La prima rappresentazione del «Paradiso terrestre» al Goldoni è rimasta
famosa per la tempesta che scatenò in teatro e per le polemiche che
accese nella stampa. Dopo lo spettacolo, ad un tavolino del Caffè
Francese, intorno a donna Maria di Varga, furono espressi vivacemente e
rumorosamente i più disparati giudizî, magnificando alcuni la commedia
di Guglielmo Baglioni, altri condannandola, approvandone gli uomini la
tesi, scandalizzandosene le signore. Solo Ferdinando Anselmi taceva,
volgendosi ad ascoltare gl'interlocutori e le interlocutrici senza far
cenno di consenso nè di dissenso; ma poichè egli era il giudice più
autorevole, donna Maria gli si rivolse, chiedendogli perentoriamente la
sua opinione.
--Se permettete--diss'egli--io vi abbandonerò l'opera d'arte. Dal
momento che un autore propone, dibatte e a modo suo risolve una tesi,
bisogna considerarlo come un professore, un predicatore, un
propagandista, la cui orazione potrà essere, rettoricamente, più o meno
smagliante, ma le cui idee, e non già le immagini, importano. Ora
Baglioni ha questo merito indiscutibile: di averci posto dinanzi un
certo aspetto del problema dell'amore, al quale, pur essendo, o forse
appunto per essere di semplicissima ed ovvia osservazione, non si
attribuisce ordinariamente la dovuta importanza. Il titolo, che la
signora Graziani e il mio amico Mauri particolarmente disapprovano, mi
pare invece, scusate, molto graziosamente scelto. Voi sapete come nei
miti biblici che sembrano più favolosi i credenti cerchino e trovino il
preannunzio delle moderne affermazioni scientifiche: così i sei giorni
della creazione sarebbero le epoche geologiche, e la formazione della
donna dalla costola di Adamo significherebbe la separazione dei sessi
dal primigenio ermafrodito. Ma vi è un punto dove la favola discorda
dalla realtà scientificamente accertata e volgarmente osservata: quando
narra che Adamo peccò a istigazione d'Eva. Non si trova, invece, nessuna
forma di vita sessuata nella quale la femmina compia l'ufficio
d'istigatrice: tutte le specie, al contrario, si estinguerebbero se i
maschi dovessero aspettare di essere invitati a nozze. Non che invitare,
la femmina ha essa bisogno d'essere pregata, corteggiata, sollecitata ed
all'occorrenza sopraffatta. L'invenzione del serpente è un omaggio
tributato alla realtà; se non che, questo rettile insinuante, il quale
non parla e non può parlare per proprio conto, appartenendo ad una
specie diversa e disforme, è un personaggio simbolico del quale non si
può trovare il preciso equivalente nella commedia umana. Baglioni, in
quel Gorli a cui sono toccati i fischi più sonori, ha voluto
rappresentare il seduttore disinteressato, per conto altrui, per amore
dell'arte: invenzione che poteva farsi accettare se si fosse incarnata
in una persona viva. Non neghiamo che il tipo esista; diciamo che
Baglioni non lo ha veduto nella vita reale, e per conseguenza non gli ha
soffiato nei polmoni quella dell'arte. I serpenti a due zampe, col fiore
all'occhiello e il monocolo all'occhiaia, non spingono Eva ad offrire la
mela ad Adamo, ma le dimostrano la convenienza di mangiarla insieme con
loro. È vero bensì che qualcuno, invece di gustare il frutto proibito,
riesce precisamente a farlo offrire ad un altro; ma questo effetto non
è mai premeditato; è anzi involontario e sgradito. E se tale fosse stato
il caso rappresentato da Baglioni, i suoi amici non avrebbero dovuto
durare tanta fatica per difenderlo contro i fischi e le risa degli
avversarî. Un moto interiore della sua coscienza od un avvenimento
estraneo alla sua volontà poteva benissimo impedire al Gorli di ottenere
per sè il premio dell'opera serpentina. Chi di voi rammenta la baronessa
di Sclàfani? Il serpente della povera donna Emilia fu un amico di casa,
il quale, dopo averla tolta alla quiete, dopo averle messo addosso la
febbre della curiosità, del desiderio, del pericolo, si ritrasse, preso
a un tratto dallo scrupolo di offendere il marito, di cui era
intimissimo....
--Come? Come?--interruppe donna Maria.--Narrate!
--È una storia piuttosto lunga, mia cara amica, e del resto sta scritta
in un libro; se volete, domani ve lo porterò. Il fatto è questo: che in
tutta la serie degli esseri viventi l'istinto dell'amore, attivo e
prepotente nei maschi, è nelle femmine non solamente passivo, ma
accompagnato da un istinto tutto contrario, di resistenza, di disamore,
che rende perfettamente ragione degli aggettivi qualificativi appioppati
a voi donne dal secondo Dumas, quando vi definì creature illogiche,
subalterne e malefiche....
Vivaci esclamazioni di protesta provocarono queste parole nelle astanti,
specialmente da parte di donna Maria e della signora Graziani, mentre
qualcuno degli uomini, prima diffidenti e quasi ostili, le approvavano.
Anselmi si strinse nelle spalle, con un muto sorriso, finchè il coro
discorde non tacque; allora, con un gesto della mano che invocava
silenzio, riprese pacatamente:
--Non nego, non nego che il novantanove per cento delle soddisfazioni
nostre, di noi uomini, in amore, dipendano precisamente dalla vittoria
riportata sulla vostra passività, sulla vostra apatia, sulla vostra
riluttanza, e che se vi trovassimo tutte disposte a seguirci ad un
semplice cenno, come quella signorina laggiù--e in così dire additò una
vistosa e solitaria cliente seduta a un deserto tavolino dell'elegante
Caffè--la mancanza di difficoltà nell'impresa ne scemerebbe l'attrattiva
e ne farebbe anche passare la voglia; ma i danni della lotta, anche
quando vinciamo, chi li enumera, chi li valuta, chi li somma? Il gatto
torna tutto insanguinato dell'amplesso della deliziosa gattina: vi
rammentate quello della «Gioia di vivere» di Emilio Zola? Voi non ci
graffiate la pelle.... sebbene!... talvolta!... ma lacerate il nostro
cuore, mortificate il nostro orgoglio, avvilite la nostra dignità,
spremete lacrime amare dai nostri occhi. Abbiamo riso del personaggio di
Baglioni, che si ritrae al momento buono per lasciare il posto
all'amico; ma non ridono nelle scuderie, al tempo della monta, quando,
per evitare che le riluttanti giumente sconcino con un calcio il
prezioso purosangue, le fanno prima abboccare con un qualunque ronzino;
il quale, se le belle si mostrano disposte a dargli ascolto, è poi
tratto da parte e costretto a cedere il posto al nobile e valente
stallone....
Un altro coro di scandalizzate proteste coprì la voce dell'oratore; la
signora Graziani, con una deliziosa smorfietta tra di disgusto e
d'ilarità, lo sfidò:
--Ma insomma, che cosa volete? Si può sapere che mai dovrebbero fare,
secondo voi, queste povere donne? Se voi stesso riconoscete che la
grande arrendevolezza di quelle signorine vi nausea?
--Precisamente! Nè solo quando è venale, ma anche se disinteressata la
pronta dedizione dispiace ed inquieta, come sintomo di anormalità. Una
certa resistenza è naturale, necessaria, conveniente; un certo sforzo
per vincerla non riesce tutto penoso, perchè sforzo vuol dire esercizio
di forza, e la coscienza della forza giova, piace ed esalta. Dirò di
più: anche quando la resistenza è invincibile, anche quando l'amante
respinto è ridotto alla disperazione, alla pazzia, al suicidio, egli non
ha da prendersela se non col destino, o con sè stesso, per essersi
innamorato d'una creatura insensibile, d'una bellezza inutile, direbbe
Maupassant; ma l'assurdità delle resistenze volute, studiate, prolungate
oltre il ragionevole, complicate con gli adescamenti, con le gelosie,
con le rivalità, coi falsi pudori, coi mendicati doveri, con tutti i
peggiori artifizî della civetteria, quelle sono le più penose e
pericolose. Disgraziatamente sono anche le più frequenti. Dico anzi che
sono la regola. Ordinariamente, dopo la vittoria, si dimentica quanto
il suo conseguimento è costato di supplicazioni, d'implorazioni, di
umiliazioni, di amarezze, di torture, di commozioni penose e logoranti,
di assurde e ridicole esagerazioni spacciate per ubbriacare e scuotere
l'oggetto del nostro desiderio, di tempo e di fiato e di pianto
sprecati; ma chi può vantarsi di non esser passato per queste pene e di
non aver fatto questo sciupìo? Chi ha trovato una donna, dico una donna
e non una mercenaria nè un'ammalata, chi ha trovato una creatura bella
d'aspetto e degna nell'anima, capace di arrendersi semplicemente,
naturalmente, sottraendosi al tributo di falsità che l'istinto e le
tradizioni del suo sesso le impongono, e sottraendo per conseguenza
anche noi al tributo di menzogne e di lacrime; una creatura capace di
comprendere senza tante storie la sincerità dell'ardore suscitato, col
minimo di storie occorrente per infiammarsi o per riscaldarsi a sua
volta?
