COMITATO DI FINANZA

(_Casa Taverna_)

_Membri_, Alessandro Litta Modignani--Gaetano Taccioli--Cesare Clerici.

Correndo poi voci che l'Austria avesse spediti emissarii nell'interno

della città sotto mentita veste; ed anzi sussurrandosi ch'essa, fabbra

d'astuzia e nell'ingannare accorta, avesse voluto usufruttare del

sentimento religioso che animava le masse insorgenti (che prendevan

quasi a parola d'ordine il nome del pontefice Pio IX) ed avesse spediti

in città emissarii travestiti da sacerdoti, il Comitato di guerra

pubblicò il seguente manifesto

«CITTADINI

«Viene riferito che alcuni travestiti da prete siano esciti dal

Castello. Se ne dà notizia perchè si vigili, e ad un tempo stesso

perchè i nostri buoni sacerdoti ci rendano il servigio di dare pronti

schiarimenti quando ne vengano richiesti.

«La spada del maresciallo Radetzki, la spada di sessantacinque anni,

che fu tinta nel sangue de' nostri fratelli, è nelle nostre mani;

nuovo pegno per ora della nostra vittoria, sarà balocco ai nostri

fanciulli[22].

«Sessanta Croati finiti dalla fame sono venuti ad implorare la nostra

pietà. Eroi nella pugna, noi siamo e saremo generosi nella vittoria.

Tutti i molti prigionieri che si sono arresi sono da noi trattati come

vuole l'onore italiano.

«VIVA L'ITALIA--VIVA PIO IX

«Dal Comitato Centrale di Guerra in casa

Taverna, 22 marzo 1848.»

Durante il giorno la caserma di S. Vittore era stata pur presa dal

popolo. A porta Romana il rapporto del capo-posto del Corpo di Guardia

del palazzo di Giustizia notiziava il Comitato di guerra che nel

borgo di P. Romana (ora corso di P. Romana) un drappello di fanteria

austriaca verso le 10 ore pom. di quel giorno, dopo aver cannoneggiata

la casa N. 4556, l'avea invasa e saccheggiata.

Ma il punto principale del combattimento era a porta Tosa. Un avviso

al Comitato faceva conoscere alle ore 12 essere arrivata in quel

momento la sola macchina a vapore da Treviglio;--che una compagnia di

linea si era diffilata sul bastione, dirimpetto alla Passione, facendo

fuoco dalle scarpe di quel baluardo;--annunciavasi l'accanimento della

lotta a porta Tosa, e si chiedevano rinforzi;--che da porta Vercellina

(ora porta Magenta) molte truppe concentravansi in Castello (ed erano

quelle della brigata Maurer, come si seppe di poi, che ritornava dalla

frontiera piemontese), e che temevansi quindi sempre nuovi rinforzi ai

Tedeschi.

In vero il combattimento a porta Tosa era vivissimo: era quello il

punto decisivo della battaglia fra la democrazia e l'assolutismo:--fra

un popolo ed un imperatore:--fra il diritto e la prepotenza. In quel

punto l'accanimento della zuffa era estremo: l'impeto con cui dal

popolo si attaccava era irresistibile, quanto immensa dimostravasi la

ferocia delle milizie imperiali, già prepotenti per sè, eccitate ora

al sangue dai loro superiori, inferocite dalla terribile resistenza e

dalla sconfitta che loro toccava su ogni punto. In questo luogo più che

altrove il cannone e le bombe mitragliando e bombardando, portavano

lo sterminio fra i combattenti, la rovina nei caseggiati. Dove

potettero penetrare gl'imperiali, là non mancavano nè il saccheggio,

nè l'assassinio, nè peggiori crudeltà, nè l'incendio: era lotta di

belve: era satana che si rivoltava contro il cielo: era l'agonia del

dispotismo che tentava gli ultimi sforzi del moribondo!

