MASCHERE NUDE
LUIGI PIRANDELLO
COME PRIMA
MEGLIO DI PRIMA
COMMEDIA IN TRE ATTI
1921
R. BEMPORAD & F. — EDITORI — FIRENZE
Librerie a Firenze, Milano, Roma, Pisa, Napoli,
Palermo, Trieste Torino e Genova: S. Lattes e C.
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
per tutti i paesi compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda
_Copyright 1921 by R. Bemporad e Figlio_
1921 — Tipografia Luigi Parma — Bologna — Via Tre Novembre, 7
PERSONAGGI
FULVIA GELLI, (Flora e Francesca).
SILVIO GELLI, suo marito.
LIVIA, loro figlia.
MARCO MAURI.
La zia ERNESTINA GALIFFI.
BETTA, vecchia governante.
Don CAMILLO ZONCHI.
La vedova NÀCCHERI.
GIUDITTA, sua figlia.
Il fattore ROGHI.
Il signor CESARINO, organista e maestro di musica.
La signora BARBERINA, sua moglie.
Un commesso di negozio.
GIOVANNI, giardiniere
Una bambinaja.
Il primo atto, in un paese della Valdichiana; il secondo e il terzo, in
una villa presso il lago di Como. — Oggi.
ATTO PRIMO
SCENA
Una sala della _Pensione Zonchi_: vasta sala di vecchia casa a cui
l'intonaco nuovo non riesce a mascherar la vecchiaja. Un ampio e alto
uscio a vetri nel mezzo lascia scorgere la scura saletta d'ingresso,
che ha in fondo, a sua volta, un usciolino aperto sulla scaletta
dell'orto, di cui si vede il pianerottolo con la ringhierina di legno
verde, scolorita. Lo sfondo, oltre questa ringhierina, è di cielo, e
luminoso, perchè la casa sorge alta sul colle e da quel pianerottolo si
gode la vista della grande vallata e si dòmina la via che da essa sale
al colle, girandolo due volte.
L'uscio a vetri, chiuso, non lascia più intravedere la saletta
d'ingresso, perchè a una certa altezza ha sui vetri una tendina di
mussola celeste, goffa e nuova, fissata rusticamente alle bacchette.
Nella sala, il solito arredo delle vecchie pensioni di provincia,
disposto con meticolosa simmetria. Una stufa di porcellana; un canapè
d'antica foggia, con poltroncine e seggiole imbottite, adorni di
cuscini e ricamini fatti in casa; una mensola non meno antica con un
grande specchio dalla grossa cornice rameggiata e dorata, coperta da
una garza celeste, ingiallita, a riparo delle mosche; vasetti con fiori
di carta; una cantoniera con ninnoli di vecchia majolica; oleografie
volgari, un po' annerite, alle pareti, e un'antica pendola che batte le
ore e mezz'ore con un languido suono di campana lontana.
Usci laterali a destra e a sinistra.
Chiara mattinata, sulla fine d'aprile.
Al levarsi della tela sono in iscena Don CAMILLO ZONCHI, il fattore
ROGHI, la vedova NÀCCHERI e sua figlia GIUDITTA. Queste due sul
pianerottolo della scaletta dell'orto, in fondo, guardano giù
nella vallata, la Nàccheri con un binòculo, la figlia Giuditta
facendosi solecchio d'una mano, se da lontano lontano, sulla via
che sale al colle, si scorgano le vetture di ritorno dalla stazione
ferroviaria. Don Camillo Zonchi e il Roghi sono nella sala; questi,
seduto su una seggiola presso il canapè; l'altro in piedi.
