Il convegno.
--Castelmaggiore!... A Castelmaggiore!...
Il treno, entrato rapido e strepitoso sotto la tettoia, rallentò
improvvisamente la corsa, stridendo per tutte le ferree giunture; la
voce del conduttore risonò annunziando il nome della città, e Lodovico
Bertini sorse in piedi, nello scompartimento deserto, e si accostò allo
sportello. Un facchino, un vecchio a cui la candida barba scendeva fin
sul petto del camiciotto di lavoro, lo aperse togliendo di mano al
viaggiatore la valigia e la borsa.
--Dove va il signore? All'albergo?
--No; mi fermo qui, al Caffè. Riparto col direttissimo delle 9 e 15;
verrete a riprendere il bagaglio qualche minuto prima dell'arrivo del
treno.
--Stia tranquillo: alle 9 e 10 sarò da lei.
I viaggiatori in partenza si affollavano dinanzi alle carrozze; gli
arrivati facevano ressa all'entrata del ristorante, intorno al bancone
con le vivande e le bevande; il carro coi sacchi della posta cigolava
sulle tre ruote, spinto a mano da un fattorino che avvertiva di far
largo; il capostazione esaminava un foglio alla luce di una delle grandi
lampade ad arco. Entrato nella sala, Bertini udì le voci del personale
di servizio richiamare al loro posto i partenti, lo sbattere degli
sportelli, il fischio della locomotiva; quando sedette dinanzi al
tavolino di marmo vide il convoglio sfilare col suo carico di vite, con
le sue luci fioche dietro i vetri appannati e le tendine abbassate.
Un cameriere gli si presentò, domandando:
--Comanda?
--Tè e latte, con qualche biscotto.
Quantunque non avesse desinato prima di mettersi per via, sentiva di non
poter prendere cibo. Aveva la gola stretta e la testa in fiamme. Dalle
grandi arcate aperte sotto la tettoia veniva una brezza frizzante che
gli faceva passare qualche brivido per il corpo senza rinfrescargli la
fronte. Quando il vassoio con le cogome, il piattello, la chicchera e la
salvietta gli fu posto dinanzi, egli non toccò nessuna di quelle cose:
trasse dalla tasca interna dell'abito il portafogli e ne cavò la
lettera ricevuta due sere innanzi, per espresso. Appena due sere
innanzi, dopo un mese e mezzo di silenzio, cinquanta giorni dopo
l'arrivo del «Senegal», egli aveva rivisto i caratteri di Rosanna!
Sette settimane erano trascorse senza che ella avesse trovato modo di
fargli pervenire una parola, lasciandolo solo col suo dolore, vagante di
luogo in luogo, senza casa, senza pace, senza tregua. Fuggito la stessa
sera dell'arrivo del piroscafo, non si era sentito capace di ridursi,
secondo le prescrizioni di lei, a Promonte, sul lago, presso i parenti.
Come portare nella casa paterna l'ambascia che lo struggeva? Come
spiegare alla sorella, al cognato, la tempesta scatenatasi nel suo
cuore? In quei luoghi dove pure aveva tanto vissuto, dove aveva dato
forma alle sue concezioni più vaste, ora sentiva che gli sarebbe mancato
il respiro. Che avrebbe fatto, non potendo più lavorare? Che avrebbe
detto, non potendo parlare se non di lei?... Alla verde conca del lago
meraviglioso, sulle vette dominatrici della terra, adunatrici di nembi,
nelle valli inargentate dalle acque spumose, sotto i boschi solenni,
egli aveva sognato di tornare; ma con lei, per molto o per poco, pur di
farla partecipe di quelle bellezze, pur di associarla ai ricordi della
sua prima vita. Ma ella si era negata, adducendo di non poter entrare
nella sua casa, di non voler presentarsi ai suoi parenti, a sua sorella,
che doveva conoscere o sospettare i loro rapporti, e che l'avrebbe
severamente giudicata; e, come sempre, nulla era valso a farla
ricredere. Troppo, a quell'ora, gli sarebbe stato grave chiudersi lassù,
mentre non solo il suo sogno si disperdeva, ma anch'ella era come
perduta per lui; e col bisogno di stordirsi, di evitare quanto potesse
rammentargli la sua condizione sciagurata, di fuggire da sè stesso, era
andato dove nessuno lo conosceva, dove nessuno gli avrebbe chiesto che
cosa lo martoriasse: in Isvizzera, errando per monti e per valli,
saltando dai treni sui piroscafi e dai piroscafi sui treni, riparando
dalle città rumorose negli alpestri villaggi, tornando dalle alte
solitudini alla baraonda dei grandi alberghi e dei «Kursaal», cercando
ovunque invano di dimenticare i pensieri molesti e di dissipare le
immagini odiose. Disperando di riuscirvi, non sapendo che fare della
sua vita, era ridisceso in Italia per ridursi finalmente, secondo il
volere di lei, al paese natale, presso i congiunti, sostenuto dalla
superstiziosa lusinga che lì, dove ella gli aveva raccomandato di
recarsi e promesso di scrivergli, la sua lettera sarebbe arrivata più
presto. Ma, sul punto di eseguire i suoi comandamenti, la tentazione di
rivederla, non fosse che da lontano, di sfuggita, un istante, passando
secretamente da Firenze, si era impadronita del suo spirito e lo aveva
soggiogato.
Andato a nascondersi nello studio ancora tutto odorante di lei, tutto
pieno dei ricordi di lei, dei fiori secchi, delle trine, dei ventagli,
dei ritratti, delle crete dove egli aveva riprodotto la stupenda sua
forma, si era tenuto lontano dai ritrovi degli amici e dei conoscenti,
aveva poi cominciato ad aggirarsi cautamente intorno ai luoghi dove
avrebbe potuto incontrarla: invano. Una notte s'era spinto fin sotto la
sua casa, ma il domani all'alba era fuggito ancora una volta, per aver
visto e immaginato con gli occhi della mente, dietro quelle finestre
chiuse, dietro quei muri ciechi, un altro al suo posto, accanto a lei,
carezzare la sua fronte, baciare le sue labbra, vivere la sua vita.
Allora, allora soltanto si era rifugiato a Promonte, per rintanarsi nel
suo covo come una bestia ferita. Aveva il cuore lacerato e sanguinante.
Invano la ragione gli rappresentava che questo era lo scotto inevitabile
del bene fruito; invano l'egoismo gli consigliava di aspettare
tranquillamente il giorno in cui ella lo avrebbe richiamato. Non era più
sicuro di riacquistare la felicità di prima. Quand'anche null'altro
dovesse sopravvenire a distruggerla, il ricordo delle pene sofferte
l'avrebbe intorbidata. Al pensiero che la creatura amata era stata di un
altro, un moto di repugnanza, di repugnanza fisica, lo arretrava. Ma non
solamente sentiva che ella era stata contaminata nel corpo, vedeva che
anche l'anima sua gli sfuggiva. Per aver lasciato passare tanto tempo
senza rammentarglisi, bisognava che un rivolgimento fosse avvenuto nel
suo cuore, nella sua vita. Come negare, contro l'evidenza, la forza
degli affetti, dei doveri e degli interessi che lo avevano prodotto?
L'uomo che le aveva dato il proprio nome, che dedicava alla casa fondata
con lei tutte le sue energie, che le assicurava un'esistenza facile e
larga, godeva di privilegi indistruttibili; ne godeva il figlio tornato
a lei, forse più che l'altro vissuto sempre al suo fianco. Di questa
creaturina, del posto che aveva occupato nel cuore della madre, egli era
stato geloso. Ora la gelosia impotente lo rodeva, lo umiliava al
pensiero che la madre era tutta dei figli, la moglie tutta del marito.
Parlandole o scrivendole, egli avrebbe potuto farsi valere, rammentarle
le parole dettegli e le prove dategli, contrastarla a tutti coloro che
la riprendevano, vincerla ancora una volta; da lontano, costretto al
silenzio, doveva incrociare le braccia, abbandonare indifesa la causa
dalla quale dipendeva la sua vita. O forse insistere, contraddirla,
contrariarla, sarebbe stato inutile, come era stato inutile tutto quanto
le aveva detto perchè non andasse incontro al marito, perchè si
contentasse di aspettarlo a casa sua. Che cosa era dunque il bene che
gli voleva, se non la faceva capace di arrendersi a un suo desiderio,
sia pure smodato?... Poi pensava che anch'egli l'aveva ferita, una
volta, molto più profondamente, dicendole che, libera, non l'avrebbe
sposata; e allora riconosceva che entrambi si erano mantenuti fedeli al
proponimento di esser sinceri, di uniformarsi alla realtà esteriore ed
intima, alla verità necessaria ed amabile. Ma ora, no; ora non più; ora
non riconosceva altra verità fuorchè il suo dolore, altra realtà fuorchè
il bisogno di lenirlo; ora non chiedeva, non aspettava, non cercava
altro che una menzogna, ma pietosa e salutare. E non ne trovava, e non
ne sperava. Ella non gli avrebbe mai scritto, come non gli aveva mai
detto: «Amo te solo, odio mio marito». Una simile certezza lo avrebbe
forse pacificato, gli avrebbe dato forza per sopportare le separazioni,
le contrarietà, la partecipazione di un altro al possesso di quel corpo
la cui anima sarebbe stata tutta sua. Egli doveva invece contentarsi di
una parte di quella vita, della minor parte. L'avrebbe forse totalmente
perduta, se il marito non fosse andato più via. Non era questo il
pericolo? Che fare per evitarlo, come riprendersi il suo bene, senza che
nessuno, mai più, glielo potesse contendere?...
Talvolta egli avea tentato di reagire contro la passione, di resisterle,
di contenerla. Altri amori giudicati necessarî alla sua vita non erano
finiti senza che egli ne fosse morto? Prima non si era appagato di ciò
che le donne altrui avevano potuto o voluto accordargli? All'idea di
prenderne una per sè non si era sempre ribellato? Due o tre volte,
bensì, nella prima giovinezza, la tentazione era stata fortissima,
avvalorata dai consigli dei parenti, dalle esortazioni della madre; ma
non si era sempre vinto, e sua madre non era morta col dolore di
lasciarlo solo? La libertà non gli era sembrata un bene tanto grande da
potersi pagare con qualche cosa di più penoso ancora che non la
solitudine? Nel matrimonio non aveva visto una convenzione micidiale
all'amore, e dell'amore non aveva sempre avuto bisogno per le sue
ispirazioni d'artista?... Ma il ragionamento, il ricordo della
tenacissima opinione di tutta la sua vita restavano inefficaci contro il
dolore. Nel suo dolore egli riconosceva ora che il legame indissolubile,
sempre evitato come il più grave dei danni, non era un ostacolo alla
felicità, se altri ora se ne giovava per distruggere la felicità sua.
Quella convenzione giudicata funesta all'amore era il patto che
garentiva il possesso. La sua condizione di amante costretto a
nascondersi, a fuggire, a cedere il posto usurpato, a vedere un altro
occuparlo da padrone legittimo, era sciagurata e intollerabile.
