giorno

d’allegrezza. — Un giorno d’allegrezza!... (esclamò l’aríolo con tuono

mesto e solenne, crollando il capo) Lo voglia la Vergine e il glorioso

Sant’Ambrogio!...» Indi serrando la mano a Palamede, e dandogli un

ultimo espressivo sguardo, uscì da quelle stanze.

Il cavaliero seguitollo sino al limitare del cortile. Ivi la densa

oscurità che regnava l’arrestò; da cento diversi moti in seno agitato,

fissò con terrore quelle imponenti tenebre. Appena il profilo delle

mura distinguevasi dal cielo nero; la debole luce d’una lampada della

chiesa che trapelava dalle vetriate, era il solo lume che si scorgesse:

profondo dominava il silenzio, e non udivansi che i passi di Enzel

che s’allontanava, e l’incessante romoreggiare dell’Adda a piè del

castello.

Una paura, un segreto palpito di spavento lo assalì; parvegli scorgere

aggirarsi per l’aere oscuro ombre di morti, ed udire stridule infauste

voci. Si ritrasse velocemente nella propria stanza: ivi si chiuse, e si

piegò innanzi ad un sacro dipinto in fervorosa preghiera. Svanirono a

poco a poco i suoi timori, e l’immagine di Ginevra possedendolo tutta

sola, gli ritornò la gioia nell’anima. Allorchè però si fu coricato,

pensando alle parole, al volto, agli ultimi accenti di Enzel, crudeli

presentimenti lo invasero di nuovo e dolorosamente gli contristarono il

cuore.

Al sorgere del diciannove dicembre, giorno che seguì quello della

venuta di Palamede al castello, Bernabò destossi da un lungo profondo

sonno; e la prima fiata da che era in quelle mura sentissi scendere in

petto un dolce conforto nel pensiero delle vicine nozze della propria

figlia. Levatosi, si recò nella sala maggiore, e volle che tutti i

suoi venissero a fargli corona: essi infatti colà si raccolsero, e con

festosa ilarità molti beni da quel giorno si auguravano.

Ginevra appariva oltre ogni dire bella e ispirante soavi sentimenti: le

si scorgeva in fronte la contentezza, e i suoi azzurri occhi amorosi

si volgevano pieni di contentezza; più ricche e leggiadre portava

le vesti; le bionde chiome con maggior grazia inanellate, ed in più

vaghe treccie sul capo ravvolte. Appressando la madre, attendeva con

ansia Palamede; ed allorquando ivi giunse, da quel desiderato aspetto

inebbriata, d’un roseo colore suffuse le guance, appalesò sul viso il

tripudio del cuore.

La notte fra le agitazioni trascorsa, e il malaugurato sospetto aveva

fatto pallido il volto del cavaliero; ma al primo mirare la sua bella

fidanzata, sparve dal suo spirito come sogno fugace ogni tristezza, e

i suoi pensieri si fecero ridenti. Accolto con un amplesso da Bernabò,

venne poscia ad imprimere, palpitando, sulla destra a Ginevra un bacio

d’amore. Lodovico fraternamente abbracciollo; e fra l’espressione del

reciproco affetto, rammentando la loro passata intimità, ridestarono

mille dolci memorie di Milano e delle loro usate occupazioni, delle

armi, de’ privati tornei e delle corse.

Palamede tenendosi stretto al fianco il giovin figlio di Bernabò:

«Ginevra (disse, mirandola con tenerezza), amaro sommamente riuscir dee

al vostro cuore il disgiungervi da questi cari parenti, abbandonandoli

entro le triste mura d’un castello; ma io ho la ferma speranza, e

ciò sia per voi consolante pensiero, che venuti al cospetto di Giovan

Galeazzo, potremo, colle nostre replicate istanze, cangiare in meglio

la sorte loro.» A Ginevra per questi detti si bagnarono gli occhi di

pianto, e delle braccia cingendo Donnina, ascondendole il volto in

seno: «Madre mia (esclamò), se chi vi tiene qui rinchiusa non ha cuore

di ferro, io tanto da lui e dal cielo invocherò colle lagrime e colla

voce, che voi, e con voi questi altri tutti, verrete liberi nel mio

soggiorno, ed allora potrò chiamarmi compiutamente felice. — Il mio

destino (rispose affettuosamente Donnina additando Bernabò) dipende dal

suo; sposa tu stessa, sentirai fra poco che ogni diletto di moglie sta

nell’essere vicina e nel recar sollievo all’uomo cui si va congiunte.

Per me il mondo più non possiede attrattive; qualunque dimora mi è

egualmente cara, purchè io possa giovare a quello cui ho consacrata

la mia vita. Iddio conosce se mi duole il lasciarti; ma dandoti ad

un prode cavaliero che ti provò sì altamente l’amor suo, io m’affido

in lui che ti avrà ogni tenera cura; e fatta madre de’ suoi figli,

addoppierà per te la stima e l’affetto.»