--Io.
Intenti a seguire le argomentazioni del facondo oratore, gli astanti si
volsero, un poco stupiti, al suono della nuova voce. Aveva risposto
Alberto Mauri.
--Tu? I miei complimenti! Dove l'hai trovata?
--In sogno.
--Volevo ben dire! In sogno, anch'io.
--Ma nessun sogno può paragonarsi al mio.
--Proprio?... Ma proprio?... Narratelo allora! Sentiamo!...--dissero le
signore.
--Anselmi--osservò Mauri rivolto a donna Maria--non ha voluto riferirvi
la storia della baronessa di Sclàfani come troppo lunga per quest'ora: è
il tocco e un quarto, e neppure il mio sogno è breve!
--Il tocco e un quarto!...--esclamarono più voci femminili.--«A casa, a
casa....»--intonarono poi, sull'aria della «Cavalleria rusticana».
La comitiva si sciolse; alcuni montarono in legno, altri si congedarono
dirigendosi verso il centro della città; donna Maria, la signora
Graziani, suo fratello, Anselmi e Mauri si avviarono lentamente verso i
quartieri alti.
--Se lo narraste ora, il vostro sogno?--propose la signora di
Varga.--Susanna è nottambula come me, e non si dorrà di rincasare
mezz'ora più tardi: è vero?
--Mauri!--rispose l'interrogata volgendosi al giovane.--Ve ne
preghiamo!...
E per le vie deserte, a tratti avvolte nella penombra, a tratti
fortemente rischiarate dalle lampade ancora veglianti nella notte alta,
Mauri, in mezzo alle due dame che gli altri cavalieri circondavano dagli
altri lati, narrò.
--.... È alquanto difficile significare le impressioni del sogno: voi
sapete che si distinguono da quelle della veglia per qualche cosa,
appunto, di ambiguo, di indefinibile, di evanescente. Talvolta, è vero,
sono d'una vivacità straordinaria, da superare le più gagliarde e
profonde della vita reale; ma, subito dopo, al dischiudersi degli occhi,
il ricordo se ne attenua e sbiadisce e sfuma. Sogni deliziosi o
terribili, tutti ne abbiamo fatti e ne facciamo; ma di quanti serbiamo
memoria?...
«Io ero nel più bel paese del mondo, una spiaggia tutta frondosa e
fiorita, dinanzi a un mare azzurro aleggiato da tepide brezze,
veleggiato da candide ali. Un tempio marmoreo sorgeva dinanzi al mare,
ed era dedicato alla Fortuna. Giorno e notte la gente vi traeva da ogni
parte, per tentarla, e coloro che la mutevole Dea favoriva ne uscivano
carichi d'oro, e quelli che osteggiava si precipitavano, ridotti alla
miseria e alla disperazione, da altissime rupi sopra irte scogliere. Il
tintinnio dell'oro scandeva le musiche echeggianti sotto le vôlte del
tempio; creature di favolosa bellezza vi si aggiravano, affascinanti
come sirene. La donna dalla cui vista rimasi abbagliato non era la più
desiderata: altre si traevano dietro codazzi di spasimanti; ed io
sentivo il bisogno di render conto a me stesso della mia scelta,
pensando a quel che ci accade quando siamo dinanzi alla mostra d'un
gioielliere. Anche se non abbiamo da comprar nulla, se fantastichiamo
che qualcuno, un amico straricco e generoso, o lo stesso mercante, ci
offra di portar via un oggetto di nostro gusto, noi non preferiamo il
più vistoso, ma il più squisito. Come dire la squisitezza, la
leggiadria, la grazia, l'incanto, il fascino di quella creatura? Mai ne
avevo vista un'altra altrettanto espressiva. Il fervore della sua intima
vita non si rivelava solamente dagli occhi profondi, mutevoli, languidi
e sfavillanti, limpidi e tenebrosi, ma da ogni tratto del viso, da ogni
atteggiamento della persona. La chioma bionda e ricciuta era tutta
ardore, tutta capricci; le guance avvampavano come per baci che
invisibili labbra vi stampassero o si sbiancavano come per parole
mortali che ella sola udisse; nei fremiti delle sue proprie labbra,
delle mobili nari, delle mani nervose, passavano baci, sorrisi, carezze,
repulse, disdegni, meraviglie, desideri, cupidigie, tutti i moti
d'un'anima sincera, tutti gli atteggiamenti d'una vita intensa. Era
straniera, principessa, ricca a milioni; ma non sfoggiava la sua
ricchezza: in mezzo a gente che ostentava il lusso più ricercato, era
semplice, disadorna, quasi dimessa; ma nella sua semplicità nessuna
riusciva altrettanto elegante, d'una eleganza così discreta, istintiva,
connaturata, la più rara, la più invidiata, quella che non si acquista.
«Suo marito, gigantesco, soldatesco, poteva esserle padre. Tentava
costui assiduamente la fortuna alle tavole del giuoco, con singolare
freddezza, con perfetta padronanza di sè stesso; mentre, intorno a lui,
non vedevo se non facce pallide o accese, occhi spalancati, avide
bocche, mani frementi. Ella non giocava: leggeva, ricamava, passeggiava
nei giardini incantati, lungo il placido mare; ed io non sapevo in che
modo accostarla per dirle il prodigioso effetto che la sua vista aveva
prodotto in me. Mi pareva che tutte le donne prima conosciute nulla
m'avessero rivelato del sesso loro, che ella soltanto lo incarnasse, ne
possedesse tutti gli attributi, ne potesse rivelare tutto il mistero. E
mentre così pensavo, sentivo anche l'impossibilità di giungere a lei,
come ad una vetta altissima, inaccessibile. Ci sta ella dinanzi, sul
cielo azzurro, tra le nubi, e par quasi che la tocchiamo con la mano, e
che uno slancio ce la farà guadagnare; ma se il desiderio ha le ali, le
gambe sono di piombo e c'impediscono di muovere un passo. Tale era
l'angoscioso sentimento della mia impotenza, mentre volevo compiere
eroismi che avrebbero fermato l'attenzione di lei. Improvvisamente le
parlai. Che stranezza! aver pensato di gettarmi in mare per trarre un
naufrago alla riva, di raggiungere a corsa sfrenata un cavallo impazzato
per afferrarlo e domarlo, di meritarmi con qualche impresa similmente
ardua e nobile un suo sorriso, ed ottenerlo poi col più semplice e
comune dei gesti!...
«Ella che non avevo mai vista nelle sale del giuoco, vi si appressò una
volta mentre anch'io mi accingevo ad entrarci. I giocatori che vi
s'ingolfavano, impazienti di raggiungere i loro posti, avidi di
guadagno, ignoravano o dimenticavano i più elementari doveri di
cortesia: si affollavano, si sospingevano, si urtavano, come impazzati:
io le cedetti il passo e trattenni coloro che mi stavano dietro,
reggendo la bussola. Mi guardò, come stupita dell'atto; sorrise con
indicibile grazia, e mormorò nella sua lingua:
«--Molto gentile!
«Tanto tempo addietro, a scuola, io avevo studiato quel nordico idioma,
ma per mancanza di esercizio lo avevo quasi del tutto disimparato: ad un
tratto l'espressione adatta alla circostanza mi salì alle labbra:
«--Doveroso semplicemente!...