I giorni e le settimane erano passati lenti, eterni, numerati ad uno ad
uno, misurati ad ora ad ora, senza che egli sapesse che cosa accadeva
della creatura diletta, che cosa potesse fare egli stesso per averne
notizie: se tornare a Firenze, se scrivere a qualche amico, se scriverle
direttamente, a rischio di tradirla. La paura che il caso l'avesse
tradita, che suo marito avesse scoperto il loro secreto, trovando una
lettera, udendo qualche parola sfuggita al bambino od ai servi,
arrestava il moto del suo cuore; ma quantunque il sospetto non fosse da
escludere, qualche altra cosa, una voce interiore, un oscuro
presentimento gli diceva che no, che nulla era stato scoperto, che ella
era al sicuro, che il suo silenzio dipendeva unicamente dalla sua
volontà. Infinitamente più che l'impossibilità di far nulla per avere
qualche notizia, per uscire da quell'ansia, lo umiliava, lo mortificava
e lo avviliva l'idea che la volontà di lei fosse determinata da ragioni
che egli non poteva combattere. Il bisogno di signoreggiare quella
vita, di occuparla tutta di sè, di uniformare alla propria volontà
quella volontà forte e tenace, alimentava il fuoco della sua passione.
Nessun'altra donna lo aveva avvinto con le blandizie, con le lusinghe,
con le illusioni, quanto costei con la resistenza e l'ostilità. Tutto
quanto aveva fatto, nei primi tempi, per vincerla, era stato invano:
ella gli si era accordata, inaspettatamente, quando aveva voluto, quando
egli ne aveva perduto la speranza. Nonostante la dedizione, dopo il
possesso, con tutte le prove d'amore ottenute, egli aveva più volte
sentito di non essere penetrato fino agli ultimi recessi dell'anima sua.
Ora che un altro gliela contendeva, ora che egli non poteva vivere senza
trionfare di costui, senza saperla sua interamente, perdutamente, come
una cosa inerte, come la cera duttile, come la creta malleabile, ora
ella si dava tutta a quell'altro, restava lontana, chiusa,
inaccessibile. La tentazione di fuggirla, piuttosto che contentarsi del
poco che gli avrebbe concesso, si era insinuata allora nel suo pensiero,
lo aveva investito e dominato. Non era giustizia, no, che egli
spasimasse così, mentre nella nuova vita che ella ora viveva non
trovava modo d'infondergli fede, di dargli speranza e coraggio....
Improvvisamente, la sua lettera era giunta, quella lettera sulla quale
si era precipitato avidamente, che aveva letta e riletta tanto da
poterla ripetere senza dimenticarne una sillaba, e che, nondimeno, ora,
nel silenzio della stazione deserta, tornava a rileggere ancora una
volta.
La lettera diceva:
«Partirò posdomani, sola, col direttissimo delle 7 e 25 per arrivare a
Milano il giorno dopo, alle 7 e 50. Torna domani a Firenze, prenota due
cabine dello «Sleeping» facendoti dare due biglietti separati, e mandami
il mio. Riparti con l'accelerato delle 6 e 33, scendi alla stazione di
Castelmaggiore e aspetta alle 9 e 15 il passaggio del mio treno, dove
salirai a raggiungermi. Alla stazione di Milano mi lascerai: mio marito
ritorna da Londra».
Tutto era stato puntualmente eseguito. Lasciato immediatamente Promonte,
egli era corso a Firenze, all'ufficio della Compagnia dei «Wagons-Lits».
Il commesso aveva voluto rilasciare un solo biglietto per le due cabine,
non comprendendo come persone che dovevano viaggiare insieme avessero
bisogno di biglietti separati; ma poi glieli aveva pur dati, ed egli
aveva spedito a Rosanna, in lettera raccomandata, quello che doveva
servire per lei. Era partito con l'accelerato delle 6 e 33, aspettava
ora il passaggio del direttissimo; ma, rileggendo quella lettera, come
quando l'aveva letta la prima volta, tutte queste istruzioni, tutte le
circostanze nelle quali le aveva effettuate, sparivano dalla sua
memoria: i suoi occhi e il suo pensiero si fermavano sulle parole
dell'ultimo rigo: «Mio marito ritorna da Londra». Per tornarne, doveva
esservi andato; se ella gli moveva ora incontro, non ve lo aveva
accompagnato; era dunque rimasta sola per qualche tempo, poco o molto,
non poteva dir quanto, una settimana per lo meno: e di quel tempo di
libertà non aveva saputo o voluto profittare per richiamarlo, per
rivederlo, dovunque, comunque! Lo richiamava ora, sul punto di andare
ancora una volta incontro a quell'uomo, per rivederlo un giorno più
presto!...
A un fischio di locomotiva, breve, acuto, lontano, egli si riscosse, si
guardò intorno. La stazione era ancora deserta; il padrone del Caffè
sonnecchiava dentro un bussolotto illuminato dalla fiamma gialla d'una
lampada a gas; il cameriere, dinanzi al banco delle vivande, parlottava
con un manovratore. Egli ripiegò la lettera e la richiuse nel
portafogli. Si versò un poco di latte e di tè, ne assaggiò un sorso, e
ripose la chicchera. L'orologio, sul quadro dell'orario, segnava le otto
e un quarto. A quell'ora ella doveva essere già partita, il treno che la
portava già correva verso di lui. Un senso di gioia, trepida ma grande,
lo invase a quella certezza; egli sentì il suo rancore dissiparsi.
All'idea che fra un'ora sarebbe giunta, che l'avrebbe avuta tutta una
notte per sè, che avrebbe potuto finalmente sfogare la piena dei
sentimenti accumulati nel suo cuore, l'immobilità gli riuscì
intollerabile. Chiamato il cameriere e pagatolo, si alzò, uscì fuori
della sala, sotto la pensilina. I binarî liberi si dilungavano,
convergendo nella lontananza, perdendosi verso le masse scure delle
cabine e dei depositi, verso le linee rigide formate dalle colonne delle
carrozze e dei carri immobili sotto il fioco lume della luna non ancora
al primo quarto. Gli ufficî erano quasi tutti chiusi; solo quelli del
capostazione, del telegrafo e dei biglietti proiettavano sul marciapiedi
la luce delle loro lampade incappucciate di verde. Due o tre commessi
stavano curvi sulle scrivanie, dinanzi a grossi registri ed a fogli di
carta stampata; non si udiva altro rumore fuorchè il ticchettare degli
apparecchi telegrafici. Chiuse le sale d'aspetto, tranne quella della
terza classe, sopra i cui nudi banchi il facchino dalla barba candida ed
un suo compagno erano distesi a dormire.
Per ingannare il tempo egli si mise a percorrere la fronte della
stazione, da un capo all'altro; poi riattraversò la sala del Caffè ed
uscì sul piazzale. Non una carrozza, non un passante, non un rumore.
Sulla facciata esteriore dell'edifizio erano aperti l'ufficio del Dazio,
dove due impiegati chiacchieravano fumando nelle pipe, e il passaggio
d'entrata, col gabbiotto della giornalaia: una vecchietta sonnecchiante
in mezzo alla mostra dei fogli illustrati, aperti nelle pagine più
vistose, fra le grosse intestazioni dei quotidiani e le copertine dei
libercoli pornografici. Le pozzanghere formate dall'acquazzone del
pomeriggio rendevano malagevole l'avventurarsi oltre il marciapiedi;
rinunziando ad entrare in città, egli cominciò a misurarlo tra i due
cancelli che lo chiudevano, come aveva fatto dell'altro. Il tempo
scorreva con una lentezza disperante. Passando e ripassando dinanzi al
Dazio, i suoi occhi erano attratti dall'orologio i cui indici parevano
immobili; per vederli un poco spostati verso l'ora attesa con la febbre
nei polsi, egli prometteva a sè stesso di non guardarli troppo spesso;
ma poi, quando li fissava dopo aver voltato le spalle più volte, trovava
che era trascorso qualche minuto appena. Fermandosi, chiudendo gli
occhi, tentava raffigurarsi la donna amata come doveva essere atteggiata
in quel momento: raccolta in un angolo della carrozza sussultante nella
corsa vertiginosa, sotto la luce della lampada elettrica, col viso
ravvolto in un velo, col capo appoggiato alla mano guantata, con gli
occhi allo sportello, immobile nella persona, ma con l'anima tesa verso
di lui; e allora la tenerezza e il rancore, l'amore e la gelosia, il
bisogno di stringersela al cuore e l'impeto di respingerla si
avvicendavano tanto tumultuosamente da confondersi in un unico fremito,
in uno spasimo solo.
Le nove meno un quarto. Ancora quaranta minuti. La stazione restava
deserta: si udiva soltanto qualche fischio rauco, soffocato, di macchine
manovranti lontano; qualche passo risonava, ma di persone che uscivano
avviandosi alla città. Nessun viaggiatore sarebbe venuto a prendere quel
treno della notte? Nessun parente od amico sarebbe sopraggiunto ad
aspettare qualcuno?... Alle nove, mancando mezz'ora all'arrivo del
treno, egli entrò per vedere se l'ufficio dei biglietti fosse aperto.
Era ancora chiuso; il facchino dormiva ancora sulla panca della sala
d'aspetto. La vendita sarebbe forse cominciata solo venti minuti prima
dell'arrivo del treno?
L'attesa di quegli altri dieci minuti fu eterna. Pareva che il tempo si
fosse arrestato, che non potesse più scorrere, che la stazione fosse
abbandonata, che la vicina città fosse morta. L'arrivo di due o tre
persone, silenziose, senza bagaglio, gli parve un avvenimento, un
ritorno alla vita. Ma nessuno sportello si schiudeva ancora, nulla
preannunziava la partenza, neanche ora che mancavano venti minuti
soltanto, che ne mancavano diciannove. Che cosa avveniva? Quand'anche
il treno fosse in ritardo, la vendita dei biglietti non doveva
cominciare all'ora regolare? Forse gli orologi esterni anticipavano su
quello del capostazione? Per quale incantesimo nessuno appariva? Non era
egli in preda ad un incubo? Aveva realmente ricevuto una lettera di lei?
Era una cosa reale, quel convegno in treno? Non era una stravaganza, una
immaginazione, una irragionevole speranza?... Diciotto minuti
soltanto--e gli sportelli restavano ancora sbarrati.... Allora, per
uscire da quell'incubo, per udire una voce, per sapere qualcosa,
s'avvicinò alla giornalaia.
--Il direttissimo non arriva alle nove e un quarto?
--Alle nove e un quarto, sissignore.
--Ma allora perchè non aprono la biglietteria?
La vecchia inforcò gli occhiali, guardò un suo grosso orologio di
acciaio, e disse:
--Ecco: apriranno a momenti.
Ma passò ancora un altro minuto, ne passarono due, senza che gli
sportelli si schiudessero. E a un tratto due uomini uscirono
dall'interno della stazione, uno dei quali diceva all'altro:
--Non si parte fino a domani.
