Varie cagioni che ponno alterare la proporzione della valuta dell'oro
a quella dell'argento.
Se l'oro e l'argento non fosse ad altri usi adoperato che a fabbricar
monete e stassero queste sempre in commercio, io non vedo quasi alcuna
ragione per cui dovesse alterarsi la proporzione del loro valore fuor
di quella della quantitá, che ne viene dalle miniere, la quale talora
si varia. Ma, perché sono eglino impiegati a tanti altri lavori, egli
è forza che vada variandosi la valuta loro, non conforme la quantitá
loro che dalle viscere de' monti se ne estrae alla luce, ma secondo la
quantitá che da' lussi mondani n'avanza. Certa cosa è però che il
primo impulso alla mutazion del valore lo dá l'abbondanza d'uno piú
che dell'altro metallo, e che, se un anno non comparirá in Italia
dalla Spagna o da altre province altro che argento e non oro, resterá
piú caro l'oro, per un'oncia del quale si daranno piú once d'argento
che prima non si davano; e se capitasse solo oro e non argento, con
un'oncia d'oro si comprerebbe minor quantitá d'argento che prima. Ma
anche il vario consumo, che si fa de' medesimi metalli, influisce non
poco a questa proporzione. Il numero de' vasellami d'argento, che, e
per le credenze e per le tavole non piú de' principi solo, ma de'
cavalieri ordinari e fino de' mercanti si fa; quello che per servizio
delle chiese fuor d'ogni proporzione d'antico costume, sebbene
lodevolmente, si adopra; quello che per pizzi, riccami ed altre
manifatture si malmette: raccolto tutto insieme in moneta, cangerebbe
ben tosto la proporzione.
Ma dall'altro canto l'oro, che dal lusso moderno si consuma non solo
in gioie, catene ed annella, ma per dorature, cosí de' piú vili
metalli come del legno stesso, che, in varie guise intaglio, adorna i
nostri soffitti, le nostre pitture e fino le carrozze, che ogni
persona di ben comuni facoltá, al di sotto ancor de' mercanti, vuol
niente di meno pompose di quel che fossero gli antichi carri
trionfali; questo pure da tutta la massa dell'oro, che è nel mondo, ne
detrae non picciola parte. La prima volta che i romani indorassero i
soffitti (e furono que' del Campidoglio) fu dopo aver distrutta
Cartagine: ma, dopo il Campidoglio passò alle camere dei grandi e dei
cesari il lusso; onde si narrano inaudite cose del gran palazzo di
Nerone e d'altri sfoggi del fasto romano.
Anche i naufragi pur troppo frequenti portano dell'uno e dell'altro i
tributi al mare e ponno or dell'uno or dell'altro alterar anch'essi la
proporzione.
Ma d'ogni lusso, d'ogni strapazzo, che si faccia dell'oro, molto
maggiore è il consumo che ne fanno; con uso sempre detestabile, quegli
avari non solo, che, sottratto dal pubblico commercio, lo condannano
in vita alle carceri de' loro forzieri; ma quelli ancora, che,
occultandolo di nuovo sotto terra a masse ben grandi, ingiuriano la
natura e Dio, che l'ha creato e ci ha dato l'ingegno e gl'indizi per
dissotterarlo di dove nasce e valersene agli usi nostri. Sono pochi
nulladimeno i cristiani, che d'un sí vile e sordido sacrilegio siano
colpevoli, in proporzione delle altre nazioni, e de' turchi
particolarmente ed indiani mogori, i quali, ben sapendo non dover
essere se non per gran fortuna i figliuoli loro eredi delle facoltá
loro, tutto cadendo per loro morte al regio fisco, nascondono sotterra
immensi tesori, con proposito di manifestarli a' figli avanti la
morte; il che non riuscendo sempre a talento, restano quei metalli di
nuovo in seno alla terra, da cui furon generati.
