IV

Digressione sopra il capitolo duodecimo

dell'«Alitinonfo»

di GASPARE SCARUFFI

Estratta dalle «Considerazioni» sul medesimo libro

di BERNARDINO PRATISUOLI

REGGIANO

Era l'anno quarto dopo il millecinquecento ottanta, e nel giorno della

solenne festa della nativitá di san Giovanni Battista, che, trovandomi

in compagnia di alcuni miei amici carissimi, cominciammo

famigliarmente fra noi a confabulare; e, mentre che con dolci

ragionamenti ci trattenevamo, ci disposimo di andare, cosí tutti

insieme a visitare il signor Gasparo Scaruffi nostro, ed indirizzammo

i nostri passi verso la sua casa. Ed, approssimandovici, trovammo che

la porta ed anche l'antiporto erano aperti; e nell'entrare, domandando

al Martinengo suo fattore, che ivi era, ove fosse il suo padrone, ci

disse che per allora non si trovava in casa, ma che non poteva tardare

il suo ritorno. E, intesa tal risposta, entrammo nel cortile per

aspettarlo... E, per trattenerci con qualche onesto ragionamento,

cominciammo a discorrere sopra le cose dell'_Alitinonfo_, onde si

sentivano tra noi vari e diversi pareri; ed alfine nacque alquanto di

disputa, ed era questa. Alcuni dicevano che, per conto delle monete,

egli era cosa impossibile che fosse osservato quello che dal nostro

autore era stato proposto, e che tutto ciò era stato un suo capriccio,

e che egli si era affaticato indarno; percioché ogni principe nel suo

Stato ha libera potestá ed autoritá di fare a suo modo, ed in

particolare sopra le cose de' danari. E, subito che ciò ebbi inteso,

non ho potuto stare, che non prorompessi in queste poche parole:

--Cari come fratelli, dovete sapere che egli è ben in libertá de'

principi di fare a loro modo delle cose che sono in loro potere; ma,

perché le monete, che tuttodí si spendono or qua or lá, sono del

mondo, i principi non vi hanno particolar autoritá sopra, cioè di

comandare ad esse che vadano o che restino secondo il loro volere.

Laonde, per essere li danari a guisa degli uccelli, ai quali principe

alcuno non può comandare che vadano o che restino nella sua cittá o

Stato o regno, e secondo il desiderio del principe stesso, ma vanno a

dimorare ove trovano miglior pastura, non occorre che alcun principe

indarno s'affatichi in voler fare che nello Stato o regno suo resti

piú di una sorta di monete che di un'altra, tanto coniate nello Stato

suo quanto in altri; perché sempre sono e sempre saranno trasportate,

or per via diretta ed or per indiretta, ove si trovano spendersi con

qualche vantaggio, ovvero per qualche altro accidente. Quindi tutto

ciò fu figurato dagli antichi romani, percioché, quando imprimevano la

dea Moneta sopra le loro medaglie, la faceano sempre stante in piedi e

non mai a sedere, come di ciò ne fa menzione Enea Vico nel capitolo IV

del primo libro dell'opera sua, nella quale si tratta _Della nobiltá

delle medaglie antiche_; e ciò faceano per dimostrare che le monete,

di propria natura, stanno sempre in andare. E voglio che sappiate che,

se in questi tempi non sará dato qualche principio all'osservanza

delle cose che nel _Discorso_ si contengono, forse non potrebbe

passare molto tempo che sorgeranno uomini che vi avranno un maggior

gusto, e che le cose dall'autore descritte saranno tenute in molta

considerazione.--

Quindi, volendo pur intendere la cagione dell'esposta fantasia, dissi

loro:--Perché cosí dubitate?--Ed essi, rispondendo, mi proposero

queste tre conclusioni:

--Prima. Che, se si facesse una nuova e pubblica costituzione ed

ordine, che tutti quelli, che volessero far ridurre in danari i loro

ori ed argenti, fossero obbligati a pagare del proprio le fatture, in

breve tempo molte zecche, che di presente sono aperte, si

serrerebbono; onde ne succederebbe che dappoi si farebbono poche

quantitá di monete, e che perciò in progresso di tempo esse verrebbono

al meno.

Seconda. Che li mercatanti ed altri, che si trovassero avere ori ed

argenti grezzi, cioè non lavorati, o in poca o in gran quantitá, non

vorrebbono farli coniare; ma piuttosto li convertirebbono in far vasi

o altre simili opere, o per sé o per altri, ovvero che se li

terrebbono nelle casse loro rinchiusi.