Egli credè d'aver frainteso. Poi il sangue gli rifluì tutto al cuore e
la vista gli si offuscò. Con passo dapprima malfermo, poi precipitato,
rientrò sotto la tettoia nel punto che alcuni manovali attraversavano i
binarî e gruppi di commessi si formavano dinanzi agli ufficî, scambiando
notizie e domande e commenti.
--Al bivio del Saliceto.... La linea è ingombra.... Si appronta il
carro-attrezzi.... Una falsa manovra dello scambio.... Il treno merci è
rovesciato.... E il direttissimo?
Una fiamma gli salì al viso, il suolo gli mancò sotto i piedi. Corse
all'ufficio del capostazione, non lo riconobbe perchè tutti gli usci
erano aperti, ormai, e tutte le stanze illuminate; domandò a un uomo
seduto dinanzi ad una scrivania:
--Scusi, signore: mi vuol dire che cosa è accaduto?
--Non so precisamente; la linea è ingombra.
Riuscì, trovò finalmente il capo sulla soglia del suo ufficio, intento a
rimproverare uno dei suoi dipendenti.
--Non ho bisogno delle vostre osservazioni!... Andate al vostro posto
senza tante chiacchiere.... Desidera?--domandò poi, con voce appena meno
brusca, al viaggiatore che portava la mano al cappello.
--Vuol favorire di dirmi che cosa è accaduto? Io aspetto il direttissimo
delle nove e un quarto....
--La linea è stata ostruita da un treno merci che manovrava al bivio del
Saliceto.
--Ma il direttissimo?
--Il direttissimo sarà avvertito e fermato a tempo e luogo....
Poi, voltategli le spalle ed avvicinatosi al telefono, gridò nel
portavoce:
--Signor ingegnere?... Sì, la seconda squadra sarà pronta a momenti....
Com'è?... La gru sta in consegna al Movimento.... Prenda le binde da
otto tonnellate.... Va bene!... Sissignore: alla cabina numero 8....
Come?... Ha deragliato?... Perdio!... Vengo subito!...
Lasciato l'apparecchio, lanciò un ordine al sottocapo:
--Trattenga l'842 a Santa Rufina, telegrafi che per linea ingombra non
lo posso ricevere. Mi mandi subito la seconda squadra.
E s'allontanò rapidamente, scavalcando le linee dei binarî, facendo
cenno con tutt'e due le mani di seguirlo agli uomini schierati sul
marciapiedi centrale.
Stordito, smarrito, Bertini volse intorno lo sguardo.
Che cosa era avvenuto? Nessuno glielo avrebbe spiegato? Un brivido gli
passò per la schiena al pensiero del pericolo che minacciava la creatura
diletta, al disastro che forse era già avvenuto. Non era forviato il
convoglio che la trasportava? O il treno che facevano fermare a Santa
Rufina era il suo?
--Per favore!... Sentite!...--disse ad un guardasala, fermandolo mentre
gli passava dinanzi.--Qual è il numero del direttissimo che si aspettava
per le nove e un quarto?
--28.35, signore.
--Siete sicuro che non sia l'842?
--Sicurissimo! L'842 è un misto che dovrebbe arrivare alle 9 e 42, ma
che sarà fermato a Santa Rufina.
--E il direttissimo?
--Era già transitato da Santa Rufina quando è sopravvenuto l'accidente
al treno merci.
--Ma allora come e dove sarà avvertito del pericolo?
--È stata formata la correntale.
--Come sarebbe a dire?
--Ogni guardiano va al casello vicino trasmettendo al compagno la
notizia dell'accidente e l'ordine di disporre i segnali di fermata.
--E quanto occorrerà per liberare la linea?
--Signor mio, chi può dirlo?... Due ore potevano bastare; ma forse non
ne basteranno quattro.... Il capotecnico e il capodeposito avevano
subito avvertito il Servizio trazione; il signor ingegnere con la prima
squadra era subito accorso sopra una macchina, il carro-attrezzi era già
pronto; ma quando hanno fatto per attaccarlo alla macchina ha
deragliato. Se lo vuol vedere, vada laggiù in fondo, presso il
castelletto idraulico, dove c'è quel chiaro.... Lavorano a soccorrere il
carro di soccorso!...
E sorrise discretamente, gettando intorno una cauta occhiata, per paura
che l'avessero udito.
Bertini corse nella direzione indicata. La fatalità si complicava, una
volontà ostile e maligna pareva volesse accumulare gli ostacoli,
moltiplicare i pericoli. Alla luce fumosa delle torce a vento si vedeva
il carro degli attrezzi pencolare fuori delle rotaie: la piattaforma
dalla quale doveva essere spinto nella buona direzione non era stata
assicurata, non aveva le rotaie combinanti con quelle del binario, e
poco era mancato che la massa pesante non si fosse rovesciata.
--Via le leve!--gridava il capostazione agli uomini intenti alla
manovra.--Tofano e Giacomelli, montate su a scaricare le binde....
Quelle da quattro basteranno.... Animo, via!...
Gli uomini si arrampicarono sul carro carico d'ogni sorta d'ordegni e di
congegni: argani, morse, chiavi, martelli, mazze, una fucina, ruote di
cordami, spessori di legno, torce a vento, fiaccole a petrolio.
Sollevata una binda da quattro tonnellate, la passarono oltre il
parapetto, porgendola ai compagni.
--A noi, svelti!--ordinò ancora il capo.--Disponetela fra la testata e
il traversone.... Più su, più su: all'angolo, ho detto.... Ma qui,
perdio, sotto lo spigolo, o parlo turco?... Così!... Forza di braccia!
Le braccia nerborute girarono il manubrio della macchina, dapprima
agevolmente, poi, quando essa affrontò il peso del carro, con una
tensione violenta, con uno sforzo penoso. Sotto la spinta possente il
carro si scosse un poco, si sollevò di qualche centimetro; a un tratto
traballò scricchiolando.
--Ferma!
Tolta una fiaccola di mano a un operaio, il capo si cacciò sotto le
prime ruote, ne esaminò la posizione; poi percorse tutto il fianco fino
a quelle posteriori.
--Un'altra binda qui, al centro del traversone....--Ma udendo
improvvisamente un lontano tintinnare di campanello, si volse a
chiamare:--Marziani!... Il capotecnico?...
--Eccomi, signor capo.
--Diriga lei l'operazione. Io vado a ricevere l'accelerato.
Un treno sopravveniva infatti dall'altra parte della linea, dove nessun
ostacolo si era frapposto; e Bertini domandava tra sè per quale fatalità
l'accidente aveva dovuto prodursi dalla parte di Firenze, nel preciso
momento in cui, dopo tanta pena, egli aspettava Rosanna. E in un
improvviso ritorno dell'ansia sopita dinanzi allo spettacolo dello
sforzo sostenuto dai lavoratori, si volse ad uno degli astanti:
--Il direttissimo è stato fermato?
--Certamente, a quest'ora.... Se no, sarebbe andato a sfondare il treno
merci deragliato.
--Come si saprebbe?--domandò ancora, trepidante.
--Eh! Le male nuove le porta il vento.
--A che distanza da qui è il bivio del Saliceto?
--A quattro chilometri e mezzo.
--E Santa Rufina?
--A dodici chilometri.
Restava da sapere in qual punto della via interposta fosse fermato il
convoglio. Certo, in aperta campagna, lontano dalle stazioni, senza
precise notizie dell'accaduto, del pericolo corso, della durata della
sosta. Come far sapere qualche cosa a Rosanna? Come rassicurarla? Egli
si struggeva di non poter far nulla, invidiava gli operai sudanti a
mettere in piano il carro, si torceva le mani per non poterle adoperare
com'essi, per non potersi cacciare sotto le ruote a rimetterle a posto,
con la febbre di veder rimossi gli ostacoli, quel primo ostacolo.
Le notizie dell'accidente passavano ora di bocca in bocca, con più
precisi particolari: il deviatore della cabina numero quattro, per un
falso segnale del manovratore, aveva aperto lo scambio al treno merci
mentre la colonna era in moto; l'ago si era spostato fra un'asse e
l'altra del primo carro, dando la diramazione sopra il binario per il
quale doveva transitare il direttissimo, ostruendo la linea di corsa:
l'ingegnere dell'ufficio di trazione, con una squadra di operai raccolta
alla prima notizia, era sul posto, ma non poteva far nulla senza gli
attrezzi. E dalla stazione, cessato lo squillare del campanello, veniva
il rombo del treno accelerato arrivante a tutto vapore, fischiando e
stridendo, condannato poi anch'esso a restarsene inerte, ad aspettare la
liberazione del binario e l'arrivo del direttissimo. La macchina si
staccava e si allontanava; i viaggiatori, avvertiti dell'accaduto, si
sparpagliavano in folla sotto la tettoia, entravano nel Caffè, si
spingevano verso la piattaforma attratti dal chiarore delle torce, e
Bertini vide fra gli altri una coppia di giovani sposi in costume da
viaggio, il marito appoggiato al braccio della moglie, stretto a lei,
sfiorante con la falda del berretto basco il velo che ella teneva
sollevato sulla fronte e che lasciava scoperto un visetto rotondo,
grazioso, infantile.
--Largo!... Indietro!... Favoriscano di sgombrare!
Il capo, sopravvenuto, faceva scostare i curiosi con aspra voce di
comando; Bertini dovette obbedire in preda ad un nuovo cruccio, quasi
ricacciato più lontano da Rosanna, quasi impedito di affrettare con la
tensione della volontà e l'impeto del desiderio la liberazione del
carro. Sotto la tettoia crocchi di viaggiatori si scambiavano le
notizie, commentandole aspramente; alcuni stranieri volgevano intorno
sguardi incerti e sospettosi; visi inquieti di donne si vedevano spiare
dai finestrini del treno immobile; il Caffè era invaso, tutti i tavolini
occupati da gente rumorosa e contrariata; solo i due giovani sposi,
l'uomo sempre al braccio della donna, si sorridevano, fermi dinanzi al
banco, scegliendo nei quadri mobili delle cartoline illustrate quelle
con le vedute di Castelmaggiore: liberato il braccio della moglie, il
marito le offriva una penna col serbatoio, ed ella riempiva i
cartoncini uno dopo l'altro, curva sopra un angolo del banco,
passandoli poi al compagno che vi aggiungeva la propria firma.
Un moto d'irritazione cacciò Bertini lontano dallo spettacolo di quella
felicità. Riavvicinandosi alla piattaforma, vide le luci muoversi e una
colonna di candido vapore sprigionarsi dal fumaiuolo della macchina,
mentre un fischio breve ed acuto lacerava l'aria: il carro, finalmente
liberato, era trainato verso il luogo del bisogno. Allora, come
trascinato anch'egli da quella forza bruta, come attratto da un potere
occulto, s'avviò lungo i binarî deserti diramantisi a ventaglio gli uni
dagli altri. Non sapeva fin dove sarebbe andato, ma si sentiva sospinto
nella direzione del convoglio immobile in mezzo alla campagna deserta.