La vedova Nàccheri, sui cinquant'anni, ha un curioso parucchino
ondulato fitto fitto e pieno di riccetti sulla fronte, stretto in
una reticella. Il volto magro, angoloso, dagli occhi calvi, biavi,
infossati, dà l'impressione d'una maschera, tutto bianco com'è di
cipria e goffamente ritinto; ma con l'orribile effetto d'un teschio
imbellettato. Veste giovenilmente, costringendo la vecchia persona
a una ridicola snellezza e a una buffa formosità. Parla a scatti e
con quasi legittimo impero al cognato; con piglio scostante, alla
figlia, di cui è gelosa; agli altri, con una languida importanza di
decaduta signora. La figlia Giuditta ha ventott'anni: abbandonata
dal marito, è umile e trasandata; capelli cascanti, viso giallo
incavato, e un'aria smarrita di povera bestia raccolta per carità.
Don Camillo Zonchi ha cinquantaquattr'anni: canonichetto della
Collegiata e maestro di scuola. È un omarino bruno, itterico,
nervoso, con occhietti cattivi. Sopporta lo scandaloso impero della
cognata friggendo d'umiltà vergognosa. Padrone della _Pensione_,
vi figura da ospite della Nàccheri, a cui, almeno in apparenza, ne
lascia il governo. È senza sottana, con una lunga giacca di saja
nera; colletto da prete fissato alla sottoveste; calzoni a mezza
gamba; calze lunghe di lana e fibbie d'argento alle scarpette.
Il fattore Roghi, sulla quarantina, è un omaccione pesante,
triste, dalla barba non rifatta da parecchi giorni. Ha una giacca
alla cacciatora, un vecchio cappellaccio bianco in capo: grossi
stivaloni da campagna, con sproni.
DON CAMILLO
(_in attesa, rivolto alle due donne che guardano dalla scaletta
dell'orto_) No, eh?
ROGHI
(_dopo una breve pausa d'attesa_) Sarà un po' troppo presto.
DON CAMILLO
(_stizzito, in attesa ancora della risposta_) Ehi, Giuditta, dico a te!
LA NÀCCHERI
(_venendo avanti dalla scaletta, furiosa e schizzante veleno_) Crederei
che se ci fosse da vedere, tra me e la Giuditta, a me e non a lei
dovreste domandare, perchè con questo (_mostrando il grosso binòculo e
pigiando sulle parole_) se ci fosse da vedere — vedrei meglio io, che
lei.
DON CAMILLO
Eh no, abbiate pazienza, Marianna. Anche con queste (_mostra le lenti
e se le inforca sulla punta del naso_), tra me e il signor Roghi, vedo
sempre meno io, che lui.
ROGHI
Ah sì, grazie a Dio, la vista...
LA NÀCCHERI
Ma anch'io, signor Roghi, anch'io! Non ho punto bisogno di lenti io,
sa? nè per leggere, nè per cucire, nè per veder qua entro certe cose,
che Dio sa se s'avrebbero a vedere!
DON CAMILLO
Eh via, Marianna! Non è di cose da veder qua entro che si discorre;
ma delle vetture giù a valle, Dio buono, se non si scorgano di ritorno
dalla stazione.
GIUDITTA
(_che ha seguitato a guardare_) Eccole, eccole! Già due! Ma vanno in
giù!
La Nàccheri corre a guardare col binòculo.
DON CAMILLO
In giù? O come in giù? Possibile?
GIUDITTA
Sì. Eccone un'altra! La vettura di Dodo.
LA NÀCCHERI
Ma che di Dodo! Quella di Dodo è la prima!
GIUDITTA
No, mamma; guardate bene: è la terza.
LA NÀCCHERI
La prima!
DON CAMILLO
O la prima o la terza, se vanno in giù...
LA NÀCCHERI
(_voltandosi di là verso il cognato, inviperita_) Vi dico che è la
prima!
ROGHI
Mi par difficile che si possano distinguere a tanta distanza. Si vedran
di quassù piccine piccine, così (_fa segno sull'indice_). E Dodo, mi
scusi, signora Marianna, l'ho visto io partir di piazza dopo gli altri.
LA NÀCCHERI
Questo non vorrebbe dir nulla, perchè ha un cavallo, Dodo, per sua
norma, che è un demonio peggio di lui. Anche a partir l'ultimo, arriva
sempre il primo.
