Qual effetto produca la proporzione dell'oro all'argento, male
osservata nella valutazione delle monete.
Ancorché nel precedente capitolo siasi abbastanza, a mio credere,
fatto conoscere che quello, che diciamo «alzamento» delle monete d'oro
e d'argento, non è altro, propriamente, che un abbassamento della
valuta delle monete inferiori e delle immaginarie; nulladimeno, per
fuggire ogni oscuritá, seguiteremo a chiamarlo «alzamento» od
«accrescimento» delle monete istesse. Che però, per quanto molte siano
le cause che fanno alzar le monete d'oro e d'argento di prezzo, come
s'anderá distintamente mostrando, nulladimeno la proporzione, con cui
talora, o per innavvertenza o per altri fini, in alcune zecche sono
valutate, è una delle maggiori e che piú evidente ne produce
l'effetto. Hanno le monete, cosí dell'uno che dell'altro metallo, due
qualitá essenziali, che dánno la misura al loro giusto valore. Una è
la bontá e finezza del metallo di che son formate, che «valore» e
«bontá intrinseca» da alcuni vien detta; e l'altra è il peso, che
«valore intrinseco» vien dimandato da certi, sebbene con piú ragione
chiamano altri «valore» quello che si potrebbe cavarne, vendendola,
non come moneta, ma come tanto peso d'argento di tanta finezza. È
estrinseco poi quello che ad essa dá l'autoritá del principe,
facendola spendere a un determinato prezzo; ed in questo modo
l'intenderemo ancora noi per l'avvenire.
Per quello adunque che tocca alla bontá intrinseca, sará bene di
sapere che dicesi oro di 24 caratti quello che non ha alcuna impuritá
o mistura d'altro metallo, ma che tutto quanto è vero oro; ma
all'incontro, quando egli ha altra mistura, si dice oro di 23 caratti,
che delle 24 parti della sua mole ne ha seco mescolata una d'altro
inferior metallo, siasi argento o rame (non essendo solito mescolarsi
con altri che con questi due). Cosí sará di 22 caratti quell'oro che
d'ogni 24 parti ne ha due di altra mistura; e di 18 caratti quello che
d'ogni 24 ne ha sei, e d'ogni quattro ne ha una d'impuro; e cosí
secondo tutte le proporzioni. Anzi, per maggior sottigliezza, ogni
caratto vien diviso in grani 24: onde, se una moneta o massa d'oro
fosse tale, che di 24 parti del tutto vi fosse una parte e 3/4
d'impuritá, si direbbe oro di caratti 22 grani 18; e cosí secondo ogni
proporzione. E quella materia, che con l'oro si mischia, si dice
«lega», ed «alligare» oro con rame o con argento vuol dire mescolarne
seco porzione; onde si dice «oro di bassa lega» quello che ha molta
porzione d'altro metallo.
Nello stesso modo si dice dell'argento, se non quanto la sua finezza
si divide in 12 parti solamente, chiamate once, e «denari» si dicono i
ventiquattresmi d'oncia. Onde argento di 12 once si dice quello ch'è
tutto puro, e si chiama anche argento «di copella», essendo la copella
un vasetto fatto di certe ceneri, che, posto nel fuoco con argento e
piombo, e tenutovi liquefatto certo tempo, il metallo succhia solo il
piombo e col piombo ogn'altra impuritá, che aveva l'argento, e lo
lascia puro di 12 once, cioè d'intiera perfezione. Ma, se nell'argento
sará allegato rame od altro metallo, si dice di tante once di bontá
quante in una libbra ne sono d'argento fino; onde «argento di bassa
lega» si dice ancora quello che ha molta lega di altro metallo, come
si dice dell'oro. Ed è da notare che l'oro comunemente suole allegarsi
con metá d'argento e metá rame, perché con argento schietto
biancheggia troppo e con rame schietto troppo rosseggia; ma, con metá
per sorte, riesce migliore e meno dissomigliante dal vero oro la
composizione. Ed all'incontro l'argento solo col rame s'allega, avendo
seco non so qual analogia, che fa buon composto; laddove lo stagno e
il piombo lo incrudiscono e rendono facile a spezzarsi piuttosto che
ricevere impronto.
In Venezia però e sua zecca si ragguaglia in altro modo la bontá delle
monete, figurandosi una marca, ch'è ott'once, cosí d'oro, come
d'argento, contenere caratti 1152, perché ogni oncia è caratti 144.
Ogni caratto in grani 24 si divide. Onde spiegano la bontá de'
medesimi metalli col dire «oro ed argento di _pezo_ (cioè peggio) 60»,
e vuol dire che ogni marca contiene 60 caratti d'altro metallo
peggiore; «_pezo_ 150» vorrá dire che ogni 1152 ne sono 150 di lega; e
«_pezo_ nulla» vuol dire oro di 24 caratti od argento di copella, ecc.
