Abate Berti veneziano, marchese Rosales,
abate Cancellieri.
Gregorio Fontana avea già dato l’art. _Anatocismo_; Sebastiano
Canterzani bolognese i _Discorsi preliminari alla fisica e matematica_;
inoltre prometteano lavori Onofrio Minzoni, il Borsieri, i fratelli
Riccati, Giuseppe Saluzzo, ecc.
[122] _La source, la force et le véritable esprit des lois._
[123] A noi fanno i giudizj che reca sul Corsini, sul De Soria, sul
Genovesi, sul Del Felice, sul Fromond, ecc. _Genuensis, Lokii doctrinam
primus in Italiæ scholis promulgavit; eam in multis emendavit. Omne
errorum genus diligenter est persecutus, semperque illud agit ut
mentem instituat. Scholastica vitat: obscura et vaga refugit. Sed in
idearum atque verborum scientia minime acutus, nec semper accuratus,
non uberrimus in analysi, in methodo, in inventione: cetera cognitionum
instrumenta non ita illustrat, ut fæcundior eorum usus evadat. In
arte critica moralis certitudinis fundamenta haud solide constituit:
quæ probabilitatis et certitudinis ex auctoritate ortæ propria sunt,
aliquando confundit, aliquando ex una ad aliam transfert_ (lib. IV. nº
515, not. 3). _Denique extranea multa inducit, propria quædam adimit,
et amplificatione minus apta peccat._ Historiæ philosophiæ adumbratio.
[124] Galanti, nell’elogio del Genovesi, scrive: «Il Vico ci ha
lasciato un sospetto di essere stato un uomo di genio, per mezzo di
un’opera tenebrosa ed enimmatica, che è quanto dire inutile».
[125] GIANNONE, lib. XL. c. i.
[126] Uno dei più caldi nella disputa contro Roma fu Giovanni Serrao
vescovo di Potenza, che poi nel 1799 fu scannato dal popolaccio nel
proprio letto, e la sua testa portata in cima a una picca.
[127] Il duca Ferdinando, al diciannovesimo anno d’età e quinto di
regno, cominciò una storia della propria vita, che trasse dal 1751 al
65 quando divenne principe. La pietà che ne traspira mostri come poco
s’avvedeano que’ suoi maestri nel volerne fare un filosofante:
— Imparavo a leggere, ed avevo pena ad imparare. Portatami un
giorno dal padre Fumeron (_gesuita francese_) un’immagine di san
Luigi Gonzaga, principiai a baciarla ed a raccomandarmi talmente a
quest’angelico giovane, che lo stesso giorno incominciai a leggere
correntemente. Me lo ha confermato lo stesso padre Fumeron. Di poi,
avanzato di più in età, mi successe che mangiando delle caramelle,
ne inghiottii una intiera, la quale fermatamisi nella gola mi causò
un dolore orribile: tosto chiesi alla contessa Marazzani una qualche
reliquia, ed appena l’ebbi in mano, che accostandomela alla gola, cessò
immediatamente il dolore... Il mio carattere in questi giovanili anni
era portatissimo alla collera ed all’impazienza, di che, coll’ajuto di
Dio, mi sforzai di correggermi... Principiai sino d’allora (1756) ad
amare i buoni e santi religiosi; come il padre Michele Riva cappuccino,
il padre maestro Torri domenicano, quale nel 1756, venendo priore in
questo convento di San Pietro Martire, portommi a regalare una reliquia
del taumaturgo apostolo delle Spagne, san Vincenzo Ferreri. Era
egli amicissimo di mia madre, e se lo meritava veramente; mia madre,
devotissima della sua religione, fece fabbricare in San Pier Martire
l’altare del glorioso re san Lodovico, e vi fece anche mettere la
statua della beata Vergine del Pilar di Saragozza...
«In questo mentre nudrivasi il mio affetto per la religione domenicana
nell’ascoltare con gaudio le campane di San Pier Martire, per la
qual cosa fui gridato e gastigato bene spesso. Nella solennità
del santissimo Rosario di quest’anno principiò la beata Vergine ad
infondere in me il di lei amore, e mi prese sotto allo specialissimo
di lei patrocinio. Non mai però mi conducevano in chiesa, se non a
messa tutti i giorni, in una cappellina contigua al mio appartamento,
opera della pietosissima fu duchessa Dorotea (_vedova del principe
Odoardo Farnese e del duca Francesco_). Mi sentiva eziandio nel petto
una vivissima brama di farmi frate; ma però sapendo io esser nato in
uno stato che a ciò metteva quasi invincibili ostacoli, pregavo Iddio
clementissimo a suggerirmi alcun efficace mezzo di conseguire il mio
intento...
«1764... Accrebbesi in quest’anno la mia tenerezza per don Nicolò
Ponticelli: quando egli davami lezione, discorrevasi santamente.
Insegnommi egli quali erano i quindici misteri del santissimo Rosario,
onde principiai a disegnarli nel muro del mio gabinetto, ma alti e
piccoli, onde nessuno fuori che io potesse accorgerli. Con lui discorsi
della mia divozione verso san Vincenzo Ferreri, ed egli narrommene varj
miracoli, i quali a tal segno mi penetrarono, che io gli raccontai
a varj della mia gente. Seppesi questo; co’ miei superiori fingevo,
per pessima politica, di ridermi del Ponticelli, immaginando eziandio
alcuni goffi racconti. I miei superiori incominciarono a guardarlo di
mal occhio, e lo licenziarono; di che restai colla coscienza carica...
così pure per simili ragioni devo rimproverarmi la disgrazia del povero
padre Fumeron...
«Principiai... a distribuire il mio gabinetto a foggia di chiesa. Le
tavole e i sedili figuravano gli altari, ed in cima aveva dipinti varj
santi. Negli intervalli eranvi i misteri del santissimo Rosario. Due
de’ vasi di metallo vuoti del calamaro, che io suonavo con penne e
lapis, servianmi di campane, e questo faceami perdere del tempo dello
studio... Ne’ libri che aveva mio padre ne trovai uno di orazioni,
che fummi lasciato, ed essendovi l’uffizio della Madonna, principiai
a recitarlo quotidianamente... Mi dimenticavo di dire, che appena mio
padre fece distruggere affatto i cervi e i daini; certo fece bene,
perchè questi animali recavano un immenso danno alle campagne...
Siccome non voleano ch’io portassi rosario nè corona, mi feci un
rosario di cera; ma questo disfacendosi quando si stava vicino al
fuoco, ne feci nell’anno seguente uno di melica; i _pater_ erano rossi,
e le _avemaria_ gialle... Avevo nel mio gabinetto un grande armadio, ma
mi fu tolto, temendo che vi nascondessi de’ santi, e di fatto ne avevo
alcuni. Trovai anche un picciol messale romano; di questo faceva la mia
delizia».
Il Pezzana, nelle _Memorie dei letterati parmensi_, appunta di molti
errori il Botta in proposito di quell’età (vol. I. pag. 153). Pugeol va
corretto in Pujol; nè l’accademia nè l’Università furono fondate per
consiglio del Paciaudi; solo nel 68 e 69 furono chiamati a insegnare
Venini, Derossi, Millot, Contini (che del resto non va contato fra
gl’illustri), cioè non dal primo Borbone. Dutillot non fu mandato
dalla Francia per consigliere, ma venne nel 1749 col duca, e stette
intendente della casa fin nel 59 quando passò ministro. Nel 68 non vi
fu censura o scomunica, ma solo un monitorio.
[128] Il Turchi scriveva al Paciaudi nel 1777: — I miei reali allievi,
nell’atto che occupano la mia giornata, mi sono oggetto della più viva
compiacenza. Un’indole aurea, talenti più che mediocri, il cuor buono
ed una facile pieghevolezza me li rendono amabilissimi. È vero che in
così tenera età non si può ancora decidere nulla; ma si può travedere
assai bene dove almeno saranno un giorno portati dalla loro fisica
costituzione. Credetemi che le passioni, non avendo altra base che
il temperamento, si manifestano di buon’ora, e tutta l’arte consiste
non già nel combatterle od annientarle, ma nel dirigerle bene verso
virtuosi e lodevoli oggetti. Questo è il mio principalissimo impegno.
Caro amico, la prima educazione non mi spaventa; la seconda sì bene
quando i principi diventano padroni di sè. Allora bisogna raccomandarli
a Dio, che solo può reggerli in mezzo a tanti pericoli dell’apparente
luminosa loro situazione».
[129] Ginguené credette che il suo libro _Dell’utilità dell’innesto_ si
riferisse a _l’utilité de l’inoculation_. Vedi _Biografia universale_,
al nome.
[130] Questo dominio nel 1441 era passato ad Antonio Alberico marchese
di Malaspina. Riciarda, ultima della sua discendenza, sposò Lorenzo
Cibo genovese, nipote d’Innocenzo VII.
[131]
Del ducato di Modena, col Frignano la
popolazione ascendeva a 163,000 anime
Del ducato di Reggio e principato di
Correggio 133,000 »
Del ducato della Mirandola 20,000 »
Del principato di Carpi 18,000 »
Della Garfagnana 25,000 »
Del ducato di Massa e Carrara 21,000 »
Modena aveva 24,000 abitanti, Reggio 18,000, Massa 6000, Carpi 5000.
Le finanze produceano 252,000 zecchini, e con gran diversità fra le
provincie. La esazione ne consumava 50,000; altri 52,000 le gabelle
imposte a vantaggio di Comuni e di pubblici stabilimenti; sicchè
all’erario propriamente restavano men di 150,000 zecchini. Il censo pei
terreni, che purgato ascendeva a 33,000 zecchini, serviva per ispegner
il debito pubblico, e per lavori dello Stato.
[132] Dallo scandaglio allora fatto dell’amministrazione del Dutillot
raccogliamo alcune notizie statistiche:
L’entrata dei ventidue ultimi anni
era salita a lire tornesi 78,853,788
La spesa » 78,729,896
Le entrate dell’infante, che al momento
che Dutillot ne prese l’amministrazione,
erano di » 1,526,072
Eransi cresciute a » 3,044,317
Per nuove imposte o aumento delle
vecchie aveansi » 757,735
Economizzate sulla riscossione » 730,510
Onde l’infante, compreso le pensioni
dei re di Francia e Spagna, e le
commende che godeva in Spagna,
aveva l’entrata di » 3,794,061
La spesa era fissata a » 3,269,673
Onde v’era un avanzo di » 524,388
[133] Una grida del 6 gennajo 1763 indica a nome mille
ducencinquantasei banditi fuggiaschi o contumaci; ai quali nel 65
se n’aggiunsero da trecentottanta altri, che, essendo côlti, doveano
ricevere il marchio infocato: e via una serie di pene a chi li ricetta,
ai vagabondi, ecc.
[134] Arago scrive che la scienza non può accertare che il suono o il
moto dell’aria per le campane attiri il fulmine, benchè sia vero che
gli edifizj elevati come i campanili possono essere più facilmente
colpiti, e la corda, massime se bagnata, condurre il fluido a uccidere
il campanaro. Egli stesso, citando esempj di tali sinistri, ricorre
agli anni 1768, 1775, 1783: il non addurne di più recenti mi fa credere
che non ne avesse di comprovati.
[135] Ordinanza 23 agosto 1784, revocata nell’anno seguente.
[136] ZOBI, _Storia civile della Toscana_, lib. II. c. 4; GALLUZZI,
_Storia del Granducato_; PIGNOTTI, _Storia della Toscana_; POGGI,
_Saggio sul sistema livellare_. Pel regno di Pietro Leopoldo sono
interessanti le note aggiunte alla _Vie de Ricci par_ DE POTTER, 2ª
edizione. Bruxelles 1826. La vita è piuttosto una diatriba, di poco
criterio e meno prudenza.
[137] Carlo di Napoli pretendeva sempre sui beni allodiali di Casa
Medici. Ultima di questi Maria Anna Luigia, figlia di Cosimo III e
vedova dell’Elettore palatino, morì il 1743, e lasciò erede Francesco.
[138] Guido Grandi prevenne di lunga pezza il Savigny, negando che
il manoscritto delle Pandette provenisse da Amalfi, e sostenendo che
il diritto romano mai non cessò d’esser conosciuto in Occidente. Il
Tanucci combattè quest’opinione collo scalpore e la briga, concitando i
Pisani contro il Grandi come reo di lesa nazione.
[139]
Dal rendiconto appare, che nel 1765 le
entrate ascendevano a lire 8,958,685
Le spese e gli aggravj » 8,448,892
Onde s’avea l’avanzo netto di » 509,793
Mentre nel 1789 le entrate erano di » 9,199,121
L’uscita » 8,405.056
E quindi l’avanzo di » 794,065
[140] De Potter pubblicò una memoria che il senatore Francesco Gianni,
rifuggito a Genova nel 1799, scrisse nel 1805, continuo panegirico di
Leopoldo, fatto con senno civile, ove divisa i successivi regolamenti
del granduca, come preparatorj ad una costituzione. Perfino il Botta,
uomo sì scarso di critica, dubitò fosse un’invenzione del De Potter; e
lo schizzo che noi ne demmo nel testo è più fedele alle intenzioni del
Gianni.
[141] _Decisioni di Giovanni Bonaventura Neri Badia_, tom. II. p. 466.
[142] ZOBI, _Storia civile della Toscana_, tom. II. p. 437.
[143] Le attribuzioni che il Sant’Uffizio si arrogava appajono distinte
da questo Editto generale per l’Uffizio della santa Inquisizione di
Modena:
— Noi Giuseppe Maria Fogliani patrizio reggiano e modenese, per la
grazia di Dio e della Santa Sede Apostolica vescovo di Modena.
«Frà Raimondo Maria Migliavacca dell’Ordine de’ Predicatori, maestro
di sacra teologia: nelle città di Modena, Carpi, Abazia di Nonantola, e
loro diocesi, e nella provincia di Garfagnana contro l’eretica pravità,
inquisitore generale dalla Santa Sede Apostolica specialmente delegato
e consigliere teologo di S. A. Serenissima.
«Essendo delle piissime sovrane intenzioni di Sua Altezza Serenissima
che, come porta il carico di questo Santo Uffizio a noi imposto, la
Sacrosanta Fede Cattolica, senza la quale è impossibile di piacere a
Dio, in questa giurisdizione da ogni ereticale contagio immacolata e
pura si conservi: con autorità apostolica a noi concessa, e sotto pena
di scomunica comandiamo a ciascheduna persona in questa giurisdizione,
di qualunque condizione o grado esser si voglia, così ecclesiastica
che mondana, che debba al Sant’Uffizio di questa città, ovvero
all’ordinario, rivelare e notificare nello spazio di giorni trenta
giuridicamente tutti e ognuno di quelli de’ quali sappiano, o abbiano
avuta, o avranno in appresso notizia.
«Che avendo professata la santa fede cattolica, sieno divenuti eretici,
o, come ne’ sagri Canoni e Costituzioni Pontificie in materia di fede,
sospetti di eresia.
«Che siano bestemmiatori, o dileggiatori, o percussori di sagre
immagini, o sortilegi ereticali.
«Che abbiano senza autorità della Santa Sede Apostolica tenuti, letti,
stampati, o tengano, leggano, stampino o facciano stampare libri
d’eretici, i quali trattino di religione o di sortilegi.
«Che contro il voto solenne della profession religiosa, o dopo aver
preso l’ordine sagro, abbiano contratto o contraggano matrimonio.
«Che contro i Decreti e Costituzioni Apostoliche abbiano abusato o
abusino della sagramental confessione o confessionario, sollecitando
_ad turpia_ i penitenti.
