[1] Un altro ramo d’Este possedeva il marchesato di San Martino
e Borgomanero, e trasmise i titoli, nel 1757, per matrimonio ai
Belgiojoso, casa d’origine longobarda, che un tempo possedette molte
terre in Romagna, e talvolta anche le città di Imola, Faenza, Ravenna
ed altre.
Il FRIZZI, nelle _Memorie di Ferrara_, dice che i principi d’Este
furono «i più moderati e generosi che prima e poi vantar potesse alcuna
città d’Italia!»
[2] LETI, _Italia regnante_, vol. II. Una relazione delle _entrate_,
_spese, forze e modo di governo di tutti i principi d’Italia_ esistente
nell’archivio Mediceo fra le carte Strozziane, filza 320, e che pare
della prima metà del Seicento, dice che Sisto V pose in castello tre
milioni d’oro, e che la rendita papale era di due milioni d’oro, i
quali oggi risponderebbero a ventotto milioni di franchi; e che sarebbe
stata doppia qualora ne’ pontifizj vi fossero state gabelle come negli
altri Stati. Nella qual somma non comprendeasi l’entrata libera e
particolare del papa, gonfiata dalle rendite della dataria e degli
uffizj vacabili. Bisogna che il tesoro di Sisto fosse dissipato se
Urbano VIII, poi Innocenzo X contrassero tanti debiti.
[3] Nel 1596 Carlo Emanuele di Savoja lagnasi col papa che, in una
numerosa promozione di cardinali, non abbia nominato alcuno de’ suoi
raccomandati. Il papa risponde al 31 agosto: — Essendo i cardinali
consiglieri del papa, è strano che i principi vogliano farvi nominare
loro creature. Che direbbero del papa s’egli volesse avere ne’
consigli dei principi persone di sua confidenza?» CIBRARIO, _Memorie
cronologiche_.
Sulla promozione di cardinali del 1596 dà preziose particolarità il
cardinale d’Ossat, _Lettera 67_, offrendo la più bella e viva pittura
della Corte romana d’allora. Altre ne ha su quella del 99. In quel
tempo v’avea sei cardinali milanesi: Federico Borromeo, Agostino Cusani
che diceva non dipender da altri che dalla propria coscienza, Flaminio
Piatti, Tolomeo Gallio, Nicolò Sfondrati e il cardinal Alessandrino.
Monsignor Taverna pur di Milano era governatore di Roma, poi ebbe la
porpora. Napoletani erano i cardinali Gesualdo figlio del principe
di Venosa, Aragona figlio del marchese del Guasto, Acquaviva figlio
del duca d’Atri, Santa Severina, cioè Antonio Santorio; Siciliano don
Simone d’Aragona figlio del duca di Terranuova.
[4] Gualdo Priorato racconta che il principe Panfili, incaricato dal
re di Spagna di presentare la solita chinea, «compariva in un abito
al più sublime segno arricchito, e l’arnese del cavallo tutto d’oro
massiccio, con più di 200 mila scudi di diamanti attorno. Era servito
da venti paggi e sessanta palafrenieri, con ricca e bizzarra livrea,
otto carrozze a sei della sua stalla».
[5] «Arrivò il Lavardino in Roma domenica 16 novembre 1687, ed affettò
d’entrare in giorno di festa, per render più superba la sua comparsa
agli occhi del papa. Il suo corteggio consisteva in duecento officiali
di guerra, trecento soldati di guardia, cento gentiluomini e cento
cortigiani di servizio. E i cardinali d’Estrée e Maldachino uscirono
ad incontrarlo, ciascuno con tre carrozze a sei, un miglio fuori della
città, ed in questo modo entrò dalla parte della porta del Popolo, che
è quella per dove suol farsi la cavalcata ordinaria degli ambasciatori,
con una carrozza superbissima, e con lui sedevano ne’ due luoghi
maggiori i due cardinali d’Estrée e Maldachino. Nell’entrar di detta
porta si presentarono i gabellieri o siano officiali della dogana,
chiedendo la visita delle robe, divise in più di quaranta muli con le
coperture a fiori di giglio. Risposero le genti dell’ambasciatore,
che tenevano ordini di tagliar il naso (o Sisto, Sisto, e dove
sei!) e le orecchie a chi si sia che ardisse di guardar le robe di
sua eccellenza. Di modo che i gabellieri nell’intendere così fatto
complimento, con sberrettata sino a terra, si ritirarono tutti modesti
nelle loro casuccie. Il mastro di casa camminava innanzi gettando
monete d’argento, con l’armi ed impronto del re Luigi, ed il vulgo nel
raccorle non mancava di gridare spesso _Viva la Francia_.
«In questa maniera dunque, con regio trionfo, entrò Lavardino in Roma,
traversando a lungo più della metà della città, passato ad alloggiare
nel superbo palazzo Farnese, ch’è il più superbo di Roma, nella di cui
piazza s’ordinarono tutti gli officiali e soldati, chi con la spada
sfoderata in mano, chi con il pistoletto, facendo una nobilissima
spalliera tutto all’intorno, aspettando l’arrivo di tutti i cortigiani
e muli di carico, e così armati restarono sino che furono scaricate
tutte le robe: ed il tutto seguì senza che v’arrivasse minimo disturbo,
non ostante il numero infinito del popolo che si trovava dappertutto
concorso, non già per la solita curiosità, ma mosso dallo stupore di
veder entrare in Roma un ambasciatore mano armata, a dispetto del papa,
con tanta vergogna d’una città così regia, così santa e così popolata;
e i più zelanti andavano esclamando ad alta voce: _Eh! che se fosse
stato Sisto al Vaticano, il Lavardino sarebbe stato in Parigi, o che si
sarebbe molto pentito d’essersi avvicinato a Roma._
«Lo spavento che portò alla città questo marchese fu così grande,
che il governatore di Roma con i suoi ministri di giustizia, e con
questi quella gran ciurmaglia di sbirri non ardivano uscir di casa,
per essersi sparsa la voce che dall’ambasciadore si era dato ordine
a quella sua gente armata di correr notte e giorno all’intorno del
suo quartiere del palazzo Farnese, col tagliar il naso e le orecchie
a quanti sbirri si potessero scontrare. Di più, l’ambasciatore s’era
dichiarato in presenza di molte persone, acciocchè si spargesse la
voce per la città tanto più presto, che nell’andar egli per Roma,
ovvero l’ambasciatrice sua moglie, se scontrava cardinali od altri che
non gli rendessero tutti gli onori dovuti ad un ambasciatore del re
Cristianissimo, che lo farebbe pentire nel punto stesso; di modo che
nessuno ardiva uscir di casa, se non quei soli che volevano rendere
gli onori dovuti a sua eccellenza, che affettava d’andar per Roma ogni
giorno, come andava l’ambasciatrice, con ducento guardie ciascuno
a cavallo all’intorno delle carrozze. Il papa, più timoroso degli
altri, si chiuse nel Vaticano, insieme col cardinal Cibo, decano del
collegio e suo principal ministro, e da una finestra con un occhialone
guardavano questo bello spettacolo di veder andare per Roma così armato
il Lavardino: e questo durò per lo spazio di nove mesi.
«Questa è una guanciata delle più sensibili e delle più vergognose,
che abbia ricevuto mai principe alcuno nel mondo, nè mai città ebbe
un affronto di tal natura. Ma che principe poi! Un papa con uno Stato
così grande, con tante guardie a piedi ed a cavallo, con una numerosa
guarnigione nel castello, con una città forte, qual è Roma, con più
di quindicimila persone capaci a portar l’armi, senza un numero di
più d’ottomila ecclesiastici, che a colpi soli di sassate avrebbono
potuto tener lontano dalle mura di Roma il Lavardino, tanto più per
esser forte in se stessa. E quando se gli fossero chiuse le porte in
faccia?...» LETI, _Vita di Sisto V_, part. III. l. 3.
[6] Ove il Leti esclama: — Sisto, in luogo di andar a fare il
_sanctificetur_ innanzi al crocifisso, avrebbe fatto preparare un
laccio, e dati gli ordini necessarj per far strangolare l’ambasciadore;
ed al sicuro o che l’ambasciadore non sarebbe venuto, o che sarebbe
stato strangolato».
[7] Ap. ARCKENHOLZ, _Vita della regina Cristina_, t. IV. app. 32.
[8] Lo racconta Marco Foscarini nell’arringa sopra i provveditori di
Dalmazia.
[9] _Capitolare del consiglio dei Dieci_, nº 78. Ma al 12 gennajo
1621 si fa querela perchè lasciavano «mesi ed anni i rei, senza farsi
progresso ne’ processi».
[10] Pag. IV. 50. Sulla regolarità di quel processo s’è già scritto
da molti; e qual v’è tribunale che non sia infallibile? Ben ne fece
ammenda il consiglio dei Dieci con decreto 16 gennajo 1622, che
fu letto nel maggior consiglio; poi in Sant’Eustachio gli fu posta
quest’iscrizione:
ANTONIO FOSCARENO EQVITI BINIS LEGATIONIBVS AD ANGLIÆ GALLIÆQVE REGES
FVNCTO, FALSOQVE MAIESTATIS DAMNATO, CALVMNIA IVDICII DETECTA, HONOR
SEPVLCRL ET FAMÆ INNOCENTIA X VIRVM DECRETO RESTITVTA MDCXXII.
Marco Foscarini riformatore, in un’arringa tenuta nella correzione
del 1761-62 diceva: — Tegno per domestica tradition la grata e tenera
memoria de quel zorno 16 gennaro 1662, quando xe stada dichiarada nel
mazor consegio con solene parte, e po resa nota a tutte le Corti, la
tragica vicenda caduta sora un cittadin che avea sostenude le prime
dignità della patria. Xe stà allora che la povera mia casa ha accolto
un prodigioso numero de nobili concorsi a manifestar sentimenti misti
de lagrime e de consolation ecc.»
Il processo contro il Fornaretto vorrebbe mettersi al 1505; ma pare
favoloso. Costui, andando la mattina a portar il pane per le case,
trovò il fodero d’un pugnale e se lo pose in tasca; la ronda, che
avea tratto dal canale un ucciso, arrestò il Fornaretto, e gli trovò
addosso quel fodero, corrispondente al pugnale che portava in cuore
l’assassinato. Ben bastava per accusarlo; la tortura avrà fatto il
resto.
[11] Marino Cavalli, nella _Relazione_ del 1543 al senato veneto,
parlando del commercio di Germania dice: — Le merci che vi si portano
sono spezie, ori filati, panni di seta e di lana, saponi, vetri,
cristalli, sete tinte e crude, e simili altre cose. Da Venezia
si servono di qualche panno di seta, ma pochi, perchè hanno dalli
Fiorentini e d’ogni parte d’Italia damaschi e rasi per un terzo minor
prezzo di quelli di Venezia; e se ben sono di più trista sorte, non
avendo essi giudizio, o non curandosene molto, avendoli a miglior
mercato, li pigliano volentieri, sì come si usa anche in Germania.
Però non saria forse fuor di ragione che quest’eccellentissima
repubblica, non potendosi tirar li cervelli di quei paesi ad usar
drappi perfettissimi, accomodasse li drappi al volere e cervel loro,
e concedesse che si lavorasse in Venezia per qualche parte panni di
seta di minor prezzo e di più basso carato, per avere quell’utile che
Fiorentini e Milanesi, che sono più lontani e che pagano più condotta,
hanno. E certo a me pare che questa cosa non si doverìa lasciar per
derelitta, ma abbracciarla come di molta importanza; la qual potria
in tre o quattro anni avviarsi e augumentar con simile maniera il
doppio di quel che al presente è; e se pure per qualche rispetto non
si volesse permettere questo in Venezia, si potria almeno concederlo
alle altre città, come Padova, Verona, Vicenza e Treviso, che hanno
copia grande di sete, e per non le poter lavorare esse, le vendono a
Bologna, Firenze, Lucca, Genova, Modena e Milano; e si nutriscono a
questo modo del nostro latte popoli alieni, e li nostri s’impoveriscono
e sminuiscono, com’è accaduto in Vicenza, che di ventiquattromila anime
che soleva fare, per la rovina di altri mestieri e per la proibizione
di rilevar questo di nuovo è ridotta che non ne fa quattordicimila; e
il medesimo potrà avvenire delle altre. Ho sentito io molti a ridere
dell’ignoranza de’ Mori, che avendo loro il fior delle sete, le vendono
a noi altri, e poi da noi stessi comprano li panni di seta lavorati:
ma l’istesso forse si potria dire di noi, che facendo ogn’anno più
di trecentomila scudi di sete nelle quattro città nominate, non le
volendo lasciar lavorare, li nostri le vendono alli vicini, dalli quali
comprano poi li panni di seta, li quali per contrabbando si portano in
questa o nelle altre città; e così, oltre il traffico e l’arricchirsi
che fanno li forestieri in Germania, che lo ponessimo far noi, li
lasciamo anco arricchire nel paese nostro. Mi son maravigliato molte
volte come questo Stato abbia per leggi statuito che tutti quelli che
vogliono passar con merci a Lione per luoghi suoi, debbano venir prima
a Venezia, e di là poi trarle per dove lor piace, per far questa città
capo di ogni contrattazione; il che, sebbene per qualche tempo è parso
cosa utile, si è poi veduto ch’è riuscita dannosa e impossibile, perchè
gli Alemanni, che di natura son poco obbedienti, e non vogliono esser
forzati a cosa alcuna, quello che per comodità prima facevano, ora
violentati non vogliono fare, e hanno prese le strade di Trieste e di
Milano, lasciando le terre di Vostra Serenità, e conducono le merci per
dove lor piace, con la grandezza ed esaltazione d’altri e danno nostro.