GIUDITTA
(_alla madre, guardando sempre_) E difatti, guardi, guardi: ha già
sorpassato la seconda e sta per sorpassar la prima. Tant'è vero che è
lui!
La Nàccheri scrolla le spalle e viene in sala.
DON CAMILLO
Io non so, saran tutte in ritardo stamani. A quest'ora, di solito (_la
pèndola batte le undici_) ecco, sono le undici — gli altri giorni, alle
undici, son di ritorno e si vedono alla seconda girata dello stradone
su per la costa. A proposito, Giudi... (_s'interrompe, imbarazzato,
cercando di riprendersi_) — cioè, dico...
LA NÀCCHERI
(_di nuovo inviperita, chiamando_) Giuditta! E vieni, corri qua a
sentir che altro vuol domandarti tuo zio!
DON CAMILLO
(_c. s._) Ma niente, niente... Volevo dire una cosa... (_forzandosi
a far viso fermo_) una cosa appunto, che mi pareva da domandar a lei
piuttosto che a voi.
LA NÀCCHERI
(_sfidandolo_) E su, ditela! Sentiamo!
DON CAMILLO
(_volgendosi al Roghi_) Ho insegnato al signor professore, prima che
partisse, la malizia di far fermare al ritorno la vettura giù sotto al
nostro orto, per tagliar la salita alla scorciatoja, anzichè fare, con
la vettura al passo, tutta la girata fin quassù in cima.
LA NÀCCHERI
(_c. s._) E poi?
DON CAMILLO
Volevo appunto domandare alla Giuditta, se si era ricordata d'andare ad
aprire il cancellino dell'orto giù.
LA NÀCCHERI
Niente altro? (_Rivolgendosi alla figlia, che si tiene in discosto,
mortificata_) Su, e rispondi a tuo zio, se ti sei ricordata!
GIUDITTA
(_guardando in là, infastidita_) Ma sì, sì, è aperto.
LA NÀCCHERI
(_con un inchino ironico al cognato, come se lo facesse per conto della
figlia_) È aperto. — Un ordine dello zio! Mi pareva assai che non se ne
fosse ricordata! Avesse mai obbedito così a suo marito! Non mi sarebbe
rimasta lì melensa per casa; sulle braccia, e così, nè acerba, nè
matura.
ROGHI
Ma è poi sicuro, don Camillo, che il professore ritornerà stamattina?
Non vorrei star qui ad aspettarlo inutilmente.
DON CAMILLO
Ma che! Per ritornare, ritorna di sicuro!
LA NÀCCHERI
Vorrei vedere che non ritornasse! — Ah, io sono stufa, sa!
DON CAMILLO
Per carità, Marianna!
LA NÀCCHERI
Stufa! stufa! stufa!
DON CAMILLO
State tranquilla, che ritornerà. — Ma non vi nascondo, caro Roghi,
che mi par difficile, difficile per non dire impossibile, che voglia
accettare il vostro invito.
ROGHI
Neanche per un semplice consulto?
DON CAMILLO
Ma neanche...
ROGHI
A me basterebbe che me la vedesse, la mia povera bambina!
DON CAMILLO
Eh, se vi riesce che vi venga a vederla! — Detto e fatto, ve la opera e
ve la salva!
ROGHI
Dio volesse! Verrei a prenderlo subito subito con l'automobile.
GIUDITTA
Per essere, è la carità in persona!
DON CAMILLO
Già; ma non può. Capirete, dopo il miracolo di qui...
LA NÀCCHERI
(_interrompendo_) È giusto qui ci voleva codesto miracolo!
DON CAMILLO
(_con un'occhiataccia alla cognata, passando sopra all'interruzione_)
Sparsa la fama, tutti vorrebbero averlo!
ROGHI
Ma come jeri, a un bisogno, è andato a Sarteano, così non potrebbe
oggi...?