E cosí secondo ogni proporzione, eccettuato quando l'oro o l'argento
fosse minor quantitá della metá della massa; perché allora non contano
il _pezo_, ma il fino: onde diranno che i traeri, o siano grossi
d'Allemagna, hanno di fino 492, quando d'ogni marca, che contiene 1152
caratti, ne sono solo 492 d'argento fino, ecc.
La bontá dunque del metallo delle monete s'intende quella quantitá di
metallo fino, che in esse si contiene in proporzione dell'intiero
tutto. E la valuta intrinseca delle medesime da questa e dal giusto
peso dipende; ed allora si dice una moneta non esser di giusta bontá,
quando o nella bontá del metallo o nel peso è manchevole di quello
dev'essere secondo la legge del principe. E di qui hanno origine due
specie di falsari: quelli, cioè, che, levandone dal metallo, o col
tagliarne attorno o in altro modo, le levano del peso, e sono detti
«tosatori di monete»; e quelli che, falsamente fabbricandole di
nascosto ed imitando il conio pubblico, le fanno di materia inferiore
o di bassa lega, e sono nomati «monetari falsi». Questa giusta lega e
giusta bontá delle monete, dunque, deve esser da' principi cosí
regolata nel valutarle intrinsecamente, cioè nel dichiarar a quante
lire o soldi delle monete inferiori elle debbano spendersi, essendo
questa la valuta intrinseca loro, che non si scosti da quella
proporzione universale che fra' mercanti comunemente corre nei prezzi
dell'oro ed argento. Imperciocché, se, per esempio, un principe, che
ha suoi scudi d'oro, che solevano valere 15 lire l'uno, e con una
marca di tali scudi si comprano 14 marche e 1/2 d'argento in scudi da
8 lire l'uno; se, dico, lascia crescere il valore dello scudo d'oro
alle 18 lire e stabilisce che anche gli scudi d'argento si spendano a
9.12, torna la stessa proporzione di prima, perché, anche a questo
prezzo, per una marca d'oro averò 14 marche e mezza d'argento. E
questo è mantenere la proporzione, non mantenere la valuta estrinseca,
perché si può mutare la valuta e mantenere la proporzione; e se egli
muta tal proporzione, senza che tutte l'altre piazze siano d'accordo
in mutarla, ne nascono sconcerti grandi negli Stati di quelli che
dalla comune misura s'allontanano. Imperciocché, se per esempio corre
in Genova e nelle altre piazze il prezzo piú comune dell'oro a 14 once
e 3/4 d'argento per una d'oro, ed un'altra zecca d'Italia, per esempio
quella di Venezia, valutasse le monete d'oro e d'argento in modo che
tanto valesse un'oncia d'oro quanto once 14 1/4 d'argento, tutti li
mercanti dell'altre piazze manderebbono le monete d'argento a Venezia
per avere in cambio altrettanta valuta in oro; imperciocché, se per
ogni 14 once e 1/4 d'argento in moneta ponno in Venezia aver un'oncia
d'oro, che nel suo paese vale 14 once e 3/4 d'argento, v'è mezz'oncia
di argento ogni 14 1/4, che sarebbero due once ogni 57, e sono quasi 4
per cento: onde, trattene le spese e provvigioni al mercante che seco
corrisponde, ne porta via ad ogni modo circa 3 per cento di guadagno
per sé, guadagnati non in un anno, ma in quelle poche settimane che ci
vogliono al trasporto dell'una e dell'altra moneta; e, replicando tali
traffichi, a capo d'un anno ne fa guadagno non picciolo. Lo stesso
vien praticato da' mercanti stessi del paese, i quali, vedendo questo
disordine nelle determinazioni del principe, prontamente se ne
approfittano, mandando fuori di Stato tutto l'oro che ponno
raccogliere, per ricevere la valuta in tanto argento: perché, se con
una marca d'oro trovano in altre piazze 14 marche e 3/4 d'argento, che
in sua mano vale un'oncia d'oro, e ne avanza mezz'oncia d'argento, vi
guadagnano gli stessi 3 in 4 per cento. E perché anche uno per cento
basta loro, mentre ponno almen due volte il mese replicar il cambio,
perciò comprano piú care le doppie, onde queste crescono di valuta; il
che tutto è in danno de' sudditi di quel principe che ha mal regolate
le sue monete. Imperciocché, venendo asportato l'oro in altro Stato, e
convenendo dipoi ad altri mercanti mandar fuori di Stato danaro per
far pagamenti, e trovando che in altri luoghi l'oro è prezzato piú,
onde vi è quasi 4 per cento di danno mandando argento, essi cercano le
doppie ed altre monete d'oro; e chi non le ha di proprio e non le
trova altrimenti, le baratta in aggio d'uno e di due e poi di tre per
100 di piú, mercecché gli altri mercanti, che conoscono la strettezza
che ha d'oro la piazza, ne raccolgono quanto ponno, per venderlo piú
caro di quanto l'ha valutato il principe: ed in questo modo la doppia
cresce di prezzo. E lo stesso viceversa succede dell'argento, quando
in alcun paese viene valutato piú del suo dovere.