Verso le ore 4 e mezzo pomeridiane l'ultima casa vicino al dazio di

porta Tosa fu incendiata: alle 5 e mezzo un battaglione di granatieri

accorreva da porta Orientale a soccorrere porta Tosa: il seguente

rapporto era fatto a quell'ora:

«_Al Comitato di Guerra_

«Siamo all'ultima casa presso la P. Tosa. La nostra bandiera vi sta

già sventolata.--Siamo molti e determinatissimi. Una linea de' nostri

occupa le case del corso sino al ponte. Avremmo già vinto, se un

poderoso rinforzo di linea e di cannoni non fosse in questo punto

arrivato. Mi si dice che scarseggiano molto le munizioni da fucile.

Mandatene. Vinceremo o moriremo.

«Luciano Manara.»

Alla sera trasmettevasi questo altro rapporto, che noi riproduciamo,

perchè riteniamo dare maggiore autorità alla nostra storia con

documenti ufficiali, che non colle vaghe notizie che vennero raccolte

in momenti di confusione, di concitazione morale e d'impossibilità di

appuramento de' fatti e della colleganza fra loro.

«_Al Comitato di Guerra_

«Ore 8, sera.

«La porta è in fiamme; alcuni soldati si sono rifuggiti dai bastioni

in corpo di guardia, che lateralmente arde. I nostri ve li tengono

inchiodati a schioppettate. Del resto, rimettersi al latore. Ci si

mandi polvere e palle. Salute. Viva la patria.

«Cattaneo Angelo.

«Ho già mandato qualche villico al Comitato; qui ne abbiamo altri;

dall'orfanatrofio vengono satollati perchè affamati.

«Cattaneo Angelo.

«P. S. Il caro amico Montanari, capo delle guardie di finanza si è

distinto in varii scontri».

Chi prese ed incendiò porta Tosa difesa di 6 pezzi di cannoni, troviamo

nell'_Archivio triennale_, fu il capitano Manara.--Il primo a portar

fuori di Milano la bandiera tricolore fu Pirovano Paolo, d'anni 17,

abitante in borgo della Stella al N. 210, di professione falegname:

richiesto in seguito quale ricompensa desiderasse, rispose: _D'essere

ammesso nella Guardia Civica_. Chiedeva una grazia per l'età giacchè

l'arruolamento nella Guardia Civica era dagli anni 20 ai 60.--Paolo

Vicenzini, di Corte in Corsica, abitante in S. Vito al Pasquirolo, di

professione daguerrotipista, fece miracoli di valore: dalle 2 e mezzo

alle 4 ore dalla penultima casa a destra di porta Tosa fece 6 colpi

sui Tedeschi e sei ne uccise: il settimo andò fallito: coll'ottavo

tagliò il braccio dritto a un ufficiale: col nono ferì il generale che

veniva con due cannoni. C. Cattaneo al Comitato ricompensò poi questo

valoroso col dono di una carabina guernita in bianco: Vicenzini giurò

di rimeritarla di nuovo.

A porta Ticinese si barrò Cittadella: G. B. Beltrami (fonditore)

immaginò e mise in esecuzione una barricata mobile, costrutta con fasci

di legna, la spinse innanzi, e dietro essa rimasero a combattere al

coperto molti animosi popolani. Gli Austriaci fecero fuoco contro la

barricata, tanto con fucileria, quanto coi cannoni caricati alcuni a

palla, altri a mitraglia: ma vedendo infruttuoso l'attacco, i Tedeschi

cercarono girar per di dietro la barricata onde sorprendere alle

spalle gl'insorti; in parte vi riuscirono, ma, strenuamente pugnando,

i popolani obbligarono la truppa a ritirarsi. Altrove in porta

Ticinese il Beltrami improvvisò altra barricata mobile. In Viarenna

si combattette, e si spazzò la via da ogni soldato. Il lattivendolo

Meschia Giovanni, che abbiam veduto abile bersagliere in via Vetere

in quei giorni, nel 22 marzo era salito sul tetto di una casa

prospiciente il campanile di S. Eustorgio, e di là uccise con dieci

colpi altrettanti soldati che si erano impadroniti di quella torre, e

dalla quale facevan fucilate contro i cittadini.

Dopo difficili e pericolosi lavori, gl'insorti s'avvicinaron per dietro

alla caserma di S. Eustorgio, perforando muri di case e scalando cinte

dei giardini; quindi, assediatala, cinta da continue scariche di

micidiale fucileria, l'obbligarono a resa.