Terza. Che, essendo levato il cavare le fatture dal corpo delle

monete, ne risulterebbe molto danno ad alcuni principi e repubbliche,

a' quali alle volte dalli zecchieri vien pagato un certo annuo censo

per poter fare la zecca, ovvero alle volte ancora vien data loro una

certa ricognizione di un tanto per libbra di oro o di argento posti in

zecca per monetarli; e cosí, per alcuna delle dette cause o simili,

potrebbe essere che un qualche potente principe o repubblica non

condiscenderebbe con gli altri: onde per tal disunione non si verrebbe

mai a conclusione alcuna di fare la zecca universale.--

E, finite che ebbero le suddette loro proposizioni, vi considerai

alquanto sopra, e poi entrai in campo con questi miei famigliari

ragionamenti:

--Amorevoli miei compatrioti e compagni, veramente voi siete in grande

errore, e voglio che abbiate un poco di pazienza, se in questo mio

discorsetto io dicessi alcune cose che paressero alquanto contrarie al

gusto vostro. Non sapete voi che per proverbio dire si suole che «la

cosa ignorata vien quasi sempre dispreggiata»? Benché in ciò di voi

non me ne faccio troppo maraviglia; perciocché vi sono stati alcuni,

anche essi di spirito elevato, che hanno fatto professione di

intendersi di molte cose, ed in particolare di quelle che al governo

del mondo si appartengono: nondimeno delle cose delle monete

confessarono ed hanno detto che non dava loro l'animo di saperne

ragionare, per tanta varietá che si trovava tra esse. Ma a me poco

importa: sebben vi trovate impresse nella mente vostra tali opinioni

fantastiche, ora state ad udire, ché mi dá l'animo, al favore della

divina grazia, di levarvele.

Primieramente voglio che avvertiate che fa di bisogno intendere la

causa perché fosse introdotto l'uso de' danari, e poi a spese di cui

dovessero di ragione essere fatti; ed, essendo fatti, se sia di

necessitá che di tempo in tempo per diverse cause siano quasi tutti

rifatti, annichilando contro ogni dovere le memorie di que' re,

principi e repubbliche, sotto l'autoritá de' quali la prima volta

siano stati coniati; ed, essendo fatti o rifatti, se debbano essere

spesi per i sopravalori che ad essi nelle proprie zecche siano stati

costituiti, dando danno ora a questo ed ora a quell'altro particolare,

ed anche molte volte ad alcuni popoli, a' quali siano trasportati da

diverse persone per spenderli sotto certi titoli di valori, che a

certe sorta di monete vengono alle volte attribuiti.

E quanto a quello che ho detto: che prima fa di bisogno sapere la

cagione perché sia stato introdotto l'uso del danaro, dico che

Aristotile, padre e fondatore delle umane scienze, in quei capitoli

dell'_Etica_ e della _Politica_ giá dall'autore citati, in questo modo

diffinisce: «L'uso del danaro essere stato introdotto dagli uomini per

necessitá e sotto ordine di legge, affinché fosse mezzano per poter

fare piú agevolmente le uguali permutazioni e commutazioni in quelle

cose che a ciascuno facessero di bisogno, ed anche acciocché fosse una

pubblica e comune misura a tutti per poter fare tali contratti

giustamente, e che ne' pagamenti ciascuno, in qualunque paese che si

trovasse, potesse intieramente conseguire ogni sua ereditá, fosse per

qualsivoglia causa creata». Ma, perché in tutte le zecche vengono

cavate le fatture dal corpo delle monete, ed ancora per essere fatte

sotto ordini diversi da cittá a cittá e da provincia a provincia, onde

ne procede che di tempo in tempo, ed anco quasi di continuo, vengono

alterati i prezzi dell'oro e dell'argento, per lo che sono poi fuse e

rifatte le monete da paesi a paesi; però il danaro non può essere la

detta pubblica misura, perciocché, per le differenze che si trovano

tra le monete fatte e coniate sotto l'autoritá di un principe a quelle

di un altro, il piú delle volte da molti popoli vengono ricusate, ora

per li bandi sopra esse fatti ed ora perché non le vogliono accettare,

dubitando di non poterle poi spendere in altri paesi se non con gran

perdita, ed anche perché non le tengono per cosí buone come quelle

ch'essi sono soliti di spendere nelle loro cittá o patrie. E cosí, per

le dette cause o simili, si può veramente dire che il danaro tiene

solamente il titolo della pubblica e comune misura di parole, ma non

di fatti; e ciò, perché il corso suo non è universale, ma è solamente

particolare. E ben si sa che una misura non si potrebbe giammai

addimandare «pubblica», quandoché ogni qualche anno ella venisse

mutata dall'essere suo, e che fosse abbreviata od accresciuta od

aggrandita, ovvero fatta piú piccola dall'ordine suo reale, ora in un

paese ed ora in un altro.