Palamede, a lei ed a Ginevra rivolto, giurò che morrebbe cento volte

anzi che cessare un istante d’aver cara la sua sposa sovra ogni altro

oggetto; ed espose di volerla tener sempre in quell’elevato grado a cui

i di lei nobili natali l’avevano destinata.

Bernabò da lunga pezza era rimasto in attitudine meditabonda; ma

all’udire questi detti del cavaliero, parve risentirsi; e con certa

lentezza di voce come di chi vaga col pensiero su lontane memorie, e

con sguardo immobile affissato nelle immagini della propria fantasia.

«L’altezza del grado (disse), le ricchezze e il potere sono forse i

più tristi doni della fortuna. Io li possedetti per lunghi anni, or

ne conosco il giusto prezzo. Che mi hanno essi recato di bene? Non mi

sforzarono a mantenere sempre vive atroci guerre, a comandar punizioni,

ed ohimè... a commettere chi sa quanti delitti? Fra il sangue versato

e il terrore dei tradimenti non v’è calma, non v’è pace pel cuore.

— I trionfi — le feste — l’oro profuso non giovano — no — a far paga

l’inquietudine profonda che agita lo spirito e lo tormenta. Nei palagi,

nei castelli, fra i cortigiani e le armi ebbi io mai tranquillità e

contento? — O miei boschi di Marignano! Per le vostre ombre camminando

solingo, io mi sentiva più sicuro che cinto da bastite e da spade —

là scorrevano per me placide ore — quante volte fra l’alte piante,

sui bei pendii del Lambro, guidando lento il destriero, mi sorprese

la notte — allora — allora soltanto svaniva il peso che mi gravava il

seno, nè temeva pugnali, nè agognava vendette. — Chi vi dava, o acque,

nel vostro solitario corso un suono soave? — Chi porgeva un’armonia al

vento della sera che agitava sul mio capo le frondi? — Io trovai nelle

selve i diletti che non rinvenni più mai nelle mie corti. — E tu, o

contadino, che mi fosti guida in una notte oscura ad uscir dal bosco,

tu, la cui miseria ti toglieva il dividere il pane co’ tuoi figliuoli,

non ti vid’io più lieto del dono di poche monete, di quello ch’io nol

fossi stato giammai per le più grandi vittorie? Ancor mi rammento le

tue parole: Tu mi chiedevi qualche cosa per amor di Dio, perchè avevano

usurpati i tuoi campi. Ah! perchè non t’ho io dato le mie città, i

miei tesori, e non ho cangiato i miei palazzi colla tua capanna! — Or

qui non sarei... (ma abbandonando ad un tratto questo pensiero che

gli chiamava sul volto la tristezza e lo sdegno, e cangiando corso

all’immaginare, converso a Palamede, proseguì) — Io spero che il conte

di Virtù non avrà estesa la sua mano rapace anche sui beni ch’io donai

nei giorni della mia prosperità: se la cosa è così, tu avrai ventimila

fiorini d’oro che io costituii in dote a Ginevra sul marchesato della

Martesana, da me regalati a sua madre; quel danaro si trova ora in

custodia di Rinaldo de Porri suo zio; da lui ti reca, ed egli te lo

sborserà.»

Palamede lo accertò che ancorchè il conte di Virtù avesse privato di

quella dote Ginevra, il che non credeva fosse avvenuto, egli possedeva

bastevoli mezzi per farla andar pari alle più doviziose dame di Milano.

Era tra questi ragionamenti venuta l’ora del pranzo, e due paggi

entrarono ad annunziare che la mensa stava disposta. Per ordine di

Iacopo del Verme fu la tavola preparata in una delle più adorne sale,

e fregiata cogli utensili più ricchi che ivi si ritrovassero. Smaltati

a diversi colori vedeansi i vasi di cristallo che capivano i vini, i

bicchieri avevano gli orli d’oro, d’argento erano i tondi, con vaghi

contorni, e le saliere di belle forme stavano con simmetria sul desco

disposte. In mezzo della mensa vedeasi entro gran piatto la testa d’un

grosso cignale con arte rivestita degli irti peli, ed a cui risortivano

dalla bocca candide le zanne; le facevano cerchio lepri, fagiani ed

altro selvagiume.

Tutti vi si assisero intorno: Bernabò stette a capo di essa, e gli

si sedette d’appresso Palamede. La squisitezza dei vini ed i gustosi

cibi posero da loro in bando ogni men lieto pensiero, e dettarono

sollazzevoli motti.

