PROEMIO

Disponere bene una republica overo governar regni e rimediare alli

disordini che possono nascere o defetti che vi sono, par sia, quasi e

senza quasi, cosa commune a tutti e che ciascuno presuma ciò

intendere; di modo che, a qualsivoglia pericolo che li soprastasse e

di difficile rimedio, se offereria ritrovar pronto espediente,

ancorché rozzo idiota, e diria che si deve far questa provisione,

promulgar questa legge e che, si toccasse a lui governare, provederia

in quel modo, e cosa simile: soccedendo il contrario in qualsivoglia

altra scienzia e arte, che nissuno ardisce trattarne se prima non ha

acquistato l'abito o esercizio di quelle in tutto o in parte, come si

vede nella filosofia, astrologia, matematica e altre facultá, e cossí

in tutte le arti. E quanto si è detto presumersi da ogniuno saper

governar regni, nasce in consequenzia dal pretendersi da ciascuno

conoscere il giusto da l'ingiusto; ché non solo ogni uomo, quantunque

ignorante, professa saper questo, ma insin a' fanciulli, quali ancora

non hanno discorso: come si vede per esperienzia che, soccedendo o

proponendosi alcun caso a qualsivoglia, e domandandolo:--Qual tiene

ragione? Che saria di giustizia?--subito risponderá il suo parere,

benché non sia sua professione, dicendo:--Questo ha ragione. Quello

vuol la giustizia;--e li fanciulli sogliono far il lor capo e nelle

occasioni determinar qual abbia il torto e qual abbia ragione. Lo che

professarsi cosí universalmente par debba concludere che tanto

governar regni quanto distintamente conoscere l'ingiusto dal giusto

sia cosa facilissima, mentre da ogniuno senza impararlo s'intende.

Non è dunque maraviglia se Marco Antonio de Santis, uomo

prattichissimo in negozi, con altri si abbia persuaso d'intendere la

vera causa perché in questo regno di Napoli vi siano tante poche

monete, che si può dire che non ve ne siano, dovendovene essere per

necessitá per tanta robba che ogni anno se ne estrae per fuora;

applicando questo all'altezza del cambio di Napoli con le altre piazze

d'Italia, apportandovi subito il vero remedio a un tanto male potente

di causare l'ultima roina del Regno, riformando il cambio a prezzo

basso, affermando cosí certo l'uno e l'altro che con maggior certezza

non si potria affermare il foco esser caldo, comprobando questa sua sí

fatta opinione con tante ragioni colorate, che conforme quella si sia

fatta pragmatica sopra la reforma del cambio per questo espediente.