«La rividi a pranzo, alla tavola rotonda.... Come mai nel mio stesso
albergo? Non me ne ero accorto prima, o vi si era traslocata quel
giorno?... Stava seduta ad una tavola non molto discosta dalla mia, ed
io che l'avevo trattata con tanto rispetto dinanzi all'entrata delle
sale, con altrettanta indiscrezione fermai allora su lei l'avido
sguardo. Non parve che se ne accorgesse. Dopo pranzo, quando il marito
l'ebbe lasciata, mi ritrovai accanto a lei nel vestibolo, presso al
guardaroba: le chiesi il permesso d'aiutarla a mettersi il mantello, le
porsi la borsa ed i guanti.
«--Grazie!...--disse ella.--Siete italiano?
«--Come lo sapete?
«--Non è difficile indovinarlo, al viso, ai modi, all'accento.
«Mai avevo udito voce così musicale, una voce di contralto, grave e
dolce, come d'oro. Le sue ultime parole furono dette in francese. Si era
accorta di qualche mio errore nel parlare la sua lingua? Voleva rendermi
più agevole la conversazione?
«--Venite nelle sale di giuoco?--le domandai, adoperando il francese a
mia volta.
«--Non giuoco.
«--Che importa! Vedere gli altri è uno spettacolo.
«--Penoso.
«--Non sempre.
«--E voi, giocate?
«--Talvolta.
«--Che cercate nel giuoco?
«--Il giuoco!
«--Buona fortuna!
«Mi porse la mano soave con moto lento, pieno di grazia; si allontanò
con passo lieve; la vidi sparire, svanire, quasi svaporare tra le ombre
del giardino.
«Alla tavola verde, fin dal primo colpo, le monete cominciarono ad
accumularsi dinanzi a me. Vinsi, vinsi, non so quanto, non so come, con
le puntate più rischiose, contro tutte le probabilità. Non le calcolavo,
buttavo la posta sopra un numero qualunque, giocando veramente per
giuoco, come per conto d'un altro, come se le monete fossero gettoni.
Invece di badare ai colpi della fortuna, consideravo coloro che la
sfidavano, studiavo le loro espressioni e i loro atteggiamenti: i visi
pallidi, smarriti, con gli occhi fuori dell'orbita, degli uomini in
disdetta; quelli animosi, ridenti, coi muscoli del viso corsi da lievi
tremiti, di coloro che vincevano; le donne più avide, più intente, con
moti e scatti nervosi alle perdite; lente e come assorte nei calcoli, ma
tuttavia inconsapevoli durante le vincite.... Accumulandosi l'oro e i
biglietti di banca dinanzi a me, qualche cosa come ventimila franchi, mi
parve di udire la voce di lei che ammonisse: «Ora basta!...»; ma non
l'ascoltai, continuai a puntare, con eguale, con maggiore disinvoltura,
come ebbro. E cominciai a perdere. La fortuna si era stancata. Non mi
arrestai: volli sfidarla. A poco a poco tutta la vincita sfumò, perdetti
anche il denaro che avevo portato meco. Quando non ebbi dinanzi altro
che due monete d'oro, lasciai il posto, uscii nel giardino. Ella era
ancora lì; le andai incontro, col cappello in mano.
«--Avete vinto o perduto?
«Trassi di tasca le due monete e gliele mostrai.
«--È tutta la vostra vincita?
«--È quanto mi rimane, dopo aver vinto ventimila franchi.
«Ella tacque un poco, poi domandò:
«--Che conto fate del denaro?
«Per tutta risposta, con un moto istintivo, con uno scatto improvviso,
lanciai le due monete lontano, tanto lontano che non si udì il rumore
della caduta.
«Il gesto non la stupì. La notte era divina, senza vento, tutta
costellazioni rutilanti come serti di gemme; Venere, perla miracolosa
pendente sulla linea dell'orizzonte, rigava il mare del suo riflesso,
quasi liquefacendosi. Sentii gonfiarmi il petto da un desiderio di
morte.
«--Così getterei la vita per voi,--mormorai,--per vedervi apparire
stanotte lassù, in camera mia....
«Non parve offesa nè semplicemente stupita dalle mie parole, come se
avessi espresso un sentimento naturale e doveroso, una verità elementare
ed ovvia. Se avesse risposto una sillaba, se avesse fatto un cenno,
avrei scavalcato la terrazza precipitandomi in mare. Come mi era
sembrato di non aver bene conosciuto nessuna donna prima di lei, così mi
sembrò in quel momento di non aver mai veramente vissuto: tutta la vita
mi parve destituita di valore e di significato senza l'amor suo.
«Il marito sopravvenne: ella mi presentò. Neanch'io mi stupii che ella
conoscesse il mio nome. Certamente doveva averlo trovato sulla tabella
dei viaggiatori dopo aver saputo il numero della mia camera. Ma io non
avevo pensato di fare altrettanto con lei, non sapevo come si
chiamasse.... Su, in camera, durante la notte insonne, restai a lungo
immobile sopra una poltrona, mi buttai vestito sul letto, tornai a
levarmi più volte, sempre con lo sguardo all'uscio, come se da un
momento all'altro dovesse schiudersi, come se un'ombra bianca, lieve e
silenziosa, dovesse apparirvi. Non apparve, ma la vanità
dell'aspettazione non mi deluse, come non mi aveva stancato la sua
lunghezza. Tanto avevo disperato, prima di parlarle, tanto mi era
sembrata lontana, formidabile, inaccessibile, altrettanto mi sentivo ora
animato da luminose speranze.
«Il domani la incontrai nella sala di lettura. Le dissi, come la cosa
più semplice del mondo, come la sola cosa che dovessi naturalmente
dirle:
«--Perchè non siete venuta?
«Mi guardò senza meraviglia; sorrise appena; rispose con un'altra
domanda, socchiudendo gli occhi:
«--Perchè mi avete aspettata?
«Allora parlai. Tutto ciò che avevo sentito per virtù sua, il senso di
vanità trovato in tutte le cose e l'ebbrezza di vivere accanto a lei, la
moltiplicazione di tutte le mie potenze vitali e la dispersione d'ogni
mia volontà, la certezza che mi avesse compreso e il bisogno di
annientarmi per provarle la mia sincerità: tutti i contrasti della
sfiducia e della fede, delle esaltazioni e degli abbattimenti, tutto le
dissi con una eloquenza della quale io stesso ero meravigliato. Mai
avevo parlato con tanta facilità, con tanto impeto, con tanto fuoco,
nella mia propria lingua; non una parola mi mancava nella straniera,
come se qualcuno, un suggeritore invisibile, me le venisse dettando, da
un libro.
«--Come volete ch'io creda a questo amore?--domandò ella quando tacqui.
«--Che cosa ve lo impedisce?
«--Mi conoscete da qualche giorno, mi avete parlato due volte appena!
«--Una sarebbe bastata.
«--Non sapete chi sono, donde vengo, dove vado, come penso, quanto
valgo. In queste condizioni non è possibile amare: si può desiderare
soltanto.
«--Forse che l'amore è una cosa diversa da questo desiderio veemente,
cocente, struggente, supplice, disperato, mortale, vitale? Non so chi
siete? So che siete la bellezza, la meraviglia, la grazia, la
seduzione, l'incanto. Che cosa vorreste che sapessi di più? Il resto che
m'importa? Il resto che importa? Non si avvilisce l'amore riducendolo al
desiderio, poichè quando il desiderio cessa, resta l'indifferenza o il
disgusto.
«Mi parve di aver formulato una di quelle sentenze la cui verità è
lampante, inconfutabile, assiomatica; mi stupii meco medesimo di essere
così concettoso e persuasivo.
«Ella disse:
«--Tutti i giuochi vi sono familiari, compreso quello delle parole.
«Il richiamo al giuoco mi suggerì un'idea:
«--Volete che ci affidiamo al caso?
«--Come sarebbe a dire?
«Non potei spiegarmi, sopravvenendo gente di sua conoscenza. La invitai
per il pomeriggio in una «Tea-room», una sala dove gl'Inglesi prendevano
il tè, dinanzi a minuscole tavole, senza far rumore, quasi compiendo un
rito.