Impossibile era ormai agli imperiali di sostenersi più oltre in Milano:

il prolungar la lor permanenza non faceva che sacrificare sempre più

soldati senza speranza di favorevole scopo, e per di più minacciava

alla truppa di trovarsi preclusa ogni ritirata alle fortezze e bloccata

dal numero sempre più crescente degli insorti. Deliberò allora Radetzky

di riparare nelle fortezze; ma pur temendo di venir perseguitato

nella ritirata, egli la volle coprire con stratagemmi di guerra.

Giovandosi dell'oscurità della notte, fece accender fuochi ed appiccare

incendii in direzione diversa della via che voleva prendere; quindi,

fatti suonare tutti i suoi tamburi e tuonare le sue artiglierie,

quasi volesse tentare un disperato assalto alle barricate di Milano,

mentre tenevasi intento il popolo allo straordinario fulminar delle

artiglierie e al divampare degli incendii in varii punti, compiette la

ritirata.

E per quella ritirata erasi già preparato tutto durante la notte: le

truppe, sparse intorno a Milano, eran state da ogni parte richiamate

e ammassate dietro al Castello, pronte agli ordini superiori,

inconsapevoli però di quanto si trattasse. La massima confusione

regnava in Castello.

A un'ora dopo mezzanotte stendevasi il seguente scritto per ordine di

Radetzky, onde provvedere agli infelici che dovevano rimanere nelle

infermerie o senza parenti:

«Milano, dall'I. R. Comando dell'Armata Austriaca in Italia

Ore 1 (dopo mezzanotte).

«Il Comandante superiore dell'armata d'Italia ha affidato, partendo,

al signor capitano Gnoato Antonio la cura del Castello e il difficile

incarico di tutelare la sicurezza personale di tanti ammalati e

feriti, e dei rispetivi medici e chirurghi, come pure di tante donne

e fanciulli tedeschi impossibilitati a partire colla truppa, e quindi

esposti all'arbitrio del subentrante governo di questa città. Il

Comandante superiore lusingasi che quanto la probità conosciuta di

detto signor capitano inspirava fiducia a commettergli così nobile

ufficio, altrettanto varrà la medesima ad ottenergli il suffragio

della politica autorità subentrante, che a questo modo inizierà il suo

potere con atto di sublime e magnanima e santa filantropia.

«Per il generale in capo conte Radetzky,

--Schonhals T. M.»

Le truppe imperiali sfilavano quindi nel massimo silenzio pei viali dei

bastioni: avevano seco l'artiglieria, i bagagli e 300 e più famiglie

d'ufficiali o d'impiegati, che si eran mantenute devote al governo

austriaco. Malagevole però era la lor marcia, giacchè gl'insorti erano

riusciti di già a segare alberi al piede e lasciarli cadere attraverso

la strada onde barrarla. Dovevansi quindi rimuovere quelle piante per

lasciar libero passaggio ai carri ed alle carrozze.

Era trascorsa di due ore la mezzanotte, allorchè il terribile rombo

dell'artiglieria cessò: al gran frastuono successe un monotono silenzio

che veniva soltanto rotto dal grido di _All'erta_, che partiva dalle

barricate e faceva il giro di tutta la città. Gli appostamenti degli

insorti alle barricate vicine ai bastioni furono sorpresi del gran

passaggio di truppa, ma non compresero che trattavasi di ritirata

se non al momento in cui tacquero le artiglierie. Il popolo conobbe

allora che Milano era libera: la notizia circolò con straordinaria

rapidità per tutta la città:--tutti accorsero al Castello:--grida

acute si alzarono dovunque di: _Fuori i lumi! I Tedeschi se ne sono

andati! Vittoria! Vittoria!_--Uomini, donne, vecchi, fanciulli, sin

gli ammalati tentarono scendere, affollarsi pelle strade, mormorandosi

reciprocamente domande sopra domande: _È proprio vero che son partiti?