Ma concedendo che il condur queste merci forestiere riesca e sia utile,
non so intender per qual ragione quelle che nascono nel paese di Vostra
Serenità, sopra le quali si può mettere quanti dazj e disponer come ne
pare, lo si lascino trar fuori senza condurle a Venezia e senza farle
lavorare nelli paesi nostri; e questo lo dico sì per le sete che per le
ferramenta e acciaj del Bresciano, li quali solevano per costituzione
tutti essere condotti in questa città, dove Siciliani, Toscani,
Napoletani, Francesi, Spagnuoli e Portoghesi venivano a levarli, mentre
ora potendo esser cavati di Bresciana per ogni luogo, Genova è fatta
capo di questo commercio. Io parlo per utile pubblico e senza interesse
alcuno». _Relazioni venete_, vol. III. pag. 102.
[12] L’opera era stata suggerita da Luigi Grotto, detto il Cieco
d’Adria, che quantunque perdesse gli occhi sin da fanciullo, studiò
attento e fu valente idraulico; e nell’orazione da lui recitata a
tal uopo in senato, adoprava il principio enunziato un secolo dopo
dal famoso padre Castelli, che un corso d’acqua di determinata
misura può passare per una sezione più o meno ristretta secondo
la maggiore o minor sua velocità. Vedasi una memoria del ministro
Paleocapa, pubblicata nel 1856 sopra il protendimento delle spiaggie
dell’Adriatico.
[13] Fra questi va distinto Federico landgravio d’Assia, che abjurata
l’eresia nel 1637, entrò nell’Ordine, prese Tunisi nel 1640, poi
nominato cardinale, si segnalò nella peste andando a visitare e
soccorrere gl’infetti.
[14] «Persona assennata, che allora si trovò in Venezia, mi assicurò
che le parve di vedere il dì del finale giudizio; tanti erano i gemiti,
le lagrime e gli urli dell’uno e dell’altro sesso. Andava il popolo
fanatico per le contrade deplorando la grande sciagura, vomitando
spropositi contro la Provvidenza, maledizioni contro de’ Turchi, e
villanie senza fine contro del generale Morosini, chiamandolo ad alte
voci traditore». MURATORI, _ad annum_.
Giovanni Sagredo era ambasciadore ordinario in Francia al tempo della
Fronda, caro al Mazarino, dal quale impetrò sussidj per la guerra
di Candia; passò poi ambasciadore in Inghilterra, e già citammo i
ragguagli che di là scriveva (Cap. CLVII, not. 19). Stese pure _Memorie
storiche de’ monarchi ottomani_, l’_Arcadia in Brenta_ ed altre opere
rimaste inedite e peccanti di strano secentismo. In patria ebbe le
prime dignità e fu anche eletto alla suprema nel 1676, ma il maggior
consiglio non l’approvò.
[15] Sul trattamento degli schiavi è curioso un dispaccio di Carlo
Emanuele II, che mandava a cercare l’alleanza dell’Inghilterra, e fra
gli altri vantaggi faceva riflettere che, essendo egli in permanente
ostilità con la Porta in grazia del regno di Cipro, gli armatori
sotto la sua bandiera potrebbero catturare sudditi greci di quella,
e venderli agl’inglesi per ciurma a venti piastre per testa, mentre
uno schiavo turco ne varrebbe cento. SCLOPIS, _Relazioni fra Savoja e
Inghilterra_.
Gli armatori sotto bandiera di Malta e d’altri principi erano obbligati
a mettere in libertà i prigionieri che facessero, sudditi della Porta
ma di nazione greca. A Venezia gli schiavi, per mali trattamenti,
poteano contro i padroni ricorrere al magistrato de’ Censori.
[16] Il presidio di Vienna era comandato da Ferdinando degli Obizi
padovano. La costui madre bellissima fu amata perdutamente da
un gentiluomo, che penetratole in camera, nè con lusinghe o con
minaccie potendo averla alle sue voglie, la pugnalò. In processo egli
stette saldo al niego, e andò assolto. Ferdinando, che di cinque
anni era stato testimonio della violenza, appena cresciuto uccise
l’oltraggiatore, e fuggì in Austria, dove salì ai primi gradi militari.
[17] Ragusi, situata su piccola penisola all’estremità orientale della
Dalmazia, ha tanti attacchi coll’Italia, che non sarà fuor di luogo il
divisarne. Fu fabbricata dai fuggiaschi dell’antica Epidauro nel 659,
dominata dai Romani, poi dai Greci del Bass’Impero; molestata dalle
correrie degli Slavi, se ne redense con un tributo. A quei residui
d’un’onorevole civiltà s’unirono presto e Dalmati e Illirici, che
la crebbero d’edifizj, e con una rôcca protessero il golfo. Datisi
all’industria, cresceano valore alle materie prime che traevano dalla
Bosnia. Nell’867 assalita dagli Arabi, sostenne un anno d’assedio, indi
li respinse e gl’inseguì fino a Benevento.
Restò governata a Comune dai discendenti de’ primi fondatori e da
alcuni nobili bosniaci, con un rettore che durava otto anni. Damiano,
uno di questi, non volle deporre il comando, e vi si fece tiranno;
ma i Ragusei si volsero a Venezia, la quale li liberò; ma per
soggettarli a se stessa, e li tenne finchè Lodovico re d’Ungheria non
li tornò indipendenti. Genovesi e Veneziani però ed altri navigatori
dell’Arcipelago molestavano la repubblica in modo, che cercò sicurezza
col mettersi alla protezione degli Ottomani, e comprarla con un
tributo.
Il gran consiglio, ove entravano tutti i nobili sovra i diciotto anni,
faceva leggi, nominava i magistrati, e aveva diritto di grazia: un
senato di quarantacinque pregadi disponeva le cose da proporre al
gran consiglio, e trattava gli affari esterni: il potere esecutivo
era commesso a un piccol consiglio di sette senatori. Il rettore non
durava più che quattro settimane, e dovea venir a parte d’ogni atto del
governo; usciva di palazzo soltanto nelle grandi solennità coi mantello
di damasco rosso, rossi i calzari e le calze, e gran parrucca in
testa. I nobili non poteano esser tratti a prigione che da un nobile,
e ad essi spettavano tutte le cariche. Ogni cosa poi v’era prefissa
appuntino; a segno che Tuberone Cerva essendo entrato in senato con
una veste più lunga della misura stabilita, gli fu raccorcia in piena
assemblea; di che vergognoso, egli si fece frate. Dai matrimonj di
nobili con plebei nacque una classe media, ammessa ad impieghi di
seconda mano. La plebe stava sotto la clientela dei nobili.
Ragusi fu per quattro secoli il centro non solo de’ negozj, ma del
sapere de’ popoli slavi e valacchi, situati sulla parte orientale
dell’infima valle del Danubio, e vi furono coltivate contemporaneamente
la letteratura italiana, la latina e la greca. Vi nacquero Baglivi
medico, Marino Ghetaldi e il Boscovich matematici, l’erudito Banduri,
l’epico Francesco Gondola, i poeti latini Stay, Resti, Zamagna e
Cunich, e Faustino Gaglioffi nostro contemporaneo.
Molte memorie d’essa repubblica, come molte ricchezze e capidarte,
perirono nel tremuoto del 1667, cantato dallo Stay.
[18] OLIVET, _Histoire de l’Académie française_, t. II, p. 134.
[19] Vedi il _Mercure galant_, settembre 1686. La lista de’
rappresentanti di Francia in Italia e viceversa può trovarsi nella
_Storia degli Stati moderni_ di SCHOEL, vol. XXXIX.
[20] _Relazione_, esistente negli archivj della marina a Parigi, e
pubblicata da Eugenio Sue, _Histoire de la Marine_, vol. III, con altri
curiosissimi documenti, ignoti ai nostri storici.
La notizia dell’atto codardo si sparse, ma non era voluta credere.
Il duca d’Estrée, ambasciatore a Roma, così scriveva al signor di
Pomponne: — Oltre la diversità del racconto, si rifletteva quanto
fosse inverisimile. Se il re avesse voluto abbandonar Messina per
considerazione degl’Inglesi, già l’avea sugli occhi prima che La
Feuillade movesse di Francia; onde sua maestà non avrebbe spedito un
nuovo maresciallo di Francia per far quest’abbandono, ma l’avrebbe
ordinato al signor di Vivonne. Che se tale deliberazione si fosse presa
dopo la partenza di La Feuillade, lo stesso corriere che portasse
quest’ordine, n’avria portato uno a Toulon perchè il convoglio
non partisse... Un fatto solo straordinario e mal a proposito può
talvolta sventare i ragionamenti fondati sopra il buon senso e la
verosimiglianza; pure questa notizia è sì grossolanamente immaginata,
sì contraria alle precedenze e ad ogni probabilità, che la sola
sfrontatezza di quei che la spacciano e il numero dei loro partigiani
poterono farla credere per alcune ore...».
Pochi giorni di poi, il duca stesso trovava affatto naturale che si
fosse lasciato una città sì discosta, sì popolosa, che non poteva
ricever viveri se non da lontano, la cui gente cospira ogni momento
contro i protettori, e al modo degl’insulari, ha la leggerezza e
l’infedeltà per dote, e non può esser ritenuta nè colla clemenza nè
colla severità.
[21] Luigi XIV scriveva al duca d’Estrée: — Ho avviso da Messina
che questi popoli, i quali con sensibile afflizione sono tornati
al giogo di Spagna quando lo stato de’ miei affari non mi permise
d’alleviarneli più a lungo, cercano tutti i mezzi per disfarsene: e
so, a non dubitarne, che spacciarono in secreto a Costantinopoli, non
solo per domandar assistenza, ma per darsi ai Turchi. Il dispiacere
ch’io avrei di vedere una città sì cristiana cadere agl’Infedeli, il
pericolo di cui si vede minacciato il resto di Sicilia, e il timore
di un sì potente nemico pel resto d’Italia, mi portarono a studiarvi
qualche riparo. Nè altro mi parve più opportuno che il darne avviso al
papa, lo zelo e la carità del quale sapranno farne l’uso più utile a
stornar tanto danno; e fosse crederà che le violente vie onde la Spagna
è consueta servirsi per punire le colpe de’ Messinesi, son più capaci
d’inasprire che di guarir tal sorta di mali.
«I ministri di Spagna, onde eludere i savj consigli di sua santità,
particolarmente se penetrano che quest’avviso sia venuto da me,
potranno attribuirlo al desiderio di procurar qualche alleggiamento
ai Messinesi rimasti, e facilitare il rimpatriamento a quei che si
ritirarono in Francia: ma quanto a questi ultimi io non ho bisogno
d’altro che della pace che sta per stringersi, e della quale ho
fatto condizione espressa che siano restituiti. Assicurate dunque
il papa, che in tale avviso non ho altra vista che di porlo in
istato di prevenire un pericolo, tanto formidabile per l’Italia e
per tutta cristianità; e il solo interesse della cristianità mi fa
operare. Voglio credere che sua santità mi saprà grado particolare
dell’attenzione, colla quale io veglio in un affare che so quanto a lei
stia a cuore.
«_PS._ Aggiungo, che la proposizione fatta a Costantinopoli per
l’impresa di Sicilia, assegna che lo sbarco deve farsi ad Agosta, dove
alcune fortificazioni furono demolite; e perciò sarebbe a questa piazza
che ai Turchi importerebbe di ripararsi ecc.».
