CAPITOLO CLXIII.

L’Alberoni. Elisabetta Farnese. Le successioni di Parma, Toscana,

Austria.

Quasi prosopopee di quella politica barcollante in intrighi, senz’idea

elevata nè stabile morale, ci si presentano al limitare di quest’età

due figure italiane, Elisabetta di Parma e Giulio Alberoni.

Quest’ultimo, nato a Piacenza (1664) da un ortolano, cresciuto

cuciniere, buffone, negoziante, diè ricetto al romanziere francese

Campistron, svaligiato mentre qui viaggiava; onde, allorchè il

maresciallo Vendôme, destinato alla spedizione d’Italia, cercava

d’un segretario che sapesse qualcosa di francese, Campistron gli

propose l’Alberoni. Altri racconta che, dovendo il vescovo di San

Donnino trattare a Parma con esso Vendôme, menò seco l’Alberoni perchè

balbettava francese; e che questo, avendo trovato quel cinico alla

bassa sedia, invece d’offendersi dell’indecenza, imitolla, col che andò

a versi al maresciallo, che se lo tolse a servigio. Solite storielle

con cui un’aristocrazia di bassa lega crede oltraggiar coloro che

s’innalzano co’ proprj meriti.

Le vittorie del Vendôme assicurarono il trono di Spagna a Filippo V, il

quale, bisognoso sempre di chi ne dirigesse i consigli e ne chetasse la

coscienza, dopo vedovo dell’amabile e intrepida Luigia di Savoja, s’era

affidato alla vecchia e astuta principessa Orsini. Nelle costei grazie

s’insinuò l’Alberoni, e per suo interposto nel favore di Filippo, che

lo nominò conte e inviato alla Corte di Parma.

Quivi ducavano i Farnesi; e Ranuccio II (1646), che perdette Castro e

Ronciglione, ebbe per favorito un Gaufrido, al quale poi fece mozzar

la testa, indi un Giuseppino valente musico. Francesco succedutogli

(1694) vide lo Stato sovverso dalla guerra di Successione, sposò la

vedova di suo fratello Odoardo e non ebbe figli, talchè unica di loro

stirpe rimaneva Elisabetta, nata da esso Odoardo. L’Alberoni divisò

collocarla con Filippo V, onde la dipinse alla Orsini come «una dabbene

lombarda, impastata di butirro e formaggio, la quale non avrebbe mosso

un dito che a senno di lei, sarebbe venuta in Ispagna colle leggi

che la principessa le prescrivesse»[40]; e la Orsini credendo nella

riconoscenza, la propose a Filippo V. Conchiuse le nozze, l’Italiana

varcò i Pirenei, e la Orsini le andò incontro; ma che? Elisabetta

la fece prendere, e coi puri abiti che aveva indosso gettare in una

carrozza, e nello stridor del dicembre portare fuori della Spagna,

che più non vide; «colpo (diceva l’Alberoni) da Ximenes, da Richelieu,

da Mazarino; e con questo solo rimedio si guariranno moltissimi mali

creduti incurabili».

Elisabetta restò allora despota del marito e della Spagna. «Alterigia

spartana, ostinazione inglese, finezza italiana, vivacità francese

formavano il carattere di questa donna singolare, che arditamente

camminava al compimento de’ suoi disegni, senza che nulla la facesse

meravigliare od arrestarsi» (FEDERICO II). Smaniosa di dominio, pur

senza perdere l’allegria rassegnavasi alla solitudine con un marito

uggiato e cupo, devoto senz’esser religioso, timido e ostinato, lento

di spirito, bisognoso di guida eppure desideroso di levar rumore e

pesare sulla politica bilancia; tutto egli concedeva alla moglie,

ch’ebbe l’arte d’isolarlo, e che, ambiziosa ma ignara di politica

e d’affari, allevata angustamente ed allora sequestre dal mondo,

odiando gli Spagnuoli e odiata da essi, non avendo, per riguardo al

sentimento nazionale, potuto ritenere altro Italiano che l’Alberoni,

tutta s’affidò a questo (1715), a cui doveva il trono. Per lei fatto

cardinale, non ebbe il titolo ma la potenza di ministro come confidente

del re e della regina, e si amicò la nazione col punir quelli che

l’aveano aggravata e coll’accingersi a ripristinarne la grandezza.

Tesoro esausto, popolo scoraggiato, non esercito, non marina, non

potenti alleanze, non strade, non battelli su quei magnifici fiumi,

non canali, non altra ricchezza che i ricolti aveva la Spagna, che

esso Alberoni paragonava alla bocca, ove tutto passa, nulla rimane;

ricevendo essa tanti tesori dalle colonie, e consumandoli senza nulla

riprodurre.

L’Alberoni lavora diciott’ore al giorno; non rifuggendo dalle minuzie

dell’economia, ristaura le finanze e l’industria; rende economica

l’amministrazione, e limita gl’innumerevoli uffizj della casa del re;

protegge il commercio delle colonie; induce il clero a contribuire alle

pubbliche gravezze; chiede prestiti, tassa i ricchi, vende impieghi,

recluta contrabbandieri e malandrini; e ben presto la Spagna ebbe

sessantacinquemila armati, una marina e molti cannoni, e a Barcellona

una delle migliori cittadelle.

Erano orditi a vastissime tessiture, che solo la riuscita potea salvare

dalla taccia di temerarie. Perocchè la pace d’Utrecht aveva assestata

l’Europa, ma solo diplomaticamente, arrotondando e bilanciando gli

Stati senza riguardo ad indole e a simpatie di popoli; lasciava

all’Inghilterra indisputato il predominio, assicuratole dal sistema

de’ prestiti e dalla crescente marina; la Francia riducea in seconda

fila, tanto più dacchè al gran Luigi succedeva un fanciullo di cinque

anni (1715), vegliato nell’inferma culla dal duca d’Orléans che ne

bramava la morte; alla eterogenea monarchia austriaca metteva a fianco

due eserciti, quali potevano considerarsi la Prussia, il Piemonte.

Intanto l’imperatore Carlo VI, oltre aspirare ad annetter la Sicilia al

suo regno di Napoli, non sapea rassegnarsi alla perdita della Spagna,

possesso de’ suoi avi: nè Filippo V a vedere il suo regno sbranato,

e reso ligio degli Inglesi col ceder loro Gibilterra; come doleasi

d’aver rinunziato al trono di Francia. Per verità ogni pace lascia

molti guasti non riparati, e i politicanti se ne fanno un titolo a dir

imminenti nuove rotture o a prepararle. E le desiderava Elisabetta, la

quale non potendo sperare a’ suoi figliuoli il regno di Spagna perchè

Filippo ne avea tre del primo letto, volea trovargliene altri. Ciò

non poteasi che col rimescolar le carte; e vi si adoprava l’Alberoni,

divisando collocare il suo re sul trono di Francia, e don Carlo figlio

della Farnese, nel ducato di Parma, Piacenza, e fors’anche nella

Toscana; rendere indipendente l’Italia collo snidarne gli Austriaci; a

tal uopo aizzare Vittorio Amedeo II di Savoja contro Carlo VI mentre

si trovava impegnato coi Turchi; da Napoli li caccerebbe una flotta

ispana, ricoverata da esso Amedeo in Sicilia, al quale in compenso si

darebbe anche la Sardegna; Napoli e i porti toscani verrebbero alla

Spagna; Comacchio restituito al papa; il ducato di Mantova spartito tra

i Veneziani e il duca di Guastalla, i Paesi Bassi cattolici tra Francia

e Olanda.

Non meno dell’armi l’Alberoni maneggiava gl’intrighi; istigò Ungheresi

e Turchi contro l’Austria; cercava conciliare Carlo XII di Svezia

con Pietro czar di Russia; dava mano ai Giacobiti in Inghilterra; in

Francia poi tramava (1717) per togliere la reggenza al duca d’Orléans

e fare dagli stati generali nominar reggente il re di Spagna. A questa

ordita teneano mano molti grandi, massime bretoni, e la dirigeva il

principe di Cellamare napoletano, allevato alla corte di Carlo II,

compagno di Filippo V alla battaglia di Luzzara, ministro di gabinetto

a Madrid, e allora ambasciatore a Parigi. Di quivi all’Alberoni

prometteva un’interna rivoluzione, favorita dallo scontento universale:

ma l’abate Dubois, braccio destro del reggente Orléans, intercettò

lettere che provavano, se non una vera cospirazione, però intelligenze

ed offerte; onde furono arrestati il Cellamare ed altri.

Orléans perdonò, ma non vide scampo contro le trame dell’Alberoni

che nel gettarsi coll’Inghilterra, per quanto la pubblica opinione

disapprovasse questa lega _mostruosa_ fra popoli che cristianamente si

chiamano nemici naturali. L’Alberoni aveva favorito Giacomo Stuard,

pretendente al trono d’Inghilterra, di cui era spossessato dalla

casa d’Annover; sicchè Giorgio I s’alleò all’Austria «per difesa

reciproca de’ possessi presenti e de’ nuovi acquisti», colla qual

frase accennavasi alla Sicilia. Aderendo al trattato la Francia e

l’Olanda, ne risultò la _Quadruplice alleanza_ (1718), e il quinto

articolo portava che i ducati di Parma e Piacenza e la Toscana si

considererebbero feudi mascolini dell’Impero, e vacando si darebbero a

un figlio d’Elisabetta: così disponendo delle eredità di persone ancor

vive, e senza tampoco consultarle.