E, per farvi capaci e chiari di quello che mi avete proposto nel

vostro primo quesito: che, se fosse costituito che la spesa del fare

li danari spettasse a coloro che ne volessero far fare, poche zecche

lavorerebbono, e che perciò in progresso di tempo le monete quasi si

annichilerebbono; attendete, vi prego, a queste mie brevi annotazioni.

Avete da considerare che tutto l'oro e l'argento, che dalle miniere

giornalmente si cava, vien cosí cavato principalmente per utile,

guadagno e ricchezza de' padroni di esse, con animo ed intenzione di

farlo poi ridurre in danari sotto l'autoritá di un qualche re,

principe o repubblica, per prevalersene per suo proprio e particolare

interesse, come sarebbe in comprare mercanzie, far pagamenti, comprare

palazzi e possessioni, o per spenderli in fare simili contratti, ed

anche in altre cose, secondo i loro diversi appetiti; la qual loro

intenzione di monetarli cosí procede, perché non possono di propria

autoritá farli coniare, sebbene fossero fatti con tutte le debite

qualitá, onde sarebbono giudicati per falsi, e questi tali verrebbono

condannati come falsari. Né meno possono compartire essi preziosi

metalli in varie sorta di frammenti, con farvi sopra certe sorta di

segni, che dinotassero la quantitá in peso del puro e del fino che

fosse in ciascuno di essi frammenti o pezzetti, perché non li

potrebbono poi commutare in altre cose che a loro facessero di

bisogno, ed ancora perché non se ne potrebbono servire in far

pagamenti. Laonde essi padroni sono di ragione obbligati di passare

per via delle zecche, delle quali i re, i principi e le repubbliche

sono veri e legittimi padroni, li quali vogliono minutissimamente

intendere e sapere come passino le cose che dai loro governi

dipendono, ed in particolare le cose delle monete. Essi signori, che

in ciò non pongono altro del loro fuorché il consenso e la pura

autoritá per ordine di giustizia e per onor proprio, non vogliono

concedere che sotto l'ombra loro siano fatti li danari a modo di

quelli che ricevono di farli fare, ma vogliono che siano fatti sotto

gli ordini giusti e che da essi siano stati approvati. E, sebbene in

una Dieta fosse dichiarato, e poi dai re e principi fosse costituito

che i danari fossero fatti a spese di coloro che li facessero fare,

cioè che avessero oro o argento da mettere in zecca, saper si deve che

ciò non potrebbe in alcun modo recar danno a questi tali, perché, dopo

fatti i danari, essi si troverebbono avere in cassa quel medesimo

argento ed oro che da loro fosse stato posto in zecca, cioè quella

istessa quantitá in peso del puro e del fino; li quali danari

potrebbono poi anche tenere presso di sé a loro piacere, perciocché ne

sarebbono liberi padroni, come erano ancora dell'oro e dell'argento

innanzi che lo facessero coniare. E si dee venire in questa

considerazione: che quelli, che hanno fatto le spese per cavare e

trovare i detti preziosi metalli, non hanno finito di fare tutte le

spese necessarie intorno di ciò, sinché essi non li avranno ridotti in

danari a loro spese; perché, essendo cosí coniati, il tutto vien fatto

solamente, com'è detto, per loro particolare interesse: e, quando

tutto ciò fosse osservato, ne succederebbe che questa particolare

azione passerebbe poi in beneficio pubblico ed a pubblica comoditá. E

che ciò sia il vero, ditemi, per vostra cortesia, che obbligo devono

avere quelli che ricevono li danari a coloro che ad essi li pagano,

sebbene anche li avessero fatti fare a loro spese? Certamente, si può

dire, nessuno; perciocché o che li ricevono in pagamento per un

qualche loro credito, ovvero per un qualche contratto di mercanzia o

case o terreni o altre cose ad essi vendute. E, quando tali danari

sono poi passati per varie e diverse mani, che obbligo hanno d'avere

quegli ultimi, che gli hanno ricevuti, a coloro che li fecero fare?