«--Il caso governa tutta la nostra vita, sempre, anche quando ci
crediamo maggiormente padroni di noi stessi. Esso ci ha sospinti alla
stessa ora, da luoghi tanto discosti, in quest'angolo del vasto mondo;
esso determinerà i nostri futuri rapporti. Pensate ai vostri antichi
timori: non dipesero da un concorso di circostanze fortuite? Al convegno
dove foste vinta, lo scoppio d'un temporale, l'incontro di un importuno,
il malessere d'un parente, l'arrivo d'una notizia, il più piccolo
contrattempo vi avrebbe fatto mancare. Se l'uomo che vi sedusse avesse
parlato un giorno prima o un giorno dopo, un'ora prima o un'ora dopo, se
non avesse toccato un certo tasto, se non avesse preso un certo
atteggiamento, se non avesse proferito una certa frase, se non avesse
taciuto una certa parola, non vi avrebbe soggiogata. La vostra passione
o la vostra saggezza, la vostra sconfitta o la vostra vittoria, tutto il
destino della nostra intima vita, tutta la successione dei nostri casi
esteriori, sono stati e sono continuamente determinati da avvenimenti
minimi, infimi, imprevisti, imprevedibili, indipendenti da noi, prodotti
dal giuoco di forze cieche ed inconsapevoli. Oggi, a quest'ora, nè io nè
voi possiamo dire che cosa accadrà di noi: tanto è probabile che ci
perderemo di vista fra qualche giorno o qualche settimana, senza
conoscerci più addentro, dimenticandoci, quanto che ciascuno di noi
debba vivere indelebilmente nella memoria e nel cuore dell'altro. Invece
di aspettare che il caso compia l'opera sua più o meno lentamente e
c'imponga a nostra insaputa la sua risoluzione, vogliamo interrogarlo
subito ed uniformarci consapevolmente alla sua risposta?
«--In che modo?
«Trassi di tasca il taccuino, ne strappai due foglietti, scrissi
sull'uno: «Partite», sull'altro: «Restate».
«--Ecco: vedete queste due parole su questi due pezzi di carta?
«--Le vedo. E poi?
«--Io arrotolo i cartellini in modo che non si possano distinguere l'uno
dall'altro, li getto nel mio cappello, così.... Voi ne prenderete uno:
se sarà quello dove si legge «Partite», partirò domani col primo treno,
sparirò, non vi rivedrò mai più; se sarà l'altro....
«Ella mi guardò un istante con occhi ingranditi dalla curiosità e dallo
stupore; poi scoppiò in una risata, una risata schietta, sonora,
squillante, che ci attirò gli sguardi severi degli astanti
scandalizzati.
«--Sapete che siete un originale? Nessuno mi crederà, quando narrerò che
mi fu fatta una simile proposta!
«--Mai proposta fu più ragionevole. Della stravaganza ha l'apparenza
soltanto.
«--Io dovrei esser vostra per aver posto la mano sopra un pezzo di carta
piuttosto che sopra un altro? Voi sareste contento di prendere una donna
così, come si vince un oggetto alla lotteria?
«--Non come un oggetto!... Siate sincera! Dentro di voi c'è un contrasto
di opposti impulsi, di istinti antagonistici: molte voci vi dicono di
resistere, ma qualcuna, sia pure una sola, parla pure in favor mio. Se
vi fossi odioso, o soltanto indifferente, non sareste, a quest'ora, in
questo luogo, con me. Voi mi respingete e mi attirate ad un tempo,
volete ascoltarmi e non volete abbandonarvi: non sapete precisamente
qual è la vostra volontà. Da questa incertezza il caso vi farà uscire a
poco a poco: sarà lui quello che vi agguerrirà contro la tentazione o
che se ne renderà complice. Io vi propongo di affrettarne il responso.
Se dirà ch'io resti, non dovete far altro se non ascoltare la voce che
vi parla per me, che vi dice la forza della vampa suscitata in me,
l'intensità della gioia che mi dareste, a cui voi stessa
partecipereste....
«--E se sortisse il cartellino con la parola «Partite»? Partireste come
promettete, senza far nulla per tentare di rivedermi?
«--Ve lo giuro su quanto ho di più sacro.
«--E volete ch'io creda al desiderio che v'arde? Che cosa è dunque
questo vostro incendio, se siete capace di spegnerlo con un atto di
volontà?
«--Ma non di volontà! Non mi fraintendete! La mia volontà non è
irresoluta come la vostra. La mia volontà, il mio piacere, il mio
bisogno sarebbe di prendervi fra le braccia, di stringervi al petto, di
portarvi via come una cosa preziosa, un tesoro trafugato, un bene
essenziale; ma se, dopo aver tentato tutte le vie del vostro cuore, dopo
avere aspettato tutte le occasioni propizie, non riuscissi a
commuovervi, dovrei pure necessariamente uniformarmi all'avverso
destino. Se sortisse la parola che mi ingiungesse d'andarmene, mi
rassegnerei al decreto della sorte, come se le vostre stesse labbra lo
avessero proferito.
«Allora fece un gesto col capo che mi parve di consentimento. Le porsi
l'urna improvvisata perchè prendesse uno dei cartellini. Distese infatti
la mano, ma per respingere il mio braccio.
«--No!
«--Perchè non volete?
«--Avete risposto a tutte le mie obbiezioni, ma ve n'è ancora una che
non potete distruggere.
«--Quale?
«--Trovatela!
«La cercai, infatti, ma infruttuosamente. La mia attenzione era incapace
di soffermarsi sul quesito, di antivederne tutte le soluzioni possibili.
Mi rammentavo di certi tormentosi problemi algebrici studiati a scuola,
pensavo al binomio di Newton, sentivo di dover adattare alla circostanza
il calcolo delle combinazioni. Tentavo di ragionare:--Il caso,
interrogato, potrà rispondere «sì» o «no», mentre ella stessa, in cuor
suo, potrà propendere per il «sì» o il «no». Allora possono determinarsi
queste combinazioni: ella può dir di «sì» e il caso dire anch'esso di
«sì».... o di «no» e il caso di «no».... o di «no».... o di «sì».... o
di «no»....--e la mia mente si confondeva in questo giuoco di alterne
risposte.
«Quando ebbe goduto un poco del mio imbarazzo ella si alzò, dicendomi:
«--Accompagnatemi a casa: ho molte lettere da scrivere.
«--Non vi rivedrò fino a domani?
«--È molto difficile. Domattina parte mio marito.
«--Allora verrete a pranzo con me?
«--Volentieri, se potessi. Ma nel pomeriggio partirò io stessa.
«--Non è una difficoltà.
«--Ma all'ora del vostro pranzo non sarò più qui!
«--Non importa! Non vi chiedo di rinunziare alla partenza. Mi basta che
accettiate l'invito.
«--Se non si tratta d'altro che di accettare!
«--Grazie! Penserò poi io a farvi mantenere l'impegno.
«--Sono molto curiosa di sapere come farete! A che ora, il vostro
pranzo?
«--All'ora vostra consueta, naturalmente.
«--Io pranzo alle otto.
«--Resta stabilito per le otto.
«--Benissimo. Sapete che prenderò il lampo delle sei e quindici?
«--Farò tesoro dell'informazione. Alle otto sarete a tavola con me.
«Avevo parlato senza sapere che cosa dicessi, per il bisogno di
parlarle, per trattenerla meco, per ottenere da lei qualche cosa, non
foss'altro a parole; quando compresi ciò che avevo detto, quando
domandai a me stesso come avrei fatto per vincere, una luce m'illuminò.
Nelle profondità della coscienza un piano si era disegnato, a mia
insaputa, e mi si presentava ora con tutti i particolari. Il treno-lampo
delle sei e quindici doveva essere quello di Parigi. Il domani sera,
alle cinque e mezzo, salii in camera mia a cambiarmi, m'annodai la
cravatta nera al collo, indossai lo «smoking»; alle sei e dieci arrivai
alla stazione, senza valigie. Quando ella mi vide entrare nella sala
d'aspetto diede in una matta risata.
«--Grazie d'esser venuto a salutarmi! Vi manca un bel mazzo di fiori da
offrirmi!...
«--Non avete di che ringraziare. Compio semplicemente il mio dovere. Chi
invita deve aspettare i proprî ospiti. I fiori, ch'io sappia, si fanno
trovare sulla mensa.
«--Ah! Ah!...
«Tintinnio di campanelli, sbattere d'usci, fischi prolungati: il treno
entrò sbuffando sotto la tettoia. Ella si alzò, io presi la sua borsa,
le feci strada tra la calca, l'accompagnai fino alla carrozza coi letti,
l'aiutai a salire sul terrazzino, porsi il suo minuscolo bagaglio al
conduttore.
«--Avete tutto?--le domandai.
«--Tutto, grazie!
«Mentre ella dava a verificare i suoi biglietti, mi volsi intorno.