Di dove sono andati? Per dove si son diretti?_

Il Castello venne invaso dal popolo:--la bandiera tricolore fu issata

sul forte:--i popolani salirono sui torrioni e ne gettarono abbasso i

cannoni, che vennero tosto portati sulle mura della città.

Orribili spettacoli si offrirono in Castello allo sguardo del popolo!

Cadaveri di cittadini fucilati nella corte, malati, militari morti,

arse molte carte. I poveri nostri arrestati nel Broletto, che sommavano

a trenta, fra i quali il fiore della cittadinanza, eran stati nei

giorni precedenti rinchiusi in una prigione oscura, bassa, senza letti

da riposare, nutriti di pane nero ed acqua, confusi coi ribaldi;

quindi eran stati legati a due a due, col prete alla testa, e condotti

in cortile per esser fucilati: undici vennero passati infatti per le

armi; diecianove condotti in ostaggio; i rimanenti delle varie parti

della città furon liberati dal popolo; ma, sfiniti dalla fame e dai

patimenti, dovettero riparare alle lor case, accompagnati dal popolo

che gioiva nel rivederli.

Così Milano fu libera!

Una notizia manca ancora a somministrarsi da noi.

Come si era provveduto in que' giorni pelle somministrazioni di viveri

ne' luoghi in cui la vicinanza del nemico o l'infuriar della lotta

rendeva difficile, se non impossibile ogni communicazione co' negozii

di commestibili? E come si era provveduto pe' squallidi rioni della

città, nei quali la miseria doveva far languire di fame quantità di

famiglie povere?

In contrada del Monte Napoleone, nella casa della celebre cantante

Pasta, situata di contro alla casa Vidiserti, era stabilito un ufficcio

annonario, il quale provvedeva i viveri per la città, mandando commessi

a requisire pane da tutti i fornai, dietro pagamento a pronti contanti.

Requisito il pane, lo si faceva trasportare nei quartieri in cui

sentivasi maggiore il bisogno.

A dirigente di quell'ufficio eravi il signor Pio Ottolini de Campi,

coadjuvato da' diversi commessi. In que' momenti di lotta egli riceveva

ordini verbali dalla municipalità costituitasi in Governo Provvisorio,

ed impartiva egli pure verbalmente i suoi ordini. L'Ottolini doveva

recarsi di qua, di là per le perquisizioni di viveri, e per le

somministranze ai bisognosi; e siccome egli non aveva con sè che due

commessi, così s'approffittò dell'opera di un cittadino che trovò

nella casa Pasta allorchè vi fu trasferito l'ufficio annonario.

Questo cittadino era un tipografo di cui già ebbimo campo a parlarne:

era Francesco Pagnoni, sul conto del quale noi che scriviamo

quest'istoria ebbimo dall'Ottolini personalmente le seguenti

informazioni. Abbandonato il talamo nuziale, accorse nel primo giorno

della rivoluzione nei varii punti della città ove i bisogni della

patria chiamavano i cittadini. L'Ottolini lo incontrò nella stessa casa

Pasta, allorchè vi trasferì l'ufficio annonario, e d'allora in poi il

Pagnoni coadjuvò in ogni modo l'opera dell'Ottolini, recandosi con

lui a porta Tosa, a porta Romana ed a porta Vigentina specialmente a

requisir viveri ed a distriburli nei luoghi che ne avevano più bisogno;

nè guardò il Pagnoni a disagi od a pericoli di sorta; premuroso,

infaticabile, non richiesto, si era lui stesso il Pagnoni offerto: non

avendo arma da taglio se ne era procurata bentosto una di nuovo genere,

Ma non nuova a que' giorni, ne' quali di un chiodo facevasi un'arma, di

una pertichetta costruivasi una lancia. Così aveva fatto il Pagnoni. Ad

un lungo bastone aveva attaccato un'accuminata accetta all'estremità

superiore, assicurandola con un pezzo di corda. Quella fu l'arma da

taglio di cui si munì a difesa dell'ufficiale delle sussistenze

allorchè si recava per le requisizioni e per le somministrazioni.