[22] _M. le marquis de Seignelay étant arrivé devant Gênes avec
quatorze vaisseaux, dix galiottes, deux brûlots, deux frégates, huit
flûtes, vingt-une tartanes, trente chaloupes, trente-huit bâteaux,
dix felouques et vingt galères, après les saluts et les cérémonies
accoutumés du sénat, qui députa à M. de Seignelay, le dixhuit sur les
neuf heures du matin, après leur avoir fait connaître les intentions
du roi et les sujets de plaintes qu’ils ont donné à sa majesté, leur
demanda de sa part les quatre corps de galère qu’ils firent construire
l’année dernière et armer pour les Espagnols, l’une desquelles serait
armée et en état de naviguer; l’entrepôt du sel à Savone; et que quatre
sénateurs iraient demander pardon au roi de leur conduite à son égard,
et le prier d’oublier le passé._
_Les députés du sénat demandèrent avec beaucoup de soumission du temps
pour assembler le conseil et en délibérer; M. de Seignelay leur accorda
jusqu’à cinq heures du soir, et leur dit que s’ils passaient cette
heure, ce ne serait plus les mêmes conditions; et qu’ils devaient
s’attendre à la désolation de leur ville s’ils n’accordaient pas ce
qu’il leur demandait de la part de sa majesté. Cependant l’armée se
mit en état, et les galiottes se portèrent sous le canon de la ville,
et si près que le commandant des galères de Gênes envoya prier M. de
Seignelay de faire retirer ces bâtimens qui étaient sous son canon; à
quoi l’on ne fit aucune réponse._
_Sur les quatre heures et demie, les Génois, au lieu de venir rendre
compte de leur délibération, tirèrent sur nos galiottes, lesquelles
commencèrent à jeter ses bombes dans la ville, et ont continué
jusqu’au 22, que M. Seignelay fit cesser le feu et envoya le major
des vaisseaux leur dire qu’il était informé du désordre que les bombes
avaient fait dans leur ville, qu’ils étaient encore à temps de répondre
aux propositions qu’il leur avait faites; ils demandèrent jusqu’au
lendemain, ne pouvant pas répondre sur l’heure sans s’assembler._
_Le lendemain matin, M. de Seignelay ne recevant point de réponse, fit
recommencer de jeter des bombes. Quelque temps après, ils envoyèrent
un homme sans caractère dire qu’ils ne pouvaient pas s’assembler sous
le feu et à la chaleur des bombes; que leur consolation était qu’ils
n’avaient point mérité le traitement qu’ils recevaient, et que toute la
chrétienneté se plaindrait. On recommença à tirer de part et d’autre,
et à résoudre la descente qui avait été projetée._
_Le 24, deux heures avant jour, M. le marquis d’Amfreville, chef
d’escadre, fit une fausse attaque du côté de l’est, proche les
infirmeries, avec six-cent hommes, et M. le duc de Mortemart fit une
descente à la pointe du jour à Saint-Pierre d’Arène, avec deux mille
cinqcents hommes_...
_L’on débarqua proche un pont du côté de l’ouest, vis-à-vis une
enceinte de murailles, où on trouva une forte résistence, d’où les
ennemis firent un très-grand feu: s’y étant retranchés, ils en furent
vigoureusement chassés_...
_M. le chevalier de Lery se fit porter proche un marais rempli de
roseaux et un petit bois couvert, où une partie des ennemis s’était
retirée, et d’où ils continuèrent de faire un très-grand feu, pour
leur ôter la communication d’un pont qui leur était fort avantageux;
quelques-uns se cachèrent dans les palais, et nous tuèrent assez de
monde, sans pouvoir découvrir d’où venait le feu. Une autre partie des
ennemis gagna du côté de l’est, vers la fanal; MM. les chevaliers de
Jourville et de Berthomas, avec d’autres officiers des vaissaux et des
galères, les suivirent, et coupèrent le chemin à ceux qui pouvaient
venir du côté de la ville._
_M. le duc de Mortemart ayant fait poster le reste de ses troupes
en divers endroits du faubourg du côté de la ville, et ayant donné
les ordres nécessaires pour s’en rendre le maître, ordonna qu’on
fît débarquer les artifices, et qu’on commençat de mettre le feu au
faubourg du côté de la ville, toujours en se retirant jusqu’au lieu où
l’on avait fait le débarquement, et d’où il fit sa retraite après que
le feu eût été mis par tout le faubourg._
_M. le chevalier de Noailles, lieutenant-général des galères, et M. le
commandant de la Bretesche, chef d’escadre, furent commandés, avec dix
galères, pour cannoner les batteries du fanal, et pour favoriser la
descente et la retraite de nos troupes; six galères par M. le chevalier
de Breteuil, chef d’escadre, pour soutenir les galiottes, et les quatre
autres par M. le comte de Beuil, capitaine de galère, pour la fausse
attaque de M. le marquis d’Amfreville._
_Cette action ne se fit pas sans une perte considérable de part et
d’autre. Dalla biblioteca Imperiale di Parigi, Mélanges de Clairembot,
vol. 257, p. 319._
Un altro ragguaglio sta nell’archivio degli _Affari stranieri_, Genova
1683-84, pag. 203: _Sur les premières nouvelles qu’on reçut à Gênes
que l’armée navale du roi venait de ce côté-là, les marchands français
y furent menacés par le peuple, et ne purent depuis sortir quoi que
ce soit de leurs maisons, parce que leurs voisins les en empêchèrent;
lorsque la flotte parut, les menaces devinrent plus violentes, et
les Français ne voyant pas de sûreté pour leur vie, prirent le parti
d’abandonner leurs biens et leurs familles pour se retirer les uns dans
la ville, les autres dehors dans des couvents de religieux. D’abord
qu’ont eut tiré les premières bombes, on pilla les principaux, sans
même épargner le sieur Aubert, consul de la nation, on enfonça les
portes de leurs boutiques, on prit leur argent, leurs marchandises; et
leurs papiers, aussi bien que leurs livres de compte furent brûlés ou
déchirés._
_Le lendemain il se forma dans la ville un corps d’environ quatrecents
hommes du peuple, lesquels, agissant de leur chef et de concert, se
divisèrent en quatre troupes, et achevèrent d’enlever tout ce qu’ils
découvrirent appartenant aux Français. Ils en usèrent de même à l’égard
de plusieurs Piémontais; et, sous prétexte de chercher ceux de l’une
ou de l’autre nation qui se cachaient, ils entrèrent dans les maisons
de quelques Gênois et les pillèrent: mais le sénat, pour prévenir la
suite de ces désordres, commit le sieur Charles Japis, maître du camp
général, avec une pleine autorité de se servir des voies qu’il jugerait
à propos pour cela, lequel fit publier une défense genérale, sous peine
de la vie, de porter des armes, et commanda quelques détachemens des
troupes d’Espagne, qui arrêtèrent en deux jours trente ou quarante de
ces voleurs, qu’il fit arquebuser, et par là il dissipa entièrement les
autres; ce qui donne lieu aux Espagnols de se vanter qu’ils ont sauvé
Gênes, autant de ses propres habitans que des armes des Français. Le
sénat fit ensuite publier que tous ceux qui avaient pillé les effets
des Génois et des étrangers, eussent à les rapporter au palais neuf, à
peine de la vie; mais il y en eut si peu qui obéirent, qu’on peut dire
que cet ordre demeura sans exécution. Cependant la perte des Français a
été fort grande, et les Gênois même tombent d’accord qu’elle va à plus
de cinqcent mille écus._
_Il serait long et inutile de faire ici les détails des insultes qui
ont été faites presque à tous les Français qui ont paru en ce temps-là
dans les rues; il suffira de dire qu’il y en a deux qui ont été tués,
l’un avec une barbarie sans exemple, l’autre avec une perfidie qui fait
horreur. Le premier fut avec une troupe de Génois, qui en le menant
lui donnaient à l’envi des coups de bayonette, et qui l’ayant conduit
sur le môle, lui coupèrent la tête, mirent son corps en quartiers, et
en jetèrent les pièces dans les canons qu’on tirait sur la flotte du
roi. L’autre s’étant refugié avec tous ses effets chez un Génois qui
se disait son ami, et qui lui avait offert sa maison, fut tué par cet
homme d’un coup de pistolet par derrière._
_On n’a point su encore précisément les noms des Génois qui ont été
maltraités pour avoir été soupçonnés d’être d’inclination française, si
ce n’est le sieur Christophe Centurion, qui fut pris, attaché et battu
par une troupe de canailles, des mains desquels Hippolite Centurion,
son parent, qui commandait au môle, ne le put tirer qu’en les assurant
que c’était pour le faire mourir plus ignominieusement; mais il ne le
garda qu’un jour ou deux, après quoi il le laissa aller pour lui donner
le moyen de se remettre en sûreté à la campagne. On pourrait encore
comprendre dans ce nombre le capitaine Pallavicini de la Valtelline,
lequel, accusé d’intelligence avec les Français pour avoir supposé, à
ce qu’on dit, un ordre qui ne lui avait point été donné de changer de
poste, fut mis en prison, et y est encore._
_On n’a point appris que les nobles aient aucune part aux mauvais
traitemens qui ont été faits aux sujets de sa majesté; ils ont, au
contraire, aidé à les sauver; ils les ont fait recevoir dans leurs
maisons de campagne, et leur ont fait donner des escortes pour sortir
de l’Etat, après en avoir retenu une partie dans les palais pour les
mettre à couvert de la fureur du peuple. Les deux courriers ordinaires
de Rome, qui dans les commencemens s’étaient malheureusement engagés
dans la ville, ont assuré aussi que le doge et les officiers de la
république leur avaient accordé tout ce qu’ils avaient demandé pour se
garantir d’insulte. On a su même que Dominique Spinola ayant été accusé
d’avoir donné asile à quelques Français en son château de Campi, comme
il était vrai, le sénat ne l’a point désapprouvé._
_A l’égard de l’effet des bombes, il a été terrible de toute marnière.
Les premières qui tombèrent dans la ville, y mirent partout d’abord
une confusion incroyable, et elle augmenta considérablement lorsque
la nuit fit voir plus distinctement les feux dont le palais public et
ceux des particuliers étaient embrasés. Ce fut alors que la plupart des
gens, même ceux de la noblesse, abandonnèrent leurs maisons pour mettre
leurs personnes en sûreté, et se sauvèrent sur la montagne: le doge s’y
retira avec sa femme, et fut logé avec le conseil à l’Albergo; ce qui a
fait dire que le roi a mis le sénat à hôpital. Mais le lendemain chacun
ayant pensé à enlever de chez soi ce qu’il y avait de meilleur, ce fut
une autre manière de confusion; les hommes et les femmes de toute sorte
de conditions allaient criant et courant confusément dans les rues,
chargés de tout ce qu’ils pouvaient porter, sans savoir même où ils
le devaient mettre; et ce fut en ce temps-là que, sous l’escorte d’un
détachement d’Espagnols, on fit transférer à l’Albergo le trésor de
Saint-Georges, et que les juifs qui se réfugièrent hors de la ville, se
mirent sur une colline, où il s étaient campés sous des tentes en fort
grand nombre; il semblait que ce fût une nouvelle ville._
_Enfin la perte est si considérable, que, parmi ceux qui la connaissent
davantage, les uns disent quelle est de soixante millions d’écus,
monnaie de France; les autres, qu’on ne saurait presque l’estimer
si l’on fait réflexion aux bâtimens, aux marbres, aux peintures, aux
meubles et aux marchandises qui y ont péri; un marchand joaillier a
même dit qu’il s’y était fondu une quantité considérable de perles,
dont on fait un grand commerce dans cette ville-là._
_Mais, quelques désordres qu’il y ait dans la ville, il n’y en a pas
moins dans le gouvernement. Le doge, quatre sénateurs et quatre nobles,
tous attachés à l’Espagne par leurs intérêts particuliers et qui ont
été nommés dans cette conjoncture par la république, pour la direction
générale des affaires, avec une autorité entière et indépendante
des conseils, en forment un qu’ils appellent la Junte, et sont les
maîtres absolus de toutes les délibérations; en sorte qu’il ne faut
pas s’étonner s’ils ont fait, depuis le départ de l’armée navale du
roi, une nouvelle ligue offensive et défensive avec l’Espagne, et s’ils
ont donné un décret portant défense à tous les Génois de proposer de
s’accommoder avec la France, que du consentement de l’Espagne. Ils
ont envoyé leurs dix galères, commandées par Jean Marie Doria, à la
rencontre de celles d’Espagne, lesquelles étant arrivées le 16 de ce
mois devant Gênes, au nombre de ving-sept; et ayant été saluées, selon
la coutume, n’ont répondu que par trois coups de canon, et ont commencé
par là à traiter les Génois comme leurs sujets. Ces galères n’ont pas
été plutôt dans le port, que les officiers qui les commandent y ont
choisis les lieux où ils ont voulu se placer, et ont mis en chacune de
celles de la république une compagnie de Napolitains pour en être les
maîtres comme des leurs; dans le même temps on a remis aux troupes du
Milanais, qui étaient dans la ville, les postes etc._
[23] Andò allora attorno un’iscrizione, proprio conforme al gusto
corrente. _Manet et apud Genuenses indeclinabile genu, nec enim hunc
non cogitatum casum declinare possunt. En tamen Genua ad genua, id
est dux senatoresque Genuensium ad genua procumbunt regis non Galileæ
sed Galliæ, non Christi sed Christianissimi, cujus stellam non quidem
polarem sed pyrobolarem, jam ante annum ipsi orientem viderunt. Veniunt
hic adorabundi regem, ne noceat amplius, aurum thusque libertatis, olim
invictæ nunc devictæ, afferunt et offerunt. Myrrham tamen splendidæ
servitutis et crucis dono domum referunt. O pater papa! miserere eorum
et per somnium eos mane remeantes domum, ne meent Mediolanum: illic
enim ipsos expectat Herodes hispanus, ad geniculationem hancce novam
fremens et tremens._
[24] Il Cibrario (_Istituzioni della monarchia di Savoja_, p. 293)
enumera le tasse certamente non minori nè men variate delle spagnuole,
imposte dai duchi di Savoja; e nel proemio all’editto 12 dicembre
1633, Carlo Emanuele I attestava che «nelle passate guerre si sono
tanto caricati i registri, che i proprietarj, non potendo con l’intero
abbandono de’ frutti liberarsi dalle gravezze, hanno abbandonato i
loro beni». Erano regalia perfin le candele, che tutte doveano esser
bollate. Il primo appalto del tabacco si fece nel 1649 per lire duemila
cinquecento, vendendosi il tabacco sodo trenta soldi la libbra,
quarantacinque il pesto, e ad arbitrio quello _con ingredienti_.