E vi sono pur troppo mercanti de' piú danarosi in tutta l'Italia, che,
sebbene s'impiegano apparentemente in altre marcanzie, tutto il grosso
però del loro traffico fanno sulle monete, col quale piú presto e con
piú sicurezza si fanno ricchi. Ora io non so se sia stato mai
ponderato abbastanza il danno grandissimo che apporta agli Stati
questo traffico, che fanno molti de' piú ricchi mercanti sopra le
monete. So bene che, non essendo loro vietato, hanno ragione
d'approvecchiarsene quanto ponno; imperciocché ella è una mercanzia
che non è sottoposta ad alcuna di quelle disgrazie a cui soggiaciono
le altre, fuori delle mani de' ladri. Per altro ella non patisce umido
ne' magazzini; non è suddita del tempo, che la corrompa o guasti; non
è soggetta, se non rarissime volte e per poca cosa, a scemar di
valore, e piuttosto sempre piú cresce; non si consuma fra le mani de'
sensali; è sempre bella e venduta a contante, perché ella stessa è
contante e tien poco luogo per tutto. E chi lascerá mai di trafficar
questa sorte di monete, anzi merce, per impiegare i suoi capitali in
seta, in droghe, in lana od altre mercanzie, e, quello ch'è peggio, in
far lavorar manifatture, il guadagno delle quali si disperde quasi
tutto negli operari?
Io per me lodo la sagacitá di coloro, che, non avendo obbligo di
pensare se non al proprio profitto, scelgono quella sorte di mercatura
che piú pronto e meno pericoloso lo produce; e dico che non fanno
errore alcuno a star cogli occhi attenti se in alcun luogo nasce
l'apertura di mandar monete a cambio d'altre con guadagno, e tener
corrispondenze, che d'ogni altra pubblica determinazione e bando de'
principi in materia di moneta lor diano avviso, e di subito, con penna
aritmetica ben sottile, scandagliare qual vantaggio ne possono trarre,
barattando questa con quella spezie di moneta. Anzi non biasimo se,
per ciò fare con tanto piú di diligenza e prestezza, pigliano ad
interesse danaro da altri; e se hanno l'occhio (particolarmente nelle
piazze di confine, ove la necessitá di vicinanza molte volte dá il
corso alle monete inferiori d'un paese nell'altro), se stanno, dico,
attenti se qualche moneta forestiera si insinua a poco a poco fra la
plebe a maggior valuta o prezzo del giusto; e se, per darle credito,
arrischiano qualche cosetta a pigliarla a maggior valuta essi ancora
in principio, ch'ella non meriterebbe, acciò, vedendo la plebe e gli
artigiani che i mercanti non la rifiutano, piú facilmente la ricevano:
onde, tantosto ch'ella ha cominciato a correre comunemente, ne fanno
venire gran quantitá di casse dal paese ove è battuta, lasciando
qualche porzione di guadagno ancora a chi la manda, e, prima che i
magistrati s'avvedano del pregiudizio e risolvano del rimedio, ne
riempiono in breve tutto lo Stato, mandando nello stesso tempo fuori
di Stato la moneta migliore.
Cosí, credo, farei io ancora, se a quella professione fossi applicato;
e parmi che, se io fossi un mercante di Verona o di Brescia assai
danaroso, ed osservassi che dal frequente passaggio de' tedeschi
confinanti si fosse introdotto per abuso di spendere i grossi e
carantani tedeschi ed i funfnezeri a prezzo maggiore dell'intrinseca
loro valuta (verbigrazia, funfnezeri per 25 soldi, che non hanno
argento per 21.10, e gli altri a proporzione), per accreditarne meglio
il corso, gli accetterei anch'io in parte a quel prezzo; onde gli
altri mercanti inferiori, dal mio esempio, li ricevessero anch'essi.
E, stabilito cosí l'abuso, ne farei poscia venire a posta in casse la
maggior quantitá che potessi, pagandoli in Allemagna secondo la giusta
loro valuta, oppure qualcosetta piú, purché restasse del guadagno a me
ancora; e manderei in Allemagna quelle monete italiane, che colá si
ricevessero piú a mio vantaggio: dandosi il caso, con questi giri e
cambiamenti, che si fanno molte volte in un anno, di raddoppiare in
capo all'anno il capitale impiegato, che non è poco utile. Cosí credo,
dico, che farei anch'io; e, per attendere a sí lucroso traffico, non
avrei scrupolo a lasciar di fabbricar calze di seta e drapperie, nelle
quali tanto minore e tanto piú imbrogliato è il guadagno.
