ORDINE E FERMEZZA.

«Milano 18 marzo 1848».

Gli animi eransi esaltati allo scoppio di avvenimenti risoluti

e decisivi:--l'agitazione era in ogni petto:--grande la

concitazione:--l'ardimento era spartano. Trepidando nell'aspettazione

delle ore 3, e l'impazienza dell'animo riversandosi dall'occhi, dalle

labbra dal tremito delle membra e dallo stesso respiro, ognuno era

sceso per le vie in attesa di quell'ora; talchè verso mezzodì le strade

eran tutte gremite di masse popolari, desiose d'azione più che di

aspettativa, e, cominciando una voce a parlar di armamenti, divenne

voce di tutte quelle masse, le quali risolsero di muoversi verso il

palazzo municipale al grido di: _Armateci! Dateci la Guardia Civica!_

Il podestà conte Gabrio Casati cercò di calmar l'effervescenza

popolare, e persuaderla che nulla egli poteva fare, ed esser d'uopo

che il popolo si rivolgesse al Governo:--ma il popolo non s'acquetava

alle esortazioni, e finalmente gridava che gli si desse un capo per

guidarlo. Il Casati allora si offrì di capitanare personalmente il

popolo, e vi si pose in testa insieme ai Corpi municipale e provinciale.

Imponente fu il procedere per le vie di quella immensa moltitudine

acclamante, festante, sventolante in alto moccichini e berretti!...

Non erano uomini che camminavano;--era un'onda che si riversava per le

strade, l'un l'altro premendo, spingendo, più portati che camminando,

tant'era stipata la folla. Il petto loro portava una coccarda; era

quella bianca, rossa e verde.

Giunto il popolo sul ponte di S. Damiano, la guardia del palazzo

di Governo, schieratasi nella via, scaricò i fucili contro il

popolo:--questi, inasprito all'atto ostile, precipitò furioso verso

il palazzo di governo; in un attimo i due granatieri ungheresi di

sentinella furon massacrati, gli altri soldati disarmati, il palazzo

preso, invaso, rispettandosi scrupolosamente la proprietà. I

consiglieri di governo eran fuggiti: alcuni fraternizzarono col popolo:

il solo O'Donell, che reggeva il governo in assenza del conte Spaur,

erasi barrato nel suo gabinetto e sdegnava scendere a patteggiar col

popolo.

In questo frattempo era sopraggiunto l'arcivescovo e l'arciprete

Opizzoni, fregiati essi pure di coccarda tricolore, i quali, acclamati

dal popolo, si posero intermediarii fra questo e O'Donell; recatisi da

quest'ultimo, assicuraronlo che rispondevano di sua vita e l'indussero

a presentarsi sul balcone del palazzo, dal quale, pallido e tremante,

spiegando una bianca pezzuola, sclamò al popolo: _Farò quello che

volete! Tutto quello che volete!_ E il popolo rispondeva: _Abbasso

la Polizia! Vogliam Guardia Civica!_ O'Donell replicava allora:

_Sì, abbasso la Polizia! Accordata la Guardia Civica!_ Ma il popolo

diffidando delle parole gridò: _Lo vogliamo in iscritto._ A ciò annuì

O'Donell, e, accompagnato in contrada del Monte in casa Vidiserti, egli

sottoscrisse i seguenti editti che vennero immediatamente stampati, e

pubblicati poche ore dopo dalla Congregazione municipale:

«Milano, 18 marzo 1848

«Il Vice Presidente, vista la necessità assoluta per mantenere

l'ordine, concede al Municipio di armare la Guardia Civica.

«_Firmato_ CONTE O'DONELL.»

«La Guardia della Polizia consegnerà le armi al Municipio

immediatamente.

«_Firmato_ CONTE O'DONELL.»

«La direzione di Polizia è destituita; e la sicurezza della città è

affidata al Municipio.

«_Firmato_ CONTE O'DONELL.»

LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE

DELLA CITTÀ DI MILANO.

«In conseguenza di ciò sono invitati tutti i cittadini dai 20 ai 60

anni che non vivono di lucro giornaliero a presentarsi al palazzo

Civico dove sarà attivato il Ruolo della Guardia Civica.

«Interinalmente è affidata la Direzione di Polizia al signor Dottor

Bellati, Delegato Provinciale.

«I Cittadini che hano le armi dovranno portarle con sè.»

CASATI, podestà

BERETTA, assessore

GREPPI, assessore

SILVA, segretario

Chi aveva suggerito al podestà di condurre altrove O'Donell, era stato

Cernuschi, il quale costituiva, direm così, la testa di quella prima

dimostrazione insieme a Clerici, a Bellati, a Mazzuchelli, a Correnti,

a Guerrieri, a Greppi, a Berretta, ad Oldofredi, a Borromeo ed a Busi.

Cernuschi aveva suggerita quella determinazione onde procurarsi nella

persona di O'Donell un ostaggio alla rivoluzione popolare.

Il corso di porta Orientale era pavesato a festa: le bandiere

tricolori, preparate nel segreto delle famiglie, vi apparvero e

sventolarono pubblicamente: gremite eran le finestre di vecchi,

ragazzi, donne sventolanti le lor pezzuole in atto di gioja. La

concitazione era grande, indescrivibile l'entusiasmo: qua e là

vedevansi capannelli di uomini e donne che chiedevansi ansiosamente

notizie, e le più strane ed esagerate novelle si diffondevano intorno

agli avvenimenti della giornata; l'immaginazione ardente creava fatti

insussistenti, svisava gli esistenti, tutti tratteggiati di quelle

tinte che l'entusiasmo e le aspirazioni somministravano.