Allora pure s’introdussero le poste. Quanto all’amministrazione della
giustizia già ne parlammo.
[25] CIBRARIO, _Instituzioni della monarchia di Savoja_, p. 185. E per
quel che segue, CARUTTI, _Regno di Vittorio Amedeo II_. Torino 1856.
[26] Erano Serravalle, Menusiglio, Gorzegno, Bussolasco, Gisole, San
Benetto, la Niella di Belbo, Fissoglio, Cravanzano, Serretto, Prunei,
Loasio, La Scaletta, Carretto, Cairo, Montenotte, Rocchetta del Cairo,
Miolia, il marchesato di Spigno, Bardinetto, Brovia, Rocca d’Arazzo,
Rocchetta di Tanaro, Belvedere, Frinco, Vincio, Castelnuovo, Bruggiato,
Montebercello, Rifrancore, Desana, Millesimo, colle frazioni di
Cosseria, Plodio e Biestro, Arquetto, Ballestrino, Masino, Camerano.
[27] De Gubernatis scrivea da Roma il 16 maggio 1690: — Giunse a
questa Corte la notizia dell’eroica risoluzione presa da V. A. R. di
arrischiare la sua reale persona e tutti i suoi Stati piuttosto di
condiscendere alle dure ed inique condizioni, colle quali volea la
Francia rendere come precaria quella sovranità. Tutta questa corte ha
applaudito l’azione veramente forte ed invitta di V. A. R, e il popolo
ne ha celebrato pubblici applausi con i _Viva viva il duca di Savoja_:
e vengo assicurato che, dopo la liberazione di Vienna, non s’è mai
udito a Roma un’allegrezza più universale».
[28] Catinat, parlando della presa di Cavour, dice: _On passa au fil
de l’épée tout ce qui se présenta dans la ville; rien n’échappa à la
fureur de nos soldats, qui, d’eux-mêmes et sans d’autres ordres que
la présence de leurs officiers qui les conduisaient, attaquèrent la
montagne et firent un grand carnage d’hommes, de femmes et d’enfants,
qui s’y trouvaient: on fit pourtant ce que l’on put pour les retenir.
La ville fut pillée et brûlée. Il y a eu plus de sixcent personnes
tuées tant dans la ville, que dans la montagne_. Mémoires, vol. I. p.
89.
[29] Anche nel 1705, dopo che il duca ebbe chiarito guerra alla
Francia, il maggiore della piazza di Torino pubblicò il premio di
mezzo luigi per ogni Francese ammazzato. Il duca di Vendôme mandò dire
che, per ogni testa di Francese, farebbe impiccare dieci Piemontesi.
Abbiamo un editto del 5 gennajo 1702, dov’è ordinato a tutti i
villaggi, cui s’accostino truppe cesaree, di toccar a martello,
unirsi e ucciderle, sotto gravi pene. Annibale Visconti, comandante ai
Cesarei, vi contrappose altra intimazione di far lo stesso verso gli
Ispano-Francesi, colle comminatorie medesime.
[30] Il Muratori, al 1696, scrive: — Mi trovava allora in Milano, e
mi convenne udire la terribile sinfonia di quel popolo contro il nome,
casa e persona di quel sovrano, trattando lui da traditore, e come reo
di nera ingratitudine, che si fosse servito di tanto sangue e tesori
degli alleati per accomodare i soli suoi interessi, con altre villanie
che io tralascio. Ma d’altro parere si trovavano le persone assennate,
considerando ch’egli, dopo aver liberato lo Stato di Milano dalla dura
spina di Casale, ora, stante la cession di Pinerolo e la ricupera de’
suoi Stati, serrava in buona parte la porta dell’Italia ai Franzesi;
con che si scioglievano i ceppi non meno suoi che del medesimo Stato di
Milano. Se in quel bollore di passioni non riconobbe la gente questo
benefizio, poco stette d’avvedersene; e tanto più perchè era incerto
se, proseguendo la guerra, si fosse potuto ottenere tanto vantaggio».
[31] De Gubernatis, ai 16 luglio 1697, scrive a Vittorio Amedeo di
Savoja: — Sua Santità si inoltrò a dirmi che sarebbe necessaria la
formazione di una lega di tutti i principi d’Italia contro chiunque
tentasse di turbar la quiete direttamente o indirettamente. Interrogato
il papa se entrerebbe nella lega, rispose liberamente e risolutamente
di sì».
[32] L’Olanda dal 1703 al 1711 pagò alla Savoja per sussidj due milioni
seicenquarantamila corone: l’Inghilterra seicenquarantamila corone
all’anno; e altre cinquantamila nel 1706, e centomila negli anni
9-10-11. Riccardo Hill fu inviato straordinario della regina Anna a
Vittorio Amedeo; e la sua corrispondenza, pubblicata da W. Blackeley,
offre curiose particolarità sulla storia di quel tempo. Egli scriveva:
— L’esser rifuggito è ormai divenuto un mestiero. Gran differenza corre
tra il profugo sui caffè di Londra e sulle frontiere nemiche».
[33] Su questi tempi si ha uno sterminio di scritture, principalmente
francesi. De’ nostri abbiamo la storia del marchese Ottieri, in sul
principio abbastanza buona ma sempre gelata; e le _Memorie_ di Agostino
Umicalia, cioè del gesuita San Vitale. Vedi CHARLES GAY, _Négociations
relatives à l’établissement de la maison de Bourbon sur le trône des
Deux-Siciles_; Parigi 1853; e per i fatti guerreschi PELET, _Mémoires
militaires pour servir à la guerre de la succession d’Espagne_.
Le lettere dell’ambasciador veneto, pubblicate dal Mutinelli nel
vol. IV della _Storia arcana e aneddotica_ (Venezia 1859), informano
a minuto di quei moti, tutti in favore dell’Austria, sopra i quali
il Colletta passò di volo. Entrato poi don Filippo (1702), questo
cattivavasi il popolo con indicibili magnificenze, col visitar le
chiese, comunicarsi ripetutamente, e assistere colle lacrime al
miracolo del sangue di san Gennaro. I nobili però protestavano
solennemente contro ogni atto di sovranità che facesse quel che
denominavano duca d’Angiò, e che il giuramento che dovessero prestargli
sarebbe estorto a forza, nè li dispenserebbe dal favorire l’imperatore.
Nel seguente 1710, il miracolo del sangue non avvenne, donde
grandissima desolazione e preghiere e «vivi sfoghi di penitenza. Tra
le innumerabili pubbliche conversioni, nelle quali fu universalmente
adorata la divina misericordia, si distinsero quelle dei tanti che
si presentarono volontarj al tribunale del Sant’Officio a scoprirsi
e ad accusarsi, alcuni per operatori di sortilegi, altri per seguaci
di dottrine ereticali, e molti ancora per atei.... Un sì luttuoso
disordine viene principalmente attribuito alle troppo scarse misure,
alle quali resta ristretta l’autorità dell’accennato tribunale». Vol.
IV, p. 486.
[34] — Le spese di tutti questi preparativi di distruzione, rifletteva
Voltaire, sarebbero bastate a fondare e far fiorire una colonia
numerosa. Per l’assedio d’una grande città profondesi, mentre si fila
il soldo quando occorra di riparare un villaggio rovinato».
[35] In un dispaccio del febbrajo 1736 del marchese Villars a don
Carlos, leggo: _L’empereur ordonna au prince Eugène de secourir Turin.
Le prince m’a raconté lui-même à Rastadt, qu’il representa à l’empereur
l’impossibilité de secourir Turin. L’empereur lui ordonna de faire
périr jusqu’au dernier homme de son armée, plutôt que de ne pas tenter
le secours._
[36] L’altra, regnante a Guastalla, avrebbe dovuto succedere: ma non
ebbe che i principati di Sabbioneta e Bozzolo, e si estinse ella pure
al 1746. Vedi la nota 2 del Cap. CLIII.
[37] _Journal historique sur les matières du temps_, t. VII. p. 223
[38] Egli scriveva: _La cour impériale considère l’Italie comme le
bijou de la maison d’Autriche, comme les Etats les plus féconds, et
d’un produit plus liquide et plus abondant; comme un moyen de parvenir
à ses vues sur tout le reste de l’Italie, et d’assurer la cour de Rome
dans ses intérêts_.
[39] _Storia arcana_. Vedi pure frà RAFFAELE FILAMONDO, _Il genio
bellicoso di Napoli; Memorie storiche d’alcuni capitani celebri
napoletani_. Napoli, 1694.
[40] Annotazioni dell’Alberoni alla propria vita. Negli _Illustri
Italiani_ ho dato una vita dell’Alberoni, dedotta da fonti originali.
[41] I fatti di quella guerra furono divisati a lungo dal Burigny,
che il Botta non fece che tradurre per tutta la storia siciliana senza
correggerne le molte inesattezze, indicate già dal Blasi (_Filottete_),
poi dal Lanza.
[42] Un Loschi vescovo di Piacenza e un altro di Parma, il metafisico
Dodici, il matematico Gervasi, Melchior Gioja, Gian Domenico Romagnosi.
Dubois e Saint-Simon fanno la caricatura dell’Alberoni; un panegirico
il Poggiali (_Memorie storiche di Piacenza_), l’Ortis (_Storia di
Spagna_), il Coxe (_L’Espagne sous les Bourbons_), il Bignami, il
Romagnosi ed altri; ben lo apprezza John Russell nell’_History of
principal States of Europe from the peace of Utrecht_. Voltaire, nella
_Vita di Carlo XII_, ne parlò favorevolmente, e ringraziatone gli
rispondeva, il marzo 1735: _La lettre, dont votre éminence m’a honoré,
est un prix aussi flatteur de mes ouvrages, que l’estime de l’Europe
a dû l’être de vos actions. Vous ne me devez aucun remerciement,
monseigneur: je n’ai été que l’organe du public en parlant de vous. La
liberté et la vérité, qui ont toujours conduit ma plume, m’ont valu
votre suffrage. Ces deux caractères doivent plaire à un génie tel
que le votre: quiconque ne les aime pas, pourra bien être un homme
puissant, mais il ne sera jamais un grand homme. Je voudrais être à
portée d’admirer de plus près celui à qui j’ai rendu justice de si
loin. Mais si Rome entend assez ses intérêts pour vouloir au moins
rétablir les arts, le commerce, et remettre quelque splendeur dans un
pays qui a été autrefois le maître de la plus belle partie du monde,
j’espère alors que je vous écrirai sous un autre titre que sous celui
de votre éminence, etc._ Melchior Delfico tratta sempre l’Alberoni con
frasi di questo tenore: — Nel tempo che il villan porporato diluvia
la sua nera bile negli abusi della giurisdizione e del potere...
Per colmo del suo nero carattere, aveva la singolare abilità di far
alternare nel suo spirito i vizj i più contraddittorj... L’orgoglio
e la viltà, la frode e la violenza, l’immorale furore e l’abjetta
ipocrisia erano sempre pronte a servir quell’anima degna di tale
corteggio ecc.». _Memorie della repubblica di San Marino._ Ai giorni
nostri Donoso Cortes chiamava Ximenes e Alberoni «i due più grandi
ministri della monarchia spagnuola, Alberoni è sommo per vastità di
disegni, squisitezza e sagacia di genio straordinario. Venuto in miseri
tempi, in cui la maestà di quella monarchia volgeva al tramonto, fu in
grado di renderle dignità e potenza, dandole molto peso sulla bilancia
politica d’Europa». _Il cattolicismo, il liberalismo, il socialismo._
[43] Il cerimoniale dell’entrata dell’infante e in Toscana e a Parma
è distesamente riferito dal Gay, sopra la relazione d’un corriere di
gabinetto toscano.
* La ricchissima cappella di pietre dure, annessa alla basilica
Laurenziana, non fu mai terminata. Le casse contenenti i principi
stettero lungamente l’una su l’altra, nelle volte sotterranee, dove
infracidate, dettero agio a qualche sciagurato di insinuarvisi.
Leopoldo II, volendo riparare alla vergognosa profanazione, dette
carico, nel 1857, all’avv. regio Mantellini, al cavaliere Passerini e
al prof. Bonaini di verificarne lo stato, per ricomporli entro nuove
casse di noce affinchè potessero essere interrati.
Cinquanta casse furono ritrovate ed aperte, ventidue delle quali
dischiuse e spogliate. La maggior parte non contenevano che ossa e
polvere; alcune un cartellino di piombo col nome del sepolto.
In alcune si rinvennero gioje, ed in quelle dei granduchi medaglioni
d’oro con la effigie loro e con rovescio allegorico. Nella cassa
ove era il corpo del cardinal Carlo de’ Medici, vestito di abiti
cardinalizj, con mitra in testa e cappello sui piedi, fu trovata una
magnifica croce d’oro smaltata, che fu giudicata opera del Cellini, e
un bellissimo anello vescovile con pietra smeraldina.