Veramente niuno, perché il piú delle volte e quasi sempre avviene che

essi non conobbero, né meno viddero mai coloro che li fecero fare.

Adunque si ha da concludere e dire che le fatture delle monete devono

esser pagate da coloro che vogliono far ridurre in danari i propri ori

ed argenti, siano di qualunque sorta si vogliano, o dalle miniere, o

per averli ricevuti cosí grezzi o in massa in contraccambio di alcune

robe o mercanzie, o avuti per ereditá, ovvero in qualunque altro modo

si voglia; perciocché essi subentrano e restano in quell'obbligo, nel

quale era il primo che li cavò dalla miniera.

Tra li signori dottori leggisti, nelle loro dotte ed argute questioni,

quasi sempre si è disputato: se la spesa del far ridurre l'oro e

l'argento in danari dovesse spettare solamente a' principi ovvero alle

repubbliche; e mai da alcuno di loro, ch'io sappia, non è stata posta

in campo questa proposizione insieme colle altre, cioè se tale azione

debba appartenere solo ai particolari e non ai principi né alle

repubbliche, essendoché i principi e le repubbliche nel fare i danari

non vi hanno da porre cosa alcuna del suo, eccetto che l'interporvi la

regale autoritá. Ora, perché vien palesata dall'autore questa nuova e

non mai da altri allegata proposizione, il dovere vorrebbe ancora che

un qualche dotto leggista ovvero qualche spirito elevato, pigliandosi

a petto questo fatto, si affaticasse ancor egli in dimostrare colle

sue concludenti allegazioni e ragioni che questo nuovo ordine dovrebbe

in effetto essere posto in esecuzione, e con ogni suo sforzo far

conoscere alle genti che egli è di necessitá che siano affatto levate

via quelle antiche opinioni de' dottori, le quali non sono né mai

potranno essere in parte alcuna al mondo accettabili; affinché una

volta e per sempre siano estinti li gran disordini che di continuo

succedono per l'alterazione dei prezzi dell'oro e dell'argento; i

quali disordini, a guisa di un grande incendio, quasi il mondo tutto

abbruciano e distruggono.

E, s'egli è pur vero, come cosí è, che quelli, che vogliono far

ridurre in danari i loro ori ed argenti per proprio utile e particolar

interesse, sono tenuti di pagare le fatture, qual sorta di ragione

sarebbe che, dopo fatta la Dieta e confermati gli ordini, si avesse a

permettere che nelle monete, che di nuovo si facessero, non fosse

posta la debita quantitá in peso del puro e del fino, secondo gli

ordini delle costituzioni; e che ancora fossero spese per li valori

non corrispondenti alla loro intrinseca bontá, con danno e perdita di

ciascuno che le ricevesse; e che l'utile di tal danno dovesse essere

solamente di coloro, che le facessero cosí fare con men fino e puro

della debita costituita proporzione?

Vi ho detto che chi fará ridurre il suo oro o argento in monete a sue

spese si troverá poi anche avere quella medesima quantitá in peso del

puro e del fino, che da lui sará cosí stata posta in zecca. E, perché

dubito che mi potreste replicare, dicendo: --Come ciò può essere?

conciossiaché l'autore dica nel capitolo XV del _Discorso_ che chi

porrá oro o argento in zecca, per farlo coniare, pagherá le fatture o

con oro o argento avanzato al zecchiere nel compartirlo in fare le

monete, ovvero pagherá esse fatture di quegl'istessi danari levati di

zecca o d'altri, ecc.: però, per levarvi di questo dubbio, vi

dichiarerò il tutto con questo esempio. Sará un principe, che si

troverá essere padrone di una qualche miniera di oro o di argento, la

quale frutterá ogni anno sino a dodici o quindicimila scudi di valore,

e si troverá poi anche avere di entrata, di dazi e di possessioni e di

altre simili cose, sino alla somma di cento o di centocinquantamila

scudi l'anno. Esso principe, per fare qualche degna memoria di sé o

per qualche suo comodo o particolare interesse, fará ridurre in danari

ogni anno la metá di dett'oro o argento, e l'altra metá la riporrá nel

suo tesoro. Voi qui mi direte che in queste monete egli perderá quel

tanto di argento o di oro quanto importano le fatture, e che perciò

egli non avrá poi la medesima quantitá del puro e fino, come di sopra

si è detto. Intorno a ciò dovete considerare che, sebbene tal principe

avrá fatto la suddetta spesa in far ridurre il dett'oro o argento in

danari, egli perciò non perderá cosa alcuna, anzi ne riporterá alfine

utilitá maggiore; conciossiaché, s'egli spenderá i detti danari, cosí

a sue spese fatti, nel pigliar poi altri danari, fatti in altri luoghi

sotto l'ordine istesso, ovvero de' tassati, egli rimetterá in tesoro

altrettanto oro puro o argento fino ridotto in monete quanto era in

peso e di valore tutto quello che da lui fu posto in zecca per farlo

coniare. Oltre di ciò, che credete voi qual quantitá debba poi essere

maggiore: quella dell'oro o argento che il detto principe fará cosí

monetare a sue spese, o quella ch'egli riceverá delle sue entrate?

Senza dubbio mi direte che sará assai maggiore e di gran lunga quella

delle entrate. Il simile ancora avverrá a coloro che si troveranno

avere quattro o sei libbre di oro o di argento; perciocché, se essi lo

faranno ridurre in danari a loro spese, li spenderanno e ne potranno

dappoi anche ricevere da altri in maggior somma di quelli che

all'altrui spese saranno stati fatti, ovvero de' tassati sotto

l'ordine. E potrebbe essere che alcun principe o altri ancora in vita

sua, per una volta sola o due o tre, farebbe cosí ridurre in monete

una qualche quantitá del suo oro o argento, e che tal quantitá sarebbe

pochissima, avendo riguardo alla gran quantitá di quello che d'altre

parti egli piglierebbe mentreché vivesse.

E, per render alquanto piú facile l'intelligenza del detto concetto,

ne darò ancora questo piccolo esempio. Sará qualcuno che si troverá

avere una libbra d'argento fino, la quale nel monetarla sará

apprezzata lire 72 d'imperiali. Queste monete, levate di zecca,

ascenderanno alla somma e valore delle dette lire 72; e, se delle

istesse monete egli pagherá al zecchiere la sua mercede, vero è che

non gli tornerá in mano la sua libbra intiera del detto argento,

nemmeno saranno lire 72. Ma qui dovete considerare che, se colui, che

avrá pagato la fattura di esse, piglierá poi da altri per qualsivoglia

causa delle monete che valeranno lire 72, cioè o delle tassate ovvero

di quelle che di nuovo con le loro note impresse saranno state fatte,

ancorché di varie leghe e valori, ritroverá che in queste sará una

libbra di argento fino, la quale intieramente gli sará rimessa in

luogo della sua; ed anche dappoi gli succederá grande utilitá, ogni

volta che egli riceverá delle monete che ascenderanno alla somma di

lire 72, perciocché sempre si troverá che in quelle sará una libbra di

argento fino. Il simile ancora riuscirá per conto delle monete d'oro

di qualunque sorta, che saranno state tassate, ovvero che sotto

l'ordine si troveranno nuovamente fatte; essendoché in ogni numerata

di lire 72 ciascuno saprá e conoscerá che in esse monete veramente si

troverá essere un'oncia di oro puro. Questi esempi vi ho cosí

proposti, per essere in conformitá del vero e real fondamento di uno

per dodici e dodici per uno, cosí de' pesi come de' valori, giá

dall'autor nostro per l'argento e per l'oro nominati ed al mondo

palesati.

Ed in questo modo e con quest'ordine si ha da intendere che ciascuno,

che fará coniare il suo oro o argento a sue spese, si troverá avere la

medesima quantitá in peso del puro e del fino, come di sopra vi ho

espresso; e ciò sará perché in universale si troverá esser costituito

il prezzo fermo e stabile per sempre ad essi preziosi metalli, tanto a

quelli che di nuovo si ridurranno in danari, quanto a quelli che si

troveranno essere nelle monete giá fatte, che sotto l'ordine reale si

tasseranno, ne' valori de' quali verranno affatto ed in effetto

escluse le fatture ed anche ogni altro indebito valore.

E, se per le dette ragioni manifestamente si conosce che non tornerá

danno alcuno, anzi che apporterá molto utile a' principi ed agli altri

che faranno far danari a loro spese, quanta maggiore utilitá sará a

que' principi, a quelle repubbliche e ad altri, che non faranno mai

spesa alcuna in far danari e che ne piglieranno di continuo, per i

loro dazi o entrate, de' tassati ovvero di quelli che all'altrui spese

saranno stati fatti e coniati?

Io vado considerando che, se da que' signori leggisti o altri, che

consigliarono e proposero che il cavare le fatture dal corpo delle

monete doveva essere cosa fatta per pubblica comoditá de' popoli,

fossero state sapute queste nuove, vere e concludenti ragioni, essi

forse non avrebbono proposti tali loro pareri. E credo che molti

sappiano che la professione d'intendersi delle cose dell'oro e

dell'argento, ed il farne scrutíni con fuochi e con altre stravaganti

maniere, e poi ultimamente con la ragion dell'aritmetica, sia

un'azione molto differente dagli altri studi; e perciò sempre si ha da

stare al giudizio de' periti nell'arte sua, come cosí è stato quasi

sempre osservato.

E, rispondendo a quello che voi dite: che si serrerebbono molte zecche

e che si sminuirebbono al mondo le gran quantitá de' danari, dico che

questa opposizione è molto frivola e di pochissima considerazione;

onde dovete sapere che il mondo non ha di bisogno che di continuo

siano rifatte le infinite quantitá e masse grandi di monete giá fatte,

ed in particolare di monete fatte nei luoghi piú vicini alle miniere,

nelle quali monete (stando gli ordini usati) si trova molto agio nel

rifarle in altre sorta di monete in altri paesi, con utile solo di

alcuni particolari ed in danno di molti. Egli è ben cosa necessaria

che solamente si facciano i danari d'oro e d'argento non coniato, e

che li giá fatti si spendano sotto l'ordine della tassa; e, cosí

facendo, si ha da tenere per fermo che cresceranno le quantitá de'

danari al mondo. E qual di voi sará che voglia credere, senza pensarvi

sopra, che, per rifare in ogni poco di tempo le monete giá fatte in

altre sorta di monete, abbiano a crescere le quantitá de' danari al

mondo? Potranno bensí essere accresciuti di numero, ma o peggiori di

leghe o piú leggieri di bontá, restando poi ad essi molte volte fermi

i valori di quelli di prima, come per l'esempio dall'autore descritto

nel capitolo XLII, cioè, guastando una moneta che prima vaglia soldi

dieci, e rifacendola con men fino in essa, per causa delle fatture e

dell'alterazione del prezzo dell'argento, parimenti si spenda per

altri dieci soldi.

Credo veramente di avervi levata, con queste ragioni, l'opinione che

avevate, cioè quella che da voi nella prima conclusione mi è stata

scoperta. Mi potreste ancora dire che un qualche potente principe o

repubblica forse starebbe su questo punto, allegando:--Noi siamo

sempre stati molto stimati, ed abbiamo ancora sempre avuto molto a

caro che nella nostra zecca si facciano innumerabili quantitá di

monete d'oro e d'argento, affinché siano spese per tutto il mondo, non

solo per pubblico comodo e beneficio, ma ancora acciocché siano

conosciute da tutti le nostre degne ed illustri imprese: ma, perché

dubitiamo che, se si facessero li danari a spese di coloro che li

facessero fare, calerebbono le copiosissime faccende nelle loro

zecche, per lo che perderessimo poi questa nostra cosí magnifica ed

alta riputazione, però non vogliamo in alcun modo a ciò

consentire.--Sopra questa proposta io dico che dovete considerare che

quel principe o repubblica, che non possiede miniere di oro o di

argento, non ha giusta causa di addurre queste cosí fatte ragioni.