Secondo che avanzava, oltre gli edifizî e le cabine e i castelli
idraulici, il ventaglio si restringeva, le stecche d'acciaio rientravano
una nell'altra, riducendosi al doppio binario di corsa. Fitte siepi lo
fiancheggiavano, una bassa e intricata vegetazione di robinie, dalla
quale emergevano i fusti frondosi degli eucalitti; tratto tratto un
cancelletto vi si apriva, oltre il quale si vedeva la campagna bagnata
dal lume della luna vicina al tramonto: un chiarore scialbo ed umido
avvolgente i filari dei gelsi e dei salici, qua e là riverberato da
pozze d'acqua. Non una bava di vento, non una voce nel silenzio grave
dell'alta notte; solo l'arpeggio eolio dei fili telegrafici, in
prossimità dei pali risonanti come casse di strumenti armonici. Le
rotaie d'acciaio si distendevano rigide e diritte, sempre più lontano;
parevano rincorrersi a perdita di vista, verso l'infinito, verso
l'inarrivabile. Bertini procedeva per la solitudine, con gli occhi, gli
orecchi, tutti i sensi aperti ed intenti a cogliere segni di vita,
credendo di udire l'eco dei fischi della locomotiva di soccorso, di
scorgere il chiarore delle fiaccole rischiaranti il lavoro dei manovali;
ma nulla si scorgeva ancora, nulla si udiva.
La vista della stazione e dei fabbricati che l'attorniavano era
anch'essa perduta nella lontananza: solo una punta di vivo fuoco
rosseggiava in cima a un disco. Fremente, febbricitante, egli andava,
andava, col proposito, col bisogno di raggiungere il bivio del Saliceto,
di sapere qualche cosa di preciso; ma più s'inoltrava, più
l'inquietudine, l'ansia, la paura gli facevano tremare il cuore.
Quantunque la via ferrata fosse una guida infallibile, gli pareva di non
poter più trovare quel bivio, d'essersi avviato sopra un altro binario,
d'aver lasciato la buona strada. Perduta la nozione del tempo, credeva
d'aver percorso chilometri e chilometri, d'essersi dilungato
enormemente, d'aver marciato da ore: l'orologio, che aveva dimenticato
di rimontare, non andava più. La linea non doveva esser libera, ormai?
Il convoglio non stava per sopravvenire, precipitoso, inarrestabile,
portandosi via la creatura amata, lasciandolo solo in mezzo alla
campagna muta ed oscura? La prudenza consigliava di tornare indietro, di
raggiungere la stazione, di aspettare lì, tranquillamente, come gli
altri viaggiatori, come i due sposi in viaggio di nozze; ma allora,
rivedendo con la mente quella coppia felice, egli sentiva più acuta, più
tormentosa, più intollerabile tutta la propria pena. Spasimava da due
mesi, dal giorno in cui era giunto l'avviso dell'arrivo del marito, ma
non mai come ora. Se per un istante, al pensiero dell'imminente incontro
con la diletta, aveva potuto illudersi sperando nel ritorno dei giorni
felici, ora, nelle tenebre addensate col tramonto della falce lunare,
nel sonno silenzioso della terra, nella solitudine inanimata di quegli
ignoti luoghi, l'inganno riusciva evidente. Che vita era questa che lo
sbalestrava fuori della sua casa, fuori del suo paese, che lo faceva
errare a quell'ora per la campagna, aspettando un treno arrestato da un
improvviso pericolo? Superato quello, quali altri, quanti altri
sarebbero sorti? Rosanna andava a raggiungere ancora una volta il
marito: dove, come, quando, per quanto tempo l'avrebbe rivista?
Quell'uomo sarebbe ripartito, forse, ma per ritornare; il tempo della
sua lontananza se ne sarebbe volato via, come se n'era volato
tant'altro. La serena fiducia, la certezza del possesso assoluto, della
comunione perfetta non era possibile senza l'unione che egli aveva
dichiarato di non voler contrarre neppure ipoteticamente, e che sempre,
prima di quell'amore, aveva giudicata odiosa e repugnante. Allora tutta
la sua vita sentimentale, dai primi albori, dagli ingenui amori
dell'adolescenza alle fiamme della giovinezza, gli passò per la memoria:
quante prove fallaci, quante illusioni perdute, ritrovate, riperdute
ancora, fino a quest'ultima! Stanco, vecchio, morto, il suo cuore aveva
palpitato ancora una volta grazie alla creatura miracolosa; egli aveva
gioito, sofferto, vissuto per lei; comprendeva che dopo di lei non
avrebbe potuto più ricominciare, e che, quand'anche, mai più avrebbe
trovato un'anima simile a quella; sentiva che tutti questi motivi lo
spingevano ad afferrarsi a lei, disperatamente; ed a quell'ora, con
quell'ansia nel cuore, ecco, finalmente riconosceva che il legame
solenne, sancito, benedetto, era il solo che potesse umanamente
garantire il possesso; e nulla gli pareva più desiderabile e degno che
prendersi Rosanna, unirsi a lei per la vita e per la morte, dare al
mondo lo spettacolo della loro felicità come lo davano quegli sposi in
viaggio di nozze, sorridenti della contrarietà sopravvenuta, noncuranti
di giungere un poco più presto o un poco più tardi, certi di portare con
sè tutto il proprio bene. Perchè non era ella libera? Che cosa occorreva
perchè si liberasse?... Allora, come al bagliore di lampi interiori, i
recessi più tenebrosi del suo pensiero si illuminavano, quelli dove
appariscono le possibilità più chimeriche, dove sorgono le tentazioni
inconfessabili....
Un chiarore lontano, incerto, sorto dal fondo della linea, fermò ad un
tratto la sua attenzione. Un uomo con una lanterna in mano si veniva
avanzando; la lanterna, pendente dal braccio disteso lungo il fianco,
lasciava in ombra il viso del sopravveniente, bagnandogli i piedi di
luce.
--Venite dal bivio di Saliceto?--domandò Bertini quando colui, un
cantoniere, gli giunse dinanzi e alzò la lanterna per guardarlo in
faccia.
--Nossignore, vengo dal casello 374.
--Dove è stato fermato il direttissimo?
--Al passaggio a livello del Fossone.
--Quanto manca perchè la linea si sgombri?
--La linea è sgombra; vado a....
--È sgombra?...
Egli non udì altro, voltò le spalle al guardiano, corse verso la
stazione, con la folle paura di non giungervi a tempo. Sull'angusto
passaggio dove s'era avanzato agevolmente a brevi passi, riusciva
malagevole correre; più volte fu sul punto di perdere l'equilibrio, più
volte distese le braccia per ripararsi dall'imminente caduta. Con le
orecchie fischianti, gli pareva di udire il lontano rombo del treno in
moto, si rivoltava un istante a guardare indietro, poi riprendeva la
corsa, rassicurato per poco. Al pensiero che la notizia non era ancora
giunta alla stazione, moderò l'andatura; riprese a correre col timore
che le disposizioni per ricevere il convoglio fossero state trasmesse
per telegrafo o per telefono. Una voce, sul punto che passava dinanzi a
un casello, gridò:
--Ferma!... Chi è?...
Non rispose, non si fermò, spronato dalla vista del riverbero diffuso
lontanamente dai lumi della stazione. Quando vi giunse, trafelato,
ansante, il campanello annunziante che il disco era aperto cominciava a
squillare; i viaggiatori rimasti a terra riprendevano i loro posti
sull'accelerato, si udivano voci di richiamo, gli sportelli sbattere con
colpi secchi:
--In vettura!... In vettura!...
Non c'erano più facchini; egli si rivolse al cameriere del Caffè perchè
gli portasse le valigie. E finalmente i fanali del treno, i grossi occhi
roventi apparvero nella distanza, s'ingrossarono sulla metallica fronte
della locomotiva spinta a tutta forza, vomitante dense volute di nero
fumo squarciate dal candido vapore del fischio lungo, insistente,
interminabile. Figure di uomini e di donne in piedi si profilarono nei
vani luminosi delle finestre, nessuno nella carrozza coi letti, tutta
chiusa, come deserta. Un dubbio attraversò il pensiero di Bertini: se
Rosanna non c'era? Se non era partita, per un contrattempo, per un caso
imprevedibile?
--Il signore ha la cabina 7 e 8?--gli domandò il conduttore aiutandolo a
montare sul terrazzino.
--Sì. Da che parte?
--Favorisca....
--Avete saputo dell'accidente?
--E come!... Siamo rimasti più di tre ore fermi in aperta campagna!...
Ecco la sua cabina. Desidera che le prepari il letto?
Gli rispose di sì dopo un istante di esitazione, pensando che il breve
indugio lo avrebbe liberato per sempre da quell'uomo. Cercò di sporgersi
da un finestrino per vedere l'ora all'orologio della stazione e regolare
il suo: tutti i vetri erano rialzati e fermati.
--L'ora, per piacere?
--È la una meno un quarto.
Già la macchina, dopo la rapida sosta, lanciava un nuovo fischio: la
carrozza si scosse, cominciò la corsa. E non appena il conduttore lo
lasciò solo, egli aprì l'uscio del gabinetto di toletta. Vedendo
apparire una figura maschile, trasalì indietreggiando per istinto; poi
riconobbe sè stesso nel giuoco degli specchi. Portò la mano ancora
tremante alla maniglia dell'altro uscio, lo aperse. Vide gli occhi di
Rosanna cercare i suoi. Era seduta sul lettuccio, col velo rialzato
sulla fronte, le mani nude congiunte in grembo. Le cadde in ginocchio
dinanzi, le prese le mani, se le strinse al petto. Soffocato dal
tempestoso pulsare delle arterie, non potè nel primo istante articolare
una parola; poi balbettò:
--Sei tu?... Sei tu?...
--Che è stato? Siamo in ritardo?
--Come?... Non sai?... Quattro ore, quattro ore che aspetto, tremando,
fremendo al pensiero del tuo pericolo.... Non ti sei accorta di
nulla?... Dormivi?...
--Ho dormito, sì: ero tanto stanca. Ma tra veglia e sonno m'accorgevo
che il treno era immobile, udivo rumore di passi, voci di
sconosciuti.... Che è stato?
--La linea ingombra, ostruita da un treno merci.... Ma che importa?
Tanto meglio, se non hai saputo.... Sei tu? Sei tu? Sei tu?... Lasciati
guardare.... Lo sai da quanto tempo non ti vedo?... Che luce fioca
mandano queste lampade!... Lo sai da quanto tempo ti aspetto? Lo sai che
ti credevo perduta? Lo sai che non ti vo' perdere?
Anch'ella alzò lo sguardo luminoso al grappolo delle lampadine
elettriche.
La cabina, con la levigatezza del suo mogano, con la lucentezza dei suoi
ottoni, aveva l'aspetto di un mobile, di un grande armadio rotolante.
Quantunque nel fracasso della corsa vertiginosa nessuno potesse udire
dal prossimo scompartimento, egli abbassò ancora la voce, le domandò
quasi all'orecchio:
--Sei tu? E sei mia? Sei mia, di'?...