Terminata la verificazione, tutto fu riposto a suo luogo: le vecchie
casse furon calate nelle nuove, ove fu posto un cartello in ottone,
indicante qual fosse il corpo ivi giacente.
[44] Il trattato di Torino, 26 settembre 1733, tra Francia e Sardegna
è motivato così: _Il est connu à l’univers que la maison d’Autriche
abuse depuis longtemps du degré exorbitant de puissance auquel elle
est montée; et qu’elle ne cherche qu’à s’agrandir encore aux dépens
des autres. Non contente d’agir secrètement, elle n’a plus gardé de
ménagements à se déclarer, voulant même disposer à son gré des royaumes
sur lesquels elle ne peut s’arroger aucun droit: et c’est ainsi que
l’empereur est venu à bout d’une partie de ses desseins, qui, ne
tendant qu’à ôter toutes bornes à la puissance de sa maison, vont à
renverser, toujours de plus en plus, cet équilibre tant désiré et si
nécessaire._
Gay prova che la Spagna non accedette mai al trattato di Torino, in
grazia delle pretensioni sulla Sardegna.
[45] Il Muratori, che ha l’autorità d’un contemporaneo, racconta che
il generale Filippi, ambasciatore cesareo a Torino, andò chieder conto
al ministro Ormea della _lega del Piemonte colla Francia e la Spagna_,
della quale si aveva notizia a Vienna. Ormea lo pregò a mettere tal
domanda in iscritto; e sotto alla domanda scrisse: _Questa lega non è
vera_. Il viglietto fu mandato a Vienna, e valse non poco a mantenere
la persuasione pacifica: vista poi la bugia e chiesto come avesse
ardito mentire sì francamente, l’Ormea spiegò che la lega era fatta
colla Francia, ma non colla Spagna.
Nel dispaccio 12 febbrajo 1734 da Milano del marchese Villars al re di
Francia leggesi: _Le prince de Trivulce, arrivé de Vienne depuis peu de
jours, m’a confirmé ce que j’avais déjà entendu de la haine terrible de
l’empereur contre le roi de Sardaigne, et qu’il donnerait la moitié de
l’Autriche pour pouvoir se venger de sa perfidie, répétant souvent que,
pour le mieux tromper, il avait pris des investitures pour la Savoie,
qu’on ne lui demandait pas._
[46] Il Foscarini attesta che il Milanese «nodriva avversione
grandissima alla Casa di Savoja, sotto di cui non avrebbe voluto
capitare a verun patto», pag. 106; «presso ogni ordine di persone era
in sommo detestata la dominazione savojarda», pag. 26. Il presidente
De Brosses, che allora viaggiava in Italia, dice: _Ce n’est pas que,
si le roi de Sardaigne vient jamais à bout d’avoir Milan, il ne trouve
de terribles difficultés à s’y maintenir, les Milanais ayant les
Piémontais en exécration, et dans tout le reste de l’Italie ils ne sont
guère moins odieux._ Lettre XIV. Anche l’ambasciadore francese a Torino
mostrava molta inquietudine delle preferenze de’ Milanesi: _Tout cela
prouve que les Milanais préféreraient la domination des Espagnols à
celle du roi de Sardaigne._ Archivj del deposito di guerra, 2810. 88.
[47] Quando don Carlos accingeasi alla spedizione di Napoli,
l’ottagenario Villars gli dava consigli, fra cui i seguenti: _Je
supplie V. A. R. de faire une réflexion bien importante, que, quelque
zélés que soient les Napolitains, quelque désir ardent qu’ils aient
de rentrer sous la domination de l’Espagne, la raison ne veut pas
qu’ils hazardent leurs têtes et leurs fortunes, s’ils ne sont comme
assurés qu’ils se donnent pour toujours, et ils ne peuvent l’espérer
que lorsqu’ils peuvent compter que l’entrée de l’Italie est fermée aux
armées de l’empereur. Les mêmes Napolitains, quelque bien intentionnés
qu’ils soient, ne se rappelleront que trop l’année 1706; tous le
Milanais, le Mantouan étaient aux deux couronnes, leurs armées tenaient
l’Adige e le pied des Alpes. L’empereur ordonna au prince Eugène de
secourir Turin. Le prince Eugène m’a raconté lui-même à Rastadt, qu’il
représenta à l’empereur l’impossibilité de secourir Turin. L’empereur
lui ordonna de faire périr jusqu’au dernier homme de son armée, plutôt
de ne pas tenter le secours._
_Je ne rappelle pas les fautes des généraux qui pouvaient l’empêcher.
J’espère que Dieu n’abandonnera pas celui dont le roi veut bien se
servir, au point d’en faire de pareilles._
_Mais enfin, ce général n’a pas Mantoue; il faut garder le Pô. L’armée
d’Espagne ou une partie y est nécessaire, et j’ai déjà pris la liberté
d’écrire à leurs Majestés Catholiques, qu’elles doivent envoyer en
Italie tout ce qu’elles auraient de troupes inutiles en Espagne. Si
je ne puis tenir le Pô et le Mincio, je dois chercher une bataille,
puisque tout général sage ne doit s’attacher à défendre de certaines
situations, que lorsqu’il a lieu de croire que l’ennemi qui vient les
attaquer périra dans de vaines attaques. Excepté cette raison, il faut
marcher à l’ennemi, surtout avec les armées des Français, et je dirai
aussi des Espagnols, auxquels je crois la même valeur._
_Je répète donc à V. A. R. qu’elle ne peut prendre aucune confiance aux
nouveaux sujets qu’elle veut se donner, qu’en les tranquilisant sur la
crainte de changer de maîtres._
_Après les premières idées générales sur la guerre que V. A. R.
va entreprendre, elle permettra à mon zèle pour sa personne, à la
confiance et aux bontés dont leurs Majestés Catholiques veulent bien
m’honorer, et à l’ordre qu’elle me donne elle même, de lui dire ce que
je pense sur sa conduite dans la guerre._
_J’oserai lui donner pour premier conseil, de n’en pas croire son
ardeur sur les périls de la guerre: il y a ceux que les rois et les
princes doivent mépriser, et ceux auxquels il ne faut jamais qu’ils se
commettent._
_Ils doivent faire attaquer les places médiocres par leurs généraux,
et ne pas honorer ces sièges de leur présence. S’il est question d’une
bataille, il faut que votre armée vous voie marcher à la tête de la
première ligne, et que vous vous montriez avant que l’on marche à la
charge._
_Quand votre première ligne est prête à charger, vous devez vous mettre
entre la première et la seconde, pour donner vos ordres, pour faire
soutenir les troupes, qui pourraient être ébranlées, mais que vous ne
chargiez jamais à la tête de vos troupes, à moins que votre présence ne
soit nécessaire pour empêcher l’ébranlement de l’armée._
_Pour les lignes, n’allez jamais à la tranchée, que le troisième jour
qu’elle est ouverte, connaître par vous-même si vos ingénieurs suivent
bien vos projets. Ne vous pas exposer: ce ne sont pas des périls
dignes de princes: mais leur présence, leur visite est nécessaire,
non seulement pour presser les attaques, mais même pour se montrer aux
troupes._
_Les premiers soins, après ceux des actions, regardent la discipline et
la subsistance. Pour pouvoir exercer une sévère discipline, il faut que
la subsistance soit bien réglée._
_N’ordonner que les punitions nécessaires, mais nulles grâces dans les
premières fautes. Le général qui pardonne les premières, doit imputer à
sa fausse clémence les secondes._
_Il est bon que vos généraux parlent eux-mêmes aux troupes, pour leur
faire connaître la nécessité d’être sages. Les bien traiter dans les
grandes fatigues et leur faire donner de la viande outre leur paye
ordinaire. C’est ainsi que l’on en a usé dans la conquête du Milanais.
L’armée du roi est en bon état, et peut soutenir toutes les fatigues._
_Je sais que V. A. R. a résolu de manger avec les gens de guerre.
Rien n’est si nécessaire que de leur montrer souvent leur prince, leur
général; qu’il veuille bien parler quelquefois à ceux qu’il connaît le
moins, surtout à ses nouveaux sujets._
[48] Winnington, pagator generale, riservava per sè un mezzo per
cento sopra tali sussidj. Succedutogli il famoso Pitt, questo ricusò
l’indegno avvantaggio, benchè potesse egli goderselo tanto meglio, in
quanto lo trovava già stabilito. Dispaccio 11 marzo 1746 del cavaliere
Ossorio.
I diplomatici che meglio figurarono in quelle difficili trattative,
furono il marchese d’Ormea, il conte d’Agliè, il conte Maffei
piemontesi, il cavaliere Ossorio siciliano. Lord Chesterfield, nella
lettera a suo figlio del 18 novembre 1748, dice: — In qualunque corte o
congresso, i ministri del re di Sardegna mostransi sempre i più abili,
più cortesi, più disinvolti».
[49] Da poi si limitò ai soli interessi e frutti.
[50] Vedi SCLOPIS, _Relazioni politiche_ ecc. Torino 1853.
[51] Nel novembre 1704 fu la maggior piena che si rammenti del lago
Maggiore, come anche del Po, superata solo da quella del 1839. Il
Tevere nel 1750 fece il maggior allagamento che si ricordasse; ma esso
fu superato da sessanta centimetri al 31 gennajo 1805.
[52] Nei preliminari del trattato d’Aquisgrana è detto all’articolo 7,
che, in considerazione delle restituzioni fatte dalla Francia, i ducati
di Parma, Piacenza, Guastalla sono ceduti all’infante don Filippo e
suoi discendenti legittimi e maschi, sotto le condizioni espresse
negli atti di cessione dell’imperatrice e del re di Sardegna. Ora
gli atti di cessione portano che Maria Teresa riserva i suoi diritti
sui tre ducati qualora don Filippo non abbia discendenza maschile, o
che egli salga al trono di Sicilia; e il re di Sardegna pure, quando
don Filippo non abbia discendenti maschi, o il re di Sicilia passi al
trono di Spagna. Quest’ultimo caso prevedeasi, e si supponeva che don
Filippo dovesse succeder re di Napoli al fratello; dimenticando che,
nel terzo trattato di Vienna davasi il trono delle Due Sicilie a don
Carlos e a’ _suoi discendenti maschi e femmine;_ sicchè egli poteva
trasferire tal regno ad uno de’ suoi figli se non potesse unirlo alla
monarchia di Spagna. Udendo la nuova stipulazione, Carlo III protestò,
e nel trattato definitivo si pensò a correggere. L’imperatrice vi
s’acconciò, stabilendo la riversibilità pei casi che non vi fosse
discendenza maschile da don Filippo, o che questo fosse chiamato ai
troni di Sicilia o di Spagna: ma il re di Sardegna non volle sviare
dai preliminari; sicchè nel 1759, quando Carlo III passò redi Spagna,
egli pretese la parte del Piacentino, cedutagli nel trattato di
Worms. Furono dunque costrette Francia e Spagna a venire a patti con
esso, e nella convenzione di Versailles 10 giugno 1763 Carlo Emanuele
consentì che la riversione del Piacentino si limitasse alla Stura,
e pei due casi che la linea maschile di don Filippo cessasse, o che
questo principe passasse ad altro trono; intanto però Francia e Spagna
obbligavansi dare al re di Sardegna il valor capitale di quel paese,
col patto che lo restituerebbe in caso di riversibilità.
Nel trattato d’Aranjuez del 14 giugno 1752, fra l’imperatrice e i re di
Spagna e Sardegna per mantenere la pace d’Italia, si convenne sui patti
di maggior unione e reciproca difesa degli Stati, e sulle truppe da
armarsi a vicenda. Da poi a Napoli nel 1759 si fece un nuovo trattato,
che però non ebbe mai ratifica, ove si stipulava che le corone di
Spagna e delle Due Sicilie non sarebbero mai riunite; l’imperatrice
rinunziava alla riversibilità di Parma, Piacenza, Guastalla a favore di
don Filippo, senza derogare al diritto del re di Sardegna sulla città
e parte del territorio di Piacenza: solo all’estinzione della linea
maschile e femminile di don Filippo ciascuno rientrerebbe ne’ diritti a
cui rinunciò.
[53] Giusta un conto reso al 10 dicembre 1732, la rendita dello Stato
di Milano era:
pel magistrato ordinario L. 12,929,182
» straordinario dell’annona » 79,784
———————————
In tutto L. 13,008,966
[54] Anche di qui nacquero dissidj. Carlo III, pel suo carattere di
legato pontifizio, volle mandar un visitatore alla chiesa di Malta. I
cavalieri lo respinsero, e Carlo sequestrò i beni di essi nel regno, e
minacciava armi, finchè il papa e la Francia sopirono la quistione.
[55] Nel trattato essendosi detto che un procuratore turco risederebbe
nella _capitale_ di Messina, tutta l’isola andò in fuoco pel ridestarsi
delle pretensioni di Palermo: che se queste furono soddisfatte,
sopravvissero i rancori.
[56] Hamilton, ambasciadore inglese, raccolse settecentrenta vasi
dipinti, censettantacinque terre cotte, trecencinquanta pezzi di vetri,
seicenventisette bronzi, varj utensili, bassorilievi, maschere di
creta, tessere, avorj, gemme, vezzi, fibule, seimila monete, e ogni
cosa vendette al Museo Britannico per L. 8400.