A Carlo VI dava grande occupazione il Turco, il quale combatteva a

vantaggio nella Morea, tolta, omai ai Veneziani, mentre sul Danubio

era tenuto in soggezione dal principe Eugenio di Savoja. Il papa

sconsigliava la guerra, massime a Filippo, che formalmente l’assicurò

non volerla con nessun principe cristiano, ma preparare armi per

ritogliere ai Barbareschi Orano. Intanto l’Alberoni sollecitava

Vittorio Amedeo a invadere il Milanese e il Napoletano; ma vistolo

alzare sempre più le pretensioni, argomentò fosse in trattati

coll’Austria; onde gettata la maschera, con grossa flotta e truppe di

sbarco quante non credeasi mai che la Spagna potesse allestirne, invade

la Sardegna (1717 22 agosto); e strepitassero pure i gabinetti, egli

non cercava giustificazione che dalla riuscita.

Cominciava il sistema, che fu caratteristico di questo secolo,

di fiaccar il papa, e intanto volere da lui ogni cosa. Carlo VI,

supponendolo d’accordo coi nemici, mandò via il nunzio e l’ambasciadore

di Napoli, e sequestrò le rendite de’ prelati che abitavano in Roma.

La Francia, disgustata dalla bolla _Unigenitus_, appellava al futuro

concilio; gl’inglesi minacciavano bombardare Civitavecchia per essersi

arrestato lord Peterborough, che aveva tentato rapire il pretendente

ivi rifuggito; Filippo V incolleriva con Clemente XI perchè ricusò

riconoscere arcivescovo di Siviglia l’Alberoni, onde richiamò tutti

i suoi sudditi dallo Stato pontifizio, e proibì di cercarvi alcun

benefizio o pensione.

Intanto esso Filippo scontentava la Sardegna con persecuzioni e con

ammucchiarvi soldati, dei quali nessuno sapeva la destinazione, finchè

con istupore di tutti egli piombò sopra la Sicilia. Dicemmo come questa

fosse data a Vittorio Amedeo di Savoja; ma il possesso d’un’isola

lontana costava al Piemonte troppo più del vantaggio, massime che le

pretensioni di Carlo VI obbligavano a custodirla con buona guarnigione.

Inoltre i Siciliani non erano nè per tradizione nè per affetto legati

a quella dinastia, e alla loro vivacità mal confaceva il riserbo

piemontese; sicchè guardavano in sinistro Vittorio, e quando, fattosi

coronare e convocato il parlamento (1713 25 8bre), se ne tornò in

Piemonte, lo marchiarono di quella parola di straniero, ch’essi gettano

a chiunque non v’è nato. Poi Vittorio venne a dissidj col papa pel

famoso tribunale della monarchia, e a sostenere la controversia istituì

una giunta, la quale tirannescamente spogliava, puniva fin di morte

chi non volesse obbedir al re o disobbedire a Roma; talchè Italia fu

inondata di esuli siciliani.

Or ecco Filippo proclamare all’Europa d’aver a re Vittorio ceduta

l’isola, col patto espresso che ne conservasse i privilegi; avendoli

violati, demeritava di possederla e ne decadeva, onde vi si fa

gridar re. S’impennano le potenze, come avviene ad ogni violazione

di trattati: Vittorio, côlto al laccio da uno più astuto, sbuffa,

e ricorre alle potenze garanti della pace d’Utrecht: Carlo VI non

vede mal volentieri tolta al Savojardo un’isola ch’egli agognava; ma

avendo fatto arrestar a Milano un ambasciadore di Spagna, Filippo V

gl’indice guerra; ond’esso manifesta la sua alleanza con Francia e

Inghilterra. Gl’Inglesi cominciano le ostilità (1718 30 giugno), prima

di dichiararle; i mari nostri e l’isola di Sicilia sono insanguinati

da Imperiali, Inglesi, Spagnuoli: pure l’Alberoni tien testa a tutta

Europa. Francia, Inghilterra, Olanda allora presero concerto, che

Vittorio cedesse la mal tenuta Sicilia all’imperatore, e si contentasse

della Sardegna, altrimenti sarebbe spogliato di quanto aveva ottenuto

nel 1703, senza compensi. Il duca non sapeva acconciarsi a barattare la

più bell’isola del Mediterraneo, con un milione ducentomila abitanti,

contro un’incolta di quattrocencinquantamila persone: e colla Spagna

maneggiava un’alleanza difensiva mentre dall’imperatore chiedeva

la mano d’un’arciduchessa, e colla Corte di Madrid si accordava di

lasciarle invadere la Sicilia come opportuna ad attaccar l’imperatore

nel Napoletano. Che che ne fosse, e Sardegna e Sicilia bisognava

conquistare: e in fatto la Sicilia andò ad uno strazio senza pietà[41].

Nelle acque di Siracusa la flotta spagnuola, assalita dall’inglese (11

agosto), perdette ventitre vascelli con cinquemila trecento uomini e

settecenventotto cannoni, eppure quella nazione occupò l’intera isola,

eccetto Siracusa, Trapani e Melazzo; poi in ogni dove infuriò la

guerra, a tutta Europa tenendo fronte la Spagna.

Chi dava vigore a un paese rifinito e ad un re fiacco? l’Alberoni:

sicchè contro di lui si ritorsero tutti gli odj e le armi sue stesse.

Il Reggente non rifuggì dalle vie più basse per rovinarlo; guadagnò

il duca di Parma, il confessore di Filippo e la balia della regina, e

tutti sclamavano contro l’Alberoni, massime dacchè l’infelice riuscita

lo accusava d’imprudenza; e la conclusione fu che il cardinale, come

unico ostacolo alla pace, venne improvvisamente destituito (1720 3

xbre), negatagli udienza fin da quella ch’egli avea fatto regina,

frugate a minuto le carte e le robe sue, e rinviato. Salito al colmo

«senza aver tempo di contar gli scalini», come diceva la Orsini,

forse è vero che si lasciò prendere dalle vertigini; come gli uomini

nuovi, volle ostentar potenza; sempre smaniato di moversi e di movere,

guardava il fine e non gli ostacoli; obbligato a servire alle passioni

altrui e non potendo fidarsi degli Spagnuoli che lo odiavano, parve

un millantatore e null’altro, ma potè dire al cardinale di Polignac: —

La Spagna era un cadavere, io la rianimai; al mio partire essa tornò a

coricarsi nel suo cataletto».

La sete del potere più non si estingue sulle labbra che ne gustarono le

dolcezze o le amarezze; e l’Alberoni andandosene, persuaso che la sua

carriera non fosse terminata, paragonavasi a que’ capitani di ventura

che erano cerchi a gara quando congedati. Venuto a Sestri di Levante,

Clemente XI, che l’aborriva come istigatore della guerra contro Carlo

VI, o voleva dar soddisfazione ai potentati, gli mandò ordine di non

farsi consacrar vescovo di Malaga sebbene già n’avesse le bolle, e

di non recarsi a Roma; anzi istituì rigoroso processo per levargli

la porpora. L’Alberoni, fuggito tra gli Svizzeri, se ne difendeva

svelando i sozzi garbugli de’ gabinetti, tutti operanti senza virtù; e

ai circoli e alle gazzette offrì lunga materia il nome di lui, insieme

colla banca di Law e colla peste di Marsiglia.

Al conclave dopo la morte del virtuoso Clemente XI egli comparve; nè

mancarongli voti per la tiara. Ma la ebbe Innocenzo XIII (1721), il

quale sospese il processo contro l’Alberoni, che collocatosi a Roma,

divisò un’alleanza cristiana per cacciare d’Europa i Turchi e spartirne

il paese; messo legato a Ravenna, d’utili stabilimenti la dotò. Ma

irrequieto e smanioso di maneggi, mancandogli campo più vasto, volle

esercitarli contro la piccola repubblica di San Marino.