Dato termine al primo servito, mentre alcuni donzelli portavano le

zuppiere colle minestre per gli altri commensali, un paggio s’avanzò

recando sovra una sottocoppa d’oro una scodella coverta, e venne a

deporla innanzi a Bernabò: conteneva essa fagiuoli, suoi favoriti

legumi[16]. Scoperchiata la scodella, ne esalarono densi vapori:

Bernabò si diede a ghiottamente mangiarli; ma allorchè n’ebbe la

maggior parte consunti, arrestossi d’un colpo, e disse: «Qual infernale

sapore m’ha offeso il palato! io non ho mai inghiottita più disgustosa

vivanda; toglietemela davanti.» I servi obbedirono.

Passò a tali parole un lampo funesto per la mente di Palamede, che

impallidì; ma vedendo che Bernabò, accostatosi altro cibo, ne mangiava

con cupidigia, nessuno sgomento dimostrando, ritornò tranquillo. Il

pranzo lietamente procedea: molte vivande erano state successivamente

recate, quando a Bernabò, che gettò da se lontano il cibo tralasciando

tutto ad un tratto di mangiare, manifestossi in volto un eccessivo

pallore; portò le mani al petto, come forzandosi di contenersi, ma

involontariamente fece dolorosi contorcimenti.

Tutti si alzarono sorpresi, e raccerchiarono chiedendo che avesse:

tacque egli un istante ancora, ma poscia dovette palesare che sentivasi

acuti dolori allo stomaco. Una mano gelata piombò sul cuore di

Palamede: senz’altro dire abbandonò quella sala, e precipitoso corse a

ricercare dell’aríolo. Frugò le stanze, i cortili, le stalle, per tutto

il chiamò e richiamò, senza che quello mai gli rispondesse; ne chiese

replicatamente agli uni, agli altri: tutti asserivano di non averlo in

quel giorno veduto; affannato recossi presso la porta del parco; ivi

addomandando un milite che incontrò, udì dirsi che Enzel era entrato

sul far del giorno nel parco, ma che non s’era più veduto uscirne.

Palamede entrò quivi rapido; e vedendo la neve da molte orme segnata,

le seguì e giunse dove eravi uno spazio di terreno scoperto; ma quivi

presso non stava alcuno, se non che vide di là cominciare una striscia

di sangue, ch’egli seguendo atterrito, il condusse alla torre nera

di Barbarossa, entro cui quella sanguigna traccia finiva, ma ivi pure

non eravi persona vivente. Gridò forsennato, chiamando Enzel; ma non

gli rispose che l’eco di quelle diroccate mura con un cupo rimbombo;

ricalcò desolato quella via, rientrò nel cortile; e fatte invano nuove

ricerche, risalì disperato nelle sale del principe prigioniero.

Bernabò, cui s’erano aumentati dolorosi sintomi, tolto da quella sala,

era stato portato sul proprio letto: ivi giaceva col viso squallido,

le chiome scomposte, e rigettate dal seno le coltri, irrequieto si

dibatteva anelando. Donnina, le figlie, frate Leonardo, dalla più

grande costernazione compresi, s’adoperavano intorno a lui per recargli

sollievo. I suoi dolori si facevano di momento in momento più acerbi;

un calore abbruciante gli si sparse per le membra, e venne assalito da

una ardentissima sete. Gli fu tosto recata fresca acqua, che avidamente

bevette, e pel consiglio di Donnina prese tiepidi brodi. Ma poco stette

che da fieri sussulti il suo petto sconvolto rigettò quelle bevande

e parte dei cibi che aveva inghiottiti. Ciò parve giovargli, poichè

dopo quel rigurgito d’alimenti i suoi dolori si alleviarono, il calore

si fece meno ardente, e la sete si mitigò. Riconsolati a tal vista

pendevano tutti dal suo aspetto colla speranza che avesse termine quel

suo terribile sconvolgimento.

Ma i dolori gli si ridestarono più forti, tutte corrodendogli le

viscere; un’arsione feroce gli investì le carni, e la violenza del

tormento portò alla sua anima una mania; gli si fece lo sguardo deliro,

tentò rialzarsi; e rabbiosamente strappandosi i lini dal seno, mandava

disperati lamenti; tremende visioni in quella demenza gli assalirono

lo spirito; con ansia faticosa profonda, con voci aspre e tronche: «Tu

(gridava) mi fai porre su queste brage.... e non vuoi perdonarmi?..

Cessate... allontanate quei tizzoni... io sono Bernabò... Incatenate

i cani; essi mi lacerano il corpo... Io solo ho fatto voi tutti

tormentare ed uccidere, ma io era vostro signore, voi non mi avete

obbedito... è troppo atroce la vostra vendetta... E tu, Matteo...

fratello... non io... Galeazzo... Galeazzo ti ha dato il veleno. —

Oh Dio!... quali pene!... i santi, la Vergine non mi ascolteranno?...