Sulla storia letteraria del napoletano vedasi Pietro Ulloa.
A Napoli gli studj della giurisprudenza erano in gran fiore, e vi si
fece da Domenico Albanese la bella edizione del Cujaccio (1758-85),
più pregiata d’ogni altra. Filologi ed antiquarj che illustravano le
scoperte d’Ercolano non la cedevano a inglesi e tedeschi: Sant’Alfonso
di Liguori lagnavasi che si vendessero pubblicamente «libri che in
Francia si bruciano per man del boja»: quarantott’anni aveva dettato
all’Università G. B. Vico: il Genovesi previde la emancipazione delle
colonie inglesi e la rivoluzione di Francia, dettò dalla prima cattedra
d’economia politica, e tutti i sapienti gloriavansi d’essere stati suoi
discepoli.
[57] Per non turbare i fagiani, proibì i gatti nell’isola di Prócida
sotto gravissime pene. Uno che volle conservar il suo, fu frustato
dal boja per tutta l’isola, poi mandato alle galere. GORANI, _Memorie
secrete_.
[58] Quando gli nacque un maschio, Carlo regalò alla regina centomila
ducati, e crebbe di dodicimila ducati annui il suo assegno; Napoli
e il regno le donarono un milione per le fasce; la Spagna assegnò al
principino quattrocentomila piastre annue.
[59] A tacer quello che altri già notarono, cominciando dal Denina
(_Vicende della letteratura_, tom. II, p. 27), egli copia intera la
vita del Toledo dal Miccio, senza tampoco citarlo. A Carlo VI scriveva
nella dedica: «Il maggior pregio onde dobbiamo gir alteri nel suo
felicissimo regno, è l’aver ella col decoro dell’imperial maestà
sostenuto e fatto valere tra noi ed a nostro pro i suoi legali diritti
e le sue alte e supreme regalìe». Muore un bambino appena nato di
Carlo II? e il Giannone scrive che «morte troppo acerba, crudele ed
inesorabile _a noi_ presto _cel_ tolse, lasciandoci in amari lutti e
pianti» Lib. XL, c. 4.
[60] «L’istituzione del ducato di Benevento... fu caso, non ad arte...
siccome sogliono essere tutte le altre cose di questo mondo, che,
se si riguarda la loro origine, sorte a caso da tenuissimi principj,
s’innalzano al sommo, ove poi giunte, uopo è che retrocedano, ed allo
stato di prima ritornino, come portano le leggi delle mondane cose;
leggi indispensabili, alle quali l’umana sapienza non vale ad opporsi
nè a darvi riparo». Lib. III. c. 2.
[61] Lib. VIII. 272. Della censura dice ch’è usurpazione
l’attribuirsela la Chiesa, mentre «ai principi importa che lo Stato
non si corrompa, e che i suoi sudditi non s’imbevino d’opinioni che
ripugnino col buon governo: nel che ora più che mai è bisogno che
veglino per le tante nuove dottrine introdotte contrarie all’antiche
ed a’ loro interessi e supreme regalìe; poichè da quelle ne nascono
le opinioni, le quali cagionano le parzialità che terminano poi in
fazioni, e finalmente in asprissime guerre». lib. XXVII. c. 4.
Ivi egli discorre a lungo delle proibizioni poste nel regno ai vescovi
di stampare senza licenza dei ministri regj, neppur i concilj e i
calendarj, «ciò che poi si è inviolabilmente osservato sempre che i
ministri del re han voluto adempire alla loro obbligazione ed aver zelo
del servigio del loro signore».
Fin dall’introduzione alla nostra _Storia universale_ noi ci mostrammo
severissimi al Giannone, e ne soffrimmo amari rimbrotti. Lo scrittore
italiano oggi più conosciuto (Manzoni) venne poi ad appoggiare
que’ nostri giudizj, e mentre alcuni sentimentalisti perseverano a
confondere il merito dello scrittore colla compassione al soffrente,
autori serj appoggiarono il nostro parere; e vogliam solo accennare
Alfredo Reumont, che lo adottò affatto, e dice che _nichts als
einen Auszug aus Parrino geliefert, dem er dann seine juristischen
Excurse anhängt. Nur letztere haben Werth und sind voll Gelehrsamkeit
und Scharfsinn: sonst ist dies Buch unendlich überschätzt worden.
Historischer Geist ist in dem erzählenden Theile nicht: ist eine
trockne, schleppende, reizlose Darstellung, ohne Anmuth des Styls,
noch Lebendigkeit des Vortrags; eine langweilige monotone Pragmatik
ohne tieferes eingehn in die sittlichen Zustände, ohne Geltendmachen
der welthistorischen Beziehungen. Wie weit steht dieser Autor des
achtzehnten Jahrhunderts, der in seinem Buche nur ein Advocat ist etc.
Die Carafa von Maddaloni_; Berl. 1851, t. II. p. 362.
Delle opere inedite del Giannone già parlammo alla nota 34 del cap.
XXXI. La sua vita demmo negli _Italiani Illustri_.
L’_Archivio storico per le provincie napoletane_, fasc. 1, p. 120 del
1872 riferisce la discussione tenutasi l’aprile 1723 dal vicerè e dal
Consiglio collaterale sulla stampa della storia del Giannone, che aveva
eccitato molto scandalo: e vi si racconta di un quadro, ove il Giannone
era dipinto frustato sopra un asino; e che il popolo minuto l’avea
preso in tal odio, che guaj se compariva.
[62] Contro l’avvocato generale di Savoja scrisse, fra molti altri,
monsignor Fontanini un’opera che rimase inedita: _L’indipendenza
de’ feudi ecclesiastici di Piemonte da qualunque podestà secolare
giustificata coi principj fondamentali del diritto pubblico dai tempi
di Carlomagno in poi_. La miglior opera è forse quella del Bianchi:
_Ragioni della Sede apostolica nelle presenti controversie colla Corte
di Torino_. Roma 1732.
[63] Per saggio di moderate contese, ecco il titolo d’uno dei libri
contro di lui: _Ritrattazione solenne di tutte le ingiurie, bugie,
falsificazioni, calunnie, contumelie, imposture, ribalderie, stampate
in più libri da frà Daniello Concina contro la veneranda Compagnia di
Gesù, da aggiungersi per modo di appendice alle due infami lettere
teologico morali contro il reverendo padre Benzi della medesima
Compagnia_. Venezia, 1744, in-4º.
[64] I ventun volumi in-4º(1732) non giungono che al 600. Filippo
Angelo Becchetti domenicano fiorentino lo continuò con diciassette
altri volumi fino al 1378; poi variò e restrinse il disegno, formandone
un’altra continuazione in dodici volumi fino al 1587. È lode dell’Orsi
il vederlo testè, non che seguìto, copiato dall’abate Rohrbacher
nell’_Histoire universelle de l’Eglise catholique_.
[65] Giacchè tutti citano un fatto di nessuna significazione, ricorderò
anch’io come il figlio del famoso ministro Walpole gli pose un
monumento in Inghilterra coll’epigrafe: _Amato dai Cattolici, stimato
dai Protestanti, papa senza nepotismo, monarca senza favoriti, e non
ostante l’ingegno e il sapere, dottore senza orgoglio, censore senza
severità_. E il papa, referendolo a un suo amico, soggiungeva: — Io
sono come le statue della facciata di San Pietro: alla lontana non c’è
male; ma guaj a guardarle dappresso!» Più volentieri mentoverò l’elogio
di Benedetto XIV fatto dal Galiani, una delle poche opere di questo
scevera dagli epigrammi ch’erano a temersi dalla natura del lodatore
e del lodato. E’ dice che «il segreto della saviezza di Benedetto
XIV celavasi nel non fare». Delle sue azioni molto merito spetta al
cardinale Valenti Gonzaga di Mantova segretario di Stato.
Le opere del Lambertini furono pubblicate dal portoghese gesuita
Emanuele de Azevedo in 12 vol., Roma 1747 e seg. I quattro primi
contengono l’opera più importante _De servorum Dei beatificatione
et beatorum canonizatione_. Stimasi pur molto quella _De synodo
diœcesana_.
* È assai bizzarro il vedere di che s’occupassero nella loro
corrispondenza un papa e Voltaire. Questo, dedicando il Maometto a
Benedetto XIV, gli scriveva un distico che cominciava:
_Lambertinus hic est._
Il papa gli risponde che lo han criticato perchè egli fece breve
l’_hic_: ma ch’egli lo avea difeso coll’esempio di Virgilio
_Hic est quem promittere sæpius audis._
Voltaire lo ringrazia di ciò, e che poteva aggiungersi un altro
esempio, ch’egli reca.
[66] Il Muratori scrive al Magliabechi il 31 agosto 1704: — Già que’
padri han cominciato a farsi gloria di mordere qualunque persona capita
loro sotto le mani, forse per far più cari i lor libricciuoli a chi
ama il brusco della satira». Settant’anni più tardi, Pietro Verri,
nell’elogio del Frisi, imputa i Gesuiti d’aver «portato all’eccesso
un principio buono, qual è la stima e l’affetto pel ceto loro, onde
osteggiarono chiunque a quello non apparteneva, e così ne venne una
_generale cospirazione_, che gli attaccò nella pubblica opinione, unico
appoggio col quale sosteneano quel meraviglioso edifizio».
[67] «Si attaccherà un fuoco, il quale non terminerà nè così presto
nè così bene... Questa faccenda non vuol andar a terminare molto
placidamente... Non si può stare in questo bivio... È lunga pezza
che si va tentando il vespajo... Converrà che un giorno nasca qualche
stravagante disordine, e che si venga a rimedj violenti». Tom. VIII
delle _Apologie_, e _passim_.
[68] _Trattato della vita e dell’impero dell’Anticristo._ Il celebre
Cordara vergò una difesa di questo suo confratello. Giuseppe Baretti
nel _Viaggio da Londra a Genova per l’Inghilterra, il Portogallo, la
Spagna e la Francia_, pubblicato in inglese nel 1770, divisa a lungo
la persecuzione del Portogallo contro i Gesuiti e il supplizio del
Malacrida; tutt’altro che favorevole all’Ordine, ma coll’indignazione
d’ogni galantuomo contro l’ingiustizia. Pure bastò perchè gli fosse
proibito di continuare l’opera stessa, che col titolo di _Lettere
famigliari_ avea cominciata a stampar in italiano a Milano e proseguita
a Venezia, e il Baretti corse per le bocche coll’orribile taccia di
gesuitante.
Vedansi i miei _Italiani illustri_.
[69] Quattro sole pagine, 108-112, d’un libretto, stampato dal Bianchi
Giovini a Capolago il 1847 col titolo _Scelte lettere inedite di frà
Paolo Sarpi_, contengono contro i Gesuiti ben più infamie e stolidezze
che non tutti i cinque volumi di Vincenzo Gioberti; giacchè, come se
parlasse a Cinesi o ad Ottentoti, asserisce esser dottrina «insegnata
concordemente dai Gesuiti, approvata dai loro teologi e generali, che
è lecito l’assassinar l’accusatore e il giudice, lecito il furto, il
giuramento falso, la simonia... che l’onania, il procurato aborto,
la bestemmia, la ribellione contro il principe, il contrabbando,
l’omicidio, il suicidio, il parricidio, il regicidio, e mille altre
abominazioni sono o giustificate, o dichiarate lecite, od anche in
certi casi obbligatorie; i precetti di Dio e della Chiesa non obbligano
alcuno; la rivelazione, i profeti, i vangeli si possono credere e non
credere, anzi sono cose credibili sì, ma non evidentemente vere...!»
[70] Lettera a Jacopo Filiasi in MOSCHINI, _Letteratura veneziana_, IV.
137.
[71] Il Lanza, nelle _Considerazioni al Botta_, pag. 504, a minuto
narra la cacciata de’ Gesuiti da Sicilia, sempre con soldati e con
grande apparato di scorni e umiliazioni.
Il Tanucci è dipinto in bene da Pietro Ulloa.
[72] Le reca Ravaignan nel _Clément XIII et Clément XIV; documents
historiques et critiques_.
[73] Dispaccio 30 novembre 1768 del marchese d’Aubeterre al ministro
Choiseul, ap. SAINT-PRIEST, pag. 82.
[74] THEINER, vol. I. p. 208.
[75] Autore delle _Lettere di Clemente XIV_ fu Luigi Antonio de’
Caraccioli di Parigi, prete dell’Oratorio, rinomato per saper
contraffare con atti e gesti le persone. Costui fu in corrispondenza
con altezze e con papi e cardinali, viaggiò assai, e pubblicò un
sobisso di opere, lette molto, massime in provincia e dai preti, che se
ne valevano anche per fare i loro sermoni. Tutte però sono inferiori
alle lettere suddette; donde taluno argomentò egli non facesse che
pubblicarne i pretesi originali, che evidentemente sono una traduzione
del testo francese; certamente di nessuna si trovò l’originale fra le
carte di quelli cui fingonsi dirette. Cessatagli una pensione che avea
dalla Polonia e una dall’Austria, morì poverissimo nel 1803.