DON CAMILLO
Non può! Avrà più di venti richieste, a dir poco.
LA NÀCCHERI
E non ci mancherebbe altro che, per carità degli altri, tenesse qua noi
nello scompiglio ancora per un mese!
DON CAMILLO
Lassù a Merate ha poi la figliuola... avrà i suoi affari. Era venuto
qua per un giorno solo...
LA NÀCCHERI
E ne son passati la grazia di quarantacinque!
GIUDITTA
Par che la figliuola lassù non sappia ancor nulla.
ROGHI
Ah sì? Della madre qui?
DON CAMILLO
(_ammiccando e accennando con la mano all'uscio a destra_) Piano, eh!
piano... S'è già levata di letto. — (_Misteriosamente al Roghi_) Ah,
caro Roghi, come non siamo tutti esciti di cervello, io non lo so!
ROGHI
Con quel giudice, eh?
DON CAMILLO
(_irritato_) Ma che giudice! Ma che giudice! Non diciamo giudice, per
carità!
GIUDITTA
(_molle molle, afflitta_) Un matto, s'ha a dire!
DON CAMILLO
(_incalzando_) Da legare, s'ha a dire!
GIUDITTA
(_lamentosamente_) Quel che ci fece vedere!
DON CAMILLO
(_collerico, incalzando ancora_) Il diavolo! Tutti i diavoli
dell'inferno! Non mi ci fate pensare!
LA NÀCCHERI
(_che è stata a mirarli, zio e nipote_) Attento veh, attento, signor
Roghi, come parlano adesso tutt'e due.
DON CAMILLO
(_stordito_) O come parliamo?
LA NÀCCHERI
Una, molle molle: (_rifacendole il verso con voce nasina_) «Quel che
ci fece vedere!» E lui, là, come il rum che dà grazia alla ricotta:
(_rifacendo il verso anche a lui_) «Il diavolo! Tutti i diavoli
dell'inferno!»
ROGHI
(_non potendo tenersi di ridere_) Avete voglia di scherzare, signora
Marianna!
DON CAMILLO
Già! Come se proprio ne fosse il momento... O che non è vero che qua
s'è visto il diavolo?
LA NÀCCHERI
Ma no, eh, chè non istà bene, il diavolo in casa d'un sacerdote come
voi. Il terremoto, si dice! E creda, signor Roghi, che mi sarei tanto
spassata, io, a vederli ballare tutt'e due, zio e nipote, se per causa
loro non fosse toccato di ballare anche a me!
DON CAMILLO
Se si potesse saper prima le cose!
LA NÀCCHERI
Gran merito allora, saperle dopo!
DON CAMILLO
Potevo mai supporre che il marito dovesse accorrer qui?
LA NÀCCHERI
Ma sì, che potevate, se lo chiamaste proprio voi!
DON CAMILLO
Nossignori! Nient'affatto! Io gli scrissi a Merate per il mio ministero
di sacerdote, appena ricevuta la confessione.
ROGHI
Ah, quando la signora si tirò?
DON CAMILLO
Precisamente. Volle confessarsi. Per morire in pace con tutti,
chiese per mio mezzo al marito il perdono de' suoi trascorsi. Ora il
professore poteva rispondere alla mia lettera con un'altra lettera.
Nossignori. Per sua bontà, preferì venire ad accordar di presenza il
perdono.
ROGHI
E trovò qui quell'altro?
DON CAMILLO
Che c'era piombato da Perugia all'alba, poche ore dopo che la signora
s'era ferita. Nel trambusto, in principio, non ce n'eravamo neanche
accorti.
GIUDITTA
Non sapevamo chi fosse la signora...
DON CAMILLO
Si vide lui attorno al letto, che piangeva, piangeva, come non ho mai
visto nessuno!
ROGHI
Eh, l'amante!
LA NÀCCHERI
Sì, amante... Che amante! — Uno dei tanti. — L'ultimo.