Sono queste industrie ingegnose, che sono lecite e saranno sempre
sinché non vengano proibite, e si eserciteranno anche dopo la
proibizione sinché non siano impedite con mano forte e con
proporzionate diligenze, perché sono facili i contrabbandi e portano
incredibili guadagni a chi sa valersene. Ma frattanto le arti, che
sono il vero nervo delle repubbliche e il loro sostentamento,
languiscono, non trovandosi mercanti, che, potendo trafficar in
monete, vogliano esercitare questa mercatura, per impazzire fra'
tessitori, tintori ed altre maestranze e, con la continua mutazione di
mode, far fondo di capitali morti ne' magazzini e metter il restante
in partite de' libri a debito di chi non vuole pagare, e terminare il
negozio in un vergognoso fallimento. L'arti della seta o della lana e
degli ori filati, che in Italia hanno fatte ricche tante cittá, tanti
popoli, e fiorivano, anzi fecero fiorire Firenze, Siena, Milano,
Bologna, Napoli e tante altre, oggidí, se non sono estinte affatto,
sono però languenti quasi per tutto, fuorché a Venezia, ove l'occhio
prudentissimo e zelante di quei savi senatori non lascia diligenza per
sostenerle. E tutto è avvenuto principalmente perché, applicati la
maggior parte de' mercanti italiani piú ricchi al traffico delle
monete, hanno trascurato gl'incrementi che fecero grandi i lor
maggiori, e lasciatone passare in Francia, in Inghilterra, in Ollanda
ed altrove, con infinito detrimento e vergogna dell'Italia, il
magistero. E chi ben riguarda lo stato dell'Italia e il suo commercio,
vedrá che in tutte le cittá egli è cosí altamente scemato da quanto
egli era a' tempi andati, che appena se ne trovano le vestigia, perché
s'è lasciata quella sorte di traffico, che manteneva metá del popolo
con opere manuali e con utile universale, e fatto passaggio al
commercio delle monete, utile solamente al mercante che lo fa ed a'
facchini che portano dalla dogana o dal porto a casa le casse
d'argenti ed i barili, che, sotto nome di chiodi o d'altre simili
mercanzie di metallo vile, nascondono le monete; e, fuor di questi, è
dannosa a tutti gli altri, spogliando i popoli con monete inferiori al
giusto valore di buona parte delle loro sostanze.
So che a questo passo incontrerò la poca soddisfazione di molti
mercanti, che mille cose sono per opporre al mio discorso. E mi
diranno che, se alcuno ve n'è fra loro che a questo traffico delle
monete sia applicato, non sono però tutti; e che quei medesimi non
lasciano di trafficar anche in manifatture dell'arti ed in altri
negozi; e anzi che le vere cause del passaggio delle arti dall'Italia
in altri paesi sono state in parte i tradimenti degli artigiani
stessi, che, allettati da maggior guadagno, hanno portato le arti
fuori delle patrie loro, ed in parte le gabelle troppo gravi, che da
molti principi sono state imposte su quelle mercanzie, aggiuntici i
frequenti appalti di varie merci; perché spesse volte i principi, per
accrescere con malaccorto consiglio le proprie entrate, non s'avvedono
di perderle, mentre aggravano troppo le mercanzie, e sono causa che il
mercante le tralascia o le fabbrica piú leggiere e di minor
perfezione, onde si scredita fuori la fabbrica e se ne rovina il
traffico, con danno irreparabile dell'entrate pubbliche. Ed addurranno
cento storiette particolari del modo con che varie mercanzie italiane
son cadute a terra e tuttavia vanno perdendosi; e soggiungeranno di
piú che l'avere i nobili in molte cittá abbandonato la mercatura in
mano della gente inferiore, investiti li capitali in contee e
marchesati, pigliando quasi a schifo l'esercizio, che pur è nobile,
dell'onorata mercatura per far vita signorile e da principi, ha dato
nella maggior parte delle cittá l'ultimo crollo anche alle arti, che
da' ricchi per l'addietro venivano sostentate. Al che non contraddico,
non accusando io quei mercanti, che non sono degni d'accusa; ma
replico che, fra l'altre cagioni della perdita della mercatura in
Italia, la mercanzia delle monete non è delle infime, mentre quei
capitali, che pur sono i piú grossi, sono morti ad ogni altro, fuorché
al mercante stesso che li maneggia.