«Che abbiano impedito o impediscano l’uffizio dell’Inquisizione,
ovvero offendano alcun denunziatore, testimonio o ministro, per opere
spettanti al medesimo.
«Che senza legittimo permesso, e con suspizione d’incredulità facciano
uso de’ cibi vietati in certi tempi dalla Chiesa.
«Che abbiano tenuto o tengano occulte radunanze, in pregiudizio e
dispregio della religione.
«Che non essendo sacerdoti, si siano usurpati o si usurpino di
celebrare la Santa Messa, e abbiano presunto di amministrare il
sagramento della Penitenza, quantunque nè abbiano proferite le parole
della Congregazione, nè siano venuti all’atto dell’assoluzione.
«Avvertendo, che a questi nostri precetti non soddisferanno, nè
s’intendono di soddisfare quelli che con bollettini o lettere, delle
quali, massime se non firmate, niun conto si tiene nel Sant’Uffizio,
pretendessero rivelare i delinquenti.
«E che dalla detta scomunica nella quale i disubbidienti incorreranno,
non possa alcuno essere assoluto, se non dal Sant’Uffizio; nè sarà
assoluto, che dopo aver giuridicamente rivelati i detti eretici e
sospetti d’eresia.
«Ricordiamo a tutti i RR. confessori di dover significare ai penitenti
l’obbligo di denunziare legalmente al Sant’Uffizio, come sopra, e che
non volendo ubbidire saranno incapaci dell’assoluzione.
«Comandiamo per ultimo, in virtù di S. ubbidienza, a tutti i
superiori ecclesiastici così secolari che regolari e ai confessori
di monache, che debbano notificare e tener affisso nelle loro chiese,
sagristie e monasteri in luogo pubblico il presente editto. E a tutti
quelli poi che hanno cure parrocchiali, che lo debbano pubblicare
ogni anno nell’Avvento e nella Quaresima in giorno festivo e di
concorso; mandandone l’autentico documento alli rispettivi Vicarj del
Sant’Uffizio.
«Quanto agli Ebrei, si dichiara che cadranno sotto l’Inquisizione
del Sant’Uffizio in que’ casi compresi nella Bolla di Gregorio
XIII _Antiqua Judeorum_ ecc., e sempre che dicano o facciano cose
direttamente offensive della Cattolica Religione.
«In fede di che abbiamo sottoscritto il presente di nostra propria mano.
«Giuseppe Maria, _vescovo_.
«Fr. Raimondo Maria Migliavacca, _inquisitore_.
«Dato nel tribunale del Sant’Uffizio di Modena li 24 dicembre 1776.
«D. Vincenzo Tedeschi, _cancelliere del Sant’Uffizio_».
A Milano era una compagnia di quaranta Crucesignati, cavalieri con una
croce in petto, e di cui era capo il padre inquisitore. La festa di san
Pietro Martire radunavansi nel loro oratorio, e al vangelo sguainavano
le spade in segno di zelo e costanza a tener pura e propagare la fede e
obbedir ciecamente al Sant’Uffizio. Durarono fin al 1770.
[144] Vedi ANTON FRANCESCO PAGANI, _Storia dell’Inquisizione di
Toscana_. Firenze 1783. In quei tempi dovea far colpo l’apologo del
Crudeli, d’un uomo che, avendo il suo giardino guasto da una lepre,
invocò contro di essa il re; e il re vi entrò con un esercito intero,
che sobbissò il giardino e la casa, e abbattè anche la siepe,
E in men d’un’ora fêr sì gravi danni,
Che le lepri d’un regno insieme unite
Non avrebbero al certo
Così gran guasto mai fatto in cent’anni.
Popoli, se tra voi sorge una lite,
Non chiamate in ajuto un re possente;
State all’erta, avvertite
Ch’ei non s’impegni nelle vostre guerre,
E ch’ei non entri nelle vostre terre.
[145] — S. C. M., con estremo rammarico e cordoglio dell’animo mio
appresi da S. S. le aspre doglianze avanzate dalla M. V. contro la
mia povera persona, come che abbia avuto il temerario ardimento di
offendere la di lei imperiale persona, mio augustissimo sovrano, con
alcune espressioni di una lettera responsiva ad un’altra del senatore
Rucellaj. Mi riconosco pertanto in debito di presentarmi ossequioso al
trono della C. M. V. medesima, chiamando in testimonio l’onnipotente
Iddio sul sacrosanto carattere che indegnamente porto, nell’esporre
alla di lei imperiale persona le mie più umili giustificazioni sopra
di ciò. Supplico dunque con ogni più riverente ossequio la M. V. I.
volersi sul predetto mio sacrosanto giuramento assicurare, che neppur
per sogno mi è caduto in pensiero simile frenesia ed indegnissimo
ardimento di offendere in minima cosa la persona sacrosanta del mio
augustissimo sovrano, e per conseguenza niuno dei supremi e principali
ministri di qualunque sorta essi siano; anzi mi sono sempre gloriato
e sempre mi glorierò dimostrare in fatti ed in parole alla C. M. V.,
ed in proporzione al di lei imperiale ministero quel sommo ossequio e
venerazione che le devo, anche a costo della propria vita, quando fosse
duopo. Nonostante, qualunque sia la causa di sì grande mia disgrazia
e deplorabile mia disavventura di vedere contro di me irritato il mio
augustissimo e clementissimo sovrano, eccomi umiliato ai piedi della
C. M. V. per implorare un generoso e benigno perdono, che dall’innata
clemenza e pietà di sì pio imperatore mi giova sperare, non meno che
la gloria di potermi protestare, quale prostrato in atto di baciargli
ossequiosamente la imperiale porpora sono e sarò eternamente, della C.
M. V. ecc.».
Non meno notevole in tal proposito è la lettera di monsignor Incontri
arcivescovo di Firenze al Richecourt capo della reggenza il 1752:
— Molti invero sono i pregiudizj che dalla libertà di pensare, di
parlare, di leggere ho riconosciuto esser derivati alla nostra santa
religione da qualche tempo in questa città, e che hanno aperto più
libero il campo al libertinaggio, dappoichè le potestà ecclesiastiche
non hanno potuto usare dell’autorità loro; ed essendone da più parti
giunta la notizia alla santa Sede, ho ricevuto dei forti eccitamenti
dal sommo pontefice per riparare agli abusi, onde l’ho supplicato
a confortarmi col suo ajuto nell’adempimento del mio ministero.
All’occasione, nelle maniere più proprie, ho pensato alle volte, affine
di non mancare verso il popolo alle mie cure spirituali confidato,
d’istruirlo con degli avvertimenti pastorali, e mi è stato impedito,
come è noto; me ne sono rispettosamente rammaricato: ho fatto sovra a
varj punti appartenenti alla religione ed al costume, siccome sopra
altre materie concernenti l’ecclesiastica disciplina, delle umili
rappresentanze, e per mio demerito non sono stato esaudito; e V.
E. sa quante volte mi sono dato l’onore d’essere ad ossequiarla per
parteciparle le mie più riverenti e fervorose istanze; sicchè confesso
che nelle divisate contingenze mi trovo alquanto disanimato. Qualora
poi venga assistito nell’esercizio del mio vescovile impiego dalla
suprema autorità che vivamente imploro, m’incoraggerei molto, nè avrei
più che desiderare. Con tal fiducia pregando V. E. a riprotestare
all’imperial consiglio la mia più distinta venerazione, mi pregio di
rassegnarmi di V. E. ecc.».
[146] ZOBI, _Storia_, lib. IV. c. 3. In Toscana nel 1784 v’avea 7957
preti secolari, 2581 cherici inferiori, 2433 preti regolari, 1627
monaci laici, divisi in 213 conventi, 7670 monache in 136 chiostri.
Firenze contava 78,635 anime, di cui 2134 monache, 917 frati, 1377
preti, 1627 militari, 1335 funzionarj civili, 1018 lanajuoli.
Moltissime memorie uscirono sulla giurisdizione ecclesiastica e regia;
le più belle sono del Rucellaj. Una _secreta_, spedita a Vienna il
1745, contiene fra le altre cose la seguente: — La storia delle dispute
di giurisdizione fra la Corte romana e il poter civile può ridursi
a questo punto; che essa non cessò mai di pretendere suoi i diritti
degli altri, per poter poi accordarli per grazia a quelli che devono
possederli per giustizia, e che, nojati di questo eterno conflitto,
si contentarono di goderne a qual prezzo si fosse, senza riflettere
che questo cambiamento di titolo permetteva al sacerdozio, come non
lasciava mai di fare, di rivendicare finalmente per conto proprio
quello su cui pareva aver acquistato un diritto col cederlo».
[147] Nella _Via Crucis_, devozione raccomandata dai Francescani, come
dai Gesuiti il Sacro Cuore, si pretese fossersi fatte aggiunte alla
narrazione evangelica, e proponeasi, non di abolirla, ma di sostituire
cinque nuove a cinque delle vecchie stazioni. Di ciò s’infierì una
disputa, a cui preser parte molti giornali; e il Pujatti, l’Affò, il
Bettinelli ed altri vennero a lunghi litigi nel 1783.
[148] Troppe scritture di quel tempo attestano la rilassatezza e peggio
del clero, e principalmente del regolare.
[149] Prima memoria, 21 luglio 1781. La lettera 3 agosto al teologo
ducale comincia: — Stanca S. A. R. del mal umore, animosità e contegno
molto strano, col quale il santo padre tratta gli affari della Toscana,
ecc.
[150] Lettera del 10 luglio 1782 al segretario Seratti. Il Ricci
teneva corrispondenza coi Giansenisti d’oltremonte, e si hanno venti
lettere sue al famoso vescovo Grégoire, ostilissime a Roma. La Chiesa
scismatica di Utrecht diresse un’esortatoria al vescovo di Colle,
quando supponeva ch’egli avesse adunato un sinodo diocesano; recata da
Zobi nel vol. III. doc. 125.
[151] Vedi _Istoria dell’assemblea degli arcivescovi e vescovi della
Toscana, tenuta in Firenze l’anno 1787; Punti ecclesiastici, compilati
e trasmessi da S. A. R. a tutti gli arcivescovi e vescovi della
Toscana, e loro rispettive risposte_, Firenze 1788. Sul frontispizio
v’è una stampa con figure simboliche, e al di sotto un genietto che
tiene aperto un libro, sul quale è scritto _Encyclopédie_. Ricci
vi propugna costantemente i principi giansenistici, e come modello
presenta il sinodo giansenistico di Utrecht del 1763, esortando i
vescovi toscani a imitarlo, ricevendovi i curati come giudici, e
premunendoli contro gl’intrighi della Corte di Roma, che adoprerà i
monaci e il nunzio per mandarli a vuoto; disapprova l’_Indice de’ libri
proibiti_, e molti ne raccomanda in questo inseriti.
[152] Allora uscì un libello famoso, il _Conclave dell’anno 1774_,
dramma per musica, con parodie ed emistichj del Metastasio. Era stato
fatto dai nemici del cardinale Zelada, perchè non riuscisse papa:
l’autore scoperto fu condannato a morte; ma il Zelada fu fortunato
d’ottenergli la grazia: pure gli epigrammi lanciatigli valsero a
questo una trista celebrità. Eppure egli aveva ricchissima biblioteca
e medaglie e macchine, fece costruire una specola al Vaticano, e
raccoglieva e favoriva i dotti. 1717-81.
[153] Quel che pel Gaetanino dicevasi di Gregorio XVI, si diceva pure
di Pio VI per uno Stefano Brandi suo factotum.
[154] Lettera 11 gennajo 1782.
[155] Il filosofista Bourgoing, nei _Mémoires historiques et
philosophiques sur Pie VI_ dice: — Era una frenesia di trovarsi sul
passaggio del papa; il corso del Danubio ostruivano le barche dei
curiosi; a venti a trentamila affollavansi nelle vie che riescono alla
Corte, chiedendo a gran voci la benedizione del papa, e più volte il
giorno Pio VI doveva comparire al balcone per concedere alla folla
quel facile favore. Si temette di mancare di sussistenze, tanta gente
accorreva a Vienna dai paesi più remoti. Fu notata l’ostinazione
d’un paesano che veniva da sessanta leghe lontano per veder il papa.
Arrivato, andò a mettersi in una sala dell’appartamento ov’era sua
santità. — _Cosa volete qua?_ gli chiese la guardia. — _Veder il papa._
— _Non è questo il luogo: andatevene._ — _Oh no: aspetterò finchè
venga; io non ho fretta, io. Badate pure anche voi alle cose vostre._ E
siede, e mangia il suo pane in santa pace. Da alquante ore aspettava,
quando l’imperatore saputolo, l’introdusse egli stesso dal papa, che
l’accolse bene, gli diede la mano a baciare, e la sua benedizione e
alcune medaglie che aveva portate da Roma. _To’ to’_ (esclamava il
villano) _e questi Viennesi non m’avevano detto che il papa desse
denari a quei che vanno a trovarlo_».
Egli stesso reca le parole d’un protestante: — La presenza del papa
a Vienna produsse effetti stupendi, e non mi meraviglio che altre
volte operasse strane rivoluzioni. Molte fiate ho visto il papa
nell’atto che dava la benedizione al popolo di questa capitale: io
non sono cattolico, non facile alla commozione, ma v’assicuro che
questo spettacolo mi ha intenerito alle lagrime. Quant’è interessante
veder forse cinquantamila uomini uniti nel luogo stesso, dello stesso
sentimento, portando negli sguardi e negli atti l’impronta della
devozione e dell’entusiasmo, con cui aspettano una benedizione, da
cui dipende la loro prosperità in questa e la felicità nell’altra
vita! Assorti in quest’oggetto, non s’avvedono di stare incomodi;
accalcati gli uni contro gli altri, respirando a fatica, vedono
apparir il capo della Chiesa cattolica in tutta la sua pompa, colla
tiara in capo, cogli abiti pontificali, sacri per essi, magnifici
per tutti, cinto da cardinali che vi si trovavano, e dall’alto
clero. Egli si curva verso terra, alza il braccio verso il cielo
come persuaso profondamente che vi porta i voti di tutto un popolo, e
che negli occhi esprime la brama che siano esauditi. Figuratevi tali
funzioni compite da un vecchio di maestosa statura, della più nobile
e graziosa fisionomia, e non sentitevi commosso, se potete, al vedere
questa folla immensa precipitarsi a ginocchi al momento che si dà la
benedizione, ricevendola con entusiasmo pari a quello di chi la dà.
Certo, io serberò tutta la vita l’impressione di questa scena. Quanto
non dev’essere viva e profonda in quelli che sono disposti a lasciarsi
affascinare dagli atti esterni!»
Pasquino ebbe a dire che il papa andò a Vienna a cantar una messa senza
_gloria_ per lui, senza _credo_ per l’imperatore.
[156] Fra quelli che meglio osservarono l’Italia fu Carlo di
Bonstetten, nato a Berna il 1745, morto a Ginevra il 1832, autore di
molte opere d’economia, di morale, di viaggi, notevoli per delicatezza
e giusto amore dell’umanità. — Il mio viaggio in Italia (scrive egli)
cominciò da Milano. Gorani m’aveva dato lettere pel conte Verri, che
mi presentò a Firmian, ministro e in realtà vicerè della Lombardia.
È d’alta statura, e la pinguetudine non nuoce all’aria sua di dignità
intelligente, nel cui fondo si fa sentire la bontà. Mi prese a voler
bene, ero invitato tre o quattro volte per settimana a desinare da lui.
Alla tavola non faceasi conversazione generale, e si stava a un bel
presso come dinanzi a un sovrano. Quando parlava lui, tutti taceano.