L'uomo che cercavo, in livrea, con un foglio nella sinistra e una matita
nella destra, annotava le ordinazioni dei viaggiatori: gli feci cenno
d'avvicinarsi, gli dissi rapidamente:
«--Un pranzo riservato, per due, da servirsi dopo Cannes. Avete fiori?
«--Pochi, signore, e non belli.
«--Telegrafate a Nizza per procurarvene. Eccovi del denaro.
«--Benissimo!
«Adempiuta la formalità della verifica, ella si rivoltava in quel punto
per dirmi, col più grazioso dei suoi sorrisi e stendendomi la mano:
«--Ancora una volta grazie!... Buona permanenza!...
«Una tromba squillò, la macchina fischiò. Io che ero rimasto dinanzi al
terrazzino, col cappello in mano, mi ricopersi, mi afferrai alla
colonnina, e montando risolutamente sulla carrozza, corressi:
«--Dite buon viaggio, piuttosto.... Ma l'augurio è soverchio, perchè in
vostra compagnia queste ore voleranno deliziosamente.
«La risata alta, argentina, cordiale, riecheggiò mentre il treno si
metteva in moto.
«--Ridete, ridete pure. Ora siete in mio potere!
«--Come sarebbe a dire?
«--Ospite in casa mia!
«--Sul treno?
«--Avete accettato, sì o no, di pranzare con me?
«--Ho accettato!
«Non so come passò quella prima ora, non rammento che cosa dicemmo. Vi
sono molte altre lacune nel ricordo del mio sogno. Voi sarete anzi
stupite ch'io vi riferisca tutti questi discorsi; ma, naturalmente, non
garantisco che tali fossero le nostre precise parole; nè, del resto,
importa che sieno testuali, se ce n'è il senso.... Rammento benissimo
che da quanto ella diceva non traspariva il minimo cruccio; mi pareva
anzi piacevolmente stupita e incuriosita dall'avventura. Alla stazione
di Nizza m'affacciai al terrazzino: vennero i fiori, rose e garofani
meravigliosi; gliene offersi una parte:
«--Permettete? Poichè ne avete espresso il desiderio! Quelli della mensa
saranno più tardi al loro posto.
«L'uomo in livrea passava sulla fronte del convoglio gridando:
«--Wagon restaurant!... Wagon restaurant!...
«--Ma è già l'ora di andare a tavola!--osservò la mia ospite.
«--Per gli altri. Voi non avete detto che pranzate alle otto? Alle otto
sarete servita.
«--Siete perfetto!
«La parola che definiva lo stato dell'animo mio, la tensione dei miei
nervi, l'esasperazione della mia volontà, mi salì alle labbra:
«--Sono pazzo....
«--Allora, diciamo che siete un pazzo perfetto!
«Ci chiamarono nella carrozza da pranzo quando avevo stabilito: allo
scoccare delle otto. Quel treno era d'una puntualità cronometrica; tutte
le circostanze sulle quali avevo fatto assegnamento si avveravano, con
una precisione, con una facilità che mi stupivano, come dovute
all'intervento di una forza misteriosamente propizia; il sordo timore
d'un contrattempo, la secreta inquietudine per qualche improvvisa
difficoltà o pericolo, si disperdevano. La nostra tavola era tutta
fiorita; alle altre non c'era più nessuno. Il cameriere ci serviva come
un automa, impassibile alle risate della mia compagna. Ella mangiava e
rideva. Tra uno scoppio di risa e l'altro, esclamava:
«--Che stravaganza!... Conoscervi da tre giorni, avere accettato un
invito a pranzo per la certezza di evitarlo, e trovarmi ora qui, con
voi, mentre il treno ci porta via correndo a ragione di ottanta
chilometri l'ora!...
«--Avevo ragione di dirvi che avrei vinto?
«--Avete vinto!
«Volevo sorridere di trionfo, ma sospirai di rammarico:
«--E che mi vale?
«--Non siete contento?
«--Io?...--mi corressi;--io sono felice!...
«La sua bellezza sfolgorava. Alla luce delle lampadine incappucciate di
rosso, tra le rose, la carnagione del suo viso, delle sue braccia nude
velate da una bionda pruina, aveva riflessi di raso vivo. I suoi occhi
sfavillavano, accesi dal piacere, dall'ilarità, dalla curiosità. Quella
animazione era bene opera mia, ed io dicevo tra me che bisognava essere
di molto difficile contentatura per non gustare il singolare incanto, il
delizioso turbamento di quell'ora fugace su quel convoglio in fuga.
Prima di conoscerla, che cosa non avrei dato per poterla avere con me,
da sola a solo, nell'intimità d'una specie di viaggio di nozze? Il
cameriere che ci serviva, i viaggiatori che ci avevano visti scendere e
risalire da una carrozza all'altra, non dovevano crederci sposi in piena
luna di miele? Io non dovevo avere eccitato un senso d'invidia pungente
tra gli uomini che ammiravano quella stupenda creatura?...
Cinquantacinque franchi e cinquanta centesimi di pranzo, settanta
franchi di fiori, venti franchi di mancia: l'illusione di esser parte
della sua vita, la realtà di occuparne un'ora, mi venivano ancora a buon
mercato.
«Traendo con le labbra di fragola lievi boccate di fumo dalla sigaretta
che le avevo offerta, ella discuteva meco, per l'appunto, quanto valga
l'amore d'una donna, che cosa metta conto di fare per ottenerlo.
«--Nulla!...--affermava sdegnosamente.--Se fossi uomo non farei nulla.
«--Dovreste distinguere, almeno, fra donna e donna.
«--Sono tutte uguali! Non valgono più di questo....--e col mignolo
scosse la cenere della sigaretta nel calice del vino spumante.
«--Se anch'io dicessi così?
«--Non sareste galante, ma vi stimerei sincero.
«--Ecco, per esempio,--esclamai con finta serietà,--valeva proprio la
pena che lasciassi l'albergo, il mio buon letto, per farmi sballottare
fino a Marsiglia e tornarmene poi solo, nel cuore della notte, per
niente?
«Ella mi guardò con uno strano sorriso, il sorriso della sfinge dopo
aver proposto l'enimma. Voleva dire che essendo io causa del mio male,
non avevo da prendermela con altri fuorchè con me stesso? Oppure che la
mèta del mio viaggio poteva anche essere più lontana ch'io non
credessi?...
«Il treno rallentò: era il momento di tornare ai nostri posti. La
riaccompagnai sulla carrozza coi letti, schiusi l'uscio della sua
cabina, lasciai che ella passasse, m'indugiai un istante per considerare
il lettuccio già pronto ad accogliere la bella persona. Ella mi stese la
mano dicendomi:
«--Vi ho conosciuto abbastanza per giudicarvi uomo di spirito. Mi resta
da sapere se siete gentiluomo.
«--Sentite,--risposi,--se la mia assicurazione non basta a lasciarvi
dormire tranquilla, non posso far altro che buttarmi a capo fitto giù
nella via....
«E feci il gesto di aprire il finestrino. Ella mi fermò col braccio.
«--Ho visto che siete testardo. Sareste capace di fare ciò che dite. Se
v'impegnate ad accettare una proposta, sono sicura che manterrete la
parola.
«--Qualunque cosa mi chiediate.
«--Sapete perchè vado a Parigi?
«--No. Probabilmente....
«--Probabilmente?...
«--Per raggiungere un amante.
«--Ora siete maligno. Vado a raggiungere mia sorella, che torna da
Bruxelles.
«--Debbo credervi?
«--Ve lo posso provare.
«--Bisognerebbe che vi seguissi sino alla fine del vostro viaggio.
«--Dipende da voi.
«--Non chiedo di meglio.
«--Se mi promettete di ripartire subito, prendendo il treno del sud in
coincidenza con quello che avrà trasportato mia sorella, io vi
permetterò di accompagnarmi fino a Parigi.
«--Ve lo prometto. A che ora arriva vostra sorella?
«--Non lo so. Troverò al telegrafo sue notizie. Può darsi che venga col
treno delle due e quindici: in tal caso lasceremo in deposito i miei
bagagli, entreremo in città, mi inviterete a colazione e mi
riaccompagnerete poi alla stazione. Ma se arrivasse alle dieci e trenta
dovreste ripartire immediatamente, non avremmo altro tempo che di
prendere una tazza di latte al «buffet». Vi conviene?
«--È detto che resterò con voi fino all'arrivo di vostra sorella?
«--È detto.