Mozze le relazioni politiche dacchè fu circondata di Stati papali,

serbava questa la virtuosa oscurità; ma la calma aveva indotto tal

negligenza delle cose pubbliche, che si poteva a stento raccorre il

consiglio. Si venne dunque al partito di restringerne il numero da

sessanta a quarantacinque; ma allora gli esclusi levarono lamenti,

donde dissidj e brama di mutazione. L’Alberoni s’affiatò con questi

malcontenti, e côlto il pretesto di violate immunità ecclesiastiche,

fece arrestare gentiluomini sanmarinesi nella Romagna, mandò truppe

ai confini, e dipingendo a Roma quella repubblica come un ricovero

di riottosi e una Ginevra di miscredenti, e mandando firme di

Sanmarinesi chiedenti l’aggregazione, persuase il papa a lasciarlo

fare. Ed egli, cominciato al solito da querele per rifuggiti, per

violati confini, negò lasciarvi arrivare i viveri (1739), poi cogli

sbirri occupa il piccolo territorio, e chiama a solenne giuramento

di fedeltà. Ma i migliori ricusano: — Ho giurato al legittimo signor

mio, alla repubblica; e quel giuramento confermo», disse il capitano

Giangi; _Transeat a me calix iste_, soggiunse l’Onofri; così altri;

minacciati, se ne richiamano al papa, il quale, meglio informato,

ordina si ripristini la repubblica. Quell’attentato vi ravvivò l’amore

per la libertà e per una patria che sulla sua piccolezza avea chiamato

l’attenzione dell’Europa; si comprese come la giustizia e la concordia

sian necessarie; molti forestieri ne sollecitarono il patriziato,

e crebbero le famiglie interessate al pubblico bene. L’Alberoni non

fu punito che col trasportarlo alla legazione di Bologna; e fra gli

storici rimase vituperato o lodato secondo passione. L’Italia non

dimentica com’egli dotò la patria Piacenza d’un insigne monumento,

al posto d’un antico ospedale di lebbrosi elevando un collegio per

sessanta studenti, che ben presto diede segnalati uomini alla Chiesa e

alle scienze[42].

Tolto di mezzo l’Alberoni, Filippo V lasciossi indurre dalla moglie

a rassegnarsi ai dispotici ordinamenti della Quadruplice alleanza,

rinunziando alla Sicilia e alla Sardegna; e a Cambrai si trattò

d’accordi (1721 marzo). L’imperatore, irremovibile dal credersi unico

legittimo padrone della Spagna, e geloso che le altre due potenze

volessero aumentare l’ingerenza borbonica in Italia, frammetteva

difficoltà sin nelle formole della reciproca rinunzia di lui alla

monarchia spagnuola, e della Spagna ai possessi in Italia e ne’ Paesi

Bassi; e riservavasi il titolo di re di Spagna e di cattolico, e di

granmaestro del Toson d’oro. Adesso poi, che possedeva la Sicilia,

nicchiava a concedere a don Carlo figlio della Farnese la promessa

investitura eventuale degli Stati di Parma, Piacenza e Toscana, tanto

più che i signori di questi paesi vi si opponevano, e viepiù il papa

che vedea considerati feudi imperiali quelli su cui la santa Sede

pretendeva l’alto dominio. Alfine le lettere d’infeudazione furon date

(1724) sotto la garanzia della Francia e Inghilterra.

Vedemmo comparire di mezzo la Toscana, perocchè anche questa era

per andar vacante. Cosmo III granduca, più non sperando che Gian

Gastone suo figlio avesse prole, chiese che il senato fiorentino,

coll’autorità medesima onde avea conferito il dominio ai Medici,

potesse ammettere all’eredità le femmine, pensando a sua figlia

Anna, maritata nell’elettore palatino (tom. XI, pag. 256): ma regina

Elisabetta s’industriò tanto, che il congresso di Londra riconobbe che

essa, come nata da Margherita figlia di Cosimo II, riuniva i diritti

delle famiglie Medici e Farnese, talchè Francia e Inghilterra ai figli

di lei garantirono Parma e Piacenza e la Toscana, mettendovi intanto

guarnigioni svizzere. Ma la santa Sede allegava l’alta sua signoria su

Parma e Piacenza; il granduca adduceva l’indipendenza del Fiorentino,

e la stranezza di disporre del suo senza tampoco sentirlo; la Spagna

recava in mezzo i suoi diritti sul Senese, oltrechè non si rassegnava

ad accettare con vincolo feudale possessi, che un giorno le tocchebbero

liberi. I potentati sostenevano che tale assetto fosse necessario

alla tranquillità d’Italia; l’Austria, possedendo i due estremi della

penisola, avrebbela avuta tutta in balìa, tanto più che n’era esclusa

la Francia. Sgombrate dalla Spagna le due isole, la Sicilia fu resa a

Carlo VI, che dovè coi rigori e i supplizj tenerla fedele.

Tutto ciò chiamavasi pace; e chiamavansi politica queste miserabili

triche di doti e successioni; e nimicizie e leghe e trattati e spese

e guerre dei padri dei popoli si dirigeano al grande scopo di mettere

in trono i figli della Farnese e la figliuola dell’imperatore.

Quest’ultimo, non avendo maschi, aveva pubblicato una prammatica

sanzione (1713 18 aprile), portante che potessero succedere le figlie

sue; e l’ottenervi l’adesione degli altri potenti divenne l’unico

proposito della sua politica. Ma la Spagna vi repugnava, e chiedeva

ch’egli si limitasse in Italia agli antichi dominj; saltava in campo

il re di Sardegna, prevalendosene per domandar grado eguale agli

altri regnanti; alle potenze marittime spiaceva che l’imperatore

avesse eretto a Ostenda una compagnia pel traffico colle Indie: gravi

imbarazzi alla diplomazia.

Quando il re di Francia, che avea fidanzato una figlia di Filippo V,

sposò invece una polacca, Filippo irritato si ravvicina all’imperatore,

aderisce alla prammatica sanzione, rinunzia ad appoggiare la resistenza

dei principi italiani; si parlò fino di sposare Maria Teresa figlia

dell’imperatore con don Carlo di Spagna. Di tale alleanza che succedeva

a venticinque anni di collera, presero ombra le potenze settentrionali,

e l’Inghilterra gliene oppose un’altra; Carlo VI, purchè riconoscessero

la sua prammatica, abbandonò la Spagna; la Spagna a vicenda fece

pace coll’Inghilterra, abbandonando Carlo VI, e ottenendo di mettere

guarnigione a Livorno, Porto Ferrajo, Parma, Piacenza, affine di

assicurarle a Don Carlo.

Così continuavasi a disporre dei dominj d’Italia, non dico senza badare

ai popoli, ma nè tampoco ai possessori attuali, nè al signor sovrano

qual era l’imperatore. Il quale offeso arma a Napoli e a Milano,

ed essendo morto l’ultimo Farnese, occupa Parma e Piacenza (1727).

Ma poichè la politica andava tutta a convenienze o capricci, senza

elevazione, e perciò mutevole ad ogni vento, ben presto l’Austria

s’allea coll’Inghilterra e coll’Olanda (1731 16 marzo), che riconoscono

la prammatica sanzione; e la Spagna non tarda aderire, purchè a don

Carlo assicurino le successioni disputate. Infatto egli ottenne Parma

e Piacenza; ma quanto alla Toscana il granduca Cosmo III non sapeva

rassegnatisi. E per verità nessuna ragione teneano quelle potenze

sopra lo Stato altrui, poca egli stesso, giacchè, cessando la famiglia

con cui il paese avea contratto un’obbligazione, questo ricuperava

l’indipendenza e libertà di disporre di se stesso. Cosmo medesimo il

proclamava, asserendo che la Toscana non era obbligata da verun nesso

feudale coll’Impero, e che casa sua non la teneva dall’investitura

di Carlo V, bensì dall’elezione dei Quaranta. La politica guarda a

convenienze, non a diritti.

Cosmo nel lungo suo regno non avea fatto che svigorire gli animi

sotto un’afa chiesastica, mentre lasciava languire l’industria e

l’agricoltura, e profittare i monopolisti e gl’ipocriti; moltiplicava

le cariche e le dava in dote a zitelle onde crescere le famiglie che

dipendessero interamente dal governo fin pel pane. Quando morì (1723

31 8bre) non fu dunque compianto, se non pel peggio che temevasi dal

suo successore Gian Gastone. L’educazione accurata non aveva salvo

costui dalle laidezze, di cui fece pompa nelle taverne tedesche e

ne’ postriboli francesi. Logoro da queste e da cinquantatre anni,

desiderava continuare nel far nulla, e non darsi briga d’un paese di

cui restavagli solo un breve usufrutto, non aspettando successione

dalla disprezzata moglie; sicchè abbandonò gli affari ai ministri,

sè a lautezze scandalosamente libertine procacciategli dal cameriere

Giuliano Dami; tratteneva giovinastri a centinaja, anche di famiglie

illustri; e il paese imitatore, che era stato santocchio sotto il

padre, si fece scapestrato sotto il figliuolo.

Alla Corte dava vivacità Jolante Beatrice, vedova del primogenito di

Cosmo, traendovi belle dame e letterati, fra cui l’improvvisatore

Bernardino Perfetti, che fu coronato poeta a Roma. Si rialzò

l’Università, levando l’obbligo d’attenersi a temi e corsi

prestabiliti; e vi dettavano il Caraccioli, il De Soria, il Corsini,

il Fromond, il Rallo, il Capassi, il Fancelli; allo studio fiorentino,

dove professavano il proposto Gori, il dottore Lami, il Salvini, il

Targioni, il Cocchi, si aggiunsero una cattedra di gius pubblico,

affidata a Pompeo Neri, e un osservatorio, diretto da Tommaso Perelli;

si lasciò erigere in Santa Croce un monumento a Galileo, e tornar alla

cattedra di filosofia Pascasio Giannetti; dal 1729 al 39 si compì

la quarta edizione del vocabolario della Crusca; e il prete Antonio

Bandini proclamava la libertà d’estrar granaglie dalla Maremma.