Essendo seduto presso di esso, mi servii del suo vino di Tokai; e il
cameriere mi avvertì ch’era riservato pel conte. Chi farebbe adesso
siffatta distinzione? Il conte aveva udienze numerosissime; ciascuno
comparivagli dinanzi alla sua volta; bisognava essere spicci, ma si
era ascoltati e compresi; erano quasi processioni, e non si faceva che
passare. Firmian era rispettato ed amato a Milano; pure nel Governo
tedesco v’ha qualche cosa che non si affà agl’Italiani. Malgrado le
virtù di Firmian, si ribramava la dominazione spagnuola, che pure
era tanto inferiore all’austriaca. Pel carattere ancor più che per la
giustizia si governano i popoli: l’armonia de’ caratteri è il legame
naturale fra le nazioni. L’amore dell’ordine, proprio de’ Tedeschi,
è una linea troppo dritta e dura per le anime passionate del Mezzodì,
più elastiche assai che i Tedeschi. Ai dì nostri non abbiam veduto i
Francesi, mentre smungeano agli Italiani oro e sangue, esserne mille
volte più amati che non gli Austriaci, i quali, col loro sistema
da marito geloso, fanno odiare fin le virtù de’ padroni? I Francesi
aveano in Italia per alleata l’immaginazione nazionale, che il Governo
tedesco mette incessantemente alla tortura: i Francesi regnavano per
la speranza, gli Austriaci pel terrore. Fra i due Governi corre questo
divario, che in quel della speranza voi avete per alleate tutte le
illusioni e le realtà, in quel del terrore nulla si spera da colui che
si odia».
A Roma egli conversò molto con Carlo Edoardo Stuart, il pretendente
d’Inghilterra, marito di quella Stolberg contessa d’Albany, che fu
l’amata del poeta Alfieri, e l’amante del pittore Fabre.
[157] In molte trattative per l’apertura della Schelda Giuseppe II
adoprò come plenipotenziario il conte Luigi di Belgiojoso, che il 4
maggio 1784 presentò agli Stati d’Olanda il _Quadro sommario delle
pretensioni dell’imperatore_.
[158] Lettera del 1728 al conte d’Aguirre avvocato fiscale, il quale
era in corrispondenza co’ migliori del tempo, e molte lettere a lui
figurano nel _Catalogue raisonné_ del Crevenna.
[159] Marco Foscarini, ambasciator veneto, riferisce che il re erasi
assegnato pel proprio spillatico lire trentaseimila di Piemonte;
ottomila al duca di Savoja: l’Ormea, ministro di Stato, gran
cancelliere, gran cordone dell’Annunziata, avea il soldo di lire
mille e cencinquanta. Tenuissimi erano gli stipendj de’ professori
all’Università: lire mille quei di medicina, seicento di chirurgia,
mille settecento di greco, mille ducento d’eloquenza, tremila di
diritto civile.
[160] Per la sua nascita il Manfredi scrisse il bel sonetto:
Vidi Italia col crin sparso e negletto
Colà dove la Dora in Po declina...
[161] ROBERTI, Lettera ad un professore nel Friuli, del 1777.
[162] Il re, prevedendo la spensierataggine del suo successore, radunò
ben 18 milioni di lire che ripose dentro un muro, e non ne sapeva il
segreto se non il Bogino. Questi in fatto, quando il bisogno venne, le
passò al re.
Il Bogino spodestato si volse al ritratto del vecchio re esclamando:
«Non sono ancor fredde le vostre membra, e vi si fa l’oltraggio di
congedar quello che vi fu il più devoto servidore».
Il Lalande racconta che la spada deposta sul feretro di Carlo Emanuele
III doveva appartenere al gran scudiere; ma Vittorio Amedeo ne sostituì
una adorna di diamanti, dicendo: — Voglio conservar la spada che servì
a Guastalla».
Il re (scrisse il viaggiatore francese) levasi alle sette; a otto e
mezzo lavora coi ministri, un dopo l’altro, non tenendo consiglio; alle
undici passa dalla regina, e va a messa; dopo pranzo dà udienza a chi
vuole; poi al passeggio, poi cena in famiglia. Due volte la settimana
v’è circolo dalla regina, dove vanno sole donne, e gli ambasciatori o
gli stranieri presentati».
[163] Per le nozze di Carlo Emanuele con Clotilde di Francia, la
quale poi morì nel 1802 in odore di santità, il Bodoni pubblicò un
miracolo di tipografia, cioè un volume in gran foglio col titolo
_Epithalamia exoticis linguis reddita_, dove le trentaquattro città del
Piemonte fanno voti in trentaquattro lingue diverse; con belle stampe
d’Evangelista Ferrari, esprimenti le effigie dei duchi di Savoja e i
fasti delle città: l’orientalista Bernardo De Rossi adoprò quelle varie
lingue, del che non eravi esempio, giacchè il _Monumentum romanum_
ad onore del Peiresc fu compilato da molti dotti insieme: il padre
Paciaudi illustrò in latino le incisioni: Gaston Rezzonico descrisse il
tutto in un lunghissimo poemetto, stampato dallo stesso Bodoni.
[164] «Qualche momento prima di partire dai regj appartamenti, fece
(Carlo III) la pubblica cessione di questi regni all’infante don
Ferdinando suo terzogenito, che seguì, venendo letta dal marchese
Tanucci segretario di Stato, stando la maestà sua cattolica sotto al
baldacchino, con alla sinistra il suddetto Ferdinando, in presenza del
suo consiglio di Stato, del consiglio di Santa Chiara, del luogotenente
della Camera, della giunta di Sicilia, e dei deputati di Palermo.
Dovendo poi il re di Spagna cinger la spada al nuovo re di Napoli e
dargli il tosone, S. M. C. gli disse che con la medesima lui aveva
acquistati questi regni, che dovea servirgli a difesa della cattolica
religione, di se medesimo e de’ suoi vassalli. Non potè tutta eseguir
quest’azione, perchè, impedito dalle lacrime, fuggì a sfogarle, ossia a
confonderle con quelle della regina, che era in altra stanza ritirata».
Lettera del residente veneto, 11 ottobre 1759.
[165] _On ne comprend pas comment Tanucci a pu se faire une si grande
réputation de sagesse_, dice il Gorani, e cita le insane sue tariffe
che empirono il paese di contrabbandieri.
[166] Il Botta asserisce aver lui veduto il dispaccio. Del resto il
motto non disdice all’uomo che di sua moglie diceva: — Dorme come una
marmotta, e suda come una troja».
[167] Angiolino del Duca, povero villano servivasi d’una mula, ed
essendogli morta, e il padrone volendone il prezzo, egli fu costretto
vendere i pochi arredi, onde buttossi alla campagna e divenne brigante
famoso. Spogliava baroni e signori, risparmiava i forestieri, anzi
li scortava; passava di villaggio in villaggio, piantando tribunale
e trovando facilmente in colpa i ricchi; ad altri scriveva lettere
garbate, determinando le somme che doveano; talvolta agli assaliti
toglieva sol la metà del denaro. Divideva lealmente il bottino co’
suoi, non assassinò mai. Avea proposto al re di mantener la quiete in
tutto il regno se gli fissasse un soldo e un grado; e anche dopo il
supplizio il popolo lo rimpiangeva come amico del popolo.
[168] PIETRO C. ULLOA (_Pensées et souvenirs sur la littérature
contemporaine du royame de Naples_, Ginevra 1859) fece una pittura
molta lusinghiera del reame alla fine del secolo passato.
La nobiltà, attirata presso al monarca, era ancora una classe
privilegiata, ma dei due diritti che un tempo aveva di opprimere e
di proteggere non avea conservato che il secondo. Non formava una
Casta, non aveva essiccata la fonte delle sue entrate, non dispettava
le riforme, non ricusava contribuire ai pubblici aggravj, onde non
era impopolare. Il terzo stato era padrone quasi di tutto ciò che
costituisce la ricchezza nazionale, il lavoro agricolo, l’industria,
i capitali; esso attivava tutte le forze produttive: in esso gli
avvocati, i medici, i precettori, gli artisti, i letterati, i filosofi.
La nobiltà se ne valeva, onorava nelle classi inferiori un’esistenza
utile, acquistata col lavoro e colle dottrine. Per mezzo della nobiltà
la grazia e l’eleganza della Corte passavano nelle relazioni delle
classi medie, e fin negli scritti. Nel popolo s’aveva ancora della
miseria, ma non più le gravose fatiche, le cocenti cure, le esistenze
diseredate, che le grandi città alimentano col soldo giornaliero. Il
popolo, men capace di dissimulazione che di riflessione, e che non
vedeva se non benefizj, sottometteasi volentieri alle leggi, alla
preminenza delle classi elevate e massime delle famiglie storiche.
..... Il popolo di Masaniello aveva dimenticato le vecchie agitazioni,
e non sentiva più il pungiglione della miseria, onde non sognava che
feste o godimenti. ..... Coi Borboni il potere monarchico divenne il
guardiano del diritto comune, e secondo il progresso della civiltà per
mezzo dell’ordine, e dell’eguaglianza per mezzo dell’uniformità, il
potere sviluppavasi sempre nel senso dell’interesse generale: nè mai
il carattere de’ principi, il movimento degli spiriti, l’affluenza di
valent’uomini aveva tanto illustrato il nostro paese».
Il Tanucci da Portici, il 15 ottobre 1763, scriveva al Caracciolo
inviato a Torino:
«Per la preferenza del popolo e coltivazione del Piemonte sopra
quella di questo regno, che io leggo nella rivista confidenziale
dei 5, pare che V. E. non abbia veduto il tratto del regno ch’è tra
Barletta ed Otranto, tratto pieno di città e terre abitatissime e tutto
coltivatissimo; inoltre più vasto del Piemonte e più ricco di generi
di estrazione. La sola seta è l’estrazione del Piemonte, ed in quel
tratto, oltre la seta, sono grani, vini, olio, mandorle, passi e manna.
Le città poi vi sono lodevoli quanto coteste. Non è Lecce meno di
Vercelli, Barletta meno di Nizza, Bari meno di Casale, Bisceglie meno
di Alba, Bitonto meno di Ivrea, Trani meno di Aosta, Monopoli meno di
Fossano, Altamura meno di Mondovì, Gallipoli meno di Saluzzo, Taranto
meno di Carmagnola, Acqui meno di Brindisi, ecc. L’Abruzzo è certamente
più grande, più popolato, più fertile della Savoja. Certamente,
dell’Italia da me veduta, il tratto tra Nocera dei Pagani e Francolise,
cioè non meno di cinquanta miglia tra levante e ponente estivo, e
di venti tra mezzogiorno e settentrione, è il più fertile e il più
popolato. Li casali tra due e cinque mila anime son così frequenti
che pajon contigui, e non vi sta meno d’un mezzo milione d’anime; e il
grano vi è poco quando fa solamente il 12 per uno, ed i territorj si
affittano regolarmente a dieci e dodici ducati il moggio. La provincia
di Lucera, ch’è la più spopolata, alimenta due milioni di pecore, od
altre bestie utili, e produce quel tanto grano che ognuno sa, e la
manna infinita e celebre del Gargáno. Niuno controverte al regno tre
milioni e mezzo d’anime, niuno la fertilità del triplo dei generi
della Lombardia. L’ineguaglianza è poi vera, ma io non voglio parlare
della ragione, sì perchè è inevitabile ove son più di mille baroni,
con l’enorme giurisdizione che ella sa, sì perchè, ministro essendo
dei Borboni, non devo entrare nel governo di due secoli d’un’altra
famiglia, sì finalmente perchè essendo forestiero, non devo criticare
il Ministero del paese. Ma appunto l’essere toscano mi somministra una
idea terribile di cotesto catasto, per cui una famiglia paga cinque
zecchini e un quarto e mezzo l’anno. Regolarmente li possessori dei
terreni son la decima parte di un popolo ben diviso, laonde ad una
famiglia possessora toccano cinquantacinque zecchini, almeno nell’alta
Toscana, che equivale al Piemonte nel popolo, nell’estensione, nella
cultura, nella fertilità, essendo da levante a ponente cento e venti
miglia, e cinquanta da tramontana a mezzogiorno e più, ed è ugualmente
divisa e distribuita una famiglia per l’altra delle posseditrici dei
beni, paga soli trenta zecchini di catasto, eppure, oltre li stessi
generi del Piemonte produce per li suoi tre quarti olio, che nel
Piemonte è solamente nelle campagne di Nizza. Mi ricordo di aver veduto
le campagne bianche e sterili di Vercelli, quali niuna è nell’alta
Toscana, che uguagli in sterilità. Le città dell’alta Toscana, oltre
Firenze che per tutte le cagioni è il doppio di Torino; Pisa, Livorno,
Volterra, Pistoja, Pescia, Prato, Colle, San Miniato, Arezzo, S.
Sepolcro, Cortona, Montepulciano, oltre un numero grandissimo di casali
e terre riguardevoli, che equivagliono alle città. La bassa Toscana,
vastissimo e spopolato paese, benchè fertile di grani e bestiami, lo
paragono alla Savoja, ove però non sarà una città come Siena, capo
della bassa Toscana, e forse nessuno come Grosseto, Montalcino e
Chiusi, eccettuato Chambéry. In Toscana il catasto è del popolo, non
del principe, e di esso si pagano li magistrati colli loro sbirri e
subalterni, che son tutti salariati, le strade, li ponti, le muraglie,
li castelli, li medici ecc., e un regalo al principe di cento mila
zecchini annui. Del principe sono duecento mila zecchini delle farine,
o sia testatico, altrettanti delle dogane, e circa altrettanti tra
tabacco, posta, vigesima, tratte; altrettanti sarebbero quelli del
sale, ma questa rendita è tutta venduta ai privati. — Questo metodo
mostra che il catasto non è che la quinta parte di quello che paga
la Toscana allo Stato e al sovrano, e su questo metodo calcolando,
dovrebbe cotesto Stato e cotesto sovrano aver cinque milioni di
zecchini, avendone un milione del solo catasto: _Credat Judæus apella_.
Passan li Piemontesi per cavalieri d’industria e fanfaroni. Si sa
che prima di questo secolo era cotesto Stato qualche cosa meno della
Toscana; si crede che le conquiste lo abbiano raddoppiato in questo
secolo, ma si crede ancora comunemente che di rendite, che limpide
vadano in man del sovrano da spenderle per la truppa e per la Corte,
sia sospetta questa quantità, che si dice sopra un milione di zecchini,
e sia notoria fanfaronata quel che si dice sopra un milione e ducento
mila di zecchini, perchè è notorio che cotesta Corte non spende più di
duecento mila zecchini, ed è anche notorio che un milione di zecchini
basta a mantenere lautamente quaranta mila uomini.
«Serbi, signor marchese, cotesto panegirico del Piemonte a quando sarà
stato due anni nel Veneziano, due in Toscana, ed avrà veduto con agio
la Puglia, la Calabria, l’Abruzzo, la Lucania, la Campagna felice e la
Sicilia, delle quali vedo ch’è poco informata».
Poc’anzi fu trovato il carteggio del Tanucci in 31 volumi dal 1763 al
1774.
Una volta la settimana scriveva a Carlo III.