Rivoltatasi verso di lui, passandogli una mano sulla fronte, ella
rispose:
--Non vedi che cosa faccio per te?
Allora tutta la sua passione soffocata, umiliata, disconosciuta,
traboccò. Scotendo la testa, con voce amara, egli protestò:
--Che fai? Sei rimasta sola, non so quanto, mentre quell'uomo era a
Londra, e mi chiami ora soltanto, ora che vai ad incontrarlo un'altra
volta!
Ella non rispose.
--Mentre una sola cosa confortava il mio dolore, l'idea che non fossi
libera, che ti torturassi come me per non potermi vedere, per non
potermi dir nulla, tu eri padrona di te stessa, e non mi chiamavi, non
mi scrivevi!... E ora ti stupisci dei miei dubbî!... Non sai dunque, non
capisci, non intuisci quel che ho sofferto, quel che soffro, dal giorno
che ti lasciai dinanzi al «Senegal», da quando ti vidi al fianco di
quell'uomo, ricongiunta a lui, baciata da lui?
All'evocazione del ricordo, la gioia di averla ritrovata, di sentirsela
vicina, cadde repentinamente; il dolore, la gelosia, il corruccio, tutte
le immagini esasperanti e tutti i pensieri maligni tornarono a
invaderlo.
--Che hai fatto? Dove sei stato?--domandò ella, dolcemente, prendendogli
una mano, come per placarlo.
--Non lo so, che cosa ho fatto; non lo so ridire, come ho vissuto. Sono
stato a Promonte, ma prima a Firenze, per tentar di vederti....
Rimproverami, anche!--esclamò con più forza, vedendola accigliarsi.--I
torti sono miei, anche! Io dovevo starmene tranquillo, dovevo sentirmi
sicuro e felice, dopo averti vista laggiù, sulla banchina, tutta
occupata di quell'uomo e dei vostri figli, senza un saluto, un cenno,
uno sguardo per me; dopo essermi nascosto da voi, da te, come una spia,
come un ladro! Non so, non so; senza l'amico che mi stava accanto, non
so come, non so dove avrei trovato la forza di padroneggiarmi.
--Era Perez?
Non le rispose a voce, assentì con un breve moto del capo, incalzando:
--Mi passasti accanto, dinanzi al cancello, e non mi guardasti neppure;
non t'accorgesti neppure allora di me che fremevo e spasimavo, tutta
infervorata non so da che, non so perchè!
--Ti vidi.
--Che gli dicevi?
--Non mi rammento.
--Non ti rammenti! Ma mi rammento io, io che ti vidi sparire in quel
carrozzone d'albergo, io che mi sentii a un tratto divenuto estraneo a
te, solo, abbandonato, perduto, senza saper che fare della mia vita,
con la folle tentazione di seguirti ancora, di raggiungerti per
afferrarti e portarti via, sotto i suoi occhi, sotto gli occhi dei tuoi
figli, dinanzi a tutti; poi col bisogno di fuggire, di non restare più
un solo istante in quei luoghi, quella sera, quella notte, la notte
della contaminazione....
Con voce grave, guardandolo negli occhi, ella disse:
--Fosti tu che volesti seguirmi. Non ti pregai di rinunziare a
quest'idea? Che vi hai guadagnato?
Egli rispose duramente:
--Avrei sofferto peggio se non vi avessi visti. E mi pento di non aver
preso una stanza in quell'albergo! Avrei meglio misurato tutta la tua
capacità di fingere!
E lasciò la sua mano, la respinse, si ritrasse.
--Perchè?
Ella era calma, serena, sicura di sè stessa; il tono della sua voce nel
muovere la domanda rivelava una curiosità che non teneva molto ad essere
appagata.
Egli la guardò un tratto senza dir nulla.
Il convoglio precipitava la sua corsa, si sprofondava nelle tenebre,
rombando e strepitando, come quello che lo aveva portato via la notte
della contaminazione. Egli non fuggiva questa volta, come allora; si
vedeva anzi al fianco la donna che aveva allora lasciata ad un altro; ma
il ricordo dell'incubo risorse nella sua memoria. Si rivide con la
fronte ardente al gelido vetro, con gli occhi sbarrati nelle tenebre
fuggenti, o fisi all'orologio, per calcolare il momento nel quale la
coppia sarebbe rimasta sola: «Alle dieci.... o forse alle undici.... fra
un'ora.... fra mezz'ora.... Ora!...» Una pesantezza plumbea lo aveva
abbattuto sul sedile, moti di nausea gli erano saliti dalle viscere alla
gola nei tempestosi scotimenti di quella corsa pazza, traendolo dallo
stuporoso assopimento. Poche altre notti erano tanto durate nella sua
vita; nessuna luce egli aveva tanto spiata come quella del nuovo giorno,
con la quale ella sarebbe finalmente uscita dalle braccia di quell'uomo;
ma nè il nuovo giorno, nè i tanti altri che erano seguiti, nè tutti
quelli che seguirebbero potevano dissipare interamente l'incubo e
ridargli la fede perduta. Ecco: Rosanna era lì, accanto a lui, sola con
lui nella carrozza lanciata attraverso lo spazio, ma egli sentiva di
non averla per sè.
Ella diceva, tranquillamente:
--Che cosa pretendevi? Volevi che non mi occupassi di mio marito per
badare a te? Volevi che mi sottraessi al suo abbraccio, ai suoi baci,
che non li ricambiassi? Per qual motivo? Con quale pretesto?
Egli stese le braccia, alzò il viso, proruppe con voce tremante di
tenerezza amara, di timido rimprovero, di passione umiliata:
--Perchè sei mia, perchè sei l'amor mio, la donna mia....
--Non è vero.
--Non è vero?
Ella fece per replicare con altrettanta vivacità; poi parve farsi forza,
stringendosi una mano nell'altra. Dopo una pausa, tranquillamente,
lentamente, spiegò:
--Lo sai, qual'è la verità, e non dovrei aver bisogno di ripeterla, ora.
Per il mondo, per la legge, per i miei figli, io sono di mio marito. La
fatalità mi ti sospinse dinanzi un giorno, quando ero sola, quando
cercavo un amico. Cercavo un amico, ed ho preso un amante.... Ma no, non
credere che io vada mendicando attenuanti. Ti avrei preso anche se non
fossi stata sola. Mi turbasti troppo, mi piacesti troppo: anche questa è
verità. Forse altre avrebbero resistito alla tentazione; io provai, ma
non vi riuscii. Pago la mia debolezza, sai! O credi d'essere il solo a
soffrire, con la tua gelosia? Io soffro della falsità in cui vivo, delle
menzogne che dico, degli inganni che ordisco. Tu ti senti ingannato, ed
hai ragione, sì; perchè se ti amassi come nei romanzi o sul teatro,
avvelenerei mio marito, piuttosto che sottopormi alle sue carezze! Ti
senti ingannato, ne soffri, e nel tuo dolore non pensi all'altro inganno
che io infliggo, al tradimento che commetto, infinitamente più grave.
--No, perchè egli non sa. Chi non sa non soffre.
--Hai ragione, perchè io non conto. Che importa se soffro io?
Vi era tanto rimprovero nella calma apparente della sua risposta, che
Lodovico chinò la fronte, con l'atteggiamento di chi sente il proprio
torto senza potere o volere confessarlo. Dopo un breve silenzio le
riprese la mano, appoggiò la fronte sulla sua spalla, mormorando:
--Mi perdoni, Rosanna?
--Di che?--fece ella, scotendo il capo, con un sorriso ironico e
indulgente insieme.
--Di che? Di volermi bene?
--Lo capisci, lo sai, lo senti che se dico queste cose, se soffro questi
tormenti, è perchè ti voglio bene?--A voce più bassa, ma più fervida,
più appassionata, soggiunse:--Te ne voglio più che non credessi, sai!
Non te ne ho voluto mai tanto. Ora, ora soltanto conosco e misuro quanto
te ne voglio.
Appressatosi a lei, spinto addosso a lei dagli sbattimenti del treno
serpeggiante precipitosamente per vie curve, si sentì tutto aderire al
suo fianco soave. La cinse con le braccia, le ricercò con la bocca la
bocca.
Ella si ritrasse, sciolse il nodo delle mani intrecciatesi alla sua
vita:
--No, lasciami.
La sua voce era sommessa e dolce, ma ferma e risoluta. Egli obbedì,
tacitamente.
--Tu misuri ora soltanto--riprese ella--il bene che mi vuoi, io misuro
ora soltanto la colpa che ho commessa. Quando mi vincesti, quando mi
diedi a te, la prima volta, non provai nulla del rimorso che avrebbe
dovuto invadermi. Ti rammenti che te lo dissi, ti rammenti, di'?
--Sì.
--Guardai dentro di me, dissi a me stessa: «Ho tradito la fede giurata,
sono adultera, _adultera_». Ma queste parole non ebbero nulla del loro
senso. E non già perchè mi fossi assuefatta all'idea della caduta. Mi
conosci. Te lo direi. Mi ero anzi creduta padrona di me stessa, mi
pareva moralmente e materialmente impossibile tradire mio marito. Perchè
lo avrei tradito? Perchè era lontano? Per appagare un appetito,
allora?... Ma quando ti conobbi, quando ti amai, mi parve altrettanto
impossibile resistere a questo amore. Tu dubitasti dell'esistenza di mio
marito perchè era assente; io me ne dimenticai. Come tu non
t'inquietasti al pensiero che un giorno sarebbe tornato, così non vi
pensai neanch'io. Noi abbiamo sempre coraggio per affrontare i pericoli
lontani. Ora egli è qui. Io sono caduta nelle sue braccia uscendo dalle
tue....
Egli domandò furiosamente:
--Di', che ti ha fatto?
Ma senza lasciarle il tempo di rispondere una sillaba, ingiunse con mal
contenuta violenza, chiudendole la bocca:
--No! Taci!
Ella rise d'un riso sottile ed ambiguo. Voleva dire che non avrebbe
parlato, anche senza il divieto? O che egli stesso, fra poco, avrebbe
ripetuta la domanda? O che parlare e tacere era tutt'uno?
--Ora, vedi,--riprese pacatamente,--io so che cosa è il tradimento. Lo
so ora, che v'inganno entrambi.
--No!--scattò egli ancora.--Tu non lo inganni, lui!
--No?
--O non lo inganni più, perchè sei tornata a lui e ti sottrai a me, e
sei pentita d'esserti data a me; perchè lo ami, o ricominci ad amarlo,
mentre non mi ami più, se pure mi amasti mai!
Dapprima ella scosse il capo, poi fece un gesto d'assenso, poi ripetè:
--Non ti amo; non t'ho mai amato. Naturalmente.
--Mi ami? Mi ami ancora? D'amore, ami me solo?
--No.
--Ci ami entrambi? Come puoi amare due uomini a una volta? Ami in lui
il tuo protettore, il padre dei tuoi figli? Di quali sofistiche
distinzioni sei capace? Parla, rispondi! Che cosa ti sentiresti di fare
per provarmi l'amore che dici di portarmi?
--Che cosa vorresti che facessi?
--Lascialo, seguimi, dammi tutta la tua vita!
L'espressione del sentimento pervenuto al parossismo, della necessità
intuita negli interminabili giorni vissuti insopportabilmente lontano da
lei, riconosciuta un'ora innanzi, al sorgere del mortale pericolo sulla
via ignota, in mezzo alle tenebre, gli era salita alle labbra impetuosa,
irrefrenabile, irrevocabile. Stretto alle braccia di lei, con gli occhi
perduti negli occhi di lei, aspettava ora la parola che avrebbe segnato
il suo destino. Con l'animo sospeso, sentì che il treno rallentava, in
prossimità di una stazione: attenuandosi il frastuono, arrestandosi la
corsa, gli parve che anche quel formidabile ed incosciente congegno
partecipasse all'ansiosa sua aspettazione.
Ella indugiava a rispondere. Lo guardava fiso, negli occhi, nell'anima.
Mentre le voci dei conduttori annunziavano un nome incomprensibile,
disse finalmente, pianissimo, passandosi una mano sulla fronte:
--Vuoi che lo lasci?... Lo vuoi proprio?... Sarebbe molto più facile che
tu non creda.
Sulle prime egli non comprese. Poi, come un lampo, un dubbio gli
attraversò la mente, il dubbio antico, dei primi giorni: ella non doveva
essere unita legalmente a quell'uomo. Tutti i sospetti concepiti due
anni innanzi, nell'incontrarla sola, in un albergo di montagna, lo
invasero, confusamente; rivide in lei l'avventuriera sospettata, riprovò
il moto di diffidenza che lo aveva fatto indietreggiare.
--Come sarebbe a dire?--proferì, dopo una lunga pausa, mentre il suono
soffocato della cornetta e il fischio della locomotiva annunziavano la
ripresa della corsa.
--Dico che la nostra unione non è indissolubile.
--Non siete maritati?
L'ambiguo sorriso tornò ad incresparle l'angolo della bocca.
--Siamo maritati.
--Allora?
Ella si prese la sinistra nella destra, considerando il cerchietto d'oro
dell'anello nuziale lucente nella penombra. Lo fece girare un poco nel
dito eburneo, poi lo trasse, lo guardò contro la luce.
--Allora, possiamo divorziare. Quando ti domandai se, libera, mi avresti
sposata, ti spiegai che la mia domanda non t'impegnava a nulla, perchè
la legge della Stanlesia non ammette il divorzio. Ti nascosi la
verità.... quella volta sola!... Nella Stanlesia il divorzio è ammesso;
come negli Stati più liberali dell'America del Nord, si può pronunziare
per dodici motivi diversi.... Questo anello si può spezzare, io posso
tornar libera, sposare chi voglio....
E lo guardò.
Considerando anch'egli il cerchietto d'oro, sentì lo sguardo di lei
pesargli addosso. Comprendeva di dover dire, con impeto: «Sì, è ciò che
sognavo, è ciò che volevo, è ciò che voglio; la soluzione insperata, la
felicità assicurata. Perchè non me lo hai detto prima? Perchè non mi hai
risparmiato tante pene?...» Ma una specie di afasia gli impediva di
proferir verbo. Sentiva di doverle strappare quell'anello, di dover fare
il gesto di buttarlo via; ma una specie di paralisi gli saliva dalla
mano al braccio, come un gelo. Il suo lungo dolore degli ultimi mesi,
il suo spasimo di un'ora addietro per la campagna oscura e taciturna, la
sua decisione d'un istante prima, cadevano, si disperdevano, nel
crescere e nell'aggravarsi di un senso di diffidenza ostile. Un dubbio
gli balenava nella mente: non aveva ella taciuto finora per calcolo, per
esasperarlo, per portarlo al grado della follia...? Lo aveva, ingelosito
per ridurlo docile, inerte, pronto ai suoi voleri. Voleva esser sposata.
Non gli aveva chiesto una prima volta, come per misurare l'amor suo, se,
libera, l'avrebbe sposata? Questo era, evidentemente, il suo scopo! Ed
egli che un momento prima si sarebbe legate le mani e i piedi pur di
averla tutta e per sempre sua, ora, a un tratto, poichè la proposta
veniva da lei, ma non francamente pronunziata, insinuata piuttosto, come
una semplice possibilità; ora che ella gli poneva dinanzi, quasi per
adescarlo, il cerchietto d'oro lucente, il simbolo della catena, ora
egli si ribellava, sentendosi preso come in un tranello. Di no, di no,
doveva rispondere di no, spiegando tutto il suo pensiero, poichè si era
proposto di dir sempre la verità, poichè l'aveva detta e l'aveva
pretesa da lei; ma quando alzò gli occhi, quando si vide guardato negli
occhi, gli mancò il coraggio di significare una verità della quale
comprendeva la bruttezza.
--Egli consentirebbe?--domandò, per indugiare ancora un poco prima di
dire la menzogna.
--Se saprà che ho un amante, domanderà egli stesso il divorzio.
--Perchè non m'hai detto prima che avevamo questa via d'uscita?
Con la fronte e le sopracciglia un poco corrugate nello sforzo di
fissare gli occhi negli occhi di lui, ella rispose domandando a sua
volta:
--Perchè te lo avrei detto, mentre egli era lontano e tu tranquillo?
--Hai ragione!
--Perchè te lo avrei detto, quando mi dichiaravi che la libertà ti era
troppo cara?
--Hai ragione! Ed io sono stato punito di quella risposta! Ma benedico
le mie sofferenze perchè mi hanno preparato quest'ora di gioia. Tu
spezzerai questo anello, ne porterai un altro, il mio, fino alla morte.
Senza lasciarlo con gli occhi, stringendosi ancora più a lui, ella
insistè:
--Vuoi?... Proprio, vuoi?
--Ne dubiti?
--Non lo dici per condiscendenza? Ti senti di legarti per sempre? Sei
sincero come le altre volte? Non mi nascondi nulla, in fondo all'anima?
Dopo un istante di lotta interiore, egli confessò:
--Sì, ti ho nascosto qualche cosa.... Non sono stato sincero. Mi è
parso.... ho creduto.... non so.... Ti giuro che mi sarebbe sembrato un
sogno, se m'avessero detto che potevi ancora liberarti da quell'uomo....
Ma ora.... quando l'hai annunziato tu stessa.... Non so.... il nostro
cuore è così complicato....
--È vero. Hai temuto ch'io ti sforzassi?
--No, non questo precisamente. Perchè mi sforzeresti? Tu hai tutto da
perdere lasciando tuo marito.... Egli ti ama ragionevolmente, ti lascia
sola per anni, ha cieca fiducia in te. Della mia gelosia, delle mie
esigenze, sai già qualche cosa.... Egli lavora per te, ti assicura una
vita molto più larga che io non potrei.... Ma sì, lasciami dire: bisogna
metter nel conto anche questo, se bisogna dir tutto.... Se mi proponi di
sciogliere il tuo matrimonio per unirti a me, null'altro può guidarti
fuorchè l'amore che mi porti. Ti chiedevo una prova dell'amor tuo: me la
dài. Grazie, Rosanna!
Una gran tenerezza gli faceva tremare un poco la voce. Tutti quegli
argomenti egli non li aveva cercati, non li aveva accattati come
pretesti: erano vere ragioni emerse spontaneamente dal fondo del suo
pensiero, come espressioni di verità lampanti. I cattivi sospetti erano
stolti. Dopo averlo riconosciuto, dopo aver confessato il moto di
diffidenza, si sentiva migliore, degno del suo perdono.
--Rosanna, tu m'hai compreso e perdonato. È vero che mi credi senza che
io aggiunga altre parole?
--Sì, ti credo,--proferì ella, gravemente.
Egli si abbandonò. Passata una mano alla sua vita, stringendosi al suo
fianco, aderendo a lei, guancia contro guancia, mormorò:
--Rosanna, è detto. Da due mesi, dal giorno che mi annunziasti il suo
ritorno, questo è il primo momento che traggo liberamente il respiro. Se
mi avessi annunziato prima la possibilità di questa soluzione.... No:
non ti rimprovero! Forse avrei tentato di resistere, come ho resistito
ora.... Ma non te ne dolere: è una prova; vuol dire che il bisogno di
averti tutta per me è tanto forte da trionfare delle mie inveterate
consuetudini di vita e di pensiero. Io non volli mai legarmi ad una
donna, neanche a te: lo sai, te lo dissi. Ma in questi due mesi di
spasimi insopportabili, una rivoluzione è avvenuta nella mia vita; a
poco a poco, ogni giorno, ogni ora che passavo lontano da te, sentivo
sorgere, ingigantire ed urlare la necessità di farti mia, di farmi tuo,
per sempre. Stanotte, qualche ora addietro, quando ti ho aspettata
struggendomi di desiderio doloroso, quando ho udito che un pericolo
terribile era sorto sulla tua via, compresi che questa vita non è più
possibile. Rosanna, la legge sociale e morale vuole che ogni uomo abbia
una sua propria donna: io l'ho trasgredita, ma perchè non avevo ancora
trovato chi prendermi. È venuta la mia ora, l'ora della crisi, della
rinnovazione. Grazie a Dio non è troppo tardi, ma non è neanche presto,
e non ho più tempo da perdere. Affretta il giorno della tua liberazione,
e di qui ad allora ti giuro che non farò più nulla che ti dispiaccia. Se
vuoi che non ti veda più, che non ti scriva più, che sparisca, non mi
costerà nulla obbedirti, sorretto dalla divina speranza, dalla certezza
beata. Andrò ad aspettarti in capo al mondo, o a Promonte. Ci sposeremo
lassù, vedrai finalmente il mio paese, entrerai da padrona nella mia
casa; ci sposeremo nella chiesa dove si sposò la mamma mia....
Sentì che ella scoteva la testa. Si volse a guardarla. Ella diceva di
no, con una mossa del capo, tacitamente.
--Non a Promonte? In un altro sito?... Dove tu vorrai!
--No.
--Come?... Non vuoi?... Non mi credi?...
--Ti credo, te l'ho già detto. Ma perchè questo matrimonio si sciolga,
perchè io torni libera di contrarne un altro con te, c'è ancora una
difficoltà.
--Quale?
Ella sorse in piedi. Lungo le strette curve sulle quali il treno volava,
la carrozza era scossa, urtata, sbattuta così violentemente, che
riusciva molto difficile mantenersi ritti. Afferrata con la sinistra
all'orlo della cuccetta superiore, ella distese la destra a cercare
qualche cosa in mezzo alle borse ed alle scatole che vi erano
sparpagliate.
--Che ti occorre?--domandò egli, sorgendo a sua volta.
--La borsetta a mano.
--Quella di cuoio?
--No, quella di maglia.
--Eccola.
Frugatovi dentro, tra il fazzolettino di pizzo, i guanti, le fialette,
il portamonete, ne trasse una lettera, gliela porse senza dir nulla e si
lasciò ricadere sul lettuccio.
Egli rimase in piedi, addossato alla parete, per leggere sotto la
lampada. La lettera portava un francobollo inglese, con la stampiglia
dell'ufficio di Londra; sulla busta, il nome e l'indirizzo di Rosanna,
scritti con caratteri grandi, larghi, forti: la scrittura del marito,
che egli riconobbe per averla vista sopra un'altra lettera odiosa:
quella annunziante il suo ritorno. Il testo, in inglese, diceva:
«Cara Rosanna, mia cara moglie, ti avverto che ripartirò per l'Italia
lunedì prossimo e che arriverò a Milano martedì, col treno delle 7 e 55
del mattino. Come mi promettesti, ti aspetto laggiù per tornare insieme
con te a casa nostra, dove passeremo gli ultimi giorni prima della
cerimonia. Io sono pronto, e non dubito che anche tu abbia tutto
preparato. Ho molto piacere che tu abbia scelto un paesetto del lago
dove nessun indiscreto ci disturberà; approvo pienamente che i ragazzi
siano affidati alla famiglia di tua cugina. Cara moglie mia, a ben
presto e per sempre».
Dopo aver letto, egli rilesse ancora, per comprendere, ascrivendo alla
sua imperfetta conoscenza della lingua l'oscurità di quelle espressioni.
--Che cosa vuol dire?--le domandò poi, abbassando il foglio, senza
tornarle a fianco.
--Non hai capito?
--Io no.... Tranne....
--Tranne?
--Che tu non m'abbia ingannato, assicurandomi che siete legalmente
uniti.
--Non ti ho ingannato. Ma ti ho spiegato che ci maritammo con una legge
che consente il divorzio, che lo pronunzia molto facilmente, per molti
motivi, compreso il consenso reciproco.
--Allora?
--Allora, quella cerimonia i cui effetti si possono annullare con un
semplice atto di volontà, quel matrimonio contratto fuori del mondo
civile, dinanzi ad un giudice di pace mezzo selvaggio, non ci sembrò la
cosa solenne che dovrebbe essere, che è per tutti gli altri. Allora,
siccome mio marito è cattolico, e più che cattolico, credente, fu
stabilito che avremmo celebrato un giorno il rito religioso in Europa,
per santificare la nostra unione, per renderla veramente indissolubile.
--E non ci avete pensato ancora?
--Non ancora.
--E lo celebrerete ora?
--Sì.
--Egli è venuto apposta?
--No. Io stessa gli ho chiesto di effettuare il nostro antico
proponimento.
--Tu? Quando? Ora?--pronunziò egli con impeto.
--Ora.
La guardò, poi si guardò intorno, come non sapendo dove fosse, come
cercando qualche cosa intorno a sè. Nella corsa sempre più turbinosa,
pareva che da un momento all'altro le lucide e fragili pareti della
cabina dovessero sfasciarsi, che il pesante carrozzone dovesse forviare
e frantumarsi. Ora, sotto una lunga successione di interminabili
gallerie, il fracasso era talmente assordante come se intere montagne
franassero.
--Tu?...--ripetè l'esterrefatto, pianissimo, quasi in un soffio,
chinandosi verso di lei, afferrandola agli omeri, figgendole gli occhi
nell'anima, trapassandola con lo sguardo infiammato.
--Sì, io.
--Tu, ora? Dopo aver visto la mia pena al solo pensiero del ritorno di
quell'uomo? Quando c'era una via d'uscita da quest'inferno, tu stessa
l'hai chiusa? Mi dirai almeno perchè?
E le strinse così forte le mani, che ella disse, con un ritorno
dell'ambiguo sorriso:
--Mi fai male, sai!
--Ti spezzo!--scattò egli, esasperato dal suo sorriso, improvvisamente e
confusamente sovvenendosi dei suoi lunghi dinieghi, delle sue
resistenze, delle sue ostilità, con l'impeto folle di trarne vendetta,
d'infrangere le morbide forme di quell'anima dura ed avversa.--Se tu
persisti in questo proposito, se non dichiari a quell'uomo che hai
mutato idea, ti spezzo, ti uccido piuttosto.
Ella rise più sottilmente ancora, dicendo:
--Via, non esagerare.... Noi non ci amiamo fino al delitto.
Improvvisamente egli la lasciò, le voltò le spalle, mosse un passo,
afferrò la maniglia dell'uscio per ripassare nella propria cabina. La
voce di lei lo trattenne: la voce non più fredda e incisiva, ma tenera e
dolce come nei momenti migliori.
--Sei capace di riconoscere la verità?
--Che cosa vuoi dirmi?--proruppe egli ancora.--Che recito? Che recitiamo
entrambi? Che recitano tutti? Che l'amor nostro, che tutto l'amore è una
finzione, che tutta la vita è un inganno? Grazie. Lo so.
Ella gli stese le due mani, prese le sue, se lo trasse a fianco.
--Stammi a sentire.... Vienimi qui vicino, così.... Stammi a sentire
senza interrompermi.... La vita è quella che è. Così com'è, una logica
rigorosa la governa.... Un giorno tu mi dicesti che non mi avresti
sposata, e fosti sincero. Zitto, lasciami parlare: non voglio essere
interrotta, ti dico!... Fosti sincero, fosti nella logica della
situazione d'allora. Io ero sola; nessuno ti dava ombra; perchè avresti
menomata la tua libertà?... Sai perchè ti feci quella domanda? Per
vedere se avresti mentito. Mentii io stessa, ti nascosi la possibilità
di sciogliere il mio matrimonio, per proporti il caso astratto, per
leggere nel fondo del tuo pensiero. Una promessa bugiarda mi avrebbe
fatto dubitare di tutte le altre tue parole. Fosti sincero, e mi
piacesti, e te ne fui grata. Ora dici che mi sposeresti, ora ti duoli
perchè voglio escluderne la possibilità, e sei sincero ancora. Con la
tua gelosia contro l'uomo che viene a riprendermi, non trovi, non puoi
trovare altra uscita fuorchè nel rompere questo legame e nell'accettare
di unirti con me. Anche questa è logica, anche ora dici quel che senti,
quel che devi sentire: io non dubito delle tue parole. Ma se ciò che ora
ti seduce si avverasse, se io fossi tua moglie, sai quale sarebbe la
logica della situazione nuova? Quando mio marito non fosse più mio
marito, quando non avesse più nessun diritto su me, quando non si
frapponesse più fra noi, tu non saresti più geloso di lui, ma
probabilmente di altri; e allora ti pentiresti di avere rinunziato alla
possibilità di lasciarmi se io ti tradissi, o più semplicemente il
giorno in cui l'amor nostro fosse finito; perchè lo sai, è vero? che
l'amore, come ogni altra cosa, finisce? Un uomo giunto all'età tua senza
avere provato il bisogno di prender moglie, può ridursi a portar via
quella d'un altro, ma per pentirsene poi, per accusare di sciocchezza sè
stesso e di calcolo quell'altra....
--Che dici?--tentò di interrompere egli, in un impeto di protesta.
--Non io; lo hai già sospettato tu stesso, or ora....
--Non m'hai compreso! Non m'hai perdonato!
--Ma sì, ma sì: ho compreso benissimo. Nulla di più naturale ed
umano....
--Ma non sai che un'altra donna, nella tua condizione....
--Lo so: altre donne, nella mia condizione, darebbero qualche anno di
vita per la possibilità di unirsi indissolubilmente all'amante. Lo so:
vi sono mogli che per raggiungere questo scopo fanno l'impossibile,
affrontano lunghi processi, adducono le più tristi e penose menzogne,
rinnegano la patria.... E stammi a sentire: finchè non ti avevo
incontrato, io mi rallegravo del mio privilegio. Non ammettevo di dover
tradire mio marito; ma pensavo pure talvolta, leggendo un romanzo,
udendo una musica, ricordando i sogni della prima gioventù, che un
giorno avrei potuto essere esposta ad una tentazione irresistibile....
Quel giorno avrei potuto mettere d'accordo il mio cuore e la mia
coscienza, con la facilità di ottenere il divorzio dalla legge africana.
E se alla nostra unione manca ancora la consacrazione religiosa, dopo
tanti anni, ciò non è stato già per la lontananza di mio marito, per i
troppo brevi suoi ritorni; ma perchè io stessa ho indugiato pensando che
fosse stolto rinunziare alla via d'uscita, nel caso che avessi amato un
altro uomo.
--E vi rinunzi ora che mi ami?--disse egli, interrompendola
violentemente, torcendole una mano.
Ella rispose, guardandolo in faccia:
--Sì, perchè ti amo.
Per un momento egli rimase attonito, senza fiato, come sospeso in un
dubbio oscuro. Ella gli prese la testa fra le mani, gli accostò la bocca
alla bocca.
--Perchè t'amo, capisci? mio malgrado, contro ragione, non so come, non
so quanto; e perchè questo è il solo modo d'amarti ancora e d'essere
amata da te. Tu m'amerai finchè sarò d'un altro: che m'importa del tuo
tormento? Finchè sarai geloso, mi amerai, da morirne; il giorno che
fossi tua moglie l'amor tuo finirebbe nella sicurezza, nella sazietà. Io
sono orgogliosa anche, sai, e non voglio doverti nulla. Anche se fossi
povero e mi dessi il solo tuo nome, ti resterei obbligata, e non voglio!
Voglio obbligarti io, invece; voglio che tu stesso debba a me qualche
cosa, poco o molto, non importa, non foss'altro ciò che l'amor mio è
stato finora nella tua vita d'uomo e d'artista.
Allora egli tremò, abbagliato dalla nuova bellezza diffusa nel viso di
Rosanna, dalla luce sfolgorante nel suo sguardo, oppresso e come
impaurito dall'ebbrezza prodotta dalle parole di lei, dal ritrovare in
lei finalmente, dopo i lunghi dubbî e gli sconforti e le disperazioni,
la donna amante che gli si era concessa dopo una lunga resistenza, ma
senza falsi pudori, senza ipocrisie, senza calcoli, per impeto di
simpatia, per forza di desiderio, per slancio di passione; allora, col
cuore stretto dalla vergogna per i sospetti concepiti un momento prima,
con l'anima chiusa dal dolore nel veder dileguarsi per volere di lei
l'insperata possibilità, egli pianse. Non una parola gli uscì dalla gola
stretta nello spasmo, dalle labbra bagnate dalle grosse lacrime che gli
rigavano il volto.
--Non voglio che tu pianga!--disse ella, accigliandosi,
ritraendosi.--Non mi piace il pianto d'un uomo. E poi, di che ti lagni?
Hai dimenticato ciò che mi dicesti una volta?
Egli la guardò senza rispondere, senza comprendere. Tante cose le aveva
dette! A quale alludeva?
--Non ti rammenti che prevedendo la fine dell'amor nostro, io previdi
anche che dopo di te avrei preso necessariamente un altro amante, e poi
un terzo, e poi un quarto, e che mi sarei a poco a poco ridotta come le
donne che hanno perduto ogni diritto al rispetto?
Il ricordo atroce irruppe nella sua mente. Infatti!... Senza una parola
nè un accento di rimprovero, accertando semplicemente una verità patente
ed una legge ineluttabile, ella aveva affermato l'impossibilità di
fermarsi nella via degli errori; gli aveva riferito il giudizio letto in
un libro: «Si trovano donne che non hanno avuto mai amanti, non se ne
trovano che ne abbiano avuto uno solo». Atroce, atroce la pena allora
sofferta. Ella non gli aveva rimproverato di averla sospinta per la
lubrica china, ma egli stesso ne aveva provato un rimorso acutissimo.
Una gelosia inaudita, la gelosia contro gli ignoti, ignoti ancora a lei
stessa, in braccio ai quali ella sarebbe caduta, lo aveva morso. Per
evitare l'estremo avvilimento di quella creatura, per evitare a sè
stesso il rimorso intollerabile, per salvare le anime loro, egli le
aveva proposto di lasciarsi, piuttosto, in piena passione, di amarsi da
lontano, dolorosamente ma puramente, di non amarsi piuttosto in nessun
modo, se a questo patto ella si sarebbe sentita sicura da nuove cadute.
--Non ti rammenti che mi offristi di rinunziare a me, per salvarmi?...
Te ne rammenti, è vero?... E allora, non ti lagnare! Lasciami stringere
a mio marito: è il mezzo di garentirmi contro nuovi pericoli e di vivere
solo, eternamente, nella mia memoria.
Egli chinò il capo, chiudendosi la bocca col fazzoletto, per reprimere
il nuovo impeto di pianto.
--Non piangere!--ingiunse ella ancora.
--Tu che comprendi tante cose,--le rispose, amaramente, con voce
rotta,--non comprendi il mio dolore?... Non comprendi che io darei la
vita per averti conosciuta prima, quando nessun'ombra aveva sfiorato
questa tua anima, quando nulla avrebbe potuto impedirti di accettare il
mio nome?
Ella tacque un poco, a capo chino, con lo sguardo fiso; poi disse,
piano:
--Sì, prima.... forse....
--Ed anche ora!--insistè egli, stendendo le braccia, cercando di
stringerla a sè, di vincerla con la forza dei muscoli e l'impeto delle
parole.--Ed anche ora, Rosanna; se tu vuoi, se credi all'amor mio, se
sei capace di leggermi nel cuore, di vedervi la fiamma che lo investe e
lo brucia. Se non vuoi che il rimorso avveleni tutta la mia vita, dimmi
di sì, dimmi di sì; altrimenti dovrò credere che tu intenda punirmi,
giustamente, perchè quando mi proponesti la prima volta l'ipotesi della
nostra unione, ricusai di accoglierla. Sii generosa, non mi serbare
rancore....
--Non te ne serbo.
--Allora non t'impegnare, Rosanna! Sei ancora in tempo! Non ti chiedo
altro che d'aspettare ancora un poco, per rassicurarti, per provarti che
non posso mutare, qualunque cosa avvenga; che abbandonarmi a te,
riposare in te, darti quanto mi resta di sentimento, di ingegno e di
vita, è l'unico mio desiderio, l'ultimo mio bisogno....
Ella scosse il capo, senza rialzarlo.
--No. Mai.
Egli si premè tra le mani la fronte scottante; poi, levatosi, si
appressò al finestrino, col petto oppresso, il respiro mozzato dall'aria
ormai greve della cabina, avido di ristorarsi al soffio della notte.
Restò invaso dallo stupore alzando la tenda: albeggiava, il cielo
impallidiva sulla terra ancora avvolta nell'ombra, le masse vegetali si
profilavano dense e nere sul lividore dell'orizzonte. Oltre la linea
della siepe fuggente e stormente al soffio impetuoso prodotto dalla
corsa del treno, i campi rigati dai solchi delle piantagioni, pezzati
dalle culture, divisi dai fossi; i casolari vigilati dagli alberi d'alto
fusto, nel mezzo dei chiusi, dormivano ancora, parevano abbandonati,
deserti, senza forme viventi, senza chiarori alle finestre, senza fumi
ai comignoli: solo nelle profondità dello spazio ricominciava la vita
col dramma eterno della notte e del giorno, con la tacita pugna della
luce e delle tenebre personificata nei miti antichissimi, perpetuantesi
nel tempo interminabile. Il convoglio fuggiva verso la notte in fuga,
come nella folle intenzione di raggiungerla, e gli occhi del dolente
tentavano di rifugiarvisi, gonfî di nuove lacrime dinanzi all'agonia di
quella notte d'amore e di dolore.
--È giorno?
La voce di lei, la mano di lei appoggiatasi alla sua spalla lo fecero
trasalire.
--Di già!
Poi, scorgendo gli occhi lacrimanti:
--Ancora?--soggiunse, crucciata.
Egli disse, in tono di amara preghiera, scrollando il capo:
--Che ti fa?... Lasciami piangere!
Il suo pianto era queto e dolce, senza singhiozzi. Piangendo le passò un
braccio attorno al collo, posò la fronte sulla sua spalla. Sempre
tentando d'infrenare l'impeto della commozione, disse:
--Capisco.... capisco.... Forse hai ragione.... forse l'amore finirebbe
se ti avessi tutta per me.... Tristo cuore, il nostro.... Tristo amore,
che ha bisogno di sentirsi insidiato, di lottare per vivere....
--Tutta la vita è lotta.
--È vero. È vero.
Di momento in momento la luce si diffondeva vittoriosa; il cielo
dell'orizzonte già splendeva come un'immensa lastra d'argento tagliata
da un fuso di nubi che s'indorava dalla parte del sole imminente. Egli
volse lo sguardo da quello spettacolo agli occhi della donna. Anche in
lei, anche nell'anima sua, un contrasto di luci e d'ombre, fulgori di
bellezze e oscurità profonde. Come giudicarla, se anch'egli aveva il
sentimento della propria miseria, se temeva di spingere lo sguardo nelle
oscure profondità della propria coscienza?...
--Che ore saranno?...--domandò la sua voce.
Egli trasse l'orologio.
--Sono le sei e dieci.
--Milano è vicina!... Rientra nella tua cabina. Ho bisogno di restar
sola.
--Vado. Mi richiamerai?
--Sì.
Le sfiorò la fronte con un bacio lieve, e la lasciò. Ancora il giuoco
degli specchi, nel passaggio, lo fece sussultare; poi, aperto il
finestrino della sua cabina, si abbandonò sul lettuccio. Con gli occhi
alla luce trionfante, abbacinato, cullato dal moto del treno dopo la
notte insonne, sentì il suo pensiero annebbiarsi. Era partito la sera
precedente? Non era passato un tempo lunghissimo, dal momento che aveva
ricevuto la lettera di Rosanna? Quante cose, nel giro di poche ore!
L'attesa alla stazione, il pericolo sulla linea ingombra, la corsa lungo
il binario.... Ma quanti maggiori mutamenti nelle disposizioni del suo
cuore, quanti più gravi avvenimenti nella sua intima vita! Dalla gioia
al pensiero di rivederla dopo tanta separazione, al proposito di
rimproverarla acremente per il lungo abbandono; dalla paura di perderla
spaventosamente in uno scontro di treni, all'ebbrezza di stringersela
viva sul vivo cuore; dalla rivelazione della possibilità del divorzio,
alla inesorabile deliberazione del ribadimento della catena.... Di un
altro! Di un altro! Era d'un altro, restava d'un altro, sarebbe sempre
stata d'un altro. Il treno la trasportava con la velocità del vento
incontro a quell'uomo, traversava senza fermarsi le stazioni minori,
sostava un istante nelle più importanti, riprendeva la sua corsa fatale
verso la mèta. Ora non più ostacoli lungo la via ferrata, libera fino
all'estremo orizzonte sui pingui campi ridestati dal sole. Così fossero
sorti altri ostacoli! Se almeno quel convoglio si fosse infranto contro
un altro, se si fosse precipitato in un abisso, se si fosse bruciato tra
le fiamme d'un incendio inestinguibile! Null'altro avrebbe potuto
impedire che Rosanna raggiungesse suo marito, che rendesse più stretto
il nodo coniugale. Meglio la morte, meglio morire schiacciato, arso,
annientato con lei, dopo avere intravvisto la possibilità di farla
sua!... Ecco, roteanti nella corsa del treno, le case del suburbio
milanese; ecco il conduttore apparire sull'uscio: «Siamo a Londra,
signore». A Londra? Come mai tanto lontano? Ma via, giù dal letto per
entrare nella cabina di lei, a darle l'ultimo bacio. Vuota, la cabina;
ella stava fuori, nel corridoio, in piedi dinanzi ad una finestra, fra
gli altri viaggiatori pronti a discendere; e non uno sguardo per lui,
quasi fosse divenuto un estraneo, quasi non lo avesse mai conosciuto.
Non si conoscevano più, come sotto il «Senegal»: ella era d'un altro.
Ecco: quell'altro aspettava sotto la tettoia, faceva cenni di saluto
alla donna sua; ma allora ella si rivoltava, rientrava un istante nella
cabina e traendolo a sè lo baciava sulla bocca....
Il bacio lo destò. Il sogno non era stato tutto ingannatore; ella era
china su lui, sorridente, odorante, fresca dopo il lavacro mattutino.
--Lévati, dormiglione: siamo a Milano. Distese le braccia per stringerla
a sè, ma ad un tratto udì picchiare. Rialzatasi rapidamente, ella sparì
dietro l'uscio del gabinetto.
--Avanti, chi è?
Il conduttore entrò annunziando:
--Siamo arrivati, signore.
--Grazie. Va bene. Pensate alle mie valigie.
Si alzò, si ricompose, uscì nel corridoio. Ella vi era già, gli sorrise,
gli stese la mano, come riconoscendolo in quel punto.
--Avete dormito bene, Bertini?...--A voce più bassa soggiunse:--Ti
permetto di accompagnarmi.
Egli dubitò di avere udito male. Non gli aveva scritto che alla
stazione di Milano doveva lasciarla, che dovevano fingere di non
conoscersi? Ma poichè ella si rivoltava, quasi a richiamarlo, ad
attirarlo presso di sè, la raggiunse e l'aiutò a discendere.
Un altro treno sopraggiungeva in quel momento, empiva la tettoia di
frastuono e di fumo.
--Chiasso?--domandò ella al facchino,
--Chiasso, sissignora.
Ella cercò tra la folla dei viaggiatori attraversanti i binarî,
avviantisi alle scale d'uscita.
--Eccolo!...--disse, riconoscendo l'alta figura del marito, intento
anch'egli a guardarsi intorno; poi ingiunse:--Seguimi.
Lodovico la seguì macchinalmente. Prima che potesse riflettere, che
potesse considerare quale fosse la nuova volontà di lei, la vide
scambiare un bacio col consorte e poi rivolgersi verso di lui:
--Francesco, ho il piacere di presentarti il signor Bertini.... un
grande scultore italiano.... un mio buon amico, col quale ho fatto
insieme il viaggio....