Il bene era guasto dagli sciagurati esempj del principe e dal turpe

mercato che delle grazie e degl’impieghi faceva il Dami, sempre più

despoto quanto più Gian Gastone anneghittiva e immalinconiva. Il quale,

se talora alzava la testa dal vergognoso sopore, udiva i potentati

mercanteggiare della successione di lui vivo; la Spagna volere che

accettasse per successore don Carlo, e fin d’allora le guarnigioni;

l’imperatore, ch’egli riconoscesse la supremazia imperiale. Anzi,

com’ebbero stipulato del dominio, pensarono anche ai beni allodiali di

Casa Medici. Mobili, gioje, capi d’arte, il fedecommesso di Clemente

VII, gli acquisti fatti con risparmj, col traffico o colle confische;

i miglioramenti recati a porti, palazzi, fortezze, artiglierie,

principalmente i feudi da loro innestati nella ducea, e nominatamente

Pontremoli e la Lunigiana, come possessi privati ricadevano di diritto

alla elettrice palatina: ma la Spagna agognava anche a quelli, e

intendendo susurrarsi d’indipendenza toscana, guarnì le fortezze.

Floscio in mezzo a tanti urti, Gian Gastone soscrisse al trattato

di Vienna (1731 25 luglio), che senza lui avea disposto dei suoi

Stati, e con una _convenzione di famiglia_ accettò per successore don

Carlo, a patto che rimanessero integri i privilegi della Toscana. Ma

al tempo stesso faceva una formale protesta contro la lesione recata

all’indipendenza del popolo fiorentino, il quale non poteva rimanere

pregiudicato da un atto estorto colla forza: protesta che dovea

pubblicarsi alla sua morte.

Sempre erasi convenuto che guarnigioni forestiere non verrebbero in

Toscana, ma solo il designato erede: però alla Farnese parve indecoroso

che un suo figlio vi andasse quasi in altrui balìa; onde gli accompagnò

seimila armati (1736). E quando, al san Giovanni, i vassalli vennero a

cavallo a deporre l’omaggio, tra feste che accoppiarono la suntuosità

spagnuola colla raffinatezza toscana, allettata pure dall’ilare e

graziosa giovinezza di don Carlo, questo ricevette l’omaggio in qualità

di principe ereditario[43].

Frattanto un’altra eredità più pingue metteasi in questione, quella

di Carlo VI. Favorì le arti belle che coltivava egli stesso, e

principalmente la musica, e dal Metastasio fu celebrato come il Tito

del secolo: ma non sapea farsi nè stimare come elevato, nè amare come

popolare; spiava i domestici segreti, puntigliavasi nelle cerimonie;

ligio ai ministri, eppur sempre sospettoso di quel che più di tutti

valeva, il principe Eugenio di Savoja, la cui morte (1736) lasciò il

massimo disordine in quel gabinetto. Avvezzato despotico, penava a

rispettare le costituzioni de’ varj Stati; più che d’altro gloriandosi

d’essere stato re di Spagna, questo titolo non volle rinunziar mai;

Spagnuoli mettevasi intorno e negl’impieghi; e ostinavasi a volere i

possessi italiani come quelli che gli davano e denari pel _secreto

borsiglio_ e cariche da distribuire a sua voglia, mentre ne’ paesi

germanici le costituzioni escludeano i forestieri. Or que’ consiglieri

(se crediamo alla _Storia arcana_ del Foscarini, che è un’indagine

del perchè l’Austria perdesse così rapidamente l’Italia nel 1735) lo

traevano a strane e rovinose maniere di governare il nostro paese;

tutto andava a chi più rubasse in aggravio de’ popoli: a Napoli

ottantadue milioni di fiorini si estorsero nei ventisette anni di suo

dominio; oltre diciotto capitarono direttamente all’imperatore o per

fascie alle arciduchesse o per altre graziosità: a Milano s’incarì

la diaria, mentre le somme destinate a mantenervi soldati e munire

fortezze colavano nel borsiglio, lasciando il paese sprovvisto nelle

occorrenze: or si moveva dubbio su antiche vendite fatte dal fisco

alle città, e bisognava transigere in denari; or una città contendeva

coll’altra, e sopivasi il litigio a denari, sempre con particolare

guadagno dell’imperatore. Per due milioni e quattrocentomila fiorini

vendette ai Genovesi il marchesato di Finale, importantissimo perchè

metteva il Milanese in comunicazione col mare; vendette al re di

Sardegna altri feudi sottratti al Milanese; vendette titoli, vendette

soldati, e fomentò la guerra perchè velava tali dispersioni di denaro.

Negl’impieghi e nelle magistrature poneva persone indegne, purchè

pagassero; lasciava che i ministri lucrassero sulle entrate dello

Stato, come egli partecipava alle venalità; e tenea mano agli appalti,

che si deliberavano a prezzi ingiusti, supplendovi con altre gravezze

sui sudditi, e coll’inumanità dell’esazione.

Napoli avea gran foreste di roveri, proprietà regia; quelle dell’Istria

e dell’Ungheria poteano somministrare una ricca flotta, dietro la

quale Carlo smaniava: ma la pessima amministrazione facea costar più

a lui i legnami suoi che se avesse dovuto comprarli, e l’uffizialità

sarebbe bastata a triplice armata. Pensò favorire il commercio, ma

con espedienti improvvidi; alzando i dazj delle lane, rovinò gli

armenti dell’Abruzzo; colla Compagnia dell’India istituita ad Ostenda,

s’inimicò le potenze marittime, mentre egli nessun frutto ritrasse;

coll’aprire il porto franco di Trieste, oltre mettere in sospetto i

Veneziani, spoverì la fiera di Bolzano ed altre interne, e non che vi

affluissero mercanti come credeva, sole tre famiglie di Lombardia vi si

posero, e bisognarono ordini rigorosi per trarvi mercanzie. L’accordo

ch’ei fece colle potenze Barbaresche affidava queste a penetrare

nell’Adriatico a danno de’ Veneti e de’ Pontifizj, sicure di trovar

ricovero nei porti napoletani.

De’ vizj suoi e di sua Corte non mancava chi l’avvertisse, e i frati

italiani che quaresimavano a Vienna, non prostituivano alle adulazioni

la parola di Dio; pure soltanto le lezioni costose dell’esperienza lo

fecero scorto degli errori suoi, non l’emendarono. Tutta sua vita fu

in guerra, e più in maneggi per far adottare la prammatica sanzione,

per cui gli Stati di Casa d’Austria passassero nella sua figlia Maria

Teresa. La Farnese mosse mari e monti per maritare costei col suo

Carlo, che avrebbe potuto un giorno congiungere in sè i possessi

d’Austria, Spagna e Francia; e fallitole l’intrigo, cercò almeno

buscargli il Milanese e le Sicilie. Ma il Milanese faceva gola a Carlo

Emanuele III di Sardegna, il quale paragonava l’Italia a un carciofo,

che vuolsi mangiare foglia a foglia; e sentendo di qual peso l’alleanza

sua sarebbe nei moti imminenti, volea farsela pagare con quel ghiotto

boccone.

Di mezzo all’apparente cordialità trescavasi dunque e faceansi

armi, quando un lontanissimo evento condusse in nuovo travaglio il

paese. Ciò fu l’elezione del re di Polonia. Era caduta su Stanislao

Lezczinski suocero del re di Francia; ma Russia ed Austria preferivano

Augusto di Sassonia, e accostato un esercito ai confini, obbligarono

ad eleggere questo (1719), sicchè Stanislao ne dovette partire. Di

qui rottura tra Francia ed Austria, e briga di alleanze, ove subito

prese parte la Spagna, ossia Elisabetta; la quale, sempre agognando

tutta l’eredità austriaca, nè per difficoltà diminuendo l’ambizione

materna, al suo Carlo diciassettenne che s’adagiava nel principato di

Parma, manda dire: — Preparatevi a un molto più nobile trono; Spagna,

Francia, Sardegna si sono collegate contro l’Impero, cioè per deprimere

Casa d’Austria[44] ed escluderla da Italia: un esercito con Berwick

l’assalirà sul Reno, un altro con Villars scenderà in Lombardia, una

flotta nel Mediterraneo; a Genova e Antibo sbarcheranno genti e cavalli

spagnuoli, comandati dal conte di Montemar in effetto, in apparenza da

voi stesso, che presto saluterò re delle Due Sicilie».

Carlo Emanuele fu ancora in testa agl’intrighi (1733 26 7bre).