[169]
La spesa portava: per l’esercito ducati 3,500,000
Per l’armata » 1,000,000
Onorarj di magistrati » 150,000
Emolumenti di ministri e loro impiegati » 150.000
Mantenimento delle fortezze e altri
edifizj » 200,000
Pensioni » 200,000
L’entrata dava 7 milioni di ducati,
sicchè avanzavano ogn’anno » 1,800,000
L’esercito componeasi di trentacinquemila uomini, di cui seimila
stavano in Sicilia, quattromila erano Svizzeri. Sono importanti
i _Mémoires sur le royaume de Naples_ del sig. Orloff, sebbene
passionati: credonsi opera del napoletano De Angelo. Vedi pure COCO,
_Sulla rivoluzione di Napoli_; GALANTI, _Descrizione geografica e
politica delle Sicilie_; ARRIGHI, _Saggio storico per servire di studio
alle rivoluzioni di Napoli_.
* Nel 1774 fu fatta legge a Napoli che i magistrati dovessero motivar
le sentenze sopra testi di legge. Ma quali erano i testi di legge da
citare? Fu allora che Carlo Pecchia, _mastro d’atti_ ossia cancelliere
alla vicaria, tolse ad esporre tutte le leggi da cui doveasi dedurre il
diritto allora vigente, cominciando dalle longobardiche, e via via a
quelle della monarchia. Peccato che la morte interrompesse un lavoro,
fatto con precisione, dottrina e critica, e certo molto più utile di
quel del Filangieri, anche dopo che parve scienza il disprezzare tutta
quella de’ nostri padri.
[170] Benchè egli frenasse le esorbitanze de’ baroni, prestazioni e
aggravj sussistettero, tantochè nella costituzione del 1812 leggiamo:
— Le angarie e perangarie introdotte soltanto dalla prerogativa
signorile restano abolite senza indennizzazione. E quindi cesseranno
le corrispondenze di gallina, di testatico, di fumo, di vetture,
le obbligazioni a trasportare in preferenza i generi del barone,
di vendere con prelazione i prodotti allo stesso, e tutte le opere
personali e prestazioni servili provenienti dalla condizione di
vassallo a signore. Sono egualmente aboliti senza indennizzazione i
diritti privativi e proibitivi per non molire i cittadini in altri
tappeti e molini fuori che in quello dello stesso, di non condursi
altrove che nei di lui alberghi, fondachi ed osterie; i diritti di
zagato per non vendere commestibili e potabili in altro luogo che nella
taverna baronale e simili, qualora fossero stabiliti dalla semplice
prerogativa signorile e forza baronale».
Anche nel Napoletano, Davide Winspeare noverava mille
trecennovantacinque diritti su cose o persone, sussistenti ancora
quando arrivarono i Napoleonidi.
[171] DE TOMMASI, _Documenti di storia lucchese_ nell’_Archivio
storico_, vol. X.
[172] Alcune son pubblicate dal Minutoli nel vol. X dell’_Archivio
storico_ di Firenze.
[173] Anton Francesco, altro figlio del Sampiero, ebbe stato alla Corte
di Francia, e accompagnò a Roma l’ambasciadore d’Enrico III. Quivi
avendo offeso a parole un signore della Roggia, questo s’accontò cogli
altri gentiluomini dell’ambasciata, e col pretesto di visitar le ruine
del Colosseo, ivi lo trucidò nel 1580. Il traditore non era il Corso.
[174] Questo stato non cessò per anco: prova contro chi ne incolpa il
Governo genovese. Pasquale Paoli dichiarò infame chi violasse una pace
giurata; e in faccia alla sua casa alzavasi un palo, segno di postera
infamia.
Nel 1835 la città di Sartena, e i comuni di Gavignano, Fossano, Santa
Lucia di Tallano ed altri erano sossopra per tale guerra intestina,
e le condanne o assoluzioni divenivano nuovo fomite ed occasione di
rancore; e passavano perfino anni intieri senza che un matrimonio fosse
iscritto sui libri. Il generale Lallemand, già compagno di Napoleone
e allora pari di Francia, unito all’avvocato Figarelli, pensò tor
via questi scandali, e colle buone di qua, di là, riuscirono a far
soscrivere le paci, ed ebbe la bella gloria di mantenerla per molti
anni ne’ cinquantacinque Comuni dell’isola.
A Santa Lucia di Tallano, il prete Giovanni Santa Lucia, capo d’un
partito composto della sua famiglia e de’ Giacomini, e avverso a
quel de’ Poli e dei Chiliscini, risvegliò le ire nel 1839, facendo
o lasciando eseguire un assassinio: Giudice Giacomini vi preparò gli
spiriti col metter fuori i calzoni di suo figlio, ammazzato già tempo
dagli avversarj, e minacciar la moglie dell’uccisore: alfine furon
morti di fucilata un Chiliscini e un Poli in una festa di nozze.
Poc’anni fa morì il Franceschino, famoso bandito, che traevasi dietro
una banda di due o trecento uomini, e che, oltre saccheggiare ed
esercitare la _vendetta_ pretendea far miracoli, e molti ne operò.
Una volta propose di risuscitar un morto, e tra la folla accorsa al
nuovo spettacolo venne pure il prefetto d’Ajaccio, con buona scorta,
che indusse i paesani a questo patto: se il miracolo succedesse,
onorerebbe grandemente egli pure il Franceschino; se no, essi gliel
consegnerebbero. Il bandito stimò opportuno sottrarsi alla prova, e
fuggì a Roma, ove morì cappuccino.
Nel gennajo del 1855 il bandito Castelli nella pieve di Fimorbo, ricca
d’eccellenti uffiziali come di audacissimi facinorosi, compì imprese
romanzesche e scelleratissime.
Basta guardar la _Gazzetta de’ tribunali_ di Parigi per trovarvi
continui esempj di siffatte vendette.
[175] Vedi TOMMASEO, _Canti côrsi_, e _Vita di Pasquale Paoli_.
[176] Tra i prigionieri rimase il vecchio Bernardino di Casaccione
cappuccino, uno de’ molti frati che quell’insurrezione sospinsero e
alimentarono. Egli professò altamente creder giusta la rivolta de’
Côrsi, e non rifiutar pena per sostener quest’asserto. Mandato a
Genova, per intercessione di Roma fu confinato in un convento. Così
richiedeano i privilegi d’allora, tolti i quali, in tempi più boriosi
di civiltà come gli odierni, per casi simili non si ebbero che polvere
e piombo e capestro.
[177] ARINA, _Delle cose di Corsica dal_ 1750 _al_ 68.
[178] Era una curiosità l’aver monete di re Teodoro, e i piccoli da
cinque soldi pagaronsi fin quattro zecchini, e portavano: _Theodorus
rex — Rego pro bono publico_. Un’altra d’argento portava la Madonna col
motto: _Monstra te esse matrem_, e al rovescio le armi del regno.
Una biografia di re Teodoro, espressiva come la realtà, fantastica e
patetica come un romanzo, fu stesa poc’anzi da Carlo Augusto Varnhagen
d’Ense, il quale conchiude: — Nel 1736 un Westfaliano fu re in Corsica;
settantatre anni dopo, un Côrso era re in Westfalia».
[179] A proposito della conquista della Corsica, Voltaire scriveva
nel 1769 al signor Bargemont: _Je crois comme vous qu’on casse des
cruches de terre avec des louis d’or; et qu’après s’être emparé d’un
pays très-misérable, il en coûtera plus peut-être pour le conserver que
pour l’avoir conquis. Je ne sais s’il n’eût pas mieux valu simplement
s’en déclarer protecteur avec un tribut; mais ceux qui gouvernent ont
des lumières, que les particuliers ne peuvent avoir. Il se peut que
la Corse devienne nécessaire dans les dissensions qui surviendront
en Italie. Cette guerre exerce le soldat et l’accoutume à manœuvrer
dans un pays de montagnes. D’ailleurs cette entreprise étant une fois
commencée, on ne pourrait guère y renoncer sans honte._ Lettere inedite
di Voltaire, del signor Cayrol, 1856.
Cioè anche Voltaire intonava la canzone, ripetuta anche testè, che,
quando l’onore della Francia è impegnato, bisogna andar innanzi,
giustizia o no.
[180] _Vir nemoris_ è il titolo d’un poemetto latino, in costui lode
composto da Ottaviano Savelli amico dell’Alfieri.
[181] Vol. I. p. 100.
[182] La contea di Gorizia (di cui una storia in italiano da Carlo
Morelli di Schönfeld fu stampata a Gorizia il 1855) fu invasa dalla
lingua italiana e dal dialetto friulano. Le cause trattavansi in
latino, e avendo la reggenza di Vienna nel 1556 ricusato d’accettare
atti in questa lingua, si prese a farli in italiano, che divenne comune
nel fôro sinchè gli stati goriziani ordinarono che il patrocinio si
sostenesse da avvocati tedeschi e le scritture e arringhe si facessero
in latino. Ma fu inutile, e prevalse l’italiano; italiani erano i
predicatori, i primi cancellieri; e il giuramento prestato nel 1564
all’arciduca Carlo fu nelle lingue tedesca, slava e italiana. La moneta
corrente era la veneziana. L’imperatore Leopoldo I, stando nel 1660
a ricever l’omaggio della contea di Gorizia, scriveva al maggiordomo
dell’arciduca Carlo suo fratello: — Il paese, il clima, il non sentir
favellare altra lingua che l’italiano, mi fanno scrivere anche nella
medesima». Solo a metà del Settecento si diffusero il parlare e i
costumi tedeschi, ma l’italiano vi ebbe sempre corso.
[183] Il ducato equivale a lire 4.19. Il bilancio del 1783 portava:
Entrata per gli appalti ducati 1,399,613
Dazj della dominante » 1,469,523
Nella terraferma » 1,016,677
Nella Dalmazia » 29,335
In Levante » 94,564
Gravezze della dominante » 562,444
Della Terraferma » 510,634
Della Dalmazia » 66,722
Del Levante » 84,503
La spesa ammontava » 6,624,668
di cui le milizie di terra e
di mare, e le fortificazioni
assorbivano » 2,097,618
L’istruzione pubblica » 51,812
Le pubbliche costruzioni » 119,255
Una minuta descrizione dello Stato veneto nel secolo passato fu fatta
dal gesuita Tentori.
[184] 28 maggio 1762. «L’anderà parte che, qualora il serenissimo
principe, assistendo al senato, giudicasse conferente alla sua salute
il levarsi, debba in questo caso esser accompagnato, come in figura
privata, da due soli dei consiglieri e da un capo de’ XL, quali
discendendo per la scala degli elezionarj, e trovando fuori del
Pregadi il solito corteggio del suo cavaliere e de’ suoi scudieri, lo
accompagneranno fino alle sue stanze. In tal modo rimanendo nel senato
li quattro consiglieri e li due capi de’ XL, che si rendono necessarj
per le pubbliche leggi, continuerà senza turbamento e interruzione
alcuna la trattazione de’ pubblici incamminati affari, e libero il
serenissimo principe dell’apprensione e pericolo di sua salute, potrà
esser frequente ad assistervi, e col suo esempio dar eccitamento
a tutti li cittadini destinati a formar il senato, ad esser sempre
assidui al miglior bene di questa nostra adoratissima patria.
«E la presente sia stampata ed aggiunta alla promission ducale».
[185] Dopo i trattati del 1603 e 1706 vennero a stabilirsi a Venezia
tanti Grigioni, e tante botteghe v’aprirono, che la Repubblica temette
pregiudicassero ai proprj sudditi, sicchè dichiarò sciolta l’alleanza
nel 1766, i Grigioni sottoposti alle leggi della Repubblica, e vietato
d’esercitarvi arti. Anche quando Clemente VII concesse portofranco ad
Ancona e fiera a Sinigaglia, i Veneziani proibirono ai loro sudditi di
recarvisi.
[186] Nel viaggio del granduca Cosimo III nel 1664, pubblicato
dal Moreni, si dice delle Benedettine di San Lorenzo: «È questo il
più ricco monastero di Venezia, e vi sono sopra cento madri, tutte
gentildonne. Vestono leggiadrissimamente con abito bianco come alla
franzese, il busto di bisso a piegoline, e le professe trina nera larga
tre dita sulle costure di esso: velo piccolo cinge loro la fronte,
sotto il quale escono i capelli arricciati e lindamente accomodati,
seno mezzo scoperto, e tutto insieme abito più da ninfe che da
monache».
[187] Era proverbio «la mattina una messetta, l’apodisnar una bassetta,
e la sera una donnetta». Vedi MUTINELLI, _Gli ultimi cinquant’anni
della Repubblica_. Fu confutato come troppo rigoroso, ma «Non è, s’io
scorgo il vero, Di chi l’offende il difensor men fiero».
[188] Il Mutinelli adduce le spese fatte il 2 maggio 1796 per
l’ingresso di Almorò Pisani come procuratore di San Marco; le quali
ammontano a lire 93,635, oltre il pane e vino. Il ritratto del
procuratore, inciso a Londra dal Bartolozzi, costò cento ghinee.
[189] Sono descritte anche dal Cicogna nelle _Iscrizioni venete_.
[190] Fu difesa tal pratica nell’opuscolo _Delle celebri carte che
invocano e protestano immacolata la concezione di Maria, e loro uso se
sia da permettersi_. Padova 1752.
[191] Don Antonio Montagnano d’Udine stampava contro i beni posseduti
da manimorte.
[192] Allora fu fatto questo epigramma:
_Destructis templis, lusoria tecta resurgunt;_
_Fortunæ et Veneris sunt hæc communia templa._
Ma è una baja che nel 1756 il Calbo fosse esigliato perchè favorevole
al papa.
[193]
Le se prova elle de dar un’ochiada
In prima attorno questa dominante
Da sto progeto meza sfigurada.
Le zira per un poco tute quante
Le contrade, e le cerca ogni sestier,
I canali, le cale, e tante e tante
Strade dove sia chiesa o monastier,
E le diga se alcune ghe ne resta
Imune, salva, illesa da veder...
Le prego accompagnarne sin al Lido
Dove me par che su la spiagia un grido
Tuto a l’intorno assurdi e cielo e mar
De zente priva de socorso e nido.
Questa, le se la pol imaginar,
Questa xe quela tal popolazion
Che ogni dì soleva alimentar
Da una nobile insigne religion,
Che a setecento e più de quel distreto,
Mossa da religiosa compassion
La ghe somministrava, oltre el paneto,
La carne, el riso, el sal, el vin, la legna,
L’ogio, i medicinali, el soldo, el leto,
E a compimento d’opera sì degna,
A tanti e tanti l’abito, el mantelo...
San Nicolò de Lido, monastier
Cussì famoso un tempo e cussì antigo,
Convertido le ’l vede in un quartier...
Eh via, tiolè per man con più rason
Sta libertà, sto lusso, ste angarie,
Ste trupe, sto arsenal, ste mercanzie
Che pur tropo le xe in desolation...
Con manco scienza ma con più cervelo
Alora oh se pareva assai più bon!
Tutti mercanti gera in marzarìa
De lane, d’ori, arzenti, merli e sede,
La città tutta rica e ben fornìa.
Ancuo ste cosse più non le se vede.
È vero, ma la testa xe guarìa
De tutti i pregiudizj de la fede...
Ma sto metter la man in sacrestia
E ’l resto lassar correr sin che ’l va,
No so da dove el vegna e cosa el sia.
[194] Cortesiani «erano bottegaj, artisti e qualche prete, uomini
destri, onorati, conoscitori di tutto il mondo veneto, bravi,
rispettati dalla plebe per il loro coraggio, per le loro inframmesse
nelle baruffe, e per il titolo che s’erano acquistato di cortigiani,
e sapevano come si fa a poco spendere e a molto godere». CARLO GOZZI,
_Memorie_, pag. 133.
[195] GOLDONI, _Memorie_, tom. I, pag. 254.