Perciocché essi preziosi metalli sono come le altre cose, che nascono

e si raccolgono piú in una provincia che in un'altra, e vengono dalla

natura prodotte piú in un luogo che in un altro; e perciò fa di

bisogno che ogni principe ed ogni repubblica si contenti di quelle

cose che naturalmente sono prodotte e nascono nello Stato o regno suo,

e non occorre che i danari siano fatti se non in que' luoghi ove nasce

e si cava l'oro e l'argento, ovvero ne' luoghi alle miniere piú

accosti. Io non negherò giá che, se un principe o repubblica volesse

far fare alcuna quantitá di monete per sua memoria o per qualche altra

sua onorata intenzione, ciò potrebbe fare, ma a spese sue, ovvero che

si potrebbe convenire con alcuni mercatanti che avessero ori ed

argenti da monetare, con usare ad essi qualche condecente

facilitazione ovvero in qualche altra maniera gratificarli e farseli

benevoli, affinché li portassero nella sua zecca a farli coniare. E

voglio che sappiate che, quando fossero fatti gli ordini universali

per conto delle zecche, si troverebbono poi pochissimi mercatanti

(eccettuati però quelli delle cittá piú prossime alle miniere) che

avessero le grandi quantitá di argenti o di ori grezzi o in massa,

come sarebbe a dire le cento e le ducento libbre per ciascuno; e, se

di presente se ne trovano di quelli che le abbiano, il piú delle

volte, a mio credere, sono di monete fuse per rifarne altre con loro

guadagni; e, sebbene se ne trovassero poi alcuni che ne avessero tre o

quattro ovvero dieci libbre, essi non resterebbono di farli coniare e

ridurre in danari a loro spese, per poterli di poi spendere ne' propri

bisogni e negozi.

E, perché anche qualcheduno di voi potrebbe forse dubitare, dicendo

che non si ha da presumere che i principi e le repubbliche siano per

attendere agli ordini sopra il fatto delle monete dal signor Gasparo

nostro descritti, perciocché non vogliono in alcun modo mettersi in

obbligo di fare quelle cose nelle quali si trovano particolarmente

liberi; a questo dubbio rispondo che, non essendo i principi e le

repubbliche finora stati fatti capaci ed avvertiti, col mezzo di una

loro pubblica Dieta, di quello che dovrebbono far osservare in

universale sopra il maneggio delle monete, pare che per niun modo si

convenga dire che ciò non vogliono fare. Ditemi, vi prego, chi

potrebbe con ragione essere imputato di non voler fare una cosa, della

quale egli non avesse avuto prima qualche notizia, e che anche non vi

avesse fatto sopra la detta considerazione? Ben vi concedo che, se

dopo una Dieta essi non si convenissero di costituire gli ordini

generali sopra ciò, allora si potrebbe poi dire che non si

contentassero che in universale vi fosse provveduto, ma che vorrebbono

che ciascun principe e ciascuna repubblica restasse nella sua podestá

e primiera libertá: onde, se cosí avvenisse, siate pur certi e sicuri

ed anche tenete a memoria quello che io vi dico: che al mondo non si

sentiranno giammai li maggiori garbugli ed intrighi di quelli che

dappoi, per causa della disunione suddetta, con danni eccessivi ed

intollerabili di molti, nel maneggio delle monete ne succederebbono.

E, quanto alla seconda vostra proposta, dico che intorno ciò

basterebbono le ragioni dall'autore nel capitolo XXIX descritte. Ma,

per soddisfarvi alquanto meglio, voglio che sappiate che tutto l'oro e

l'argento preso in massa, o che sia stato ridotto in qualche opera,

come croci, vasi, collane o altre simili cose, si può con veritá

addimandare come corpo morto; e, mentre che sta in tal essere, non è

buono da servirsene in cosa alcuna ch'io sappia (intendendo però

sanamente), eccetto che da convertirlo in danari o in qualche sorta di

opere, come è detto. Ma, quando esso vien ridotto in monete, allora,

per trovarsi favorito dall'autoritá del principe o di quella

repubblica nella cui zecca vien coniato, si fa spendibile, passando

poi per mani di molti senza alcun sospetto; onde per tal azione si può

dimandare come corpo vivificato. E, quanto a me, io non posso credere

che alcuno volesse, né meno potesse tenere l'oro e l'argento cosí

grezzo e non lavorato nella cassa ovvero in altro luogo rinchiuso e

nascosto, eccetto però se a questo tale, per essere ricco di danari e

trovandosene ancora in molta quantitá, non facesse mai di bisogno di

farlo coniare. Né meno si ha da credere che, dopo posti gli ordini

universali, cessasse il cavare l'oro e l'argento dalle miniere, per

esser la ricchezza di coloro che lo fanno cosí cavare.