[76] Vedi i documenti in SAINT-PRIEST. Il costui libro _De la
destruction des Jésuites_, dettato da Enciclopedista, può leggersi
con frutto pei documenti che reca. Crétineau Joly trattò il soggetto
stesso in esagerazione opposta, presentando Clemente XIV in miserabile
apparenza, ed appoggiandosi unicamente sopra documenti autentici. Con
documenti autentici lo confuta il padre Theiner, che a Clemente XIV
non solo trova le scuse della necessità, ma prodiga lodi di coraggio,
prudenza, grandezza, tutte le virtù de’ migliori pontefici. Sempre
esagerazione.
[77] Maria Teresa, informatane, ne mandò scuse al papa. THEINER, vol.
I. p. 129.
[78] Choiseul ministro di Francia, al 4 ottobre, scriveva al suo
ambasciadore: _Je vous avoue mon étonnement de l’attention trop
sérieuse que vous donnez aux supercheries de M. Tanucci et de M. le
cardinal Orsini, et aux impostures mal adroites dont ils font usage
auprès de vous. Des ministres de cette espèce ne sont assurément
pas faits pour traiter des grandes affaires; et il faut se borner à
mépriser les petits moyens de leur basse et artificieuse politique_.
Ap. THEINER, vol. I. p. 139.
[79] THEINER, vol. II. p. 89.
[80] SAINT-PRIEST, p. 137.
[81] In una lettera del ministro Choiseul al cardinale Bernis
ambasciadore, del 26 giugno 1769, principal motore dell’abolizione
compare Carlo III, e che il pontefice per ogni via allungasse la cosa.
— Io credo col re di Napoli che il papa operi debole o falso: debole,
se tituba nel fare quello che il suo spirito, il suo cuore, le sue
promesse gl’impongono; falso, se cerca tener a bada le corone con
speranze illusorie. In ambidue i casi, i riguardi sono inutili con
lei, perocchè noi avremmo bel fare a risparmiarlo: s’egli è debole,
lo diventerà più quando si accorga che nulla deve temere da noi;
s’è falso, sarebbe ridicolo lasciarli concepire la speranza che noi
soggiacessimo alle sue astuzie. E così faremmo, se aspettassimo che
il santo padre avesse il consentimento di tutti i principi cattolici
per l’abolizione de’ Gesuiti: ella ben vede che lungaggini, che
difficoltà ne verrebbero. La corte di Vienna non darà il consenso
che con restrizioni e con vantaggiosi patti: la Germania darallo con
fatica: la Polonia, eccitata dalla Russia, per farci un mal tiro lo
rifiuterà: la Prussia e la Sardegna (ben le conosco) faranno lo stesso.
Quindi il papa non giungerà mai a riunire questo consenso di principi,
e quando ci propone una tale clausola, ci tratta come ragazzi che non
hanno cognizione degli uomini, degli affari e delle Corti. Ma quando
il santo padre aggiunge che al consentimento de’ principi quello pur
si deve congiungere del clero, egli vuol proprio la burla di voi. Il
consenso del clero non potrà darsi nelle forme legali se non adunando
un concilio; e questo non può esser convocato in paese cattolico, senza
la volontà de’ principi e del pontefice. Ai principi soli della Casa
tocca dunque di sollecitare il papa ad estinguere una società a loro
infesta; e pei principi soli della casa di Borbone il santo padre deve
determinarsi a questa _accondiscendenza_... S’io fossi ambasciadore
a Roma, mi vergognerei di vedere il padre Ricci antagonista del mio
padrone».
[82] Corrispondenza fra Aubeterre e Choiseul, presso RAVAIGNAN, pag.
362.
[83] Nell’editto asserendosi che san Carlo l’aveva introdotta per
vie oblique e senza il regio _exequatur_, l’arcivescovo Pozzobonelli
rispose che tale formalità non era in quei tempi necessaria, nè poteva
credere che il santo suo predecessore avesse ricorso a sotterfugi.
Altrettanto protestò il Durini vescovo di Pavia. Già in Piemonte,
coll’istruzione del 20 giugno 1755 (rinnovata poi da Carlalberto
nel 1831) si proibiva la lezione propria di Gregorio VII «con altri
infiniti libri maligni e sediziosi non meno di quelli che tentano di
rendere al papa soggetta la podestà temporale de’ principi, insegnando
che ai medesimi, quando sono scomunicati, non si possa obbedire di
coscienza, o che al papa spetti il deporli e sciogliere i popoli dal
giuramento di fedeltà».
[84] «Non certamente (dice Theiner) per far violenza ai Gesuiti, ma
unicamente per mantener l’ordine tra la folla». Eppure poche linee
appresso assicura che «la popolazione guardò quest’avvenimento con
calma e indifferenza profonda». Vol. II. pp. 338, 339.
[85] Nell’Indice del 1744 si legge: _Prohibentur libri omnes, opuscula,
theses, aliaque omnia tam edita huc usque, quam imprimenda, tam contra
quam pro Cornelio Jansenio et PP. Jesuitis_.
[86] Certo ne rideva Federico di Prussia, il re filosofo; e D’Alembert
gli scriveva: — Dicesi che il conventuale Ganganelli non prometta
carezze alla Compagnia di Gesù, e che san Francesco potrebbe esser
l’uccisore di sant’Ignazio. Parmi che il santo padre farà una gran
pazzia a cassare il suo reggimento delle guardie per compiacenza verso
i principi cattolici. Questo trattato somiglia a quel dei lupi colle
pecore, cui prima condizione fu che le pecore licenziassero i cani (16
giugno 1769). — Ecco cacciati i Gesuiti da Napoli; e presto (dicesi)
saranno da Parma, e gli altri Stati borbonici tutti sbratteranno la
casa... Con ciò la Corte di Roma perde le migliori sue truppe, le sue
sentinelle morte. Parmi ch’essa raccolga insensibilmente le sue tende,
e finirà coll’andarsene con i Gesuiti (14 dicembre 1767). — Il papa
conventuale si fa tirar per le maniche innanzi sopprimere i Gesuiti.
Qual meraviglia? Proporre al papa di cassar questa brava milizia, gli
è come si proponesse al re di Prussia di congedare il suo reggimento
delle guardie» (7 agosto 1769). E Duclos, altro scrittore filosofico,
nel suo _Voyage en Italie_, pag. 40, meravigliandosi dell’invidia che
gli altri Ordini professavano contro i Gesuiti, e della gioja _jusqu’au
scandale_ che manifestarono alla loro soppressione, conchiude: _Le
premier coup de tonnerre est tombé sur la Société, arbre dont la tige
perçait la nue; mais que les moines doivent penser que, si l’on coupe
les chênes avec la coignée, on fauche l’erbe_. Leo (protestante) dice:
— Il papa avea diritto d’abbattere l’Ordine, e negl’interessi della
Chiesa potea veder ragioni sufficienti a ciò: ma che un sommo pontefice
abbia potuto dimenticare a tal punto il principio, per cui Roma erasi
elevata di sopra del mondo; che abbia ceduto alle istanze delle potenze
temporali, prodotte sotto forma insultante, fu un porre a nudo che la
santa Sede era scesa a uno stato di debolezza, di cui la ragione non
sta tutta nelle circostanze generali, ma colpa n’è in parte l’uomo
che l’occupava senz’aver la natura eroica richiesta dall’elevata sua
posizione». _Storia d’Italia_, lib. XII. 4. Carlo Botta, arrabbiato
ai Gesuiti, racconta che i Giansenisti si mostrarono duri con loro; e
«molto maggiore umanità mostrarono i filosofi, ajutando e di consiglio
e di denaro e di favore quei derelitti discepoli d’Ignazio. La
compassione pubblica ora gli accompagnava; imperciocchè molti mentre
all’esiglio s’incamminavano, ai più miserabili estremi erano o per
infermità o per età o per povertà ridotti»; lib. XLVIII. Egli stesso
enumera le loro colpe, cioè d’aver voluto maggioreggiare, e perciò
studiare più degli altri; scegliere a gran cura i novizj; prolungarne
le prove, tanto che non fossero aggregati se non dopo sicuri di quel
che facevano; avere scuole migliori che le Università; acquistarsi la
fiducia dei parenti e l’amor degli allievi; stare fra loro uniti per
modo, che quegli stessi, i quali disgustati uscivano dall’Ordine, non
ne sparlavano. Vedi il principio d’esso lib. XLVIII.
[87] Perfino il marchese Gorani che andava a cercar espresso lo
scandalo in ogni atto dei principi e dei preti, e che non s’esaurisce
in bestemmiar i Gesuiti, nega affatto l’avvelenamento di papa
Ganganelli, mentre ne descrive a minuto i delirj.
[88] «La maggior parte dei cardinali che non erano stati consultati,
e della nobiltà romana affezionata ai Gesuiti, attestarono una gioja
poco decente, e un odio ingiusto o troppo violento. Le satire, che
in tali circostanze inondano il pubblico, son più crudeli e atroci
qui che altrove, perchè il fanatismo di Roma è in questo momento al
sommo grado», così scriveva il cardinale Bernis, ap. THEINER, vol.
II. p. 516. Il quale Theiner parla d’insulti fatti alla memoria di
quel papa: «Il cardinale De Bernis fu obbligato a tenere a proprie
spese una guardia secreta, che giorno e notte vegliasse attorno al
catafalco per prevenire gli scandali...; noi abbiam avuto la pazienza
di leggere quelle satire, che sono molte centinaja, e dobbiam convenire
che passano in impudenza e grossolanità quelle che mai fossero fatte
contro Gesuiti»; p. 521. Fu scritto anche in difesa di lui, e qualcuno,
noveratine i meriti, conchiudeva:
E pur morii di morte aspra e spietata,
E Roma applaude al doloroso evento;
O mercede inumana! o Roma ingrata!
Il difensore non ferisce meno dell’offensore.
[89] «Giona, benchè buttato in mare, si salvò nei ventre della
balena. Bisogna aspettarsi che molti cardinali, nel futuro conclave,
faranno i più grandi sforzi per eleggere un papa abbastanza ardito
da ristabilir la Società, senza temere i torbidi e le dissensioni che
si rinnoverebbero, e senza fermarsi all’idea d’un nuovo sovvertimento
generale». Dispaccio del Bernis, ap. THEINER, vol. II. p. 511.
Sul Ricci vedansi i miei _Italiani illustri_.
[90] DULLER, _Storia del popolo tedesco_.
[91] Bolla 7 agosto 1814, _Sollicitudo omnium ecclesiarum_.
[92] Chi non vuol impelagarsi entro scritture mistiche, oscure,
bizzarre, può informarsi di quel soggetto nel _Mistero dell’amor
platonico del medioevo, derivato da’ misteri antichi_, opera in 5
volumi di Gabriele Rossetti, Londra 1840. Tutto si appoggia sopra
l’esistenza di società secrete, in cui si conservarono per tradizione i
misteri antichi; e gran parte vi è fatta alla massoneria, ricevendone
sul serio fin le puerilità e il gergo. Principalmente se ne parla nel
vol. III. cap. 2.
[93] Nel _Code de la nature, ou véritable esprit des lois de tous
temps négligé ou méconnu; Partout, chez le Vrai Sage_, non solo viene
impugnata la religione, ma anche la proprietà, sostenendo che da
questa derivano tutte le colpe. I nostri economisti bevvero queste
esagerazioni.
[94] CARLI, _Saggio d’economia politica sulla Toscana_.
[95] «Noi diciamo male de’ Barbari nello stordimento in cui siamo pel
nostro immenso lusso; nondimeno v’ha de’ selvaggi, che ci potrebbero
dar lezioni di giustizia, di costume, di felicità. Tra gli Apalaschiti
non vi ha metalli, non si conosce proprietà di fondi, vi si coltiva con
i legni e colle pietre in comune, si raccoglie in comune, si deposita
il ricolto in pubblici magazzini, si distribuisce alle famiglie a
proporzione de’ bisogni... Vi si vive al di là di cento anni, e sempre
tra cuori lieti, festevoli, aperti, candidi». _Valore delle cose e
fatiche_, cap. 1, nota.
[96] Il marchese Gorani adduce una quantità d’aneddoti sull’abate
Galiani, e conchiude: — Era l’uomo più ingegnoso delle Due Sicilie,
ma il più scostumato. Tutto pareagli permesso, purchè la riuscita
il giustificasse. Divenuto spensierato, non esisteva più che
per soddisfare le sue inclinazioni. Era persuaso che gli uomini
non meritavano la fatica d’occuparsi della loro felicità. I suoi
emolumenti ascendeano a ventisettemila franchi, senza le eventualità;
eppure trovavasi spesso alle strette, per le grandi spese della sua
casa, della biblioteca e della fantasia. Ne’ consigli era sempre
pel despotismo, e nessuno amò quanto lui il governo arbitrario. Era
geloso e invido; non avrebbe sofferto si dicesse che un solo regnicolo
s’avvicinasse al suo merito. Mai non fu amico d’un napoletano in
cui potesse temer un rivale; era il nemico nato di qualunque suo
compatrioto cercasse distinguersi». _Mémoires secrets sur les Cours de
l’Italie_.
[97] Molte opere d’architettura militare di frà Vincenzo Chiapetti
perugino trovansi manoscritte a Parma.