L’imperatore lo credeva suo, atteso l’avergli esso domandata

l’investitura degli Stati in Italia; sicchè vedendolo ingrossare

di armi, supponeva mirasse unicamente a difendersi dai Francesi; e

quand’egli chiese grani alla Lombardia, il conte Daun si fece premura

di mandargliene[45]. Ma un momento dopo si seppe che il re, a patto

di divenire padrone del Milanese, erasi unito alla Francia, dove i

consigli dell’ottagenario Villars e degli altri vecchi soldati essendo

prevalsi ai pacifici del ministro cardinale Fleury, preparavansi grossi

eserciti. I quali per cinque vie sboccati e uniti al piemontese,

occupavano Vigevano, Tortona, Pavia, e sono alle porte di Milano

(1733 3 9bre). Carlo VI erasi avversate le potenze marittime colla sua

compagnia d’Ostenda; quel sistema di corruzione così esteso avea fatto

trascurare gli armamenti e i magazzini; e Daun côlto alla sprovvista,

anzichè esporsi ad una sconfitta, si ritira nelle fortezze. Carlo

Emanuele accolto con feste a Milano e dappertutto[46], vede aprirsegli

il forte di Pizzighettone allora importante pel passo dell’Adda e con

cento cannoni, e i minori di Lecco, Trezzo, Cremona, Fuentes, Novara,

Arona; anche quel di Milano dopo lanciatevi quattordicimila cannonate e

tre mila bombe: e tiene finalmente questo paese sì a lungo ambito, e se

n’intitola duca.

Un potentato che tema un vicino, gliene oppone un altro. Carlo Emanuele

dunque consentiva all’incremento d’un infante di Spagna, per quanto

s’adombrasse dei Borboni; ma non volea snervar l’imperatore a segno

che quelli restassero senza contrappeso in Italia: laonde sfavorì la

marcia dell’esercito, restrinse le sussistenze, ricusò dare artiglieria

per l’assedio di Mantova, nè secondare Villars che volea si procedesse

prima che da Germania venissero rinforzi; onde il maresciallo Mercy

ebbe agio di calar dal Tirolo a rinforzare la guarnigione di Mantova;

Villars indispettito viene a prendere congedo dal re, il quale

duramente gli dice: — Buon viaggio». Il maresciallo, passando per

Torino, vi morì di ottantadue anni.

Intanto anche la Spagna, ossia Elisabetta collegatasi con Francia,

manda una flotta in Toscana, che per sottrarre le Due Sicilie

all’oppressione austriaca, all’austriaca avarizia, comincia a devastare

spietatamente la Mirandola, Piombino, il ducato di Massa e Carrara; poi

l’infante don Carlo, dichiaratosi da sè maggiorenne a diciott’anni,

e fatto generalissimo degli Spagnuoli[47], a capo di grosso esercito

lentamente traversa lo Stato papale, guastando da barbaro.

Come il Milanese, così il Napoletano trovavasi a mala guardia,

avendo l’imperatore e il gran cancelliere Zinzendorf intascato i

denari degli armamenti, e per gelosia non lasciavasi che i natii si

armassero: ingegner nessuni; uffiziali imberbi; soldati arrugginiti

nelle guarnigioni; gli animi esasperati contro gli Austriaci venditori

d’impieghi e sanguisughe, sicchè all’accostarsi di Carlo dappertutto

si gridava il nome di Spagna, tanto più che egli pagava appuntino,

regalava, sovveniva, gettava manciate di denaro alla folla.

Il vicerè Giulio Visconti chiama all’armi (1734), ma non gli

rispondono che banditi e condannati, sicchè fugge col denaro e cogli

archivj, e dappertutto si surrogano i gigli alle aquile. Carlo entra

in Napoli spargendo denaro, prostrandosi alle chiese, donando una

magnifica collana a san Gennaro, schiudendo le prigioni ai malfattori,

conservando i privilegi e i magistrati, e aggiungendo alla città il

grandato di Spagna, e all’eletto e ai deputati del popolo il diritto

di coprirsi in presenza del re. Maggiore fu il contento quando si

seppe che il paese non sarebbe più una fattoria regolata dai vicerè,

poichè Filippo V decretò che Carlo fosse re delle Due Sicilie, separate

da Spagna; le nuove nomine di dignità soddisfecero i nobili; feste e

grazie e illuminazione soddisfecero la plebe.

Il Visconti, ritirato in terra di Bari, fu sconfitto a Bitonto dal duca

di Montemar, vero duce dell’esercito, il quale passò a sottomettere

l’isola di Sicilia (maggio), invano difesa dal prode Lobkowitz; così

l’intero regno riverì Carlo; mentre la fortuna austriaca abbassava

anche in Germania, malgrado l’arte del vecchio principe Eugenio.

Il Milanese era stato preso troppo facilmente perchè si potesse dir

vinto, e a Mantova si concentrarono sotto il maresciallo Mercy le

truppe imperiali; ma costui, poco gradito per le violenze e per la

prodigalità di sangue, non prosperò le armi, e morì (giugno) alla

battaglia di Parma, la più sanguinosa che già un pezzo si combattesse,

restandovi diecimila Austriaci. Meglio furono questi comandati a

Quistello dal maresciallo conte di Königseck; ma vinti alla giornata di

Guastalla (19 7bre), dovettero ritirarsi in Tirolo.

Allora Luigi XV (1735) rimise sul tappeto il vecchio disegno di

rendere indipendente l’Italia, per isbarbicare le continue occasioni

di guerra; Lombardia sarebbe spartita fra Venezia, Genova, Piemonte;

la Toscana resa ai cittadini; nessuno potesse principare in Italia che

avesse possedimenti fuori. L’ambizioso Farnese impacciò i consigli,

non soffrendo che suo figlio fosse privato della Toscana, benchè

acquistasse le Due Sicilie; si tornò sulle armi; e gli Austriaci

raccolsero grosso esercito negli Stati della Chiesa, i quali dovettero

sostenerne le spese e le prepotenze; perchè i contadini in qualche

luogo si opponevano allo sfrenato loro foraggiare, in altri impedivano

i loro ingaggi o ricusavano le arbitrarie contribuzioni, le Corti di

Madrid e di Vienna urlavano contro il papa, ne cacciavano i nunzj.

Ma la guerra omai non si faceva che lenta e per marcie: Carlo non tenea

le Due Sicilie? e il re sardo il Milanese? che potevano altro bramare?

Il cardinale Fleury smaniava di rimettere pace; l’imperatore non poteva

che desiderarla: ma Luigi, che aveva protestato non volere un palmo

di terra, e solo vendicarsi dell’affronto fatto in Polonia a Stanislao

Lezczinski, non volle cessar l’armi se non fosse dato alla Francia il

ducato di Lorena, che esso Lezczinski terrebbe a vita, in cambio della

disturbatagli Polonia. Ma e il duca di Lorena? si compenserà col dargli

la Toscana, la quale toglieasi a Spagna, come Parma, Piacenza, Mantova.

Miserabili barattieri di popoli!

Adunque nella pace di Vienna (1738 8 9bre) fu assegnata la Toscana al

duca di Lorena, che, morto allora Gian Gastone, ne prendeva possesso;

in compenso don Carlo avesse le Due Sicilie e i porti del Senese

con Porto Longone; Livorno restava portofranco; al re di Sardegna, i

territorj di Novara e Tortona, divelti dal Milanese, e la supremazia

feudale nelle Langhe; Parma tornava all’imperatore, ma i Farnesi

portarono via le ricchezze di loro famiglia e i capi d’arte di cui

arricchirono Napoli.

Non si erano ancora deposte le armi, quando la morte di Carlo VI (1740

20 8bre) aprì la successione austriaca; e in onta alla prammatica

sanzione, i potentati si avventarono per istrappare qualche brano

d’eredità a sua figlia Maria Teresa, e Italia tornò sossopra.

La Francia pensava creare o ingrandire colle spoglie dell’Austria gli

Stati secondarj, che si movessero a suo impulso. La Prussia voleva

crescere in Germania sicchè l’Austria non vi facesse più da padrona.

Il re di Spagna credeva che, mancata la linea austriaca, toccassero a

lui il Milanese, Parma e Piacenza, sebbene col trattato di Londra del

1718 vi avesse rinunziato; sicchè armò, e impose a Carlo di Napoli che

s’armasse. Per uno statuto del 1549 di Carlo V, qualora venisse meno

la discendenza maschile di Filippo II, doveano succedere le sorelle;

statuto confermato allorchè la costui figlia Caterina sposò Carlo

Emanuele III di Sardegna. Il quale dunque sorgeva a dire che il ducato

di Milano avrebbe dovuto toccargli fin dalla morte di Carlo II, ultimo

maschio di Filippo II; e viepiù adesso che ogni seme di quella Casa era

perito. Non credo che Carlo Emanuele III contasse gran fatto su questi

titoli, abrogati del resto col riconoscere la prammatica sanzione:

bensì sentiva che, come principe dell’impero dovea aver parte alle

discussioni; e come posto fra i due maggiori contendenti, si darebbe

a quello che meglio il compensasse. E dapprima prese accordo colla

Francia per acquistare il Milanese, foss’anche col cedere la Savoja;

poi riflettendo non tornargli utile il prevalere in Italia quella

Francia che aveva dominato sì a lungo il Piemonte, e non vedendosi

dalla Spagna offerti che ritagli del Milanese, agognato dalla Farnese,

si volge a Maria Teresa.