E questo è il fine, anzi la morte, che fa l'oro; il quale, concetto
nelle viscere della terra piú profonde, estrattone con taglio cesareo
dalle marre e da' picconi de' mineralisti, educato nel fuoco e fatto
adulto nelle zecche, dopo aver vissuto, Dio sa quanti secoli, ne'
commerci mondani ed aver girato in piú viaggi la metá del mondo,
colpevole di mille delitti e tradimenti, ne' quali ha avuto parte, va
finalmente a incanutire nelle oscure carceri de' casná de' monarchi
orientali, oppur a restar affogato nelle piú cupe voragini
dell'oceano, o ad esser sepolto di nuovo sotterra da chi, per troppo
zelo di conservarlo, lo leva del mondo.
Ed in vero, io non saprei come meglio rispondere alla domanda di
coloro, a' quali pare sí gran paradosso il vedere quanta gran massa
d'oro ogn'anno dalle miniere di tutti i paesi s'estrae, e come in niun
luogo apparisce ch'egli cresca ed abbondi in quella proporzione
ch'egli doverebbe, ma sempre la stessa e piú tosto minor quantitá par
che se ne trovi. Le sete, che (non ostante che tante se ne lavorino in
Europa) vengono sí copiose dalla Persia, dalle Indie, dal Mogore e
sino dalla Cina stessa in Europa; le spezierie tutte, che dalle Indie
orientali ci sono condotte; tante altre droghe, tante altre merci, che
ogni anno ne portano i vascelli portoghesi, inglesi ed ollandesi; le
gioie piú preziose, diamanti, perle, zaffiri ed altre, che da quei
regni stessi a noi sono portate: con che altro si comprano che col
contante? Niuno quasi di quei vastissimi imperi compra merci d'Europa
se non con altre sue merci; sicché in molto maggior quantitá ne cola
d'Europa in quelle parti, che non quello che di lá ne sia trasportato:
eppure vi sono regni che ne hanno abbondantissime miniere. In Turchia
stessa, che pur troppo è la piú vicina a noi, non corre quasi altra
moneta che reali di Spagna, zecchini veneti ed ongari d'Allemagna; ed
all'incontro, ancorché sia vero che i reali di Spagna sono sempre in
giro di mercanzia e commercio, onde ne ritornano spesse volte somme
grandi in cristianitá, sono rarissimi i sultanini. Chi mi fa vedere un
aspro d'argento, se non è per fortuna in mano di chi per sola
curiositá lo conserva? Segno ben manifesto che le nostre monete, i
nostri ori ed argenti colano tutti in quelle parti senza far piú
ritorno: onde, se non fosse il costume barbaro di quei tiranni,
d'appropriare a se stessi i beni di ciascuno che muore, privandone i
figli del defonto, dal che nasce poi il restarne sepolta sí gran
quantitá d'oro sotterra di quei ricchi che lo nascondono, sarebbe fra
loro cosí abbondante l'oro come fra noi il ferro. Anzi vi sono regni
nell'Asia colá verso la Tartaria, ove i ricchi, non per lasciarlo a'
figli, ma per uso proprio nell'altro mondo, ove credono ciecamente
potersene valere, ne seppelliscono quanto ne possono adunare.
Ora ciascuna di queste cause, che in qualunque maniera riceva
alterazione, può alterare i prezzi di questi metalli, e far che l'oro
ora per piú ora per meno si baratti. E forse niun'altra ragione addur
si può dell'esser divenuto piú caro l'oro dell'argento dal tempo che
scrive il Bodino, ch'egli valeva dodici d'argento, al tempo nostro,
che ne vale quasi quindici, se non che il commercio di Levante, che
avanti Francesco primo era quasi solo in mano de' veneziani e
genovesi, apertosi a' francesi e spagnuoli ancora, per mezzo degli
ebrei, scacciati di Spagna e ricovrati in Turchia, che hanno
cominciato di lá a venir ne' porti di cristianitá a mercantare, ha
portato via sempre piú d'oro che d'argento: mentre, sebbene l'argento
ci va, resta però egli in giro di mercanzia; ma l'oro, caduto che sia
una volta nelle mani de' grandi e nel casná del gran signore, mai piú
rivede il sole, non che la patria.