Ma con eroici sforzi di tutti i cittadini, con unanime proposito di

combattere e vincere o morire per la libertà, Milano vinse perchè:

_Fortes fortunam adjuvare aiebant_[23]:

. . . . _Amica sempre

Fortuna è degli audaci_[24]

E l'agguerrito Tedesco, forte per numero, per armi, per munizioni,

per arte di guerra e per disciplina, rimase sconfitto da un pugno

d'uomini inermi, disusi all'armi, tentati spesso nel bollor della

pugna dall'immagine della moglie e dei figli che avevano. E il Tedesco

lasciò Milano davanti un pugno d'uomini ch'erano però eroi!... Lasciò

Milano, ma abbandonandovi quattro mila morti in quei cinque giorni! Di

quattrocento cannonieri ne erano sopravvissuti cinque: erasi dovuto

affidar l'artiglieria ai Tirolesi perchè mancavan gli artiglieri!

Una dolorosa notizia però ebbe a conturbare ben presto la gioja de'

Milanesi: fu l'assassinio di uno degli ostaggi: del conte Carlo Porro!

Ecco come troviam narrato in un manoscritto che fu riprodotto

nell'_Archivio triennale delle cose d'Italia_, serie I, Vol. II, pag.

431. Parlandosi ivi dei 19 prigioni che i Tedeschi trassero seco in

ostaggio allorchè abbandonarono Milano, vi si narra quanto segue:

«Questi ostaggi prima della partenza rimanevano per quattro ore circa

nei cortili accerchiati, da guardie di polizia, ed ammanettati. Fra

essi v'era il delegato, ma tenuto in disparte, ed al punto della

partenza fatto salire in una carrozza. Gli altri 18 marciavano a piedi

in mezzo ai soldati. Quattordici ore mettevano gli Austriaci per

giungere a Marignano, tanto erano gli ingombri che trovavano sulla loro

via! Il popolo cercando ogni modo di render più difficile la fuga,

aveva impediti i bastioni e la strada di circonvallazione con fossi

e tagli e piante. Presso Marignano dovettero starsene tre o quattro

ore per un taglio profondo di strada riempito d'acqua; i zappatori

riparavano alla meglio, ed erano in continua faccenda. Durante la

marcia moltissimi soldati cadevano rifiniti; quelli che potevano

reggersi sulle gambe andavano a saccheggiare e bruciare le case lungo

la strada; erano furibondi per sete e per fame. Prima d'entrare,

salutarono il paese alla loro maniera, tirandogli contro buon numero di

cannonate; entrati, lo ponevano a fuoco ed a sacco. Quei poveri paesani

fuggivano a rotta per la campagna, abbandonando quasi affatto il borgo,

che pareva un solo e vasto incendio. I prigionieri, tra nuovi insulti

di un officiale di polizia, vennero ivi rinchiusi in una casa. Secondo

il vecchio stile austriaco si poneva tra loro una spia a udire i loro

discorsi. Ma la sera, non sappiamo per qual ragione, erano tolti di là,

e mandati in una sala terrena nella casa del mastro di posta. Fu in

quella sala che consumavasi un fatto lagrimoso, col quale noi compiremo

la nostra narrazione.

«Fra i 19 ostaggi era Carlo Porro, figlio del conte Gian Pietro Porro,

antico podestà di Como, consigliere intimo di S. M., presidente

della congregazione centrale[25]. Ancorchè il padre fosse stretto

agli Austriaci, il figlio non lo simigliava punto; un altro figlio

(Alessandro) faceva parte del Governo Provvisorio. Era Carlo Porro di

animo gentile, ma decoroso e risoluto nei modi, sviscerato amatore

della patria; svegliato d'ingegno s'era dato alle scienze naturali con

tal profitto da farsi nominare, sebbene giovine ancora, con rispetto

dagli stranieri. Non era ignoto il suo nome come naturalista in Francia

e in Germania. Anche in mezzo agli studii aveva sempre intento l'animo

alle cose d'Italia. Prima dell'insurrezione molte cose operò, che

è bene che rimangano ancora, per prudenza ignorate. Intrepido senza

vanti, alto e bello della persona, era amato così da' suoi, come dai

cittadini. laonde è cosa naturale che i satelliti di Radetzky lo

trascegliessero fra gli ostaggi che trassero seco.

«Ma un orrendo fatto lo toglieva di vita. In quella terribil notte

cadeva in mezzo ai compagni, ferito da occulta mano nel petto, e, dopo

trentaquattro ore d'agonia, spirava. Come ei morisse e perchè, se per

caso o per meditata vendetta, non è il luogo qui di pronunciare. Diremo

solo, che il colpo di fuoco, che gli fu scaricato addosso, scoppiava

non al di fuori, ma nella camera stessa ove egli trovavasi inoffensivo

e dalle manette legato col dottor Peluso, che seco trascinò a terra

cadendo, proprio quando il commissario De-Betta, entrato a parlare co'

prigionieri, ne usciva, e trovavasi dirimpetto al nostro povero amico,

--nella direzione del Commissario verso il Porro:

--quando la lucerna, non so per quale bisogno, essendo posta per terra,

e quindi la camera trovandosi avvolta nel bujo, poteva lasciar agio

all'omicida di ferir senza essere ravvisato:

--per colpo di pistola; ove il colpo fosse stato di fucile, era

impossibile che qualcuno non si fosse avveduto del fatto perchè un

fucile spianato, in mezzo a 18 prigionieri, non poteva certo restare

inosservato:

--impossibile che, alla presenza d'un commissario, altri tirasse dentro

ai prigionieri. Impossibile, se fosse stata opera del caso, il non

conoscere il modo onde avveniva:

--l'interesse stesso che il De-Betta poneva grandissimo a che il colpo

fosse dichiarato fortuito, aggrava sopra di lui i sospetti d' altra

parte confermati.

«Gli altri prigionieri intimoriti dalle minaccie, e costretti a

sottoscrivere una dichiarazione che il De-Betta pose loro dinanzi,

tornati si mostrarono ben altro che persuasi di ciò che la paura, e

quel trovarsi in mano degli Austriaci, aveva fatto loro affermare.

E con due di essi non valsero minaccie nè persuasioni; e, forti

della loro coscienza, bastò loro l'animo di rifiutarsi a quella

sottoscrizione.

«Confermano pure quel sospetto le parole di Porro, che, ancorchè

moribondo, raffigurando il De-Betta, esclamò: «Ah! signor commissario,

in questi momenti l'ho proprio riconosciuto»; e con accento tra

l'ironico ed il rassegnato, proseguiva: «era giusto»; alludendo forse

a una vecchia ruggine, che, per quanto seppimo poi, il De-Betta covava

contro di lui.

«È istoria codesta di cui lasciamo ad altri il giudicio. Portiamo fede

tuttavia che i casi futuri d'Italia chiariranno un giorno questo fatto

e ne additeranno meno oscuramente l'autore».

Appena partita la truppa, il Governo Provvisorio diede opera ad

assodarsi ed a provvedere allo sviluppo di tutte le dipendenti

amministrazioni. Pubblicava quindi il seguente proclama ai cittadini:

«_Cittadini!_

_Milano 23 marzo 1848_

«Il maresciallo Radetzky, che aveva giurato di ridurre in cenere la

vostra città, non ha potuto resistervi più a lungo. Voi senz'armi

avete sconfitto un esercito che godeva una vecchia fama di abitudini

guerresche e di disciplina militare, Il Governo Austriaco è sparito per

sempre dalla magnifica nostra città. Ma bisogna pensare energicamente

a vincere del tutto, a conquistare l'emancipazione della rimanente

Italia, senza la quale non c'è indipendenza per voi.

«Voi avete trattato con troppa gloria le armi per non desiderare

vivamente di non deporle così presto.

«Conservate adunque le barricate: correte volonterosi ad inscrivervi

nei ruoli di truppe regolari che il Comitato di Guerra aprirà

immediatamente.

«Facciamola finita una volta con qualunque dominazione straniera in

Italia. Abbracciate questa bandiera tricolore, che pel valor vostro

sventola sul paese, e giurate di non lasciarnela strappare mai più.

Storia delle cinque gloriose giornate di Milano nel 1848 · 第 39 / 50 题