Questa navigava in pessime acque, parendo tutta Europa congiurata a

ritorle i lenti acquisti de’ suoi avi, restringendola all’Ungheria,

la Bassa Austria, la Stiria, la Carintia, la Carniola, le provincie

belgiche. Federico II di Prussia, eroe filosofo, le occupava la

Slesia; il duca di Baviera la Boemia ed era proclamato imperatore; gli

Spagnuoli sovrastavano all’Italia; dal Napoletano moveansi i Borboni a

minacciare Toscana, Parma, Piacenza, Lombardia; il papa li lascierebbe

passare, il duca di Modena si collegherebbe con loro.

Maria Teresa, profuga sin da Vienna, avea dovuto ritirare le truppe

dall’Italia, e con patti onerosi procurarsi amici: onde convenne

con Carlo Emanuele (1742 1 febb.) che essa impedirebbe Spagnuoli e

Napoletani d’avanzare verso Modena e la Mirandola; egli, mettendo da

banda le sue ragioni fino a guerra finita, difenderebbe la Lombardia.

Trattato di due nemici, intenti solo a schermirsi da un terzo, come

lo qualificava Voltaire; e detto _provvisionale_ perchè esprimeva la

riserva che il re potesse disdirlo mediante il preavviso di un mese,

cioè se Francia e Spagna gli facessero condizioni più vantaggiose.

Venezia volle tenersi neutra, benchè Maria Teresa minacciasse di

nuovo suscitarle addosso i ladroni di Segna. A Modena sedevano gli

Estensi, principi quieti; e Alfonso III a sessantott’anni abdicò (1629)

per rendersi cappuccino a Merano nel Tirolo, dove apostolò eretici,

assistette appestati. Francesco suo figlio, modello di cortesia e di

generosità, in istrada parlava con questo e con quello, dava udienza

a tutti, donava con modesta liberalità; sapeva che qualche cavaliere

fosse in bisogno? giocava con esso al tiro o al pallamaglio, ad arte

perdendo; ad alcuno chiedeva la borsa, simulando averne bisogno, poi

gliela rendeva impinguata; o nella giubba o nel cappello sguizzavagli

destramente un rotolo di monete, o fingea lasciarsene cader di mano, e

come le aveano raccolte non volea ripigliarle; e li donava di vesti,

come fossero da lui smesse, e vi trovavano denari. Al Poggio suo

segretario rimproverò una lettera come mal fatta; ma il dì medesimo,

quando fu a tavola con alquanti amici, gli mandò un viglietto

contenente la donazione della casa e d’alquanti poderi. Amò anche le

arti, e cominciò il palazzo di Modena, buon disegno dell’Avanzini.

Un prossimo parente del maresciallo di Gassion avendo commesso

profanazioni in una chiesa, lo fece fucilare, respingendo le istanze

di grazia col dire: — Gli perdonerei se mi avesse fatto perdere una

battaglia: ma non d’aver mancato di rispetto alla casa di Dio.

Alfonso IV fu generalissimo (1658) delle armi francesi in Italia, ed

ebbe l’investitura di Correggio. La sua vedova Laura Martinozzi, nipote

del cardinale Mazarino, regolò con accorta bontà la fanciullezza di

Francesco II. Al quale morto senza figli, sottentrò lo zio Rinaldo,

figlio di Francesco I, che vedemmo ravvolto nella guerra per la

successione spagnuola. Nel 1707 ricuperò gli Stati; nel 1710 acquistò

la Mirandola, che l’imperatore, per castigare Pico d’avere parteggiato

coi Francesi, fece mettere quasi all’incanto e gli cedette per

ducentomila pistole: ma di ottenere Comacchio, disputato sempre dal

papa, disperò allorquando l’imperatore rinunziò a pretenderlo.

Nella guerra dei Gallo-Ispani (1734), Modena fu occupata dal

maresciallo Maillebois e gravata di contribuzioni. Rinaldo, che erasi

rifuggito a Parigi, fu poi restituito nella sua residenza, e l’anno

appresso gli succedette Francesco III (1737) che allora combatteva

i Turchi in Ungheria come generale dell’artiglieria imperiale. Egli

erasi proposto di rimanere neutro nella guerra scoppiata: ma Traun

governatore della Lombardia collo svillaneggiarlo e invaderne gli Stati

lo spinse a chiarirsi nemico della sua padrona. Subito Tedeschi e Sardi

occuparono lo Stato, mentre il duca ricoverava sul Veneto, «portando

seco il coraggio, costante compagno delle sue traversie» dice il

Muratori. Questi allora trovavasi bibliotecario in Modena, e avendogli

il re di Sardegna domandato — Come mi tratterà nella sua storia?»

rispose: — Come vostra maestà tratterà la patria mia».

Il duca di Montemar, che dalla sinistra del Po avea veduto senza

muoversi la presa di Modena e della Mirandola, sfila allora verso

la bassa Italia, e non volendo aprirsi a forza il passaggio per la

Toscana, sbarca a Orbetello, e uniti i suoi Spagnuoli a dodicimila

Napoletani, traversa violentemente il territorio della Chiesa. In Roma

i suoi, per ingaggiare soldati, trascorrono a seduzioni e violenze di

tal guisa, che il popolo, irritato di vedersi rapire mariti, figli,

padri, tumultuò, coi sassi plebei affrontò fucili e cannoni, e fu

forza calar seco a patti, e congedare quanti eransi incorporati ne’

reggimenti spagnuoli. Questi esercitarono vendetta sulla campagna,

ma la pagarono col sangue. Il cardinale Alberoni, che non potea

dimenticare la politica, proponeva di opporre a questi stranieri una

lega di tutti i principi italiani, capo il pontefice; ma questo si

accontentò di bandire un giubileo.

Mentre prima il principe Eugenio colle rapide marcie solea moltiplicare

un piccolo esercito, allora il Montemar, che pur tanto avea giovato

alla prima conquista del Regno, lasciò languire un esercito poderoso;

senza riguardo nè all’onore spagnuolo, nè al pericolo degli alleati,

nè al conquasso dei popoli, perdendo settimane in marcie di poche ore;

accostavasi ai nemici, poi rifocillavasi indietro; non difendeva i suoi

posti, non attaccava i deboli, lasciando indisciplinare i soldati,

estender le malattie e i vizj, e prevalere gli alleati. Fu mandato

a scambiarlo il conte di Gages fiammingo, che a Camposanto di Modena

venne a battaglia (1743) cogli Austro-Sardi, poi ritiratosi a Rimini,

cedette il comando al duca di Modena.

Maria Teresa, non iscoraggiata da tanti nemici, rinnega Carlo VII

benchè regolarmente eletto imperatore dai principi di Germania, e

avvolgendo questi in una guerra di mero suo profitto, chiama per

la prima volta i Moscoviti a parte degli avvenimenti dell’Europa

meridionale, e versa contro i suoi nemici e sopra la povera Italia

bande ferine di Panduri, Tolpasci, Anacchi, Croati, Varadini, terribili

d’aspetto e d’armi, anelanti alla ruba, indifferenti al sangue, e che

rinnovarono gli orrori della guerra dei Trent’anni.

Unica l’Inghilterra serbò fede alla prammatica sanzione.

Improvvisamente (19 agosto) una sua squadra si presenta davanti a

Napoli con galeotte e bombe, e il comandante Matthews intima a quel re

di richiamare le sue truppe dalla Lombardia, o bombarderà la capitale:

tempo due ore a decidere. Non erasi mai pensato a munir Napoli, nè

i castelli erano provvisti; onde fu forza rassegnarsi, e l’esercito

napoletano richiamato, prese quartiere sul Perugino.

Carlo Emanuele seguitava intanto pratiche colla Spagna o colla

Francia; e questa non potendolo trarre a sè, mandò nuove truppe al

Varo e all’Alpi. Egli, facendo valere i suoi gravi sacrifizj e le

proposizioni avute da Francia e Spagna, insisteva per nuovi compensi:

l’Inghilterra spingeva Maria Teresa a consolidare quella lubrica

alleanza con Savoja, facendo positive concessioni. L’imperatrice

reluttava e diceva: — Se cedo ancora, mi resterà in Italia sì poco da

non meritare d’essere difesa; non mi lascia che l’alternativa d’essere

spogliata dalla Francia o dall’Inghilterra»; dovette piegarsi ad un

trattato segreto (13 7bre) conchiuso in Worms, pel quale Carlo Emanuele

riconosceva la prammatica sanzione, rinunziando ad ogni pretensione

sul Milanese, e obbligandosi a mettere in campo quarantacinquemila

uomini. Essa «in ricompensa dello zelo e della generosità con cui erasi

avventurato a vantaggio della Casa d’Austria», oltre un sussidio di

quattro milioni all’anno, obbligavasi a cedergli il Vigevanasco, il

contado d’Angera con tutta la riva occidentale del lago Maggiore e

la meridionale del Ticino, e Piacenza col suo territorio di qua dal

Po fino alla Nura; e terrebbe in Italia trentamila uomini sotto gli

ordini del re. L’Inghilterra si obbligava a pagare al re di Sardegna

ducentomila sterline l’anno[48], e secondarlo con poderosa squadra

nel Mediterraneo, nè ascoltare veruna proposizione d’assestamento

dell’Italia senza consenso di esso.