«--Allora, buona notte!
«--Buona notte.
«La lasciai, andai a buttarmi sul mio giaciglio, con una nuova febbre
addosso, la febbre dell'aspettazione. Il treno precipitoso mi sembrava
troppo lento. A Parigi! A Parigi! Non vi ero stato ancora, avevo sempre
rimandato a miglior tempo quel viaggio tanto desiderato, quasi
prevedendo di doverlo compiere in circostanze romanzesche, di dover
giungere nella metropoli in compagnia d'una straordinaria creatura. A
pochi passi da me, dietro alcune pareti di assi, quali pensieri volgeva
ella nella mente? Che cosa provava per me? A quali prove mi avrebbe
sottoposto? Forse non lo sapeva ella stessa; molto probabilmente
riposava, tranquilla, serena, mentre io contavo le ore di quella notte
eterna. Come avevo già provato la sensazione fisica dell'inarrivabile,
provavo ora quella dell'interminabile: mai più si sarebbe fatto giorno,
mai più saremmo giunti.... Un sobbalzare più brusco sugli scambii più
frequenti, un fischiare più lungo e rauco, ed eccoci a Parigi. Corsi
incontro alla mia compagna; prima d'ogni altra cosa vidi che aveva
appuntato al seno i fiori della sera innanzi. All'ufficio telegrafico,
quando lesse il foglietto azzurro, un nuovo sorriso, enimmatico come
quello rivoltomi sulla soglia della cabina, le sfiorò le labbra.
«--Leggete.
«Lessi. La sorella diceva che le era stato impossibile partire, che
sarebbe arrivata il domani alle dieci e trenta. Un lampo di gioia
dovette accendermi lo sguardo.
«--Mi avete promesso di restare con me fino all'arrivo di vostra
sorella?
«--Ve l'ho promesso.
«--Non mi potete più mandar via fino a domani! A che albergo scendete?
«--Io scendo al «Grand Hôtel», ma siccome vi andrà domani anche mia
sorella, non è possibile farmi vedere oggi lì con voi.
«--Dove volete dirigervi allora?--le domandai, per non confessarle che
venivo a Parigi la prima volta.
«--Non so....--rispose, cercando.--Mi conoscono anche al «Bristol»....
Ho sentito parlar bene del «Louvre»....
«--Al «Louvre»!--ordinai al facchino che portava il suo piccolo
bagaglio. Le chiesi anche la ricevuta dei bauli, li feci ritirare come
se fossero miei, e salimmo sopra un omnibus della Compagnia ferroviaria,
tutto pieno di gente diretta, come per una tacita intesa, allo stesso
albergo: alcuni viaggiatori, sopravvenendo tardi, restarono a terra. Noi
vi stemmo pigiati, a disagio, e io domandavo a me stesso il perchè di
tanta ressa, che cosa mai veniva a fare tutta quella folla. Le vie e le
piazze della metropoli mi passarono dinanzi come dietro la lente d'un
cosmorama, come dipinti sopra uno scenario, tanta era la mia
inquietudine di non trovare alloggio, di dover cercare un altro albergo,
di doverle confessare che non conoscevo la città. Giunti che fummo,
domandai al portinaio:
«--Avete posto?
«Bisognava dire:--Dateci due camere--per evitare che ci considerassero
come sposi. L'equivoco era tanto naturale, che ci guidarono ad una
camera nuziale.
«--Ne abbiamo bisogno di due,--dissi al cameriere.
«--Mi rincresce,--rispose quell'uomo,--ma non abbiamo altro che questo
salottino....--ed in così dire schiuse uno degli usci laterali,
mostrandomi una piccola stanza sprovveduta ed incapace d'un letto,
addobbata soltanto d'un divano, di qualche poltrona, d'una scrivania e
d'una specchiera.
«--Va bene,--dissi, soggiungendo poi, sottovoce, rivolto alla mia
compagna:--La camera è vostra, io dormirò su quel divano.
«Ella che durante le trattative era rimasta a guardare tutt'intorno,
indifferente, si tolse il cappello quando fummo soli, si tolse i guanti,
si acconciò dinanzi allo specchio dell'armadio i capelli. Io trassi
dalla sua borsetta il mazzo delle chiavi, dischiusi i suoi bauli e la
sua cappelliera, e cominciai a trarne fuori la roba.
«--Vi ringrazio!--esclamò con effusione.--Fare e disfare i bauli è per
me lo scotto insopportabile del piacere di viaggiare.
«--Sono qui per risparmiarvi ogni pena.
«Dalle vesti, dalle gonne, dai corpetti esalava un profumo acuto,
carnale, inebbriante. La biancheria intima era d'una ricchezza
straordinaria, le camicie da notte particolarmente, morbide, seriche,
spumose, orlate di trine finissime, infiocchettate d'azzurro e di roseo.
Da un involto trassi le pantofole, tutte acciaccate dalla pressione:
ridiedi loro la forma perduta perchè fossero pronte ad accogliere i
piedi, dei quali ottenni così la misura e quasi sentii il contatto....
Quando ella ebbe tutto ciò che le occorreva, mi disse:
«--Ecco: basta così! Ancora grazie!
«--Di niente! Ora avrete bisogno di cambiarvi, di riposare. Vi lascio;
tornerò verso mezzogiorno, per la colazione: volete?
«--A mezzogiorno, benissimo. Arrivederci.
«--Arrivederci!
«Pensavo che un altro sarebbe stato meno riguardoso, non avrebbe
insistito per le due camere, non si sarebbe tratto da parte con tanta
discrezione; ma sentivo anche di non averne nessun merito, giudicandola
semplicemente doverosa, ragionevole e prudente. Tentare di abusare di
lei sarebbe stato un errore, oltre che una volgarità: io potevo
offenderla ed alienarmela. Dovevo stender le mani per significare che
desideravo cogliere il dolce frutto? Ma il mio desiderio non aveva più
bisogno di altre espressioni, a quell'ora.... Ed io non volevo strappare
il frutto, volevo che cadesse da sè. Con l'idea che quello fosse un
viaggio di nozze, provavo l'imbarazzo presentito nell'immaginare di
trovarmi con una sposa, avvertivo il pericolo di urtarla con qualche
espressione od atteggiamento intempestivamente confidenziale....
Bisognava aspettare. Da un momento all'altro, naturalmente, per un
incidente imprevedibile, per una parola, per quell'opera del caso di cui
le avevo dimostrato l'importanza, i nostri rapporti si sarebbero mutati
nel senso dei mio desiderio.
«Uscii nelle vie. Un sentimento di stupore mi occupava: ero a Parigi,
dove avevo tanto sognato di andare, un giorno; e vi ero per un giorno,
in sogno--poichè avevo, a tratti, la coscienza di sognare. Allo stupore
s'aggiungeva l'imbarazzo, non sapendo da che parte rivolgermi, a qual
mèta avviarmi. Ma superiore alla somma dell'imbarazzo e dello stupore
era un altro sentimento, esagerato, di sogno: la vergogna di andare
attorno, a quell'ora mattutina, con lo «smoking» serotino. Mi pareva che
tutti i passanti mi guardassero curiosamente, che gli stessi gendarmi mi
tenessero d'occhio, insospettiti. Come avrei fatto se mi avessero
fermato e chiesto le mie carte? Ah, ecco: mi sarei fatto condurre
all'ambasciata, dove qualcuno, un segretario, un addetto, avrebbe
saputo dire chi ero. Passando dinanzi ad un negozio di abiti fatti, vi
entrai per comprare un soprabito. Comprai anche una camicia, che
indossai, col pretesto di vedere se mi stava bene, perchè quella portata
in viaggio era tutta sgualcita; mi annodai al collo un'altra cravatta,
di colore, acquistata anch'essa lì per lì. Quando tornai all'albergo con
questo nuovo aspetto, ella mi disse in tono di amabile rimprovero:
«--Ah! mi avete dunque ingannata?
«--Come mai?
«--Fingendo di partire improvvisamente, senza bagaglio! Avevate invece
spedito le vostre valigie, se ora vi siete cambiato!
«--Ma niente affatto! Queste sono mentite spoglie: osservate!...--ed
apersi il soprabito perchè vedesse l'abito nero.
«Rise ancora, mentre le spiegavo come avevo fatto e le chiedevo il
permesso di tenere il soprabito in sala da pranzo per non espormi alla
curiosità dei commensali con quel ridicolo «smoking» a colazione. Ella
era riposata, fresca, smagliante, più vaga, più deliziosa che mai. La
colazione fu squisita; dopo uscimmo in carrozza; l'accompagnai in un
giro di compere. Che impressione! Io non so se un giorno prenderò
moglie; con grande probabilità continuerò ad astenermene; ma se mi
accadrà di sposare una creatura diletta, se me la porterò via per il
mondo, non credo che potrò provare un senso di gioia così pieno, di così
intima felicità come quello che mi occupò. Mi pareva che quella donna
fosse mia realmente, che io entrassi con lei in una nuova esistenza. Con
che gioia le fiorii di nuove rose fresche il seno! Il tempo era
delizioso, il cielo divino, la metropoli tutta fervida di vita. Ne
cercavo i luoghi celebri, i monumenti insigni, descritti nei libri,
illustrati negli albi; ma non li riconoscevo, o li ritrovavo diversi da
quelli che immaginavo: taluni più vasti e solenni, altri al contrario
più semplici ed angusti. Quando ella non ebbe da far altro, andammo al
museo del Louvre. Che senso di meraviglia durante quella sfilata
attraverso le sale meravigliose, specchiate dai pavimenti come da acque
di lago, in mezzo alla profusione dei capolavori! Ella se ne rivelava
giudice fine e sagace: le tele e le statue dinanzi alle quali si
soffermava spiccavano realmente per qualche singolare qualità
d'invenzione o di fattura, ed in quella creatura vibrante e fremente
l'ammirazione si rivelava con la commozione della voce, con l'umidore
degli occhi, con l'imminenza del pianto. Fino a quel momento io avevo
apprezzato in lei la bellezza della forma ed il brio dello spirito; fra
i miracoli dell'arte, riconoscevo l'acutezza della sua intelligenza, la
serietà della sua cultura, la delicatezza dell'anima sua: cose prima
intuite, ma ora misurate. E come mi lodavo di essermi frenato, di non
averla offesa con qualche brutalità!... Usciti dal museo le offersi il
tè. Andammo a prenderlo all'«Hôtel Riche»: mi indicò ella stessa quel
sito, oppure mi rammentai che qualcuno me ne aveva parlato.... dove?...
quando?... Chi sa!... Venticinque franchi di tè: i prezzi mi sono
rimasti nella memoria non solamente per l'altezza straordinaria, ma
anche per una sottile inquietudine di restare a corto di quattrini.
Partendo per poche ore, non avevo pensato di dover rifornire il
portafogli: quelle cinque o seicento lire che conteneva mi erano
sembrate più che sufficienti; ma non sarebbero finite presto, spendendo
a quel modo? Che importa! Avrei telegrafato, avrei lasciato in pegno le
perle del mio sparato. E poi, la squisitezza del godimento era tanta,
che nessun'ansia, nessuna paura l'avrebbe mai pagata abbastanza.
«Tornammo a casa al tramonto, mentre sul cielo d'oro si accendevano
innumerevoli lune d'argento. Ella montò su in camera, dovendo vestirsi
per il pranzo e per il teatro: passando dinanzi ad un ufficio di
locazione avevamo prese due poltrone per l'«Opéra». La lasciai salir
sola. Se avessi obbedito all'istinto, l'avrei seguita come la sua
propria ombra; ma non volevo che le mie assiduità le pesassero, che mi
giudicasse importuno ed esigente. Dopo avere sfogliato i giornali nella
sala di lettura, salii anch'io, entrai nel salottino, mi disciolsi
dinanzi allo specchio la cravatta di colore e riannodai la nera: mi
ritrovai subito in tenuta da sera.
«--Siete pronta?--le domandai, dietro l'uscio, dopo avervi discretamente
picchiato.
«--Eccomi!
«Era abbagliante di bellezza e d'eleganza, da far gridare, da far
morire. Entrò al mio braccio nella sala splendente di luci: tutti gli
sguardi si fermarono su noi, su lei. Come s'intitolava, di chi era il
melodramma che davano all'«Opéra»? Non rammento altro se non che aveva
per argomento una leggenda del nord. Certo io non udii mai una musica
così divina. Tutti i sentimenti ai quali ero in preda dal momento che
avevo conosciuto la mia compagna fino a quell'ora, la mia meraviglia, il
mio desiderio, la mia febbre, la mia esaltazione, erano significati da
quei suoni, da quei canti, come se io stesso li avessi espressi dal
fondo dell'esser mio, come se fossero esalati dalle mie labbra nei
languori dell'estasi, negli ardori della brama. Ella udiva e taceva con
me; durante gli intermezzi proferì giudizî, intorno al valore espressivo
della musica, ai rapporti fra questa e la poesia, che non si colgono
spesso su labbra femminili. Accanto a quella straordinaria creatura, tra
la folla festosa della sala fastosa, dinanzi ai vivi quadri che
fantastici eroi e bellezze miracolose di ninfe e di amazzoni componevano
e scomponevano sulla vasta scena, in mezzo all'oceano di onde sonore
dilaganti dall'orchestra potente, un vapore di ebbrezza mi salì al
cervello: all'ultima scena, una scena di amore sovrumano e di eroica
morte, la tentazione prepotente di stendere la mano, di prendere quella
della mia compagna, la mano nervosamente afferrata al bracciuolo della
poltrona, di stringerla forte per significare in qualche modo la mia
commozione, mi fece sollevare il braccio; ma poi mi contenni. Finito lo
spettacolo le proposi di entrare in un Caffè; quando ne uscimmo ella
volle tornare a casa a piedi. Pareva che il mio pensiero fosse il suo:
prolungare le ore di quella notte. Era ella spinta dallo stesso mio
sentimento? Io aspettavo l'avvenimento risolvente, l'incidente decisivo.
Un'immagine mi occupava: quella della nave nella cui stiva le mercanzie
si accatastano: le botti, le casse, le balle, i cesti; più carico essa
riceve, più si immerge, finchè il livello del mare raggiunge il limite
estremo segnato da una riga bianca sui fianchi poderosi; ma poichè quel
segno è grosso parecchi centimetri, e molte e molte altre tonnellate
farebbero abbassare lo scafo di qualche frazione di millimetro appena,
così è ancor possibile imbarcare tanta altra roba, e ancora infatti se
ne imbarca; non parliamo dei passeggeri col loro bagaglio, perchè essi
sono troppo poca cosa a paragone della capacità del battello, e quanti
ne arrivano tanti vi salgono; ma ecco che il livello preciso della
massima immersione possibile, il livello segnato dalla linea ideale,
infinitamente più sottile di un filo di capello, dalla linea matematica,
senza spessore apprezzabile dai sensi umani, sta per esser toccato; ed
ecco che per conseguenza bisogna andar cauti, perchè ora ogni aggiunta
al carico potrebbe determinare il tracollo.... Era un paragone simile a
quello del bicchier d'acqua che una semplice goccia fa traboccare; ma
non so perchè io mi apprendessi a questo della nave; forse per
un'associazione d'immagini, trovandomi in viaggio? Da trenta ore io
condividevo la vita di quella donna; avevo percorso con lei tanta
strada, avevo trascorso un'intera giornata in sua compagnia, insieme
avevamo fatto e visto e detto tante cose; la nostra intimità si era
venuta sempre più stringendo ad ogni episodio di quell'avventura. L'ora
critica era imminente, ormai, come per la nave sotto carico: quando essa
sta per toccare l'ultimo limite del galleggiamento, si può ancora
imbarcarvi qualche balla, e poi ancora qualche botte, e poi ancora,
qualche barile; ma, a furia di aggiungere altri pesi, anche piccoli,
arriva pure un momento in cui questa cosa paradossale è possibile: che
un pacco, meno ancora, un plico, meno ancora, una striscia di garza, la
manderà a fondo. La mia compagna m'aveva consentito tante cose, da un
giorno e mezzo, restando perfettamente padrona di sè; io m'ero astenuto
da ogni atto, da ogni discorso che potessero sembrare minimamente
aggressivi: una parola, un gesto, uno sguardo me l'avrebbe fatta cadere
nelle braccia.... Io prolungavo l'aspettazione per cogliere l'istante
propizio: voleva ella forse ritardarlo?
«Ad una cert'ora fu impossibile restare nel Caffè: già i camerieri
raccoglievano le seggiole, le disponevano sui tavolini, spargevano
segatura di legno sul pavimento, spegnevano una parte delle lampade
elettriche. Quando arrivammo all'albergo il portone, naturalmente, era
chiuso. Il portiere di notte ci aperse, il cameriere di guardia ci
accompagnò fin sull'uscio del salottino, girando la chiavetta della
luce. Dischiusi io l'uscio della camera da letto, dicendo alla mia
compagna:
«--Vivessi mill'anni, non dimenticherò mai le impressioni che vi debbo.
«--Partirete domani col treno che arriverà da Calais?
«--Il treno arriverà alle dieci e trenta per ripartire alle undici e
cinque. Se volete, v'accompagnerò alla stazione; quando andrete incontro
a vostra sorella vi lascerò: potrete assicurarvi coi vostri occhi che
salirò su quel convoglio.
«--Senza discenderne dall'altra parte?
«--Mi sono comportato in modo da farvi sospettare della mia sincerità?
«--Avete ragione!...
«--Ora siete stanca? Volete andare a dormire?
«--Che ore sono?
«--Le due meno un quarto.
«--È più che tempo!
«--Buona notte!--le augurai, stendendole la mano.
«--Mi rincresce veramente--rispose, ricambiando la mia stretta--che ne
dobbiate passare un'altra a disagio.
«--Starò più comodamente su questo divano che non sul treno. Soltanto,
se permettete....
«--Dite pure!
«--Vorrei prendere un guanciale dal letto.
«--Ma ve ne prego!
«Entrai in camera, presi il guanciale, tornai ad augurarle:
«--Buona notte!
«--Buona notte!
«E chiusi l'uscio dietro di me. Avrei potuto indugiarmi ancora per
dirle: «Non è incredibile questa nostra situazione? Non sarò oggetto di
beffe, quando narrerò fino a che segno ho mantenuto la mia parola?...»
Ma questi, e simiglianti discorsi, sarebbero stati pretesti evidenti e
grossolani: tanto sarebbe valso trasgredire più sostanzialmente la
promessa fatta. L'incidente che doveva risolvere quella nostra
situazione non si era ancora prodotto, la parola non era stata detta, lo
sguardo non era stato scambiato. Il caricamento della nave era cessato
alla linea matematica della massima immersione possibile. La porta
chiusa dietro di me era come il boccaporto inchiavardato. Non ostante,
io restavo nella medesima fiduciosa aspettazione. Non accade tante volte
di prendere a bordo qualche collo sopra coperta?...
«Disponendomi a passare la notte su quel divano, vi accomodai il
guanciale e andai ad accostare gli scuri della finestra. Dinanzi
all'uscio che mi divideva da lei porsi l'orecchio, udii cigolare i
gangheri dell'armadio, aprire qualche cassetto, rimuovere le porcellane
sul lavabo, versare dell'acqua nella catinella. Senza ragionarvi sopra,
per un moto istintivo, attaccai l'occhio al buco della serratura: non
vidi altro che un'ombra trascorrere sulla parete: il tappeto attutiva il
rumore del passo. Tornato al divano mi tolsi l'eterno «smoking», e ad un
tratto pensai d'aver fatto male, la mattina, non comperando, oltre
quella da giorno, anche una camicia da notte. Come era possibile
riposare con quel colletto, quel petto e quei polsini tanto
abbondantemente insaldati che parevano di legno? E allora, con gli occhi
della mente e del desiderio, rividi le camicie da notte della mia
compagna, quelle camicie nivee, fragranti, carezzose, lievi come di
garza.... Tornai ad accostarmi all'uscio: non si udiva più nulla.
Picchiai con le nocche delle dita, discretamente.
«--Chi è?
«--Sono io.... vorrei pregarvi....
«--Che dite? Non capisco....
«Un poco più forte, ma non troppo, per paura che qualche vicino udisse,
ripresi:
«--Siete a letto?
«--Non si sente!... Aspettate.
«Dopo qualche momento udii risonare la voce più da presso, quasi dietro
l'uscio.
«--Che cosa volete?
«--Sentite, vorrei darvi una preghiera.
«--Dite su!
«--Non posso dormire con questa camicia insaldata come una corazza.
«--E che posso farci?
«--Vorreste prestarmi una delle vostre?
«Mi rispose una delle sue risate più sonore, più provocanti, più
scandalose, da destare i vicini immersi nel sonno. Concitatamente, ma
studiando di frenarmi, insistetti:
«--Che c'è da ridere?... Volete destare tutto l'albergo?... Mi avete
compianto perchè mi tocca passare la notte sopra un divano!... Potete
contribuire ad alleviare il mio tormento.... Se ci avessi pensato, mi
sarei provvisto stamani dal camiciaio, quando comprai quella da
giorno.... temete che ve la sciupi, la vostra camicia?
«--Non temo, no!... Ah!... Ah!... Ma non pensate?... Come non
pensate?...
«--Che cosa?
«--Quanto sarete buffo!
«--Che ve ne importa, se non mi vedrete?
«--Ah! Ah! Ah!
«--Sono contento di tenervi di buon umore, ma ridete un poco più
piano!... Me la date, sì o no?
«--Ma proprio?... Dite proprio sul serio?
«--State pur certa che non sono d'umore da scherzare.
«--Se la volete proprio.... Un momento: aspettate....
«La voce tacque. Tesi l'orecchio: silenzio profondo. Poi un gemito di
molle: ella era tornata a letto. Poi la voce risonò ancora una volta,
lontana, percorsa ancora da fremiti d'allegria:
«--Venite a prenderla....
Il narratore, che aveva fatto qualche pausa qua e là, nei punti salienti
del racconto, per eccitare la curiosità delle uditrici, per accrescere
l'effetto delle cose dette, fu a questo punto costretto a tacere dalle
esclamazioni delle signore:
--Basta così!... Abbiamo capito!... Vi facciamo grazia del resto!...
--Ma lasciatelo dire!...--intervenne Ferdinando Anselmi.--Egli deve
certo soggiungere una cosa essenziale: che nessuna donna di carne e
d'ossa gli ha mai fatto provar nulla di minimamente paragonabile a ciò
che provò con quella del sogno: è vero?
--È vero.
--Accade sempre così. Disgraziatamente, anche tu dovesti destarti sul
più bello, e te ne rimase come un senso di vuoto, come un bisogno di
stender la mano per trattenere il fantasma fuggente, come un'angoscia
nostalgica ed inconsolabile.
--Qui t'inganni,--rispose Alberto Mauri.--Io mi destai di molto buon
animo, il domani, nella camera dell'«Hôtel Riche», a Parigi.
--Come?... Che vuol dire?... Ma dunque?... Ma allora?...
--Così. Vi ho detto che fu un sogno, perchè del sogno ebbe la stranezza,
la difformità, l'incredibilità; perchè se vi dicessi che fu realtà, non
potrei darvene la prova, nessuna prova, neanche il più piccolo indizio.
Di quella donna io non seppi e non so il nome. Il domani della notte
nuziale l'accompagnai alla stazione e la lasciai andare incontro alla
sorella: da quel momento non l'ho mai più riveduta. Mi chiese di non
scriverle, di contentarmi che neanche ella mi scrivesse, di non guastare
con parole inutili il ricordo del nostro unico giorno d'amore. Dietro di
noi, neanche la più tenue traccia. All'«Hôtel du Louvre», a Parigi, ci
chiesero naturalmente i nostri nomi, ma neppur io potrei ritrovarli su
quel registro, perchè furono nomi fantastici, inventati da lei, da lei
stessa trascritti, e perchè non conosco la sua scrittura. Non solamente
agli altri, ma neanche a me stesso io posso più dimostrare che non
sognai. Il luogo reale dove la conobbi, dove non sono più tornato, è
nella mia memoria trasfigurato: se vi ho parlato di una riva incantata e
d'un tempio della Fortuna, è perchè Montecarlo e il Casino, da
quell'unica volta che li vidi, hanno perduto i loro contorni reali nei
miei ricordi, si sono annebbiati e confusi. Di lei non so più nuova, se
vive o se è morta, dov'è, che cosa fa; e se volessi rintracciarla, non
saprei da che parte rivolgermi; e se lo sapessi, non ne farei nulla. Col
suo fulgore tollerabile, con la sua accessibile e umana divinità, ella
mi diede nella vita reale l'impressione del sogno: bene è che resti
confusa con le figure del sogno, con le immagini della fantasia, con le
incerte creature nate dal desiderio folle e distrutte dal rapace
obblio.