Sarà così eternamente?...» Una sincope lo oppresse. Palamede, Donnina,

le figlie, pallide, tremanti, lacerate da un’indicibile angoscia,

credettero fosse morto; ma egli destossi dal breve letargo, e tramandò

per le fauci un vomito nero. Un livido contorno gli si dipinse alle

pupille, e un sudor freddo gli coprì le membra. Il delirio della mente

cessò, volse intorno gli occhi incassati e semispenti, e fermògli sul

Crocifisso che frate Leonardo gli teneva con una mano levato innanzi al

volto.

Appena il frate lo vide in tal attitudine: «Bernabò (disse

pietosamente), a Questo, a Questo innalzate il pensiero, e sperate

nella sua immensa misericordia, invocate pentito l’onnipossente sua

destra, ed egli la stenderà su di voi, e vi darà forza di sostenere

i patimenti che vi tormentano, onde vi aprano la via al celeste

soggiorno, ergete l’anima al trono d’Iddio: questi brevi mali della

carne possono valervi l’eterna salute; egli vi chiama per una difficile

strada a compire la mortale carriera; voi benedite la mano del

Signore.»

Bernabò, le cui forze erano ormai estenuate, raccolte le braccia, e

incrocicchiatele al petto, tenendo sempre fisso lo sguardo, bagnato

di lagrime, nell’immagine di Cristo: «Mio sommo Dio (pronunciò), voi

che non colpiste mai colla tremenda ira vostra un cuor contrito che vi

si rivolse con umile preghiera, non isdegnate questi estremi accenti

d’un misero peccatore affranto dalle pene. Perdonate a me i miei gravi

e numerosi delitti, come io perdono a Giovan Galeazzo tutte le sue

offese, e questa tormentosa morte, che ben m’accorgo che da lui mi

viene; degnatevi, nel giudizio che mi attende, ricevere le preci de’

miei santi protettori, ed accogliere il mio spirito nel vostro seno.»

Indi dopo alcuni momenti di silenzio allungò la mano; e presa quella

di Donnina, che stava a fianco al letto quasi tramortita d’affanno, e

serrandogliela con quella potenza che gli rimaneva: «Perdona (disse),

o la più diletta compagna de’ miei giorni, i molti mali che per

me soffristi. Tu dividendo meco, volontaria, questo carcere, me lo

rendesti meno grave: io non ho accenti per render grazie a te ed al

Cielo che mi ti diede e mi accorda di morirti vicino.»

Scorgendo poscia Palamede mirarlo lagrimante, e Ginevra per celare la

propria desolazione coprire colle palme il volto: «Sembrommi (proseguì)

che questo dì fosse sorto per me felicemente: io gioiva nel pensare

ai vostri contenti; ma nel convito di nozze mi versarono in seno la

morte. Ciò non vi sia infausto presagio. Io era la meta dell’odio

degli uomini e dei celesti castighi; l’ultimo colpo fu scagliato: io

scendo nella tomba. D’ora innanzi voi vivrete sicuri. Rammentatevi di

pregarmi pace dal Signore: presso la pietra del mio sepolcro invocatelo

per me con lunghe orazioni — ivi insegnate ai vostri figli il mio

nome e le mie disgrazie — io — non posso — che benedirvi....» Tutti

caddero genuflessi al suolo; ed egli, alzata la destra tremante, fe’

il segno di croce. Proruppe uno scoppio di pianto e un sospirare invano

represso.

Bernabò tentò parlare ancora; ma la sua lingua e la bocca inaridite

non emisero che rauchi suoni indistinti — Gli sopravvenne un mortale

singhiozzo; crebbe l’ansia del petto — gli si manifestò un convulso

palpitare delle fibre — gli occhi si intorbidarono — il singhiozzare

addoppiò — stirò le membra gelate, le distese irrigidite — e spirò.

Un raggio occidentale trapelando per rotte nubi, illuminava nel

castello di Trezzo quella funerea scena.

Dietro l’altare maggiore di San Giovanni in Conca sorgeva un mausoleo,

sostenuto da sei colonne, sovra cui stava in bianco marmo scolpito un

destriero di naturale grandezza, il quale recava sul dorso un cavaliero

armato, che era l’effigie di Bernabò. In tale mausoleo, da lui stesso

fatto innalzare, venne per ordine di Giovan Galeazzo deposto con

magnifica pompa il suo cadavere, e celebratene in quella chiesa le

solenni esequie con isfarzo regale.

Lodovico fu condotto nel forte di San Colombano col fratello Rodolfo.

Ginevra e Palamede seguirono Donnina, che si condusse con Damigella al

suo castello della Martesana; ivi furono compite le nozze: nè essi più

apparvero alla corte del Visconte.

Il castello di Trezzo: Novella storica · 第 16 / 19 题