CAPITOLO VI

Varie cagioni che ponno alterare la proporzione della valuta dell'oro

a quella dell'argento.

Se l'oro e l'argento non fosse ad altri usi adoperato che a fabbricar

monete e stassero queste sempre in commercio, io non vedo quasi alcuna

ragione per cui dovesse alterarsi la proporzione del loro valore fuor

di quella della quantitá, che ne viene dalle miniere, la quale talora

si varia. Ma, perché sono eglino impiegati a tanti altri lavori, egli

è forza che vada variandosi la valuta loro, non conforme la quantitá

loro che dalle viscere de' monti se ne estrae alla luce, ma secondo la

quantitá che da' lussi mondani n'avanza. Certa cosa è però che il

primo impulso alla mutazion del valore lo dá l'abbondanza d'uno piú

che dell'altro metallo, e che, se un anno non comparirá in Italia

dalla Spagna o da altre province altro che argento e non oro, resterá

piú caro l'oro, per un'oncia del quale si daranno piú once d'argento

che prima non si davano; e se capitasse solo oro e non argento, con

un'oncia d'oro si comprerebbe minor quantitá d'argento che prima. Ma

anche il vario consumo, che si fa de' medesimi metalli, influisce non

poco a questa proporzione. Il numero de' vasellami d'argento, che, e

per le credenze e per le tavole non piú de' principi solo, ma de'

cavalieri ordinari e fino de' mercanti si fa; quello che per servizio

delle chiese fuor d'ogni proporzione d'antico costume, sebbene

lodevolmente, si adopra; quello che per pizzi, riccami ed altre

manifatture si malmette: raccolto tutto insieme in moneta, cangerebbe

ben tosto la proporzione.

Ma dall'altro canto l'oro, che dal lusso moderno si consuma non solo

in gioie, catene ed annella, ma per dorature, cosí de' piú vili

metalli come del legno stesso, che, in varie guise intaglio, adorna i

nostri soffitti, le nostre pitture e fino le carrozze, che ogni

persona di ben comuni facoltá, al di sotto ancor de' mercanti, vuol

niente di meno pompose di quel che fossero gli antichi carri

trionfali; questo pure da tutta la massa dell'oro, che è nel mondo, ne

detrae non picciola parte. La prima volta che i romani indorassero i

soffitti (e furono que' del Campidoglio) fu dopo aver distrutta

Cartagine: ma, dopo il Campidoglio passò alle camere dei grandi e dei

cesari il lusso; onde si narrano inaudite cose del gran palazzo di

Nerone e d'altri sfoggi del fasto romano.

Anche i naufragi pur troppo frequenti portano dell'uno e dell'altro i

tributi al mare e ponno or dell'uno or dell'altro alterar anch'essi la

proporzione.

Ma d'ogni lusso, d'ogni strapazzo, che si faccia dell'oro, molto

maggiore è il consumo che ne fanno; con uso sempre detestabile, quegli

avari non solo, che, sottratto dal pubblico commercio, lo condannano

in vita alle carceri de' loro forzieri; ma quelli ancora, che,

occultandolo di nuovo sotto terra a masse ben grandi, ingiuriano la

natura e Dio, che l'ha creato e ci ha dato l'ingegno e gl'indizi per

dissotterarlo di dove nasce e valersene agli usi nostri. Sono pochi

nulladimeno i cristiani, che d'un sí vile e sordido sacrilegio siano

colpevoli, in proporzione delle altre nazioni, e de' turchi

particolarmente ed indiani mogori, i quali, ben sapendo non dover

essere se non per gran fortuna i figliuoli loro eredi delle facoltá

loro, tutto cadendo per loro morte al regio fisco, nascondono sotterra

immensi tesori, con proposito di manifestarli a' figli avanti la

morte; il che non riuscendo sempre a talento, restano quei metalli di

nuovo in seno alla terra, da cui furon generati.