ROGHI
Ah, perchè la signora... Sì, dico, — andata proprio a male?
LA NÀCCHERI
Ma sì, roba... roba da guerra!
GIUDITTA
Piano, per carità!
LA NÀCCHERI
Ih che scrupoli! Non c'è poi mica d'aver tanti riguardi!
DON CAMILLO
Ma almeno per il professore!
LA NÀCCHERI
Sì — che vi pagherà le spese. Il fastidio, intanto, non ve lo paga, di
sicuro! Di due mesi a momenti.
DON CAMILLO
Oh che discorsi! (_Poi, ipocritamente al Roghi_) La signora aveva
abbandonato da tredici anni il tetto coniugale, e... (_abbandona la
frase, socchiudendo gli occhi, a un indulgente gesto delle mani_).
LA NÀCCHERI
(_rifacendo smorfiosamente con aria compunta il gesto del cognato_)
E... e... (_Subito, staccando_) Qua, dietro l'esempio, caro lei, una
voglia abbiamo tutti, ma una voglia di farci male con la indulgenza e
la sopportazione, che Dio, si spera, ne vorrà tener conto lassù, perchè
quaggiù, quanto agli uomini, non si fa che rider di noi, gliel'assicuro
io!
DON CAMILLO
Ma non è vero!
LA NÀCCHERI
(_staccando ancora_) Oh, ce n'è, dico, di paesi, in Valdichiana; e di
pensioni qua, per la cura delle acque, dico, non c'è soltanto la mia!
Ebbene: proprio qua doveva capitare codesta signora, e proprio da noi!
Ma colpa sua, veh! (_indica il cognato_) Sua, e di quella lì! (_indica
la figlia_).
GIUDITTA
Son io sempre la colpa di tutto...
LA NÀCCHERI
Se per te non fosse vangelo, sempre, tutto ciò che dice e fa tuo zio! —
E così, m'intende, tutti i malanni, alla fine, mi si rammucchiano qui!
— Ah, che! Non si maturerà mai nulla qui: (_cantarellando_) c'è troppe
frasche!
DON CAMILLO
La vidi arrivar di sera, in legno! giusto con Dodo. Sola, mogia mogia,
con una valigina... Io ritornavo da scuola...
LA NÀCCHERI
Non c'ero, io!
GIUDITTA
Ma noi si disse bene, mamma, che la pensione non era ancora aperta ai
forestieri.
LA NÀCCHERI
E dunque, non si doveva pigliare!
DON CAMILLO
Di bujo, una signora sola... Insistette, chiedendoci posto almeno per
la notte...
GIUDITTA
(_scotendo in aria le mani_) E la notte...
LA NÀCCHERI
Un botto, caro lei, nel silenzio della casa, che mi fece springar un
palmo su dal letto!
ROGHI
Ma si tirò proprio al ventre?
DON CAMILLO
Che! Al cuore aveva mirato.
LA NÀCCHERI
Lo suppone lui!
DON CAMILLO
Ma sì! Mano di donna... Premendo il grilletto, la canna — voi capite —
s'abbassò. Si ferì al ventre.
GIUDITTA
Accorremmo tutti. Poverina, sul letto...
LA NÀCCHERI
Poverina, già!
ROGHI
Eh via, in quello stato...
DON CAMILLO
Bianca come un cencio, sorrideva come a chiederci scusa, e diceva che
non era nulla... — Lei scappò per il medico (_indica Giuditta_).
ROGHI
Il dottor Balla?
DON CAMILLO
Sapete com'è!
ROGHI
Se lo so! Mi sta lasciando finir così la mia povera figliuola!
DON CAMILLO
E anche qui difatti disse che non c'era più da far nulla; quando
invece, venuto il professore, si vide che a operarla in tempo non ci
sarebbe stato rischio di sorta; mentre, quando poi la operò lui, il
marito, dopo quattro giorni, già tutta infetta, capirete, agonizzante,
il caso s'era fatto disperato.