Allora si rincalorisce la guerra. Carlo Emanuele, inseguendo gli

Spagnuoli capitanati dal duca di Modena, giunse fino a Bologna; il

principe di Lobkowitz, chiaro per vittorie in Boemia, succeduto al

Traun, entra nelle Legazioni, mandandole a sperpero con una di quelle

guerre di movimenti che devastano senza risolvere, mostra ancora

ai Romani un esercito di Barbari, e s’avvia su Napoli, spargendo

larghissime promesse di Maria Teresa. Ma popolo e nobili, indignati che

ne fosse tentata la fedeltà, si restrinsero al loro re, superbi della

confidenza mostrata da Carlo, fin a sprigionare quei che avea chiusi

per inconfidenza, s’accinse a tutelare il nuovo regno.

Lobkowitz menava ventimila fanti, seimila cavalli, oltre le bande

irregolari e molti scorridori ungheresi; li secondavano i navigli. Più

numerosi erano i Borbonici, meno riputati; e nè gli uni nè gli altri

facendosi scrupolo di ledere territorio amico, lo Stato pontifizio

resero teatro di battaglie. A Velletri gli Austriaci diedero assalto

sì improvviso (1744 10 agosto) al campo, che il re e il duca di

Modena a fatica fuggirono in camicia; ma il duca di Castropignano

seppe conservare la posizione in modo, che ben presto volse in fuga

gli Austriaci. Stettero però ancora due mesi a fronte gli eserciti,

ciascuno sperando che la fame e la peste distruggerebbe l’altro; e in

fatto, dopo lasciate innumere vite a miserabile spettacolo, Lobkowitz

dovette sonare a ritirata, e mostrare i laceri avanzi a quella Roma che

dianzi avea insultata. Il conte Gages, unito a un esercito che Francia

spediva per Genova, incalzò gli Austriaci, facendo orrida la via coi

disertori che lasciava impiccati, mentre la peste desolava i due campi.

Anche sul mare infuriavano le regie ire, mentre empivano di strage

la Germania. Morto il ministro Fleury, che sempre avea sollecitato

la pace, Francia caldeggiò la parte spagnuola contro Maria Teresa, e

mandò un esercito di qua dall’Alpi; grosse battaglie si combattono;

altri Gallo-Ispani coll’infante don Filippo e col principe di Conti,

secondati dalla flotta, prendono Nizza e la Savoja. I passi delle

Alpi sono vigorosamente protetti dai Piemontesi, e tra le fazioni più

famose del secolo contansi la presa di Demonte e l’assedio di Cuneo

(7bre), ove le popolazioni secondavano l’esercito, a differenza di ciò

che avveniva nella restante Italia; e sebbene il re fosse sconfitto,

l’avversario dovette sgombrare il Piemonte.

Ma ben presto don Filippo ritorna, Carlo Emanuele è sconfitto a

Bassignana (1745 27 9bre), lasciando pochi uccisi e moltissimi

prigionieri: e l’infante don Filippo entra coi Gallo-Ispani in Milano

trionfante, e la Farnese esulta del sapere la pingue città in pugno

al suo secondogenito. Ma la regina d’Ungheria raddoppia di sforzi, e

avendo dal terribile suo avversario Federico II comprata la pace col

cedergli la Slesia (1746), manda Lichtenstein con nuove truppe nel cuor

dell’inverno, sicchè ben presto i Gallo-Ispani devono lasciar Milano

ai Tedeschi, che mandano a saccheggio Parma, mentre i Gallo-Ispani si

rinforzano in Piacenza.

Appoggiato ai Tedeschi, Carlo Emanuele si rifà, vince Gages e

Maillebois (16 giugno), mentre rinterza trattati colla Francia per

conseguire maggiori vantaggi e l’ambito Milanese, semina zizzanie tra

Spagnuoli e Francesi; questi batte a Piacenza e obbliga a ripassar le

Alpi; e morto Filippo che ostinavasi alla guerra per suo capriccio e

per stimolo della Farnese, Ferdinando suo successore (luglio) richiamò

d’Italia le truppe spagnuole.

Maria Teresa, carattere virile, virtuosa in mezzo a tante Corti

depravate, altera dei diritti di regina e di austriaca, intendeva

all’ingrandimento della propria casa e dei proprj figli, senza

intaccare i privilegi locali, che formavano la costituzione storica de’

differenti suoi popoli. Avea sposato Francesco, già duca di Lorena poi

granduca di Toscana; e benchè di lui amorosissima, e il facesse dodici

volte padre, non gli lasciò ombra d’autorità; sicchè egli dovette

restringersi a cure parziali, e a guadagnare sugli appalti fin con

somministrare forniture ai nemici di sua moglie.

Maria Teresa inviò un corpo nel Ferrarese, che, per castigare il duca

di Modena, imponesse grossissime contribuzioni, e guastasse i beni

allodiali di Casa d’Este, benchè assegnati alle sorelle, e fin quelli

di Massa e Carrara, la cui duchessa Maria Teresa Cibo era moglie del

principe ereditario che fu poi duca. Vacando, per la morte dell’ultimo

Gonzaga, il ducato di Mantova, Maria Teresa l’occupò come appendice

del Milanese, protestandone fin suo marito, che qual imperatore di

Germania, lo credeva a sè ricaduto. Dopo la vittoria di Piacenza, gli

Austro-Sardi vogliono profittare del buon destro per ricuperare il

Napoletano: ma l’Inghilterra, per castigare Francia d’aver favorito

il pretendente, gli obbliga a volgersi contro la Provenza, lo perchè

occupano la più parte del Genovesato.

Il marchesato del Finale tra il Monferrato e la riviera genovese,

dalla famiglia Del Carretto, che lo teneva in feudo, era stato nel

1590 venduto agli Spagnuoli che l’unirono al ducato di Milano; quando i

Francesi uscirono d’Italia nel 1707, gl’Imperiali se ne impadronirono,

poi Carlo VI nel 1713 lo vendette a Genova per un milione ducentomila

piastre, come feudo dipendente dall’Impero, e glielo confermò nel

trattato della Quadruplice alleanza nel 18, e in quel di Vienna nel

25. Eppure Maria Teresa, come roba sua, nel 43 ne cedeva i diritti

al re di Sardegna, per l’unico titolo che al Piemonte importava avere

comunicazione immediata colle potenze marittime ad esso alleate.

Genova non era più la donna dei mari, ma quel popolo conservava

vigorosi caratteri, operosità, amore del franco stato; l’aristocrazia

dominante non escludeva il merito, e ricordavasi dell’origine sua

popolana; i suoi capitalisti possedeano per quattordici milioni di

rendita sui banchi di Francia. Protestò essa contro tale usurpazione,

che poteva costituire sulla Riviera un porto emulo del suo, fece

armi; e aderendo a Francia, Spagna e Napoli nel trattato d’Aranjuez,

agevolò ai Borbonici il passo per la Lombardia. Gl’Inglesi reclamarono

perchè Genova cessasse dall’armarsi, attesochè nemici non aveva, e

dal molestare il loro alleato di Savoja; e non ascoltati, predarono

le navi (1746), e mandarono l’ammiraglio Rowley a bombardar Genova, il

Finale, San Remo, sollecitati dal re di Sardegna, che istigava anche i

Corsi. Ma dopo la vittoria di Piacenza e la ritirata degli Spagnuoli,

benchè avesse e armi e viveri, Genova trovandosi incalzata per terra

dagli Austriaci, per mare dagli Inglesi, scontentò il popolo pel

lavoro mancato nella lunga guerra e pei difficoltati trasporti, sicchè

temeva proclamasse Maria Teresa, e dovette patteggiare col comandante

degli Austriaci marchese Antonio Botta Adorno, e cedergli una porta,

raccomandandosi alla generosità dell’imperatrice.

Se i soldati tedeschi in tutta quella campagna si erano mostrati

brutali e ingordi, massime a Parma e Piacenza, qui ancor peggio, quasi

il Botta s’invelenisse dell’averla per patria. Impose dunque condizioni

come a città vinta: consegnassero le porte, i forti, le munizioni da

guerra e da bocca, libero agli eserciti austriaci di traversare le

terre della repubblica; il doge e quattro senatori passassero fra

un mese a chiedere perdono alla clementissima sovrana di ciò che è

sacrosanto diritto, il difendersi da aggressori; detto fatto pagassero

cinquantamila genovine (da cinque franchi) per rinfresco ai soldati;

poi determinava la contribuzione di guerra a tre milioni di genovine

entro quindici giorni, o il saccheggio; tanto e non meno bisognando

all’esercito per la spedizione in Provenza e contro Napoli. Di tutto

allora si cominciò a far denaro; gli argenti delle case, i tesori sotto

la fede pubblica depositati nel banco di san Giorgio, andarono alla

zecca, onde passar poi nelle tasche de’ soldati per stipendj e per

ricompense; molto ne fu mandato a Milano.

Il re di Sardegna si lamentò che del bottino non gli si facesse parte:

sostenuto dagli Inglesi ricuperava Nizza, e prendeva Savona, il Finale,

altri posti della Riviera, esclamando contro i Genovesi che osavano

difenderli; una nave inglese all’imboccatura del porto taglieggiava

e metteva a preda quanti vascelli capitassero a Genova. Per la paura

più non si portavano tampoco i grani, e pativasi di fame; fuggivano

i principali negozianti, i maggiori ricchi, i membri del piccolo

consiglio.

Ad istanza di Benedetto XIV, Maria Teresa condonò il terzo milione;

ma il Botta non solo lo volle, ma ne aggiunse un altro pei quartieri

d’inverno. Tanto spoglio di città già esausta dalla lunga guerra di

Corsica! Eppure la brutalità nemica non n’era sazia; si arrivò a volere

che Genova somministrasse le proprie artiglierie per poter con queste

toglierle le sue città. E se, come i Romani ad Alarico, chiedeva — Cosa

ci lascerete?» il turpe Botta rispondeva: — Gli occhi per piangere».

Vile! qualcos’altro resta sempre al popolo ridotto alla disperazione.

Per favorire la decretata spedizione di Provenza, di cui il re di

Sardegna era destinato generalissimo, il Botta levò i cannoni anche di

Genova; ma nello strascinare un mortajo da Portória (5 xbre), si sfondò

la strada e gran fatica dura vasi a cavarnelo. I Tedeschi col bastone

obbligarono qualche popolano ad ajutarli: ma un Balilla, ragazzo

vulgare, comincia a resistere e rivoltarsi; i suoi lo secondano colle

grida e le sassate; il rombazzo ingrossa, e impetuoso si diffonde per

la città; rapisconsi le armi ove si trovano: da principio i popolani

son più uccisi che uccisori, e gli Austriaci li deridono, e al grido di

_Viva Maria_ rispondono _Viva Maria Teresa_. Ma il furore cresce; si

serragliano le vie; Croati, Panduri e quegli altri feroci soccombono

alle armi plebee; fanciulli e donne strascinano i cannoni ove mai non

sarebbesi creduto; improvvisati artiglieri, improvvisati fucilieri

mostrano che sanno vincere e frenar la vittoria: frati e preti ispirano

misericordia, ma non fiacchezza. Invano i nobili suggeriscono prudenza,

moderazione, e di non sonare a stormo; le campane a martello chiamano

i valligiani del Bisagno e della Polcévera; quel Botta, che aveva

sbraveggiato il popolo, sente che cosa il popolo vaglia, e fremente e

confuso è costretto andarsene. _Viva Maria_, Genova è salva (10 xbre).

Un applauso universale salutò le cinque giornate; i Tedeschi dalla

Riviera si ritrassero di qua dell’Appennino; e accertata la vittoria,

anche i nobili parteggiarono colla plebe. Del _tradimento_ fremette

Maria Teresa, e tacciando di lesa maestà un popolo indipendente,

decretò il sequestro di quanto possedevano i Genovesi ne’ suoi Stati,

colpendo così e gl’innocenti che trovavansi lontani da Genova, e la

pubblica garanzia delle casse pubbliche, e portando a inevitabili

fallimenti[49]. Nè paga a tanto, spedì rinforzi a punir il popolo di

quella fedeltà che negli Ungheresi ella aveva applaudita, e che qui

chiamava ribellione. Lo Stato di Milano fu obbligato dare cinquecento

carrette con quattro cavalli e un uomo ciascuna per condur le

provvigioni, e migliaja di villani requisiti per ispianare le strade

all’artiglieria. E s’affollarono sul territorio le truppe austriache,

che rinomate per valore quanto per cattiva amministrazione, riuscivano

gravosissime ovunque stanziassero, e in conseguenza indisciplinate.

Il generale Schulemburg, ripresa la Bocchetta (1747), mandò bande

di Croati, le cui fierezze fecero inorridire l’Europa, e indussero

i Genovesi a intimargli, se non cessava taglierebbero a pezzi gli

uffiziali che tenevano prigionieri. Il popolo sistemò la difesa, e

armò le compagnie secondo le varie arti, gridando _Libertà o morte_, e

ascrivendo alla beata Vergine ogni vantaggio che ottenesse sui nemici;

si cessò dai vizj, si faceano penitenze e processioni.

Quell’eroismo inaspettato tra la fiacchezza del secolo, mosse Spagna

e Francia a sostenerli, pentite e vergognate, d’aver in Italia

lasciato cadere ogni loro fortuna. Il cavaliere Bellisle, fratello del

maresciallo, avendo tentato passar il colle dell’Assietta, vi lasciò

la vita (19 luglio) e la vittoria, nè più i Francesi s’avventurarono

su terre piemontesi. Il re di Sardegna aveva potuto prendere Savona,

sulla quale ostentava antichi diritti: ma la spedizione di Provenza

gli fu interrotta dai mancati soccorsi; e gli Austro-Sardi, che vi

aveano sofferto ogni specie di stento, furono cacciati a maledizione

dal devastato paese, de’ cui ulivi si servirono a far fuoco, e dove

lasciarono morto un terzo delle truppe e quasi tutta la bellissima

cavalleria. Mentre stringevano Genova con fierezza per terra lo

Schulemburg e per mare gl’Inglesi, il francese duca di Boufflers

sosteneva colla sperienza il coraggio popolano; tantochè l’austriaco

dovette levar il campo e ritirarsi verso la Lombardia. I Genovesi

usciti in festa per la campagna, deploravano desolate le loro

ville e dappertutto traccie dell’immanità dei Croati; ma esultavano

dell’essersi riscossi col proprio braccio.

Morto fra i compianti il Boufflers, al duca di Richelieu succedutogli

pochissimo rimase a fare, ma non ritirò le truppe sinchè non fu

ripristinato il governo dei pochi. Il popolo aveva redenta la patria,

il popolo vinti i nemici di essa; l’aristocrazia gli rimetteva

il freno. Fu quella forse la prima guerra alla moderna, ove si

continuassero le trattative insieme colle operazioni militari. E

fra le proposte fatte alla Sardegna, merita menzione il progetto di

Francia, pel quale, cedendo Nizza e la Savoja, Carlo Emanuele sarebbe

ajutato a conquistar il Milanese d’accordo con Spagna e Napoli: del

ducato di Mantova s’investirebbero Venezia o il Piemonte: in Italia

dove straniero più non rimaneva, si formerebbe una confederazione

de’ principi per assicurarli da attacchi esterni e da interne

perturbazioni, allestendo all’uopo un esercito di ottantamila uomini,

comandato dal re di Sardegna, o in difetto suo da quel di Napoli.

Taciamo tutte le minuzie di che il bel concetto nazionale era rinvolto

dai lucri domestici e dalle ambizioni della Farnese: ma Carlo Emanuele

voleva anzitutto la fusione degli Stati promessigli[50]; temeva che,

coll’escludere l’Austria dall’Italia non restasse senza contrappeso

il protettorato della Francia, e tenne fermo all’alleanza austriaca:

onde Asti fu presa, sciolto l’assedio d’Alessandria, e chiusa per

cinquant’anni l’Italia ai Francesi.

A questi danni fatti dai re, venivano di conseguenza epidemie e strani

morbi, e un’epizoozia e dilagamenti de’ fiumi dell’alta Italia[51],

e venti furiosi a Genova. Alfine i principi, spossati di far tanto

male, conchiusero pace ad Aquisgrana (1748 15 8bre). Lo scopo di tanto

sangue era ottenuto: cioè Maria Teresa, tuttochè femmina, ereditava

gli Stati di suo padre, e alla grandezza della sua Casa dava il

rinfianco dell’alleanza inglese. Però, per quanto ella cercasse disdire

il trattato di Worms, allegando d’aver giurato conservare integra

l’eredità paterna, e di non dover desolare i Milanesi che vedeansi

tolti i paesi dove teneano le più pingui proprietà, dovette rassegnarsi

cedendo al re di Sardegna l’alto Novarese, il Vigevanasco, porzione del

Pavese, il contado d’Angera, sicchè il Ticino diventava arcifinio dal

lago Maggiore sino al Po. Il Finale fu tacitamente restituito a Genova

coll’antico Stato, e tolto il sequestro sui beni de’ Genovesi, nulla

badando a Maria Teresa che continuava a pretendere il milione imposto

dal Botta. Elisabetta Farnese fu paga nella materna ambizione, vedendo

al suo Filippo assicurati non solo il ducato di Parma e Piacenza,

ma quelli di Guastalla, Sabbioneta e Bozzolo, dov’erasi estinta la

famiglia dritta dei Gonzaga[52]. Don Carlo ebbe garantite le Due

Sicilie, ed assenti al _patto di famiglia_, per cui tutti i Borboni

doveano avere gli stessi nemici e assicurarsi i possessi, determinando

i sussidj in evenienza di guerra. Francesco III di Modena tornò nel

dominio, e per le spese ebbe in compenso la signoria di Novellara,

estinti i Gonzaga che vi dominavano.

Come nella guerra, così nella pace il popolo italiano non era

intervenuto che per soffrire: pure la gelosia reciproca delle potenze

fece che la dominazione straniera non restasse più di qua dall’Alpi, se

non nel Milanese, scemato anch’esso di preziosi cantoni.

Storia degli Italiani, vol. 12 (di 15) · 第 6 / 32 题