[196] Questi magistrati incoavano i processi criminali, faceano
pubblica lettura delle leggi antiche, e custodivano il _libro d’oro_,
quello cioè dove erano registrate le nascite de’ figli legittimi di
nobili e i loro matrimonj.
[197] «Molte disuguaglianze, el savemo tutti, passa fra i nobili. I
somi uffizj e le dignità, le magiori aderenze o minori, le fortune
domestiche, e l’istesso favor dei animi gode più o meno introduzione
de notabili diferenze fra i omeni de republica, ma nessuna de queste
fa ingiuria a la sostanzial parte che core tra loro, parità coetanea
a la nascita, e che forma la base d’ogni governo aristocratico, la
quale xe posta ne l’uniforme de la libertà, ne l’indistinta sogezion a
le leggi, e sì ancora ne l’aver comuni i pericoli, e comuni pur anche
i riti e la contingenza dei giudizj. Se un patrizio, apena venudo
in mazor Consegio se fosse avicinà a mi stamatina, e m’avesse dito,
— Sior procurator, ella che sa tanto ben le cosse de la patria, la
prego a sincerarme se, come citadin de republica, la mia condizion
xe pari o no a la soa», son certo che avria risposto, stupirme assae
de la so mala educazion, e che l’ignorasse le virtù più necessarie a
saverse da omo libero: dopo de che, — Nessuna diferenza (prenderia a
dir) core fra la soa e la mia persona, mentre ela pol eceder per virtù
dal grado mio, e mi a rincontro posso decaderne per colpa». Ma quando
mai sto medesimo citadin, acolta che sia la parte dei do coretori, me
rinovasse la ricerca, doverave alora, seben pianzendo, ritratarme, e
po amonirlo fraternamente per el sol megio a sfugir de qua in avanti
ogn’incontro coi citadini esenti. Le vede che no parlo per mi. Sostento
la parità de la censura, val a dir l’uguaglianza de la vita civil messa
in pericolo dopiamente, e per l’animo vario ne i delatori, secondo
la varia condizion dei omeni sogeti a l’acusa, e per l’imunità del
giudizio somario, espressamente concessa a le dignità più sublimi; e
però me sento inorridir nel figurarme che sti momenti estremi del mio
parlar possa esser i ultimi ancor de la comun libertà: mentre, guastada
la civil uguaglianza nei Stati liberi, poco avanza per discioglier le
restanti compagini de la republica. Ricorderemo i tempi lutuosi del
1690, frenai a stento e ricomposti da quell’unica podestà che ancuo
pende incerta dai voti nostri. In logo de un sol tribunal antico, anuo,
temperato, le se aspeti de sofrirne molti ad un tempo, e privati e
licenziosi e perpetui. Non sa ussirme de la memoria quelo che ho leto
fin da la zoventù in un scritor del secolo prossimo trascorso. Vien a
Venezia un signor spagnolo de alta sfera, che andava, se no m’ingano,
vicerè a Napoli; el gera intervenudo molti anni avanti ne la bataglia
de le Curzolari, servendo su la flotta ausiliaria de Spagna, e però
l’avea conossudo assae da vicin quel grand’omo de Sebastian Venier, che
gera el teror de la Grecia, e che soleva ussir in publico col cortegio
de cento e più nobili dipendenti dal so comando. Richiesto el vicerè
al so arivo in Napoli cossa l’avesse osservà ne la cità nostra, che a
lu paresse più degna d’amirazion, se la chiesa o la piazza del Santo
Marco, o pur le scale, o la copia de le piture ezzelenti, o la fina
industria de l’arte vetraria, o altra somigliante rarità, — Gnente de
questo (sogiunse el Spagnolo) m’a ferio la fantasia; l’unica meravegia
per mi xe stada quela de osservar Sebastian Venier sotto le Procuratìe
nove in atto de suplicante; e come un vil Grego, che al tempo de la
guera avea servio ne l’armada, ghe sia passà davanti senza nè pur
cavarse el capelo»; e l’ha terminà sclamando: — Oh beata cità! oh
divine leggi, valevoli a conseguir, che l’abito d’una quasi sovrana
autorità gustada nei governi oltremarini, e le signorili rappresentanze
sostenude in mezo el fasto de le corti, no guasti per gnente al
ritorno la moderazion de la vita civil!» Ai stupori de sto Spagnolo
formo pronta risposta. Regna qua drento l’uguaglianza del privato
costume, perchè avemo trovà maniere de tener viva l’uguaglianza de la
censura; ma introdotti che sia novi sistemi ne la cità, no sentiremo
più Spagnolo nè altro straniero a far maravegie de le costituzion
veneziane».
Le arringhe tenutesi nel 1779 e 80 per la riforma della Repubblica
furono poi pubblicate nel 97, e possono dar saggio dell’eloquenza
politica veneziana, invero troppo spesso speciale e di cose e di frasi.
[198] VT SACRA ÆSTVARIA VRBIS ET LIBERTATIS SEDES IN PERPETVVM
CONSERVENTVR, COLOSSEAS MOLES EX SOLIDO MARMORE CONTRA MARE POSVERE
CVRATORES AQVARVM AN. SAL. MDCCLI AB VRBE CON. MCCCXXX. Nel 1709 si
vide gelata la laguna, siccome era avvenuto nell’860, e merci e viveri
menavansi a Venezia in carriuola.
[199] Vogliam anche notare Antonio Bianchi gondoliere, morto dopo il
1770, autore di molte opere e commedie, e di due poemi, _Davide_ e _Il
Tempio di Salomone_.
[200] Di molti sbagli lo appuntò il gesuita Tentori, che anche esso
chiarì non poco la storia veneta.
[201] È di altra casa Bernardino Zanetti trevisano, che scrisse la
_Storia de’ Goti_ e _Memorie sul regno de’ Longobardi_.
[202] Venezia 1806. Vedasi pure la _Galleria de’ letterati e artisti
illustri delle provincie venete del secolo XVIII_; Venezia 1814: che
sono ritratti e sobrie notizie.
[203] _Dei navigli poliremi usati nella marina dagli antichi Veneziani,
memoria dell’ingegnere_ G. CASONI; fra quelle dell’Ateneo di Venezia,
1838.
[204] Napoleone introdusse le macchine olandesi per trasportare i
navigli dall’arsenale al mare traverso i bassi canali.
[205] Machiavelli avea già detto ne’ _Decennali_:
San Marco alle sue spese, e forse invano,
Tardi conosce come gli bisogna
Tener la spada e non il libro in mano.
[206] Al suo «elogio, stampato da un cittadino nel 1792», è l’epigrafe
di Virgilio:
_Otia qui rumpet patriæ, residesque movebit_
_... in arma viros, et jam desueta triumphis_
_Agmina_.
[207] Al 1796 la famiglia Colonna del ramo del gran connestabile
possedeva in feudi
il principato di Paliano abitanti 3511
» di Sonnino » 2068
nel ripartimento di Genazzano » 20911
» di Pofi » 33195
nel regno di Napoli, nel ripartimento
di Tagliacozzo » 26000
oltre paesi molti in Sicilia.
Il ramo de’ Colonna-Sciarra aveva nello Stato pontifizio i principati
di Palestrina, di Nerola, di Roviano, di Carbognano, i ducati di
Bassanello, di Montelibretti, ecc. con abitanti 16,000; e nel regno di
Napoli altri con 6000 abitanti.
[208] _An account of the manners of Italy_, 1766. Citeremo pure
RICHARD, _Description historique et critique de l’Italie_, 1766;
BUSCHING, _Italia geografico-storico-politica_, molto accresciuta nella
traduzione di Venezia del 1780; ARCHENHOLZ, _Quadro dell’Italia_.
Le osservazioni del 1764 fatte dal Grosley sotto il nome di due
gentiluomini svedesi, sono forse il lavoro più dotto e sagace. Di
questi e degli altri può trarsi informazione dalla prefazione del
Lalande. Cesare Orlandi aveva cominciato a Perugia nel 1769 una _Breve
storia e descrizione di tutte le città d’Italia_, che poi non proseguì.
[209] Vuol egli scolpare i cicisbei col mostrarli innocenti, e intanto
li dipinge peggiori, cioè infemminiti. — Il bel mondo (dic’egli) va in
chiesa tra le dieci e le undici del mattino; le gentildonne vi sono
accompagnate dai servi e dai cicisbei. Un cicisbeo che conduce la
sua dama, deve, sull’entrare nel tempio, precorrerla d’alcuni passi,
e sollevar la portiera, intingere il dito nell’acquasanta e porgerla
alla signora, che la prende, lo ringrazia con un piccolo inchino, e si
segna. Gli scaccini presentano la seggiola alla dama e al suo cicisbeo.
Finita la messa, ella porge l’uffizietto al servo o al damo, toglie
il ventaglio, s’alza, si segna, fa una riverenza all’altar maggiore, e
si avvia preceduta dal cicisbeo, che le offre ancora l’acquasanta, le
solleva ancora la cortina, e le dà il braccio per tornar a casa». _The
Italians_, cap. 30.
[210] Fra altri, il Monti si scaglia contro «la mostruosa farragine
di sciocchezze della sua ridicola ambulazione in Italia, compilata
nelle sagrestie». Ora di ciascuna città il Lalande porge le notizie
statistiche, atmosferiche, astronomiche, le persone illustri, le
industrie, il commercio, i pesi e le misure e monete, confrontati con
quelli di Francia; ebbe cognizione di tutti i viaggiatori antecedenti;
chiese i consigli degli uomini speciali, per esempio per Milano
dal Volta, dal Tiraboschi, dal Giulini, dal padre La Grange gesuita
matematico, che vi dimorava; per Vicenza dall’Arduini; per Padova dal
Toaldo e dal Gennari; per Mantova dal Salandri, dal Betti. Poi fece
rivedere tutta l’opera dal famoso astronomo La Condamine, e dal toscano
Bencirechi maestro a Parigi.
Dopo ciò se prese granchi, se credette che una palma di rame della
biblioteca Ambrosiana fosse vera, usiamogli indulgenza col confrontare
gli errori che scappano nelle guide scritte da noi. Al Baretti par
lodevole per «franchezza, fedeltà, disinteresse, imparzialità, e tale
da non aver paragone». La _Descrizione storica e critica dell’Italia,_
pubblicata in otto volumi a Firenze nel 1782, era poco più che
una traduzione del Lalande. Il suo viaggio è del 1765-66; poi con
molte aggiunte e correzioni ricomparve a Ginevra nel 1790 in sette
volumi: _Voyage en Italie, contenant l’histoire et les anecdotes
les plus singuliers de l’Italie et sa description, les usages, les
gouvernements, le commerce, la littérature, les arts, l’histoire
naturelle, et les antiquités_. Di questo noi ci valiamo.
[211] Viaggiò nel 1740; e solo l’anno VII della repubblica si
pubblicarono a Parigi le _Lettres historiques et critiques sur
l’Italie_, 6 volumi. S’ha pure il _Viaggio_ del Coyer; e le _Lettere
scelte d’un viaggiatore filosofo_, che sono del Pilati di Tassulo nel
Trentino.
[212] Relazione del Foscarini.
[213] ROLLAND, _Lettres écrites de Suisse e d’Italie_.
[214] Anche Addison viaggiava l’Italia, e paragonava il Milanese a un
giardino: trovava che i signori faceano la scimia dei Francesi, ma con
poco garbo: e spesso i giovani, per sembrar assennati, passeggiavano
lentamente, e cogli occhiali sul naso. Avverte che il governator del
castello era indipendente dal governator della città, come già fra
i Persiani antichi. A Verona loda il giardino famoso della Ferrazza,
e dice che i Francesi appreser da noi l’arte del far giardini, ma ci
superarono. Ride dei miracoli del Santo a Padova, e loda la semplicità
disadorna di Santa Giustina: vi trova molti disordini ne’ studenti e
pochissima sicurezza per le vie. Con Venezia vacilla tra l’ammirazione
mal compressa e la critica beffarda: trova scaduto il commercio, i
nobili dediti al farniente; le manifatture stazionarie; pochissimo vi
si beve, nè s’incontran ubriachi, che pericolerebbero sui tanti ponti;
i nobili tengonsi in grandissimo concetto, perciò non amando viaggiare
per non uscir dal proprio regno; son ricchi di sostanze accumulate nel
primogenito: le figlie mettonsi ne’ monasteri, dove tengono allegra
e mondana società: e una Cornaro non volle mai veder niuno che non
fosse almen principe. Ne’ teatri trova cattiva poesia, bella musica:
ride degli anacronismi e dei soggetti greci e romani, gorgheggiati da
eunuchi. Invidia i poeti italiani, che avendo una lingua diversa dalla
prosa, non cadono nel triviale, o non son costretti, per evitarlo, a
ricorrer all’arcaismo e alle trasposizioni come Milton.
[215] Vogliamo aggiungere i mobili intarsiati da Giuseppe Maggiolini di
Parabiago, vissuto fin al 1814, i quali erano cercatissimi qui e fuori.
[216] Il marchese Giuseppe Gorani, nato a Milano il 15 febbrajo 1740,
fu legato co’ pensatori di qua; ma più violento di essi, dovette
spatriare, e venne cancellato dal ruolo de’ nobili. Nel 1770 scrisse
un furioso trattato sul _Despotismo_. Affigliatosi ai filosofisti e
alle società secrete, visitò l’Europa e specialmente l’Italia nel 1779:
avvenuta poi la rivoluzione, Bailly lo fece ricever cittadino francese,
e caldeggiando i Giacobini, divenne propagatore della rivoluzione:
_Gorani était mûr pour la révolution française. Dès qu’il connut notre
déclaration des droits, il accourut pour nous aider à en faire la
conquête: la patrie, reconnaissante des sacrifices qu’il nous a faits,
et des services qu’il nous a rendus, l’a reçu citoyen français, avec
les hommes les plus célèbres de l’Europe... Il n’as pas cessé de nous
rendre, au risque de sa vie, ou du moins de sa liberté, d’importants
services, que nous publierons aussitôt que la prudence nous le
permettra_ (Prefazione alle _Prédications de Joseph Gorani sur la
révolution française_ 1793). Infatti egli propose di rivelar le colpe
de’ governanti, e fatto un nuovo viaggio nel 1790, pubblicò i _Mémoires
secrets et critiques des cours, des gouvernemens et des mœurs des
principaux Etats de l’Italie_, opera che levò rumore, e il cui spirito
è rivelato dall’epigrafe:
_Des tyrans trop longtemps nous fûmes les victimes,_
_Trop longtemps on a mis un voile sur leurs crimes:_
_Je vais le déchirer._
Trascura dunque ciò che riguarda antichità e belle arti, lagnandosi
anzi che da questa ammirazione non sia risultato alla fine che
disprezzo per la nazion nostra; ma vuole denunziare all’opinion
pubblica il despotismo sacerdotale, imperiale, reale, aristocratico,
ministeriale. Passionato nel vedere, lancia giudizj arrisicati, propone
cambiamenti or insani or improvvidi, ammonendo i tiranni a prevenire
la giustizia più terribile, che è quella de’ popoli. Intrigò nelle
rivoluzioni di Polonia, di Svizzera, di Napoli, di Venezia; ma caduto
Robespierre, si ritirò a Ginevra, neppur uscendone quando i Francesi
conquistarono la sua patria; e povero e obliato visse colà fin al 12
dicembre 1840.
* È inesatta la biografia datane de Michaud e copiata dai posteriori.
David Moriaud avvocato di Ginevra trovò quattro volumi manoscritti
delle memorie di esso, da cui Marc Monnier fece un articolo sulla
_Revue des Deux Mondes_ dell’ottobre 1874, esponendo le vicende di
questo avventuriero, che volle dare a sè un’importanza esagerata, come
fanno tutti i pari suoi, e che, dopo aver servito di agente secreto
alle Corti e ai nemici delle Corti, essersi insinuato come frammassone
nelle società filosofiche e rivoluzionarie, passò la vecchiaja
nell’oscurità e nell’oblio, nè lasciò che libri detestabili.
[217] Tom. II p. 147. Al tempo stesso Voltaire scriveva: — La miglior
risposta ai detrattori della santa Sede è la potenza mitigata che i
vescovi di Roma esercitano oggi con saviezza, nella lunga possessione,
nel sistema d’equilibrio generale che oggi è quel di tutte le Corti.
Roma non è più sì potente che basti a far guerra, e dalla sua debolezza
viene la sua felicità. È il solo Stato che abbia sempre goduto le
dolcezze della pace dal sacco di Carlo V in poi». _Dictionnaire
philosophique_ ad _Saint Pierre_ e _Cour de Rome_.
[218] «Nel mio ritorno a Salerno ho trovato il principe... che
degnossi di prendermi in sua compagnia per far il viaggio della
Calabria, dov’egli possiede delle gran terre. La Calabria è impestata
di banditi, che sono molto da temersi sì pel loro numero, sì pel loro
ardire. S’essi lasciano tranquillamente passare i Calabresi, perchè
non portano molto denaro, i forestieri, che sono sospetti d’aver
sempre la borsa ben fornita, potrebbero dar loro delle tentazioni
più seducenti, se avessero tanta imprudenza da far questo viaggio
senz’essere accompagnati da gente armata. Ella è cosa ridicola il
volersi, come pretendono alcuni viaggiatori, burlare dei banditi
del regno di Napoli; mentre il Governo stesso fa vedere che debbonsi
temere. Imperocchè il procaccio, che vien di Roma a Napoli, è per la
maggior parte della strada da soldati accompagnato. Il principe aveva
a Salerno molti uomini armati, cui egli aveva fatti dalle sue terre
spedire, perchè gli venissero incontro. Egli è parte per grandezza,
e parte per la sicurezza loro propria, che i gran signori viaggiano
in questa maniera nella Calabria. Un tempo essi facevansi da numerose
truppe seguire; ma la Corte proibì loro queste compagnie rispettabili,
e per lo riposo dello Stato e delle terre donde elleno passavano,
troppo pericolose. Il duca di Monteleone, ch’è il più ricco signore
del regno, andò, poco prima di noi, nelle sue terre in Calabria con
una truppa di gente armata in guisa, che se l’avrebbe presa per un
battaglione di soldati; ma mi fu detto che gli fu per far questo
necessaria una licenza della Corte. Figuratevi de’ begli uomini grandi
e ben fatti, tutti in vesti corte, e ben serrate al corpo, che hanno
tutti quattro pistole attaccate alla cintura, ed un bello schioppo in
ispalla, i quali vengono a domandarvi gli ordini per la partenza del
principe fissata pel giorno dopo. Altri furono mandati avanti per andar
a riconoscere il paese, e dare dappertutto gli ordini per ricevere il
principe: gli altri, cioè i più belli ed i più bravi, furono scelti per
accompagnarci». _Lettere scelte d’un viaggiatore filosofo_, 1777.
[219] Prefazione al _Teatro_ del Maffei.
[220] Oltre la specialità dei lavori d’avorio, a Reggio fiorivano
le manifatture della seta. Già nel 1622 Ercole Rondinelli, in una
informazione manoscritta, notava come un tempo quantità di drappi di
seta e massime velluti si portassero in Germania, in Olanda e altrove,
finchè gli abusi introdotti aveano fatto decadere quest’arte, ma quando
Cosimo III di Toscana viaggiava per l’alta Italia, fu condotto a casa
del signor Orazio Guicciardini per vedere i torcitoj (_valichi_) di
seta mossi a acqua (PIZZICCHI, _Relazione del viaggio di Cosimo III per
l’alta Italia_. Firenze 1828), il che ci fa indurre fossero rari: 200
persone vi lavoravano. Avanti la guerra vi si contavano 35 torcitoj,
cui s’impiegavano 1260 operaj; e 44 telaj di seta: dopo la guerra non
erano che 16 torcitoj e molto meno i telaj: e invano Francesco III ed
Ercole III tentarono rimetter l’antico fiore.
L’applicazione delle scienze all’arte già era ben avviata, e nel
1791 cinquantacinque cittadini di Chiavari, atteso «li considerevoli
vantaggi che veggonsi ridondare dalle società, sotto diversi nomi
stabilite in _quasi tutte_ le città d’Europa, indirizzate a migliorare
l’agricoltura, le arti, il commercio, e da quella massimamente da pochi
anni erettasi nella capitale di questa Serenissima Repubblica (Genova)»
ne istituirono una nella loro città, la quale faceva un’esposizione
annuale de’ prodotti dell’industria, cominciando il 2 luglio 1793. Ma
Genova ne aveva già fatto una nel 23 giugno 1789. A Parigi la prima si
fece il 22 settembre 1798 (1 vendemmiale, anno VII).
[221] Sulle stregherie e le nate quistioni dicemmo nel tom. X, pag.
357. — Circa il 1745 una fanciulla cremonese emetteva sassi, aghi,
vetri, ecc. Il signor Paolo Valcarenghi cercò spiegar questi fatti, e
tenner dietro moltissimi scritti, e migliore quel del canonico Cadonici
asserendo che filosofavano sopra una baja. Vedi ZACCARIA. Si ha a
stampa la _Difesa di Cecilia Fargò inquisita di fatucchieria a Napoli
il 1770, fatta dall’avvocato Giuseppe Raffaele_.
[222] C. G. A. VON WINTERFELD, _Giovanni Gabrieli e il suo tempo;
storia dell’età più florida del canto sacro nel XVI secolo, e del primo
svolgersi dell’odierna musica, soprattutto nella scuola veneziana_
(ted.). Berlino 1834.
[223] G. R. CARLI, _Opere_, vol. XIV.
[224] Gasparo di Salò pare insegnasse l’arte de’ violini a Gianmarco da
Busseto che fu capo della scuola cremonese, attorno al 1580, e da cui
deriva Andrea Amati. Dopo questo cominciò a lavorare Gianpaolo Magini
bresciano, che diede al violino la forma qual conservò poi sempre.
[225] «I preti italiani sanno molto bene che Vienna è un buon paese per
loro. Una volta ci venivano a folla. Dicevano la messa, e facevano i
r...., cosa che recava loro più entrata che una parrocchia in Italia.
Il cardinal Migazzi poco avanti la mia partenza diede a tutti costoro
la caccia. Questo mi ha procacciato il mezzo di conoscere con più
comodo il famoso abate Metastasio, col quale io non aveva potuto fin
allora far conoscenza, perchè l’avevo sempre trovato assediato da una
truppa di preti calabresi, napoletani e fiorentini, che facevano in
casa sua un tafferuglio del diavolo. Questo gran poeta è la miglior
pasta ch’io mi conosca. Non credo che ci sia persona al mondo che possa
lamentarsi di lui. Egli è ancora bellissimo, benchè molto avanzato in
età. Mi è stato detto che a’ suoi tempi egli era innamoratissimo; ed
io lo credo benissimo, perchè non ci fu mai uomo al mondo che abbia
così ben conosciuti i differenti caratteri delle passioni com’egli, ed
abbiali così bene e naturalmente espressi. Tutti gli altri poeti di
tutte le nazioni e di tutti i secoli sono rispetto a lui, in questo
punto, un nonnulla. Egli è altresì il poeta il più armonioso e il
più naturale di tutti quelli che io ho letto. I poeti francesi non
la pensano così. Ma il Metastasio è di continuo cantato da tutte le
donne, da tutti gli amanti, e da tutti quelli finalmente che cantano
per le strade e ne’ teatri. E cogli altri poeti non si fa così. Ma
questo gran poeta è troppo dabbene; e la sua dabbenaggine ha guastato
molti Italiani. Tutti i cattivi poeti dell’Italia si sono messi a
mandargli le loro composizioni; ed egli per disgrazia si è messo a
rispondere a tutti, che le loro poesie erano tutto quello che il genio
sapeva produrre di più bello. Sì fatti elogi incoraggiarono un gran
numero di matti; e l’Italia insensibilmente venne ad esser ripiena di
quanto la pazzia sa produrre di più detestabile». _Lettere scelte d’un
viaggiatore filosofo_.
[226] Lungo sarebbe nominare tutti gli autori di drammi musicali, come
Vincenzo Rota padovano, il Calsabigi, i napoletani Gaetano Andreozzi
e Angelo Tarchi vissuto fin al 1814. Nicola Isouard nato a Malta,
cresciuto a Firenze, ove fece il _Bottajo_, _Rinaldo d’Este,_ l’_Avviso
ai maritati_, in Francia scrisse il _Medico turco, Bacio e Quitanza_,
sempre peggiorando di stile perchè ascoltava i consigli dei pretesi
maestri e aspirava all’assenso dei giornalisti: fece anche libretti
francesi, di cui il più applaudito e forse il peggiore è _Cendrillon_.
[227] Il padre Giovenale Sacchi ci lasciò una _Vita del Farinelli_
(Venezia 1784), dove assicura che questo andava dal re a mezzanotte,
e vi stava fin verso le quattro, e cantava ogni notte tre o quattro
arie, ma quasi sempre le stesse: è infallibilmente una similitudine
presa dall’usignuolo. Aggiunge che per opera sua fu sanato il letto
del Tago presso la villa d’Aranjuez, introdotta l’Opera italiana a
Madrid, e molte macchine al teatro sotto la direzione del bolognese
Giacomo Bonavera; grande attenzione poneva al vestire e alla condotta
degli attori; e procacciava molti divertimenti e sorprese al re. Un
grande gli esibì quattrocentomila piastre se gli facesse ottenere
il viceregno del Perù; ed egli rispose che la sola cosa che potesse
fargli ottenere, si era un palco nel teatro regio. Un altro gli mandò
una cassetta di monete, ed esso la rimandò dicendo non aver bisogno di
denaro; quando n’avesse bisogno, sarebbesi confidato nella bontà del
re. Invece raccomandando caldamente un signore per un’alta dignità, il
re gli disse: — Ma non sai ch’egli è tuo nemico e sparla sempre di te?
— Lo so, maestà; ed è questa appunto la vendetta che desidero farne».
Il Montemar avea menato d’Italia una caterva di virtuosi, e quando egli
cadde di grazia restarono senza pane: ma il Farinelli provvide a tutti,
sicchè fu chiamato padre degli Italiani: singolarmente protesse la
milanese Teresa Castellini. Il tremuoto di Lisbona gli diede occasione
di larghissime beneficenze.
[228] Vedi le opere del Chiari, massime il _Teatro moderno_ di Calicut.
Chi voglia cercar le _Memorie_ di Lorenzo Da Ponte cenedese, poeta
da teatro, vedrà come Vienna s’agitasse per quistioni teatrali, per
le emulazioni fra lui, il Granera, il Casti poeti, e fra i maestri
Salieri, Paisiello, Mozart.
[229] CALOGERÀ, _Opere_, L. 407-410; — CHIARI, _Lettere scelte_, II.
147.
[230] Oltre la citata _Vita del Farinelli_, vedasi _Della natura e
perfezione dell’antica musica dei Greci, e dell’utilità che ci potremmo
promettere dalla nostra, applicandola all’educazione dei giovani_,
1778. Sostiene che il contrappunto fosse ignoto agli antichi, non
facendo essi mai uso che d’una voce alla volta.
[231] Sua moglie Luigia recitò con grande applauso, e fece qualche
componimento. Anton Francesco loro figlio seguì la stessa carriera,
ma si rovinò con speculazioni prima d’alchimia, poi d’allevar bachi da
seta. Col Romagnosi e col Domenico, attori lodati, compose commedie e
farse, e diè buoni _Pensieri sulla declamazione_. Sua moglie Marianna,
mal riuscendo sul teatro, fece romanzi de’ più lodati, tradotti in
molte lingue, ed or dimentichi come di tutti i romanzi succede. Gli
attori italiani a Parigi formavano quasi una famiglia, essendo anche
spesso parenti, e viveano ritirati e uniti; i processi verbali sui
loro registri han sempre in testa la croce, e cominciano col nome di
Dio, della Beata Vergine, di san Francesco di Paola, e delle anime del
purgatorio; e nelle spese non manca mai una messa per la buona riuscita
delle nuove produzioni.
[232] Perchè le cose or vanno d’altro piede, sentasi quel ch’ei dice
del tempo suo: — Tostochè d’uno si parla, tutti si fanno lecito
di esaminarne la vita, di notarne le azioni meno osservabili,
d’interpretare le azioni sue. Le cose che lui riguardano, non si
considerano quali sono in sè, ma quali ognun le vorrebbe. Se un uomo di
lettere vive sequestrato dal comune degli uomini, egli è un selvaggio,
un ingrato: se frequenta le numerose adunanze, è un ozioso che il suo
credito fonda sui pregiudizj del mondo». _Poeta_, II. 2.
[233] Vedi _Memorie inutili della vita di C. Gozzi, scritte da lui
medesimo e pubblicate per umiltà_; Venezia 1797. La causa del Gratarol
levò tal rumore, che neppur la rivoluzione fece dimenticarla. Da tutte
quelle piazzesche baruffe tra Baretti, Chiari, Goldoni, Gozzi, si può
trarre notizie sulla condizione economica de’ letterati d’allora. Due
lire o due e mezzo venete compravasi un volume di ducento e più faccie;
cinque soldi la gazzetta di Gaspare Gozzi. Un nulla doveansi dunque
pagare i manoscritti; le traduzioni, tre o quattro lire al foglio; per
sei furono tradotti l’_Enciclopedia_ dello Chambers e il Middleton;
Metastasio non ricavò un soldo dalla stampa dei suoi drammi, le cui
dieci edizioni fruttarono diecimila luigi all’editore: cencinquanta
zecchini fu pagato il _Giorno_ a Parini, non cento luigi le opere di
Morgagni. Per un sonetto a Venezia la tassa consueta era mezzo filippo.
Carlo Gozzi calcola che, a dodici lire il foglio in-12º, un verso era
pagato meno d’un punto da ciabattino.
[234] Può vedersi BRIGANTINI, _Scelta di poemi latini appartenenti a
scienze ed arti, di autori della Compagnia di Gesù_. 1750.
[235] Ricusatone altre ricchissime offerte, la cedette poi
all’arciduchessa Maria Luigia nel 1816 per centomila lire.
La stamperia ebraica fu stabilita nel XV secolo in quattordici
città, di cui dieci sono italiane; vi si fecero ottantotto edizioni,
di cui trentacinque senza data. Il Rossi le descrisse tutte negli
_Annales hebræo-topographici sæculi XV_ (1795), cominciando da
quella fatta a Reggio di Calabria il 1475. Dal 1501 al 40 egli conta
ducennovantaquattro edizioni con data, quarantanove senza data,
centottantacinque false o incerte. Trattò poi specialmente della
tipografia ebraica cremonese, descrivendone quaranta edizioni.
[236] Lettera del 22 settembre 1729.
[237] Lettere del 4 luglio 1743 al Gori, e del 13 novembre 1738 al Lami.
[238] _Storia letteraria del_ 1751, pag. 190.
[239] Roma 25 settembre 1748.
[240] Pure anche nel 1806 l’Accademia veneta di belle lettere si unì
per comporre al modo stesso un poema sopra Esopo, che fu poi stampato
nel 1828 per cura di Emanuele Cicogna, con incisioni.
[241] Il Goldoni in Siena assistette ad un’Accademia del Perfetti, il
quale «cantò per un quarto d’ora delle strofe alla maniera di Pindaro.
Nulla di più bello, nulla di più sorprendente. Era un Petrarca, un
Milton, un Rousseau; insomma mi compariva Pindaro stesso». _Memorie_,
cap. 48. Ma Carlo Gozzi, nelle _Memorie inutili_, dice: — Se un
pittore volesse rappresentare in un quadro la Temerità o l’Impostura
mascherata da poesie, non saprei meglio consigliarlo che a dipingere un
improvvisatore di versi con gli occhi spalancati, le braccia all’aria,
ed una calca di persone rivolte a quello co’ visi maravigliati e
stupidi», p. 23. Eppure conchiude con lodar l’improvvisatore Sibiliato.
Fra gli altri improvvisatori levarono fama Teresa Bandettini (Amarilli
Etrusca), Luigia Accarigi, Fortunata Fantastici, il mordace Matteo
Berardi, il napoletano Gaspare Molli che improvvisava in latino come il
Gagliuffi, Marcantonio Zucchi veronese che tenevasi pari al Perfetti,
Luigi Serio napolitano, competitore della Corilla Olimpica, il quale
morì combattendo il 1799; Gioachino Salvioni di Massa improvvisava
in latino e in italiano, e lasciava dubbio se fosse un genio o un
matto. Fra le poetesse ricorderemo Diamanta Faini-Medaglia bresciana,
che scrisse pure in francese e latino, e seppe di matematiche: Maria
Luigia Cicci studiosa di Dante, pisana; la Bargagli moglie di Gaspare
Gozzi; Marianna Santini-Fabri bolognese, tutta morale; Faustina Azzi
de’ Forti d’Arezzo; Prudenza Capizucchi-Gabrielli romana; Petronilla
Paolini Massimi, de’ Tagliacozzo; la Bergalli, che tradusse le tragedie
di Racine e il poema della Du Bocage; Elisabetta Caminer-Turra, che
tradusse molti drammi e gli _Idillj_ di Gessner, e faceva un giornale;
Matilde Bentivoglio-Calcagnini ferrarese; la contessa Petronilla Sio
napoletana; la contessa Pellegra Bongiovanni-Bossetti palermitana,
che fece le risposte di madonna Laura al Petrarca. Sono lodate anche
nella nostra età Paolina Grismondi-Suardi, detta Lesbia Cidonia, e
la contessa Diodata Saluzzo. Silvia Curtoni-Verza di Verona, fra gli
arcadi Flaminia Caritea, stese i ritratti d’alcuni suoi amici; Cornelia
Gritti veneziana, detta Aurisbe Tarsense, fu amica del Cesarotti.
Furono pure lodate Maria Angela Ardinghelli, fisica napoletana; Laura
Bassi e la Manzolini che all’Università di Bologna professarono fisica
e anatomia, dove poi insegnò greco la Clotilde Tambroni che in quella
lingua improvvisava. Un _prospetto_ delle donne illustri d’allora fu
stampato dalla marchesa Canonici Facchini.
[242] Questo poeta fu allora tradotto dal Papi, da Girolamo Martinengo,
da Luca Andrea Corner.
[243] Appena uscita l’edizione frugoniana (che non trovò compratori) e
il discorso proemiale del Rezzonico sulla poesia italiana, comparve una
_Lettera di M. Lodovico Ariosto al pubblicatore delle opere di C. I.
Frugoni, data dagli Elisi il 1º aprile_ 1780, ove si dice che all’anima
del Frugoni, riconosciuta scismatica in poesia, era stata assegnata
stanza fra i novatori da Radamanto e Minosse; e si svelano grosse
pecche dell’editore. Or si sa ch’era opera del padre Ireneo Affò.
[244] Di Gentil Bernard, poeta non molto conosciuto eppur lodato da
Voltaire, ed ancora ristampato, si han molte poesie inedite, fra cui
una a madama Du Bocage, poetessa che menò i suoi trionfi anche traverso
all’Italia. Egli così canta dell’Algarotti:
_J’ai connu ce juge éclairé_
_Dont tu me retrace l’image._
_Ici, sur ce même rivage_
_Je l’ai vu brillant, adoré_
_Captiver un sexe volage,_
_Et, de nos sages admiré,_
_Enseigner notre aréopage._
_C’est lui qui, variant le ton_
_De sa muse docte ou légère,_
_Passe du compas de Newton_
_Au chalumeau d’une bergère;_
_Lui qui, dans Cythère écouté,_
_Dicte les lois de l’amour même,_
_Et décide en juge suprême_
_Au tribunal de la beautè._
_Sa lyre, aux beaux arts consacrée,_
_Longtemps par ses divins accords_
_Se fit entendre sur les bords_
_Et de la Seine et de la Sprée, etc._
[245] Nelle lettere sull’epigramma descrive piacevolmente una sua
visita a Voltaire. Questi, invitato poscia dal Bettinelli a visitarlo
a Verona, rispondeva: — Ben vedete che non mi dee garbare il venir in
paese, ove alle porte della città sequestrano i libri che un povero
viaggiatore ha nella sacca; non posso aver voglia di chiedere a un
Domenicano licenza di parlare, di pensare, di leggere; e vi dirò
schietto che cotesta vigliacca schiavitù dell’Italia mi fa orrore.
Credo la basilica di San Pietro assai bella, ma amo più un buon libro
inglese scritto liberamente, che centomila colonne di marmo».
[246] _Sulla poesia scritturale_.
[247] Anche un altro Gesuita fece strillare le nostre mediocrità,
lo spagnuolo Arteaga, arguto e pungente autore delle _Rivoluzioni
del teatro musicale_, il quale appose alla lingua nostra d’esser
_pusillanime_, e che nella prosa ci manchi «uno scrittore che riunisca
i suffragi della nazione». Egli ripetea che la letteratura non
dev’essere «ministra di divertimento e di piacere», ma «strumento
di morale e legislazione» (tom. I. pag. 183; tom. III. pag. 95; e
altrove).
[248] Alle sue omelie fece critica sanguinosa il padre Paolo Sopransi
carmelitano milanese, la quale attirogli taccia di giansenista, e
persecuzioni e confutazioni altrettanto esagerate.
[249] L’aprile 1856 a Parigi fu messa all’asta una collezione di
cinquantotto lavori della Rosalba; e il catalogo è preceduto da una
buona notizia.
[250] Primi membri dell’Ercolanese furono Mazzocchi, Zarillo, Carcani,
Galiani, Ronca, Ignara, Paderni, Pianura, Castelli, Aula, Monti,
Bajardi, Giordano, Valletta, Pratillo, Cercati, Della Torre, Tanzi;
e a spese del re fecero l’edizione di quelle antichità, che davasi in
dono. Poi monsignor Marcello Venuti, l’abate Ridolfino suo fratello,
il cardinale Quirini, Maffei, Gessner, Anton Francesco Gori, Matteo
Egizio, l’abate Martorelli, Giambattista Passeri, il padre De Rossi,
il padre Paoli, Cochin disegnatore, Bellicard architetto, W. Hamilton,
l’abate Saint-Non e altri illustrarono quelle ed altre antichità.
[251] La miglior edizione di Celso fu procurata dal veronese Leonardo
Targa a Padova nel 1760.
[252] Voltaire lo lodò più volte, fra le altre con questa strofa più
stolida che profana:
_C’est à vous d’instruire et de plaire;_
_Et la grâce de Jésus-Christ_
_Chez vous brille en plus d’un écrit_
_Avec les trois grâces d’Homère._
[253] Gli si attribuisce la lepida opera _Della seccatura, discorsi
cinque di L. Antisiccio Frisco, dedicati a Nettuno_. Venezia 1753.
Vi distingue le seccature di epibaterie per ritorno da viaggi,
di complimento, di soteria per guarigione, e le epitalamiche e le
epicedie, poi le seccature di negozio.
[254] Famoso fu il _Catalogue raisonné_ della libreria Crevenna, sei
volumi in-4º, con lettere inedite e altre leccornie bibliografiche.
Era di un negoziante milanese stabilito ad Amsterdam, che avendo
poi perduti molti milioni, dovè mettere in vendita quella preziosa
raccolta, facendone fare un altro catalogo da Tommaso Ocheda tortonese
(-1831), il quale n’era bibliotecario. Oltre gli accennati cataloghi
del Mittarelli e del Morelli (pag. 427), vuolsi ricordare Nicolò
Francesco Haym romano, che a Londra istituì un teatro d’opera italiana,
compose sonate, intagliò nel _Tesoro britannico_ le più belle medaglie
e statue esistenti in Inghilterra, poi fece la _Notizia de’ libri rari
in lingua italiana_, 1726, ristampata a Milano il 1771 con moltissime
correzioni e aggiunte di Ferdinando Giandonati, poi altre volte con
inserirvi opere tutt’altro che rare.
[255] Alquanto dopo, Pietro Carlo Anastasi romano, divenuto cieco a
trentadue anni, studiò la meccanica, fece modelli di fortificazioni, e
presentò macchine all’accademia di Parigi.
[256] Arrivano oggimai a ducenquaranta, e i più sono di persone di cui
non si conosce che il nome e l’anno del trapasso, scritti a piede della
figura, intera se il lascito passò le centomila lire, mezza se stette
fra le cento e le cinquanta; e ogni due anni si espongono in giro al
meraviglioso cortile porticato di quello stabilimento, il più grandioso
che siasi aperto all’inferma umanità.
[257] Lanzi si professa ogni tratto obbligato a Marcello Oretti,
bolognese, che girò lungamente l’Italia per raccogliere notizie
di pittori, e consultar gallerie, sepolcri, iscrizioni, archivj,
tradizioni; onde empì cinquantatre volumi, che in parte furono
pubblicati, e i più restarono inediti.
[258] _Dizionario delle belle arti. Memorie degli architetti_.
[259] Dice il duomo di Milano cominciato nel 1387; poi che alcuni
ne attribuiscono il disegno al Caporali, il quale è dato da lui
stesso come maestro dell’Alessi, cioè cinquecentista. In _Pellegrino
Pellegrini._
[260] _Della maniera di vedere nelle arti del disegno._
[261] Nel _Tolondron_ (parola che in spagnuolo significa baggeo)
dice: — Il bisogno mi fu sempre alle spalle, e scombiccherai sempre
a casaccio. È miracolo com’io potessi guadagnarmi pane e formaggio, e
di tempo in tempo qualche pezzo di carne cogli indigesti miei lavori.
Conscio delle mende, anzi degli strafalcioni majuscoli che buttai giù,
vorrei, e pur troppo invano, che ogni pagina mia fosse in fondo al
mare».
[262] _Storia letteraria_, 1751, pag. 104.
[263] Visse poi a Parma; da Francesco II ebbe incarico nel 1799 di
riordinare l’Università di Pavia; poi, al ristabilirsi dei Gesuiti
a Napoli, passato colà (1804) fu fatto conservatore della biblioteca
regia.
[264] Vanno seco Barnaba Vaerini che fece gli _Scrittori di Bergamo_;
Agostini, gli _Scrittori veneziani_; Fantuzzi, gli _Scrittori
bolognesi_; l’abate Paolo Ginanni, gli _Scrittori ravennati_, oltre _La
famiglia Alidosi_; Tassi, gli _Artisti bergamaschi_; Soria, le _Memorie
degli storici napoletani_; Giustiniani, le _Memorie degli scrittori
legali del regno_; Spiriti, _Memorie degli scrittori cosentini_.
[265] _Archivio storico_, vol. V. p. 17.
[266] Egli scriveva nelle _Osservazioni letterarie_, tom. IV, art.
2º: — Chi vien di nuovo a comparire sulla scena, par che non creda
d’essersi segnalato e distinto abbastanza, quando con qualche tratto
diretto o indiretto non ha fatto prova d’attaccarmi e di farmi
dispiacere... Ecco ciò che guadagna in Italia chi sacrifica la sua
vita e le sue facoltà a coltivar le lettere ed a promoverle, benchè
senz’altro immaginabile fine che del diletto proprio e del bene
altrui».
[267] Tali il Giulini per Milano, il Frisi per Monza, il Rossi per
la Chiesa aquilejese, Dal Borgo per Pisa, il Tiraboschi per Modena,
pei principi estensi e pei frati Umiliati; il Paciaudi per gli Stati
parmensi, il Bandini per Firenze, per Verona Giambattista Biancolini
sonatore e mercante; per Trento il padre Bonelli; il Baruffaldi per
Ferrara, il Pellegrini pei principi longobardi, il padre Agostino dal
Pozzo pei sette Comuni; per Asti Serafino Grassi, autore dei Baci,
poesie lubriche al modo del Casti, che pareggiava in bruttezza; Lucio
Doglioni per Belluno sua patria. A Bassano si compilò un dizionario
biografico, fondato su quello di Chaudon, con buone aggiunte.
Giuseppe Antonini per la Lucania, Saverio Roselli per Grumento, Natale
Cimaglia per Venosa com’anche Domenico Tata Grimaldi, _Annali del
regno di Napoli_; Antinori, _Memorie storiche delle tre provincie degli
Abruzzi_.
[268] Fu il Filiasi che indicò al Tiraboschi il viaggio d’Abissinia
del padre Lobo, da cui appariva che prima del 1728 i Gesuiti aveano
scoperto le sorgenti del Nilo, e che Bruce non avea fatto che copiarlo.
Così il Tiraboschi potè sbugiardare il milanese Luigi Bossi che aveva
tacciato d’impostura i Gesuiti.
[269] Esposte le ragioni per cui sarebbe e imparziale e informato,
dice al lettore: — Intanto abbiatemi almeno questa gratitudine,
che, non ostante gli spinosi negozj famigliari e le obbligazioni
d’assistere all’anticamera pontifizia e all’impiego della mia carica
(di cavallerizzo), mi sono privato spesse volte del riposo della notte,
e altre della ricreazione del giorno per poter scrivere stentatamente e
a pezzi, secondo che mi è stato permesso, la presente istoria».
[270] Ecco il principio: — L’opera che viene alla luce _ha per
oggetto di comprendere_ le notizie del granducato non meno che quelle
della casa Medici, e perciò il metodo _intrapreso_ è sembrato il più
conveniente per riunire in un sol punto di vista ciò che, essendo
collocato sparsamente, avrebbe forse interrotto la serie dei fatti...
E siccome il pubblico cui non è dato l’accesso dell’archivio (Mediceo)
non avrebbe potuto in ogni caso fare il riscontro dei documenti, così
l’autore ha creduto superfluo il ricoprire il margine di questo libro
con delle inutili indicazioni d’armadj, filze e registri, ma si riserva
di pubblicarli autenticamente nel caso che nasca il dubbio della verità
dei medesimi».
[271] Paolo Brazzolo padovano, adoratore d’Omero, ch’egli tradusse
undici volte senza mai contentarsi dell’armonia de’ suoi versi a
paragone di quei del Meonio, consigliò dapprima il Cesarotti, poi gli
si inimicò quando ne vide il sacrilegio della _Morte d’Ettore_, alfine
si scannò con un Omero a lato.
[272] CARLO GOZZI, _Memorie inutili_.
[273] Se fra quel brago è lecito cercar qualche pensiero cadutovi per
caso, citeremo questa strofa:
Dall’Istro, dalla Senna, dall’Ibero
Rivali armati in sanguinosa giostra
Scendon d’Italia a contrastar l’impero,
Ond’ella sempre al vincitor si prostra,
Dannata a sofferir giogo straniero.