E questo è il fine, anzi la morte, che fa l'oro; il quale, concetto

nelle viscere della terra piú profonde, estrattone con taglio cesareo

dalle marre e da' picconi de' mineralisti, educato nel fuoco e fatto

adulto nelle zecche, dopo aver vissuto, Dio sa quanti secoli, ne'

commerci mondani ed aver girato in piú viaggi la metá del mondo,

colpevole di mille delitti e tradimenti, ne' quali ha avuto parte, va

finalmente a incanutire nelle oscure carceri de' casná de' monarchi

orientali, oppur a restar affogato nelle piú cupe voragini

dell'oceano, o ad esser sepolto di nuovo sotterra da chi, per troppo

zelo di conservarlo, lo leva del mondo.

Ed in vero, io non saprei come meglio rispondere alla domanda di

coloro, a' quali pare sí gran paradosso il vedere quanta gran massa

d'oro ogn'anno dalle miniere di tutti i paesi s'estrae, e come in niun

luogo apparisce ch'egli cresca ed abbondi in quella proporzione

ch'egli doverebbe, ma sempre la stessa e piú tosto minor quantitá par

che se ne trovi. Le sete, che (non ostante che tante se ne lavorino in

Europa) vengono sí copiose dalla Persia, dalle Indie, dal Mogore e

sino dalla Cina stessa in Europa; le spezierie tutte, che dalle Indie

orientali ci sono condotte; tante altre droghe, tante altre merci, che

ogni anno ne portano i vascelli portoghesi, inglesi ed ollandesi; le

gioie piú preziose, diamanti, perle, zaffiri ed altre, che da quei

regni stessi a noi sono portate: con che altro si comprano che col

contante? Niuno quasi di quei vastissimi imperi compra merci d'Europa

se non con altre sue merci; sicché in molto maggior quantitá ne cola

d'Europa in quelle parti, che non quello che di lá ne sia trasportato:

eppure vi sono regni che ne hanno abbondantissime miniere. In Turchia

stessa, che pur troppo è la piú vicina a noi, non corre quasi altra

moneta che reali di Spagna, zecchini veneti ed ongari d'Allemagna; ed

all'incontro, ancorché sia vero che i reali di Spagna sono sempre in

giro di mercanzia e commercio, onde ne ritornano spesse volte somme

grandi in cristianitá, sono rarissimi i sultanini. Chi mi fa vedere un

aspro d'argento, se non è per fortuna in mano di chi per sola

curiositá lo conserva? Segno ben manifesto che le nostre monete, i

nostri ori ed argenti colano tutti in quelle parti senza far piú

ritorno: onde, se non fosse il costume barbaro di quei tiranni,

d'appropriare a se stessi i beni di ciascuno che muore, privandone i

figli del defonto, dal che nasce poi il restarne sepolta sí gran

quantitá d'oro sotterra di quei ricchi che lo nascondono, sarebbe fra

loro cosí abbondante l'oro come fra noi il ferro. Anzi vi sono regni

nell'Asia colá verso la Tartaria, ove i ricchi, non per lasciarlo a'

figli, ma per uso proprio nell'altro mondo, ove credono ciecamente

potersene valere, ne seppelliscono quanto ne possono adunare.

Ora ciascuna di queste cause, che in qualunque maniera riceva

alterazione, può alterare i prezzi di questi metalli, e far che l'oro

ora per piú ora per meno si baratti. E forse niun'altra ragione addur

si può dell'esser divenuto piú caro l'oro dell'argento dal tempo che

scrive il Bodino, ch'egli valeva dodici d'argento, al tempo nostro,

che ne vale quasi quindici, se non che il commercio di Levante, che

avanti Francesco primo era quasi solo in mano de' veneziani e

genovesi, apertosi a' francesi e spagnuoli ancora, per mezzo degli

ebrei, scacciati di Spagna e ricovrati in Turchia, che hanno

cominciato di lá a venir ne' porti di cristianitá a mercantare, ha

portato via sempre piú d'oro che d'argento: mentre, sebbene l'argento

ci va, resta però egli in giro di mercanzia; ma l'oro, caduto che sia

una volta nelle mani de' grandi e nel casná del gran signore, mai piú

rivede il sole, non che la patria.

Economisti del cinque e seicento · 第 138 / 180 题