Il popolo erasi tutto riversato al Governo ed al Broletto: tutti

chiedevano inscriversi nella Guardia Civica, tutti erano animati da

eguale ardore. Qualche sbocco di contrada cominciava già a venir

abbarrata con tavole e con travi; ma deboli erano ancora le difese.

Una ventina di ardimentosi giovani, volendo che il loro ardire fosse

più proficuo se armati, portossi all'Oficina Colombo, dove, atterrata

la porta, s'impadronì delle armi che vi si tenevano in vendita; cioè

sciabole, pistole e pochi fucili.

Il palazzo reale era ancora presidiato dalla truppa austriaca, la

quale mantenevasi in relazione colla direzione di polizia, senza poter

però trovarsi in communicazione col castello, perchè avendo spedito un

ussero onde recar la nuova di quanto avveniva, questo era stato fermato

dal popolo e fatto prigioniero.

Non esisteva quindi unità di azione, non conoscendosi da Radetzky

quanto avveniva nell'interno della città, e ritenendo d'altronde le

autorità e le truppe dell'interno che tutto si conoscesse in Castello.

Fatt'è che Radetzky, uscendo verso un'ora pomeridiana dalla casa

Cagnola (ch'era situata in via Cusani e nella quale vi esisteva la

Cancelleria militare) in compagnia del generale Wallmoden, di altri

tre generali e di diversi ufficiali, vide chiudersi le porte delle

case, le imposte delle botteghe, le persiane, ed osservò un confuso

correr di gente, attrupparsi alcuni, altri fuggire come sovrastasse

gran pericolo; talchè, avendo chiesta la ragione di quanto stranamente

gli si presentava allo sguardo, gli fu risposto che era scoppiato

serio tumulto popolare, e che forti masse eransi recate minacciose al

governo, senza conoscerne i particolari e l'esito.

Riparatosi allor ben tosto in castello, vi s'incontrò col professor

Menini e col commissario De Betta che, al primo sfavillar della

sommossa, eransi colà rifugiati.

Alle confuse, ma appassionate notizie recate da quei due, Radetzky

presumette troppo di vincere col terrore l'entusiasmo popolare, ed ideò

allora di soffocare nel sangue ogni tentativo di rivoluzione, facendo

marciare contro il popolo otto mila uomini, divisi in centosessanta

compagnie di cinquant'uomini ciascuna, coll'ordine di spazzar colle

armi le vie della città, portarsi a saccheggiare duecento case di

signori, indicati dal De Betta come animati da sentimenti ostili al

governo, mentre altri seimila uomini avrebbero avuto l'incarico di

continuare l'opera dell'_ordine_ col mezzo del sangue e del terrore,

assicurando le comunicazioni delle varie strade interne ed esterne col

castello.

Ma mentre si spedivano staffette militari da un punto all'altro per

procurarsi notizie sul vero stato delle cose, impartire istruzioni,

mantenere le communicazioni fra i diversi punti occupati dal militare,

questi corrieri militari non giungevano poi mai alla loro destinazione,

perchè venivano fermati ed arrestati dal popolo. In quell'occasione

vennero intercettate due lettere che due figli del Vicerè si

scambiavano, e nelle quali esternavasi il desiderio e la convinzione

che Radetzky avrebbe bombardata Milano e domata la rivoluzione colle

armi e coi patiboli.

Fortunatamente non solo le _pietose_ intenzioni degli arciduchi non

potettero aver realizzazione, ma nemmeno i disegni di Radetzky,

ritenendosi da molti ch'egli venisse osteggiato da forti proteste de'

suoi generali Walmoden e Woyna. Si limitò quindi il feld-maresciallo

a spiegare innanzi al castello tutte le forze che aveva presso di

sè, spingendone una parte lungo i bastioni e tenendo in pronto le

artiglierie sugli spalti dei torrioni del castello. Spinse anche forti

pattuglie nella città, le quali però trovarono precluso in varie parti

il proseguimento di lor marcia.

Ciò avveniva per parte delle truppe del castello: prima di proseguire

nel racconto di quanto avveniva nell'interno della città, riteniamo

necessità storica di presentare un prospetto delle forze militari che

in quel giorno si ritrovavano in Milano, a quali corpi appartenessero

ed in quali caserme distribuite.

_In Castello_

6 comp. di granat. ungh. a 180 uomini 1,080

4 " croati 210 " 840

6 " regg. Alberto 190 " 1,140

2 squadroni di cavalleria a 150 " 300

2 batterie leggere 180 " 360

3 " a piedi 80 " 240

1 " racchette 60 " 60

_Nella Caserma S. Francesco._

12 comp. regg. Paumgartten a 190 uomini 2,080

2 " cacciat. tirolesi 200 " 400

1 " regg. Reisinger 190 " 190

_Nella caserma S. Gerolamo._

2 comp. croati 210 uomini 420

2 " regg. Reisinger 190 " 380

_Nella caserma S. Vittore._

4 comp. regg. Reisinger a 190 uomini 760

1 squadrone di cavalleria 150 " 150

_Nella caserma delle Grazie._

Storia delle cinque gloriose giornate di Milano nel 1848 · 第 12 / 50 题