E, benché tanto il saper governar regni quanto conoscere distintamente

la giustizia si pretenda intendersi universalmente da tutti, non per

questo intendo concedere che in sé siano facili da conoscersi e che si

conoscano; ma tutto il contrario: che la conoscenza dell'uno e l'altro

sia difficilissima. E, in quanto al sapere governar regni, a me pare

con ogni ragione si possa comparare alla difficultá e incertezza della

medicina, e che benissimo se li possa appropiare quel che Ippocrate

disse di quella: «L'arte lunga, la vita breve, il giudizio difficile,

l'esperienzia pericolosa e l'occasione subitanea», come discorrendo

ogni savio giudizio può comprendere. E il medesimo conferma la

diversitá dell'opinioni sopra questo fra li primi savi del mondo,

Platone e Aristotile; e degli antichi, da loro recitate tanto da

questo nella _Politica_ quanto da quello nelli libri _De republica_; e

de' moderni, che han voluto deviare dal parere delli detti, depingendo

e approbando il governo tirannico per politico, l'ignoranza de' quali

è stata abbracciata da non pochi che governano o consegliano a chi

governa. E questo ancora può far chiaro il diverso modo di governar di

diverse e medesme nazioni in diversi lochi e tempi, prencipi e

signorie, avendo tutte in ogni tempo un medesimo oggetto. Ma la

difficultá di conoscere distintamente la giustizia può essere

manifesta da questa sola ragione: che la scienzia in sé non ha mezzo

certo di conoscere la veritá, né in quella si procede con

demostrazione, ma solo con entimemati e argumenti topici: per la quale

incertezza Aristotile disse che questa scienzia costava «per posizione

e non per natura». Ché se nella filosofia naturale, quale, benché non

abbia mezzo tanto certo di conoscere la veritá, avendo quello solo le

scienzie matematiche nel primo grado e poche altre, pure si procede

con demostrazione, e, con tutto ciò, vi è tanta difficultá intenderla

bene da chi la professa; che sará intendere distintamente la giustizia

da chi non ha acquistato l'abito? o che l'avesse acquistato, mentre,

come si è detto, non vi è mezzo certo, né si procede con

demostrazioni? Anzi, professarsi cosí universalmente da tutti e

discordar de opinione deve essere segno della gran difficultá,

affirmando Platone che quasi dal principio del mondo è stata questa

lite di conoscere il giusto da l'ingiusto, e che di tutte guerre

successe e discordie ne sia stata causa questa differenzia, non

concordandosi in questa determinazione le genti, volendola ognuno

intendere a suo modo, discordando l'uno dall'altro, e ancor durare e

non aversi possuto decidere, con esser tante volte e fra tanti

agitata, e successene tante e tante ruine universali. Il che deve

essere certezza della difficultá e importanza grande. Lo che

conoscendo benissimo Salamone, essendoli data la elezione da Iddio di

chiedere quel che li fosse piaciuto, si elesse domandar la sapienzia,

non per altro fine eccetto per posser governar bene il popolo,

parendoli la cosa piú importante e piú difficile. Al quale sapere meno

avea possuto arrivare perfettamente Moisé, con tutto che fosse l'uomo

scientifico e sapiente che da tutti si confessa, e parlasse di

continuo col Signore come suo familiare, e potesse con esso

consultarsi, e in quel carico fosse suo luocotenente, con esser quasi

certo impetrarne qualsivoglia grazia per tal bisogno. E pure da Ietro,

suo socero, fu ammaestrato in alcune cose, per toglier alcuni

disordini alli quali non sapeva come rimediare, e, nell'acque della

contradizione per non sapersi governare, li fu da Iddio negato che

introducesse li giudei nella terra di promissione, facendolo morire

nel deserto per la diffidenza causata da l'importunitá di detto

popolo. E Giustiniano imperatore si gloria piú di aver ridotto in

ordine, quale fu un tempo, la legge che di qualsivoglia altra cosa da

lui fatta, affermando che non saria bastato saper umano senza il

particular favore divino. Il che fu benissimo accennato da Francesco

Petrarca in quel sonetto, nell'ultimo terzetto:

Or questo è quel che piú ch'altro n'attrista,

che perfetti giudizi son sí rari

e d'altrui colpa altrui biasmo s'acquista.

Dove si scorge che per la gran difficultá l'intelletto alle volte si

può ingannare, apprendendo per vero il contrario, non pure arrivare

vicino al vero o lontano.

E, perché il proposito mio non è di trattar del governo politico in

generale, del quale deve bastare quanto si è scritto dagli antichi,

essendo bene intesi; né meno del conoscer bene il giusto

dall'ingiusto, essendo a sufficienzia provisto a questo da Giustiniano

(quando la legge stesse nel stato che la compilò e non nella

confusione che si ritrova); ma solo quali siano le cause che possano

fare abbondare un regno di monete, non vi essendo miniere di oro e

argento, del che né da antichi né da moderni, quali hanno scritto

della buona disposizione del stato politico, si è mai trattato cosa

alcuna;--né questo l'ha possuto causare la poca importanza o la

facilitá della materia, essendo noto a ciascuno quanto possa importare

al beneficio publico e particolare del prencipe abbondare il suo Stato

di oro e argento o esserne povero; e cosí ancora desiderarsi da tutti

e da pochi arrivarsi;--e nel Regno nostro in particolare si sa quante

provisioni si siano fatte, esorbitanti ancora, per chi ave avuto cura

del governo per tal particolare, per vederlo ognora piú impoverire,

conoscendo l'importanza e pericolo grande, e non averne mai giovato

alcuna, essendovi causa potentissima, come si è detto, doverne

abbondare, che par sia rimedio disperato;--e, benché appara che il

detto De Santis abbia trattato, nel suo _Discorso sopra la riforma del

cambio_, in questa materia, nientedimeno non si può dire che abbia

questo trattato, mentre in quello non ha proceduto con metodo di

dottrina, né trattato delle cause in generale, ma di un suo pensiero

particolare prattico (de quali cose, come dice il filosofo, non è

scienzia), immaginandosi che la bassezza del cambio o l'altezza del

prezzo della moneta siano l'uniche e sole cause di fare abbondare il

Regno di oro e argento, presupponendosi alcuni princípi a suo modo (la

veritá della cui opinione si disputerá a pieno nella seconda e terza

parte):--perciò, dovendo procedere con ordine, prima si discorrerá

delle cause in generale che possono fare abbondare li regni di oro e

argento, con applicarle al Regno nostro e altri lochi d'Italia;

secondo, si discuterá sopra l'opinione del detto e sue ragioni, se

siano vere; e ultimamente si accenneranno alcuni remedi per il Regno

nostro per tale effetto.

Economisti del cinque e seicento · 第 82 / 180 题