[98] Mostrava che dallo Stato uscissero nove milioni più che non se
n’importasse. In un secolo si sarebbero dunque perduti novecento
milioni! Il marchese Carpani gli oppose un altro bilancio, dove
assicurava al commercio milanese l’attività di undici milioni. Tanto
sono poco attendibili siffatti lavori. A Kaunitz spiacque il libro del
Verri, volea lo avesse mandato privatamente al Governo, ben meritando
di questo, anzichè farsi compatire dal pubblico. Deputato poi dalla
Giunta a fare un bilancio meno aereo, il Verri pretese ancora trovare
la passività di un milione e mezzo.
[99] _Meditazioni_, § XXII.
[100] Come il Verri de’ Milanesi, così l’Affò lagnavasi dei Parmigiani,
e a frà Luca da Carpi scriveva il 18 giugno 1782: — Tutti sanno dire,
niuno sa fare. Bisogna scoraggiarsi per forza, e troncar sovente per
disperazione il corso de’ proprj studj... Lo credereste? Sono tre anni
che vo cercando le notizie degli scrittori nostri; e, fuor di uno o
due, non ho trovato un cane che mi abbia somministrato notizie qui in
Parma, quand’io, povero diavolo, ho fatto il viaggio a Roma a tal fine
ecc.». E al Bettinelli il 9 marzo 1790: — Ella ha dunque veduto il
primo tomo de’ miei _letterati_, e me lo collauda per sua gentilezza,
come pur si fa da molte parti. Qui non si trovano quattro Cristiani
che l’abbiano guardato, e da nove mesi forse che è fuori, mi sento
ancora domandare da molti se è poi vero che lavori io dietro le cose
di Parma. Può credere con qual gusto io possa proseguire. È vero che
mi trovo compensato dal giudizio degli estranei; ma è una gran pena il
vedere tanta stupidità ne’ domestici... dovendo io metter in torchio
la mia storia di Parma, che neppur essa si leggerà». Ap. PEZZANA, _Vita
dell’Affò_, pag. 181.
[101] Il fatto è riferito da un gran lodatore delle cose venete, il
Cicogna, _Iscrizioni veneziane_, tom. III. p. 275, _S. Apollinare_.
[102] _Cum agitur de delicto puniendo, lata interpretatio sumi debet_,
dice MENOCHIO, _Quæst._ 69, nº 24. Vedi pure _Quæst._ 86, nº 8; e
FARINACIO, _Consilia_, 25, nº 14; e BODINO, _Respublica_, lib. III. c.
3.
[103] _Humiliores in metallum damnantur, honestiores in exilium
mittuntur._ PAOLO, _Dig._ 38 _De pœnis_.
[104] GIULIO CLARO, _Quæst._ 60, nº 24: FARINACIO, _Quæst._ 98, nº 98,
102, 105.
[105] Già nel 1671 il magistrato di Vienna propose e l’imperatore
Leopoldo decretò una casa di correzione, ove collocare ben separate le
donne pervertite, i figli disobbedienti, gli accattoni irrequieti, e
l’altre persone disutili, per trattenerle in continuo lavoro. L’anno
prima, essendo preside al senato l’Arese, a Milano erasi proposta una
casa di lavoro pei poveri e correzione pei discoli; ma non fu attuata
che nel 1758, aperta nel 1766. V’erano cenquaranta celle separate,
di cui venticinque per le donne, venti pei ragazzi; e conoscendo
qual supplizio fosse la solitudine, furono riservate a quei che prima
mandavansi alle galee di Venezia, stabilendo che un giorno scontasse
due di condanna.
[106] Il padre Labat dice che in Italia, oltre la forca, usavano la
mazzuola e la mannaja. Colla prima, messo il condannato sul patibolo
con mani, piedi e ginocchia legate e gli occhi bendati, il boja gli
dava d’un maglio sul capo, e così stordito lo sgozzava. La mannaja era
un telajo, coi lati scanalati, entro cui scivolava un ceppo pesante,
con un fendente, che lasciato cascare sul collo del paziente, gli facea
saltar la testa (_Voyage en Italie_, 1730, tom. VII. p. 21). Questo
ordigno non era nuovo, giacchè Jean d’Autun, biografo di Luigi XII, al
1507 racconta che Demetrio Giustiniani genovese, condannato a morte
per ribelle, montò sul palco, si pose a ginocchio e stese il collo:
il boja prese una corda cui era attaccato un grosso ceppo finito con
un fendente, che scivolava fra due travi, e tirò la corda in modo che
il ceppo tagliente cascò fra la testa e le spalle del Genovese, e la
testa andò da una parte, il corpo dall’altra. Non era dunque novità
la ghigliottina, anzi tale supplizio è disegnato nelle _Symbolicæ
quæstiones de universo genere_ di Achille Bocchi, 1555.
[107] BECCARIA, _Proemio_.
[108] _Je regarde_ (dice Brissot) _ce traité comme la base des
travaux faits sur cette partie. C’est, sans contredit, le premier
livre philosophique qui ait paru dans ce genre_. E nelle _Nouvelles
de la république des lettres_ (Berna 6 luglio 1781): _Le traité _Dei
delitti e delle pene_ a le premier ouvert les yeux sur les abus des
lois pénales_. Di rimpatto Muyart de Vouglans, nella Confutazione
del 1766, diceva: _Que penser d’un auteur qui prétend élever son
système sur les débris de toutes les notions qui ont été reçues
jusqu’ici; qui, pour l’accréditer, fait le procès de toutes les nations
policées, qui n’épargne ni les législateurs, ni les magistrats, ni
les jurisconsultes?_... E Jousse, nel _Traité de justice criminelle_
del 1770: _Le traité _Des délits et des peines_, au lieu de répandre
quelque jour sur la matière des crimes, et sur la manière dont il
doivent être punis, tend, au contraire, à établir un systême des
plus dangereux et des idées nouvelles qui, si elles étaient adoptées,
n’iraient à rien moins qu’à renverser les lois reçues jusqu’ici par les
nations les plus policées_.
[109] Rousseau e l’_Esprit_ d’Elvezio sono i libri su cui più si
formarono i nostri. Di Rousseau tace il Beccaria, perchè questo era
in urta cogli Enciclopedisti. Quanto ad Elvezio, il Morellet ne muove
rimprovero ai nostri, scrivendo nel cap. III delle sue _Memorie: Les
Italiens, parmi lesquels je vivais, ne s’en occupaient pas encore,
quoique ce fût le pays de l’Europe où cet ouvrage devait avoir le plus
de succès, et a fini par l’obtenir; car de tous les Européens, ceux qui
estiment moins l’humanité sont, sans contredit, les Italiens, qui, en
général, ne croient pas assez à la vertu, et qui disent presque tous
dès vingt ans le mot de Brutus, qu’il ne faut dire comme lui qu’en
mourant: O vertu, tu n’es qu’un vain nom._ Chi sa cosa significasse
virtù fra gli Enciclopedisti, coglierà la portata di questo rimprovero
a gente che curava gli _uomini_, non l’_umanità_.
[110] Platone nel _Gorgia_.
[111] GIUSTINIANO, _Nov._ XVII. cap. 5: _Cum vehementia corrige, ut
paucorum supplicium alios omnes faciat salvos; Nov._ XXX. cap. 11:
_Acerbe punito, ut paucorum hominum supplicio omnes reliquos continuo
castiges_; e lib. XXXI. Dig. _Depos.: Ut exemplo aliis ad deterrenda
maleficia sit_. Pure Paolo dice che _Pœna constituitur in emendationem
hominum_; leg. 20. Dig. _De pœnis_. Ma sant’Agostino posava: _Pœna
proprie dicitur læsio quæ punit et vindicat quod quisque commisit_;
Can. 4. quæst. 3. dist. 3. cas. 33.
[112] «La morale, la politica, le belle arti, che sono le scienze
del buono, dell’utile, del bello, derivano tutte da una scienza
sola e primitiva, cioè la scienza dell’uomo; nè è sperabile che gli
uomini giammai facciano in quella profondi e rapidi progressi, se non
s’internano a rintracciare i primitivi principj di questa; oltre di
che, non è possibile che ricercando le verità politiche ed economiche
nella natura dell’uomo, _la quale ne è la vera fonte_». _Ricerche sullo
stile_.
[113] Gli argomenti di lui contro la pena di morte sono gli identici di
Rousseau, e vennero confutati da Kant, il quale, movendo da tutt’altro
principio che i teologi, pure anch’esso desume il diritto di punire da
leggi morali e dalla responsabilità umana; e si propone per iscopo non
il prevenire altri delitti, ma la soddisfazione della giustizia, e la
riparazione ed espiazione della colpa. Nella traduzione del Beccaria
per Collin de Plancy, 1823, sono recati tutti i commenti di Voltaire,
Diderot, ecc.
Questi ultimi anni, furono assai controversi i meriti del Beccaria, e i
lavori antecedenti possono vedersi riepilogati nel discorso di Faustino
Hélie, anteposto all’edizione di Parigi 1856, il quale sostiene che
Beccaria non solo sbrattò dalle false teorie, ma preparò i materiali a
una nuova, che combinasse le due scuole opposte.
(Il Cantù ne trattò a pieno nel libro _Beccaria e il Diritto penale_).
(_Gli Editori_)
[114] Ecco un altro canone, esagerato per impedir l’abuso che se ne
faceva, e inapplicabile coll’inesattezza del linguaggio. Puramente
dichiarativa diremo l’interpretazione in quanto nè toglie nè aggiunge
ai testi, ma le compete di dichiarare il senso virtualmente compresovi,
a seconda dello spirito del codice tutto, delle disposizioni analoghe,
del valore delle parole adoperate.
[115] «Chiunque può sospettare di vedere in altrui un delatore, vi
vede un inimico. Gli uomini allora si avvezzano a mascherare i proprj
sentimenti, e coll’uso di nasconderli altrui, arrivano a nasconderli
a se medesimi... E di questi uomini faremo noi gl’intrepidi soldati,
difensori della patria e del trono?... Chi può difendersi dalla
calunnia quando ella è armata dal più forte scudo della tirannia, il
segreto? Qual sorte di governo è mai quello, ove chi regge sospetta
in ogni suo suddito un nemico, ed è costretto, pel pubblico riposo, di
toglierlo a ciascuno?» § IX.
[116] E se la natura de’ processi condannasse uno ad evidenza
innocente? o si scoprisse tale dopo proferita la sentenza? o egli
mostrasse pentimento e certezza d’emenda? o riuscisse a far un’azione
di sommo vantaggio sociale o merito morale?
[117] Di tale noncuranza della famiglia, oltre le dottrine d’Elvezio,
han colpa in parte i casi di lui. Invaghitosi di Teresa De Blasco, men
ricca di lui, suo padre volle distornelo col farlo tenere quaranta
giorni in arresto. Uscitone, egli la sposò, ma non potè condurla in
casa finchè non fu madre. Morta lei, Cesare dopo quaranta giorni si
rammogliò con Anna Barbò. Anche nel Verri ricorrono spesso questi
lamenti della tirannide paterna, che teneva i figli nella povertà e
nell’ignoranza per non esserne soverchiati.
Non posso accettar le discolpe che vuol farne Camillo Ugoni (_Della
letteratura italiana_, vol. II. p. 205; 1856): quell’articolo è de’
suoi più deboli.
[118] Tutt’all’opposto, il Genovesi scriveva: — Un tratto della
Provvidenza divina è l’aver voluto che gli uomini dipendano gli
uni dagli altri, e che vi sia prima tra famiglia e famiglia, poi
tra villaggio e villaggio, tra città e città, tra nazione e nazione
uno scambievole legame di perpetuo interesse». Ma è notevole che il
Beccaria stesso ammette questa solidarietà del genere umano, dicendo
al cap. IV, part. II dell’_Economia_: — Fino ad un certo segno una
nazione può prosperare a spese d’un’altra; ma al di là, la vera
prosperità nostra produce la prosperità altrui, non essendo data agli
uomini un’esclusiva felicità o miseria; chiaro indizio d’una secreta
comunione di cose e d’una non intesa fratellanza, voluta dalla natura
fra il genere umano, dalla quale la più profonda filosofia travede che
i varj nostri interessi hanno una totale ed ultima dipendenza dalla
virtù: onde sì belle contemplazioni possono elevar l’animo nostro
dalle piccole e servili viste del privato interesse, nelle serene
e tranquille regioni della giustizia e della benficenza». E l’uno e
l’altro poi si contraddicono nell’applicazione, dai canoni di libertà e
fratellanza deducendo vincoli ed esclusioni.
[119] Luigi Bonaparte, presidente della repubblica francese, l’11
novembre 1849.
[120] «Sola la patria ha diritto d’allevare i suoi figli. Essa non può
confidare questo deposito all’orgoglio delle famiglie nè ai pregiudizj
de’ particolari, eterno alimento dell’aristocrazia e d’un federalismo
domestico che restringe le anime isolandole, e coll’eguaglianza
distrugge tutt’i fondamenti della società». ROBESPIERRE, il 7 marzo
1794.
[121] Il nome degli scrittori, italiani tutti, che aveano promesso
coadjuvarlo, è un buon prospetto della letteratura nel 1779. Eccoli: