CAPITOLO X

Qual effetto produca la proporzione dell'oro all'argento, male

osservata nella valutazione delle monete.

Ancorché nel precedente capitolo siasi abbastanza, a mio credere,

fatto conoscere che quello, che diciamo «alzamento» delle monete d'oro

e d'argento, non è altro, propriamente, che un abbassamento della

valuta delle monete inferiori e delle immaginarie; nulladimeno, per

fuggire ogni oscuritá, seguiteremo a chiamarlo «alzamento» od

«accrescimento» delle monete istesse. Che però, per quanto molte siano

le cause che fanno alzar le monete d'oro e d'argento di prezzo, come

s'anderá distintamente mostrando, nulladimeno la proporzione, con cui

talora, o per innavvertenza o per altri fini, in alcune zecche sono

valutate, è una delle maggiori e che piú evidente ne produce

l'effetto. Hanno le monete, cosí dell'uno che dell'altro metallo, due

qualitá essenziali, che dánno la misura al loro giusto valore. Una è

la bontá e finezza del metallo di che son formate, che «valore» e

«bontá intrinseca» da alcuni vien detta; e l'altra è il peso, che

«valore intrinseco» vien dimandato da certi, sebbene con piú ragione

chiamano altri «valore» quello che si potrebbe cavarne, vendendola,

non come moneta, ma come tanto peso d'argento di tanta finezza. È

estrinseco poi quello che ad essa dá l'autoritá del principe,

facendola spendere a un determinato prezzo; ed in questo modo

l'intenderemo ancora noi per l'avvenire.

Per quello adunque che tocca alla bontá intrinseca, sará bene di

sapere che dicesi oro di 24 caratti quello che non ha alcuna impuritá

o mistura d'altro metallo, ma che tutto quanto è vero oro; ma

all'incontro, quando egli ha altra mistura, si dice oro di 23 caratti,

che delle 24 parti della sua mole ne ha seco mescolata una d'altro

inferior metallo, siasi argento o rame (non essendo solito mescolarsi

con altri che con questi due). Cosí sará di 22 caratti quell'oro che

d'ogni 24 parti ne ha due di altra mistura; e di 18 caratti quello che

d'ogni 24 ne ha sei, e d'ogni quattro ne ha una d'impuro; e cosí

secondo tutte le proporzioni. Anzi, per maggior sottigliezza, ogni

caratto vien diviso in grani 24: onde, se una moneta o massa d'oro

fosse tale, che di 24 parti del tutto vi fosse una parte e 3/4

d'impuritá, si direbbe oro di caratti 22 grani 18; e cosí secondo ogni

proporzione. E quella materia, che con l'oro si mischia, si dice

«lega», ed «alligare» oro con rame o con argento vuol dire mescolarne

seco porzione; onde si dice «oro di bassa lega» quello che ha molta

porzione d'altro metallo.

Nello stesso modo si dice dell'argento, se non quanto la sua finezza

si divide in 12 parti solamente, chiamate once, e «denari» si dicono i

ventiquattresmi d'oncia. Onde argento di 12 once si dice quello ch'è

tutto puro, e si chiama anche argento «di copella», essendo la copella

un vasetto fatto di certe ceneri, che, posto nel fuoco con argento e

piombo, e tenutovi liquefatto certo tempo, il metallo succhia solo il

piombo e col piombo ogn'altra impuritá, che aveva l'argento, e lo

lascia puro di 12 once, cioè d'intiera perfezione. Ma, se nell'argento

sará allegato rame od altro metallo, si dice di tante once di bontá

quante in una libbra ne sono d'argento fino; onde «argento di bassa

lega» si dice ancora quello che ha molta lega di altro metallo, come

si dice dell'oro. Ed è da notare che l'oro comunemente suole allegarsi

con metá d'argento e metá rame, perché con argento schietto

biancheggia troppo e con rame schietto troppo rosseggia; ma, con metá

per sorte, riesce migliore e meno dissomigliante dal vero oro la

composizione. Ed all'incontro l'argento solo col rame s'allega, avendo

seco non so qual analogia, che fa buon composto; laddove lo stagno e

il piombo lo incrudiscono e rendono facile a spezzarsi piuttosto che

ricevere impronto.

In Venezia però e sua zecca si ragguaglia in altro modo la bontá delle

monete, figurandosi una marca, ch'è ott'once, cosí d'oro, come

d'argento, contenere caratti 1152, perché ogni oncia è caratti 144.

Ogni caratto in grani 24 si divide. Onde spiegano la bontá de'

medesimi metalli col dire «oro ed argento di _pezo_ (cioè peggio) 60»,

e vuol dire che ogni marca contiene 60 caratti d'altro metallo

peggiore; «_pezo_ 150» vorrá dire che ogni 1152 ne sono 150 di lega; e

«_pezo_ nulla» vuol dire oro di 24 caratti od argento di copella, ecc.

E cosí secondo ogni proporzione, eccettuato quando l'oro o l'argento

fosse minor quantitá della metá della massa; perché allora non contano

il _pezo_, ma il fino: onde diranno che i traeri, o siano grossi

d'Allemagna, hanno di fino 492, quando d'ogni marca, che contiene 1152

caratti, ne sono solo 492 d'argento fino, ecc.

La bontá dunque del metallo delle monete s'intende quella quantitá di

metallo fino, che in esse si contiene in proporzione dell'intiero

tutto. E la valuta intrinseca delle medesime da questa e dal giusto

peso dipende; ed allora si dice una moneta non esser di giusta bontá,

quando o nella bontá del metallo o nel peso è manchevole di quello

dev'essere secondo la legge del principe. E di qui hanno origine due

specie di falsari: quelli, cioè, che, levandone dal metallo, o col

tagliarne attorno o in altro modo, le levano del peso, e sono detti

«tosatori di monete»; e quelli che, falsamente fabbricandole di

nascosto ed imitando il conio pubblico, le fanno di materia inferiore

o di bassa lega, e sono nomati «monetari falsi». Questa giusta lega e

giusta bontá delle monete, dunque, deve esser da' principi cosí

regolata nel valutarle intrinsecamente, cioè nel dichiarar a quante

lire o soldi delle monete inferiori elle debbano spendersi, essendo

questa la valuta intrinseca loro, che non si scosti da quella

proporzione universale che fra' mercanti comunemente corre nei prezzi

dell'oro ed argento. Imperciocché, se, per esempio, un principe, che

ha suoi scudi d'oro, che solevano valere 15 lire l'uno, e con una

marca di tali scudi si comprano 14 marche e 1/2 d'argento in scudi da

8 lire l'uno; se, dico, lascia crescere il valore dello scudo d'oro

alle 18 lire e stabilisce che anche gli scudi d'argento si spendano a

9.12, torna la stessa proporzione di prima, perché, anche a questo

prezzo, per una marca d'oro averò 14 marche e mezza d'argento. E

questo è mantenere la proporzione, non mantenere la valuta estrinseca,

perché si può mutare la valuta e mantenere la proporzione; e se egli

muta tal proporzione, senza che tutte l'altre piazze siano d'accordo

in mutarla, ne nascono sconcerti grandi negli Stati di quelli che

dalla comune misura s'allontanano. Imperciocché, se per esempio corre

in Genova e nelle altre piazze il prezzo piú comune dell'oro a 14 once

e 3/4 d'argento per una d'oro, ed un'altra zecca d'Italia, per esempio

quella di Venezia, valutasse le monete d'oro e d'argento in modo che

tanto valesse un'oncia d'oro quanto once 14 1/4 d'argento, tutti li

mercanti dell'altre piazze manderebbono le monete d'argento a Venezia

per avere in cambio altrettanta valuta in oro; imperciocché, se per

ogni 14 once e 1/4 d'argento in moneta ponno in Venezia aver un'oncia

d'oro, che nel suo paese vale 14 once e 3/4 d'argento, v'è mezz'oncia

di argento ogni 14 1/4, che sarebbero due once ogni 57, e sono quasi 4

per cento: onde, trattene le spese e provvigioni al mercante che seco

corrisponde, ne porta via ad ogni modo circa 3 per cento di guadagno

per sé, guadagnati non in un anno, ma in quelle poche settimane che ci

vogliono al trasporto dell'una e dell'altra moneta; e, replicando tali

traffichi, a capo d'un anno ne fa guadagno non picciolo. Lo stesso

vien praticato da' mercanti stessi del paese, i quali, vedendo questo

disordine nelle determinazioni del principe, prontamente se ne

approfittano, mandando fuori di Stato tutto l'oro che ponno

raccogliere, per ricevere la valuta in tanto argento: perché, se con

una marca d'oro trovano in altre piazze 14 marche e 3/4 d'argento, che

in sua mano vale un'oncia d'oro, e ne avanza mezz'oncia d'argento, vi

guadagnano gli stessi 3 in 4 per cento. E perché anche uno per cento

basta loro, mentre ponno almen due volte il mese replicar il cambio,

perciò comprano piú care le doppie, onde queste crescono di valuta; il

che tutto è in danno de' sudditi di quel principe che ha mal regolate

le sue monete. Imperciocché, venendo asportato l'oro in altro Stato, e

convenendo dipoi ad altri mercanti mandar fuori di Stato danaro per

far pagamenti, e trovando che in altri luoghi l'oro è prezzato piú,

onde vi è quasi 4 per cento di danno mandando argento, essi cercano le

doppie ed altre monete d'oro; e chi non le ha di proprio e non le

trova altrimenti, le baratta in aggio d'uno e di due e poi di tre per

100 di piú, mercecché gli altri mercanti, che conoscono la strettezza

che ha d'oro la piazza, ne raccolgono quanto ponno, per venderlo piú

caro di quanto l'ha valutato il principe: ed in questo modo la doppia

cresce di prezzo. E lo stesso viceversa succede dell'argento, quando

in alcun paese viene valutato piú del suo dovere.

E vi sono pur troppo mercanti de' piú danarosi in tutta l'Italia, che,

sebbene s'impiegano apparentemente in altre marcanzie, tutto il grosso

però del loro traffico fanno sulle monete, col quale piú presto e con

piú sicurezza si fanno ricchi. Ora io non so se sia stato mai

ponderato abbastanza il danno grandissimo che apporta agli Stati

questo traffico, che fanno molti de' piú ricchi mercanti sopra le

monete. So bene che, non essendo loro vietato, hanno ragione

d'approvecchiarsene quanto ponno; imperciocché ella è una mercanzia

che non è sottoposta ad alcuna di quelle disgrazie a cui soggiaciono

le altre, fuori delle mani de' ladri. Per altro ella non patisce umido

ne' magazzini; non è suddita del tempo, che la corrompa o guasti; non

è soggetta, se non rarissime volte e per poca cosa, a scemar di

valore, e piuttosto sempre piú cresce; non si consuma fra le mani de'

sensali; è sempre bella e venduta a contante, perché ella stessa è

contante e tien poco luogo per tutto. E chi lascerá mai di trafficar

questa sorte di monete, anzi merce, per impiegare i suoi capitali in

seta, in droghe, in lana od altre mercanzie, e, quello ch'è peggio, in

far lavorar manifatture, il guadagno delle quali si disperde quasi

tutto negli operari?

Io per me lodo la sagacitá di coloro, che, non avendo obbligo di

pensare se non al proprio profitto, scelgono quella sorte di mercatura

che piú pronto e meno pericoloso lo produce; e dico che non fanno

errore alcuno a star cogli occhi attenti se in alcun luogo nasce

l'apertura di mandar monete a cambio d'altre con guadagno, e tener

corrispondenze, che d'ogni altra pubblica determinazione e bando de'

principi in materia di moneta lor diano avviso, e di subito, con penna

aritmetica ben sottile, scandagliare qual vantaggio ne possono trarre,

barattando questa con quella spezie di moneta. Anzi non biasimo se,

per ciò fare con tanto piú di diligenza e prestezza, pigliano ad

interesse danaro da altri; e se hanno l'occhio (particolarmente nelle

piazze di confine, ove la necessitá di vicinanza molte volte dá il

corso alle monete inferiori d'un paese nell'altro), se stanno, dico,

attenti se qualche moneta forestiera si insinua a poco a poco fra la

plebe a maggior valuta o prezzo del giusto; e se, per darle credito,

arrischiano qualche cosetta a pigliarla a maggior valuta essi ancora

in principio, ch'ella non meriterebbe, acciò, vedendo la plebe e gli

artigiani che i mercanti non la rifiutano, piú facilmente la ricevano:

onde, tantosto ch'ella ha cominciato a correre comunemente, ne fanno

venire gran quantitá di casse dal paese ove è battuta, lasciando

qualche porzione di guadagno ancora a chi la manda, e, prima che i

magistrati s'avvedano del pregiudizio e risolvano del rimedio, ne

riempiono in breve tutto lo Stato, mandando nello stesso tempo fuori

di Stato la moneta migliore.

Cosí, credo, farei io ancora, se a quella professione fossi applicato;

e parmi che, se io fossi un mercante di Verona o di Brescia assai

danaroso, ed osservassi che dal frequente passaggio de' tedeschi

confinanti si fosse introdotto per abuso di spendere i grossi e

carantani tedeschi ed i funfnezeri a prezzo maggiore dell'intrinseca

loro valuta (verbigrazia, funfnezeri per 25 soldi, che non hanno

argento per 21.10, e gli altri a proporzione), per accreditarne meglio

il corso, gli accetterei anch'io in parte a quel prezzo; onde gli

altri mercanti inferiori, dal mio esempio, li ricevessero anch'essi.

E, stabilito cosí l'abuso, ne farei poscia venire a posta in casse la

maggior quantitá che potessi, pagandoli in Allemagna secondo la giusta

loro valuta, oppure qualcosetta piú, purché restasse del guadagno a me

ancora; e manderei in Allemagna quelle monete italiane, che colá si

ricevessero piú a mio vantaggio: dandosi il caso, con questi giri e

cambiamenti, che si fanno molte volte in un anno, di raddoppiare in

capo all'anno il capitale impiegato, che non è poco utile. Cosí credo,

dico, che farei anch'io; e, per attendere a sí lucroso traffico, non

avrei scrupolo a lasciar di fabbricar calze di seta e drapperie, nelle

quali tanto minore e tanto piú imbrogliato è il guadagno.

Sono queste industrie ingegnose, che sono lecite e saranno sempre

sinché non vengano proibite, e si eserciteranno anche dopo la

proibizione sinché non siano impedite con mano forte e con

proporzionate diligenze, perché sono facili i contrabbandi e portano

incredibili guadagni a chi sa valersene. Ma frattanto le arti, che

sono il vero nervo delle repubbliche e il loro sostentamento,

languiscono, non trovandosi mercanti, che, potendo trafficar in

monete, vogliano esercitare questa mercatura, per impazzire fra'

tessitori, tintori ed altre maestranze e, con la continua mutazione di

mode, far fondo di capitali morti ne' magazzini e metter il restante

in partite de' libri a debito di chi non vuole pagare, e terminare il

negozio in un vergognoso fallimento. L'arti della seta o della lana e

degli ori filati, che in Italia hanno fatte ricche tante cittá, tanti

popoli, e fiorivano, anzi fecero fiorire Firenze, Siena, Milano,

Bologna, Napoli e tante altre, oggidí, se non sono estinte affatto,

sono però languenti quasi per tutto, fuorché a Venezia, ove l'occhio

prudentissimo e zelante di quei savi senatori non lascia diligenza per

sostenerle. E tutto è avvenuto principalmente perché, applicati la

maggior parte de' mercanti italiani piú ricchi al traffico delle

monete, hanno trascurato gl'incrementi che fecero grandi i lor

maggiori, e lasciatone passare in Francia, in Inghilterra, in Ollanda

ed altrove, con infinito detrimento e vergogna dell'Italia, il

magistero. E chi ben riguarda lo stato dell'Italia e il suo commercio,

vedrá che in tutte le cittá egli è cosí altamente scemato da quanto

egli era a' tempi andati, che appena se ne trovano le vestigia, perché

s'è lasciata quella sorte di traffico, che manteneva metá del popolo

con opere manuali e con utile universale, e fatto passaggio al

commercio delle monete, utile solamente al mercante che lo fa ed a'

facchini che portano dalla dogana o dal porto a casa le casse

d'argenti ed i barili, che, sotto nome di chiodi o d'altre simili

mercanzie di metallo vile, nascondono le monete; e, fuor di questi, è

dannosa a tutti gli altri, spogliando i popoli con monete inferiori al

giusto valore di buona parte delle loro sostanze.

So che a questo passo incontrerò la poca soddisfazione di molti

mercanti, che mille cose sono per opporre al mio discorso. E mi

diranno che, se alcuno ve n'è fra loro che a questo traffico delle

monete sia applicato, non sono però tutti; e che quei medesimi non

lasciano di trafficar anche in manifatture dell'arti ed in altri

negozi; e anzi che le vere cause del passaggio delle arti dall'Italia

in altri paesi sono state in parte i tradimenti degli artigiani

stessi, che, allettati da maggior guadagno, hanno portato le arti

fuori delle patrie loro, ed in parte le gabelle troppo gravi, che da

molti principi sono state imposte su quelle mercanzie, aggiuntici i

frequenti appalti di varie merci; perché spesse volte i principi, per

accrescere con malaccorto consiglio le proprie entrate, non s'avvedono

di perderle, mentre aggravano troppo le mercanzie, e sono causa che il

mercante le tralascia o le fabbrica piú leggiere e di minor

perfezione, onde si scredita fuori la fabbrica e se ne rovina il

traffico, con danno irreparabile dell'entrate pubbliche. Ed addurranno

cento storiette particolari del modo con che varie mercanzie italiane

son cadute a terra e tuttavia vanno perdendosi; e soggiungeranno di

piú che l'avere i nobili in molte cittá abbandonato la mercatura in

mano della gente inferiore, investiti li capitali in contee e

marchesati, pigliando quasi a schifo l'esercizio, che pur è nobile,

dell'onorata mercatura per far vita signorile e da principi, ha dato

nella maggior parte delle cittá l'ultimo crollo anche alle arti, che

da' ricchi per l'addietro venivano sostentate. Al che non contraddico,

non accusando io quei mercanti, che non sono degni d'accusa; ma

replico che, fra l'altre cagioni della perdita della mercatura in

Italia, la mercanzia delle monete non è delle infime, mentre quei

capitali, che pur sono i piú grossi, sono morti ad ogni altro, fuorché

al mercante stesso che li maneggia.

Economisti del cinque e seicento · 第 142 / 180 题