E se osassero dir, L’Italia è nostra,
I natii naturali abitatori
Riguardati sarien quai traditori.
[274] Il primo poeta cesareo a Vienna fu Silvio Stampiglia, poi
Apostolo Zeno con quattromila fiorini: Metastasio n’ebbe tremila: lui
morto, si disputarono quei titolo il cenedese Da Ponte e il Garnera:
il Casti l’ebbe da Giuseppe II, con duemila fiorini: gli succedette
Clemente Bondi gesuita parmigiano, ito coll’arciduca di Milano a
Vienna, e vissutovi sino al 1821; e con lui cessò tale carica.
[275]
Sì, questo mostro, questo
È la delizia de’ terrestri numi:
O che razza di tempi e di costumi!
PARINI.
[276] Vedi pure _Selectæ patrum Societatis Jesu tragœdiæ_. Anversa 1634.
[277] — Meglio tardi che mai. Trovandomi in età d’anni quarantotto ben
sonati, ed avere ben o male da vent’anni esercitata l’arte di poeta
lirico e tragico, e non aver pure mai letto nè tragici greci nè Omero
nè Pindaro, un nulla insomma, una certa vergogna mi assalì, e nello
stesso tempo anche una lodevole curiosità di veder un po’ cosa avevano
detto quei padri dell’arte». _Vita_.
[278] Oltre il _Misogallo_, deplora gli Spagnuoli che dai Francesi
abbiano imparato a levar le immondezze delle strade, perdendo così
l’originalità:
Fatte hai, Madrid, tue vie tersi cristalli
Ma sottentrando a’ sterchi gallici usi,
Vedrai quanto perdesti in barattalli.
[279] _Quod volo, valde volo_, diceva il Latino.
[280] Nel _Filippo_ vi sono due confidenti, e figurano a meraviglia.
[281] La più spiritosa parodia d’Alfieri è il _Socrate tragedia una_
del napoletano improvvisatore duca Mollo insieme con Gaspare Sauli e
Giorgio Viani, dove è un solo personaggio, e il parlare durissimo e
stranamente laconico. Raccontano che ad una tragedia dove pochissimi
spettatori intervennero, un Fiorentino s’accostò all’Alfieri, e
pronunziò: — Oh quanto poca nel teatro gente!».
[282] Nei _Drammi giocosi_, unica opera del Casti, che possa esaminarsi
letterariamente, v’è una Rosmunda, dove al fatto atroce sono innestate
le lepidezze di Bertoldo, Marculfo e Bertoldino; tentativo infelice di
connettere l’eroico e il buffo.
[283] Il Botta finisce la sua _Continuazione_ con una diatriba contro
chi mal dice dell’Alfieri, e fra l’altre cose, attribuisce a lui se
l’Italia ebbe più «animi forti nella seconda metà del secolo XVIII
che nella prima». Le tragedie non si lessero che al fin del secolo, e
il Botta non metteva certo fra i forti i repubblicanti, i quali erano
tutti della scuola alfieriana. Anzi subito dopo egli vitupera quegli
Italiani perchè pensarono a repubblica al modo americano, e sostiene
che l’affidar «la tutela della pubblica libertà ad assemblee numerose e
pubbliche, sarebbe fonte di estremi e forse eterni mali all’Italia». E
segue una tiritera contro questa teriaca delle assemblee, delle annuali
chiacchere in bigoncia; e giura «voler morire piuttosto che contribuire
a darle al suo paese, e chi ciò procura, è nemico della sua patria».
[284] V’è notevole, tanto più per quei tempi, il passo seguente: — Una
moderna noncuranza d’ogni qualunque religione... fa sì che i nostri
santi non vengono considerati e venerati come uomini sommi e sublimi,
mentre pure erano tali...; da questa semifilosofia proviene che non
si fondano le cose e non si studia nè si conosce appieno l’uomo; da
essa proviene che nei bollenti e sublimi Franceschi, Stefani, Ignazj
e simili non si ravvisano le anime stesse di quei Fabrizj, Scevoli e
Regoli, modificate soltanto da tempi diversi». Lib. III. c. 5.
[285] La contessa d’Albany, ultima amica di lui, era moglie dell’ultimo
degli Stuard pretendente al trono d’Inghilterra; il quale, non che
esser codardo come figura nell’Alfieri, seppe esporre coraggiosamente
la propria vita in uno sbarco nell’isola. Il pittore francese Fabre
(1776-1837), che ereditò la donna e la roba d’Alfieri, fu in Italia
côlto dalla rivoluzione; fissatosi a Firenze, divenne professore di
quell’accademia, ebbe titoli e onori, e lavorò sempre nello stile di
David, per nulla modificato dalla natura e dagli esempj nostrali.
La ricca sua collezione di quadri e le carte dell’Alfieri lasciò a
Montpellier sua patria.
[286] Lettere del gennajo 1802. E a vedere come Alfieri si pentisse
dell’_Etruria vendicata_.
[287] A quelli che volessero ancora avventarcisi come sprezzatori
dell’Alfieri raccomanderemo 1º di dirci ingiurie che non sieno quelle
già detteci e ridetteci; 2º di mettersi nel punto d’aspetto nostro, non
in quello che altri scelga a suo arbitrio, e per quel momento; 3º se
anche vogliono star al modo poltrone di opporre autorità ad autorità,
valutino i giudizj che ne diedero scrittori nostri rispettabilissimi
senza parlare degli stranieri, e sui quali vedasi la nostra
_Letteratura_.
[288] Questo bel gruppo, non copiato mai, sta nel palazzo Pisan-Vettore
di San Paolo a Venezia.
[289] — Fenomeno singolare! ne’ Santi Apostoli lo scultore Canova ha
eretto un mausoleo a papa Ganganelli. Basamento liscio diviso in due
scalini; sul primo siede una bella donna, chiamata la Mansuetudine,
mansueta quanto l’agnellino che le giace accanto in ritirata. Sul
secondo scalino è l’urna, sopra cui dalla parte opposta si appoggia
un’altra bella giovine, la Temperanza. Si alza indi sopra un plinto un
sedione all’antica, dove sta a sedere, con tutto il suo agio, il papa
vestito papalissimamente, e stende orizzontale il braccio destro e la
mano in atto d’imporre, di pacificare, di proteggere... L’accordo è
grato; la composizione è di quella semplicità, che pare la facilità
stessa, ed è la stessa difficoltà. Che riposo! che eleganza! che
disposizione! La scultura e l’architettura sì nel tutto che nelle parti
è all’antica. Il Canova è un antico; non so se di Atene o di Corinto...
In ventisei anni ch’io sono in questa urbe dell’orbe, non ho veduto mai
il popolo di Quirino applaudire niun’opera come questa. Gli artisti più
intelligenti e galantuomini la giudicano fra tutte le sculture moderne
la più vicina all’antica. Fin gli stessi ex-Gesuiti lodano e benedicono
papa Ganganelli di marmo. E certamente quel papa sarà più glorioso per
questo monumento, che per la coloro soppressione. È opera perfetta, e
tale vien dimostrata dalle censure che ne fanno i Michelangioleschi,
i Berninisti, i Borroministi, i quali hanno per difetto le più belle
bellezze, giungendo fino a dire che i panneggiamenti, le forme,
l’espressione sono all’antica. Dio abbia pietà di loro». Lettera 21
aprile 1797.
[290] Il re di Piemonte non volea concedergli di partire; ma avendogli
Lagrangia mostrato la lettera d’invito, ove si dicea «Conviene che il
più gran geometra stia presso il più gran re», se n’indispettì e gli
disse: — Vada, vada pure presso il più gran re». L’aneddoto è vulgato,
pure la lettera di D’Alembert dice solo: _Je serais charmé d’avoir fait
faire à un grand roi l’acquisition d’un grand homme._
[291] Il suo collega Bitaubè vi trattò la quistione «perchè la
lingua italiana tutte le altre vantaggi, e specialmente la francese
nella prerogativa d’esser giunta quasi alla perfezione fin dal
nascere?» e dice essergli stata suggerita da Lagrangia, che «possiede
l’universalità dell’intelligenza senza mai affettarla».
[292] Buonaparte, che, avido di tutte le glorie, s’era fatto iscrivere
all’Istituto e lo frequentava, aveva in Italia avuto conoscenza della
_Geometria del compasso_, ancora ignorata in Francia; e una volta si
prese spasso d’imbarazzare Lagrangia coi curiosi problemi, di cui quel
libro dà sagaci e nuove soluzioni.
[293] Nel 1704 era avvenuta la maggior piena che si ricordasse del
lago Maggiore, conseguente a quella del Po, che per altro fu superata
da quella del 1839. Nel 1750 il Tevere aveva fatto a Roma la maggior
inondazione; ma di sessanta centimetri la sorpassò quella del 31
gennajo 1805.
[294] _Filocopo_, VII.
[295] _Saggio di litogonia_, pag. 112-25-41-83.
[296] _Giornale d’Italia_, 1782.
[297] Ai lettori che non vogliono la lunga briga di paragonare il
sistema del Moro con quel che, novant’anni dopo, pubblicava Elia di
Beaumont, basti vederlo esposto in un sonetto del suo contemporaneo e
paesano, conte Federico Altan:
Era tutt’acqua sia da borea ad ostro
Che dall’orto all’occaso, allor che il foco,
Il suo sdegnando sotterraneo loco,
Scoppiò terribilmente all’aer nostro;
A scogli scogli, e di più scogli un mostro
Qua e là innalzando con orribil gioco,
Indi ergendo altri monti, ond’è che a poco
A poco nacque il bel terreno chiostro.
E dell’acque in uscir quell’ampie moli
Turba in sè, che ivi ancor si chiude e implica,
Portâr di pesci e d’altro ond’è il mar pieno.
Di là s’avvien che alcun di lor s’involi,
Par che, veloce al pian scendendo, ei dica:
Cerco tornare al mio gran padre in seno.
[298] Il Galiani beffa la smania allora entrata di tutto spiegare
coll’elettricità. Se uno aprendo la tabacchiera starnuta, gli è il
fluido elettrico starnutatorio che salta da quella al naso. Se uno
paga un debito, è la materia elettrica metallica che dalla sacca
del debitore corre in quella del creditore. Se un innamorato bacia
la mano alla bella e questa ne gode, gli è il fluido elettrico che
dalle midolle di lui passò in quelle di lei, ecc. _Spaventosissima
descrizione_ ecc.
[299] Mezzi singolari adopravano gli antichi per preservarsi dal
fulmine. Erodoto (iv. 9) narra che i Traci scoccavano freccie contro il
cielo in tempo che lampeggiava; egli dice per minacciarlo, ma alcuno
volle sbizzarrire trovandovi un’idea de’ cervi volanti elettrici.
Plinio riferisce che gli Etruschi sapevano trar dal cielo il fulmine,
che lo dirigevano a lor grado, e lo fecero cadere sopra un mostro
chiamato Volta, che devastava i contorni di Volsinio: ma poichè egli
non rammemora altri mezzi che sagrifizj e preghiere, non possiamo
cavarne istruzione alcuna. Narrò altri d’aver visto una medaglia
romana a Giove Elicio (il Dio che trae le folgori), dove esso era
rappresentato sopra una nube, mentre un Etrusco lanciava in aria un
cervo volante. Duchoul fece incidere una medaglia d’Augusto, ove si
vede un tempio di Giunone, col colmo armato d’aste puntute, simili ai
nostri parafulmini: ma sono autentiche tali medaglie? e attestano una
scienza fulgurale altro che superstiziosa? (V. LABOISSIÈRE, _Acad. du
Gard_). Plinio stesso dice che gli antichi credevano il fulmine non
penetrasse mai sotterra più di cinque piedi; perciò Augusto rintanavasi
quando folgorasse: ora il fatto si riconosce falso. Secondo Kämpfer,
gl’imperadori del Giappone si riparano dai fulmini in una caverna,
sopra la quale tiensi un serbatojo d’acqua che dee spegnere il fuoco
della saetta: ma si sa che la saetta uccide anche sott’acqua. Tiberio
mettevasi all’uopo una corona d’alloro, perchè il fulmine rispetta
questa pianta: asserzione poetica, smentita dal fatto.
[300] Nel _Systema medico-mecanichum et nova tumorum methodus_ (Parma
1791) spiega tutto a figure matematiche; e per esempio, l’infiammazione
dipendere dal trovarsi i globuli del sangue ritenuti nelle estremità
sottili del cono che rappresenta il tubo arteriale, onde lasciano
sfuggire la materia ignea combinata con essi.
[301] Palermo, 1726. Poichè non abbiamo taciute altre delle bizzarrie
scientifiche onde si trastullarono od occuparono i padri nostri,
diremo come nel collegio de’ Cinesi a Napoli stette il medico Hivi-Kiù,
famosissimo conoscitore di polsi, che da questi indovinava le malattie
passate e future. Il valente medico Cirillo, che fu poi vittima delle
riazioni politiche nel 1799, dicono il visitasse sovente, meravigliato
delle diagnosi di esso.
[302] _Raccolta d’opuscoli scientifici e letterarj_. Ferrara 1779, tom.
III.
[303] Petronio Caldani suo fratello (-1808) da D’Alembert è chiamato
il primo geometra ed algebrista d’Italia. Floriano Caldani nipote, e
successore di Leopoldo nella cattedra d’anatomia, lasciò _Istituzioni
anatomiche_, e varie operette; e fu buon filologo. Morì sessagenario a
Padova nel 1837.
[304] AURELIO BERTOLA, _Filosofia della storia_. Vedi pag. 548.
[305] Il Gianni, gran liberale, senza riprovazione scriveva: —
Potrebbe dirsi che le amministrazioni pubbliche in Toscana son nulle,
ma che una sola meglio intesa sotto questo nome si può indicare, cioè
l’amministrazione del Governo, che, secondo la nostra costituzione,
tutto abbraccia, di tutto può disporre, e così tutto chiedere, tutto
prendere, e poi tutto a suo talento distribuire». _Discorso sul lavoro
dei popoli_.
[306] Lo attesta il suo recente caldissimo panegirista Zobi, _Storia
di Toscana_, vol. II. p. 357; e conchiude (pag. 510) che i Toscani,
«tranne pochissimi, lo videro partire con indifferenza, ed alcuni con
interno giubilo».
[307] ZOBI, vol. II. p. 561.
[308] Dispacci 17, 21, 24 giugno 1790, riferiti dallo Zobi. Egli
stesso, al vol. III. p. 25, dice che Leopoldo «concertò col suo figlio
granduca il sacrifizio del suo illustre amico (il Ricci) omai fuor
d’opera», e che «corse voce che l’imperatore, mediante stratagemma,
levasse al Ricci delle carte, quali rimaste in sue mani avrebbero
potuto servirgli di rinfaccio. Se ciò è vero, come abbiam motivo di
credere che sia, dobbiamo malgrado nostro convenire, avere anche troppo
imparata la triste _scienza sbirresca_ dall’infame favorito Chelotti».
Eppure egli si lagna ch’io sia stato rigoroso col suo Solone. Il
dissenso è carattere di libertà; ma la parola _piaggiare_ è codarda, e
troppo agevole il rimbalzarla ai panegiristi di principi.
[309] Lettera del 1º agosto 1799. Lo Zobi la intitola _Lettera estorta_
(app. al vol. III. p. 188). Ma qual ragione di supporre una viltà nel
Ricci? Libero di sè, più ampia ritrattazione fece il 1804 in occasione
che Pio VII passò per Firenze, il quale disse in concistoro questa
essere stata la maggior consolazione del suo viaggio in Francia. Il
Ricci visse fino al 27 gennajo 1810.