Quanto poi che quelli, che si trovassero avere ori ed argenti grezzi e

non lavorati, li volessero piuttosto convertire in far vasi, collane o

altre opere, eccetto che in danari, vi dico che tutto ciò risulterebbe

in loro grandissimo danno, conciossiaché spenderebbono li danari in

farli cosí lavorare, e, volendoli di poi contrattare per fare i fatti

e negozi loro, come in comprare mercanzie, terreni o case o altre cose

ad usi bisognevoli, ora perderebbono le fatture ed ora non si

troverebbe chi le comprasse, né meno si troverebbe cosí facilmente chi

dasse loro in contraccambio le cose da essi desiderate; e perciò

l'uomo il piú delle volte ne resterebbe molto dannificato. Ed avvertir

si dee che sempre si troverá essere minore la spesa del far ridurre

l'oro e l'argento in danari, che farne fabbricare vasi, collane,

anelli o altre simili opere: e che ciò sia il vero, ciascuno, che di

tali esercizi ha qualche pratica, ne potrá ancora far giudizio.

Avendo ora levati li dubbi che mi avete proposti nella vostra prima e

nella seconda conclusione, state cheti ad udire le ragioni sopra e

contro la terza dubitazione. Dovete sapere che i re, i principi e le

repubbliche del cristianesimo, i quali sono sempre stati la gloria di

tutto il mondo per le loro onoratissime e gloriosissime imprese, e

come quelli che portano nei petti loro impressa la regal giustizia,

non avranno giammai riguardo a tali quasi illeciti guadagni; prima per

non dare danno a se medesimi in particolare, e poi al mondo tutto in

universale, ed anco affinché tutto quello, che in una loro Dieta fosse

determinato, fosse dappoi ancora inviolabilmente da tutti posto in

osservanza. E, quando alcun principe o repubblica si presumesse (il

che non credo) di non condiscendere col volere degli altri, alfine

sarebbe ancor egli sforzato a rimettersi in ciò agli ordini che nella

Dieta fossero stati conclusi e pubblicati; perciocché con giusta

ragione tal principe o repubblica potrebbe essere dagli altri re,

principi e repubbliche tenuto e giudicato per disamatore della

giustizia e per disobbediente al divin precetto nel capitolo primo

della _Sacra sapienza_ descritto, che cosí dice: «_Diligite iustitiam,

qui iudicatis terram_».

Oltrecché, tal principe o repubblica si dimostrerebbe poco amorevole

verso li suoi popoli, essendoché, nel negoziare per conto de' commerci

tra mercatanti e mercatanti ed altre sorta di genti, cosí terriere

come forastiere, nel fare i loro pagamenti per diverse cause, ne

risulterebbe grandissimo danno ai popoli a lui soggetti: e ciò, per

causa delle sue monete che si trovassero fatte e che si spendessero in

differenza degli ordini universali; perciocché, o che sarebbono

ricusate dagli altri popoli, ovvero che sarebbono di subito tassate

sotto l'ordine dalla Dieta costituito. Ed ancora tal principe o

repubblica non potrebbe in alcun modo resistere alla veritá, la quale

dai filosofi vien detta «del tempo essere figliuola».--

E, mentre che noi stavamo su queste nostre quasi dispute, sopravvenne

il signor Gasparo, il quale, salutato da noi, ci risalutò con grate

accoglienze, e poi si pose anche egli a sedere, come quasi stanco per

il caldo. E narrammo cosí succintamente tutto quello che tra noi si

era ragionato; ed egli, stando alquanto sopra di sé, ci diede poi

questa breve risposta:

--Carissimi come figliuoli, molto mi piacciono gli arguti ed ingegnosi

discorsi che tra voi avete fatto; ed io vi dico:

Che a tutti quelli, che ragionar vogliono e discorrere delle cose

delle monete, fa di bisogno che prima intendano bene e cerchino di

sapere le cause perché dovrebbono essere impresse le tre note su

qualunque sorta di monete che di nuovo si facessero, e anche perché

dovrebbe esser fatta la tassa universale di tutte le monete finora

fatte, dalle quali due azioni dipende tutto l'ordine reale de' danari.

Perciocché, se di ciò non avranno cognizione alcuna e desidereranno

che in altra maniera vi si provvegga o in particolare o in universale,

credete a me che le cose delle monete sempre saranno e resteranno in

tutte le parti del mondo instabili, incognite, confuse ed

imperfette.--

E, dopo che con tali parole egli ebbe cosí diffinito, ci pigliò per

mano e ci condusse nel suo adornato studio, ove viddimo vari e diversi

strumenti che si adoprano per le cose che nel maneggio dell'oro e

dell'argento occorrono.... Quindi, ringraziandolo della sua

amorevolezza, pigliammo da lui buona licenza; e cosí, con lieti

baciamani, ci partimmo.

Economisti del cinque e seicento · 第 80 / 180 题