GIUDITTA
E quel matto lì che non voleva! non voleva!
ROGHI
Ah sì? — L'amante? Oh bella! Non voleva che il marito la operasse?
DON CAMILLO
Che! Fece il diavolo a quattro! Se la voleva caricar su le braccia e
portar via, così moribonda, per non fargliela toccare!
ROGHI
Oh bella!
DON CAMILLO
Perchè diceva che, se il marito la salvava, era perduta per lui!
GIUDITTA
Ed era più contento che morisse!
ROGHI
E il marito? o come fece a sopportarselo davanti, e così accanto alla
moglie?
DON CAMILLO
Se la prese con me!
LA NÀCCHERI
Che gusto!
DON CAMILLO
Già, come se non avessi fatto di tutto, io, per farlo andar via, prima
ch'egli arrivasse. Non ci fu verso! — Tanto vero che non se ne volle
andare, neppur quando arrivò lui, che dopo tutto, ohè, dico, era il
marito!
Giuditta a questo punto, si recherà di nuovo in fondo a guardare,
se si scorgano le vetture di ritorno.
LA NÀCCHERI
E come gli tenne testa! Bisognava vedere!
ROGHI
Sì, eh?
DON CAMILLO
Col pretesto, capite? che in punto di morte non c'è più gelosie, e che
il marito non poteva, dice, adontarsi di lui, dopo tredici anni e dopo
ciò ch'era passato. Si dovette mandarlo via con le guardie.
GIUDITTA
(_dal pianerottolo della saletta in fondo, annunziando_) Ecco, ecco,
ritornano le vetture!
La Nàccheri accorre come una papera.
DON CAMILLO
Oh finalmente!
GIUDITTA
(_con un grido di spavento_) Oh Dio! Ma è lui! Lui, di nuovo qua!
ROGHI
Chi lui?
DON CAMILLO
Il matto? Di nuovo qua?
LA NÀCCHERI
Lui! sì! lui! lui! — Rièccoci daccapo!
DON CAMILLO
Ma come! Che altro, ora, vorrà qua?
GIUDITTA
(_ritirandosi impaurita_) Vien su di corsa! ha scavalcato il murello
dell'orto!
ROGHI
È una bella sfrontatezza!
DON CAMILLO
E di nuovo in assenza del signor professore! Se lo ritroverà qui tra i
piedi!
LA NÀCCHERI
E come giulivo! Fa i gesti, oh, così... così... (_agita in aria le
braccia_).
ROGHI
Dateci man forte per carità, caro Roghi! Non bisogna farlo entrar qua
dalla signora! — Andiamo, andiamo via tutti di là! (_indica la saletta
d'ingresso e s'avvia spingendo fuori gli altri_) Chiudiamo quest'uscio!
Chiudiamo quest'uscio!
Richiude l'uscio a vetri, andando via col Roghi, con la Nàccheri e
Giuditta.
Quasi contemporaneamente s'apre l'uscio a destra e appare FULVIA
GELLI, incerta, sgomenta, pallidissima, come una che sia stata
or ora strappata dalle mani della morte. Ha tuttavia negli occhi
un che di fosco; e il volto è come indurito, sassificato in una
disperazione squallida e atroce.
Venuta qui per morire, sprovvista di tutto, levandosi ora di letto,
ha indossato — in mancanza d'altro — il suo abito di viandante
perduta, che stride, in contrasto con quella disperazione del
volto. Stridono ancor più i voluminosi magnifici capelli in
disordine, sfacciatamente ritinti d'un color fulvo acceso, che le
avviluppano come in una fiamma lingueggiante il volto disperato.
Non ha avuto forza d'agganciarsi il busto sul seno, che è quasi
scoperto, e pròvoca, ma frigidamente, poichè ella ha un evidente
sdegno e un vero intimo odio per la sua bella persona, come se
da un pezzo non le appartenesse più, e non sapesse più neppure
com'esso è, non avendo mai, se non con feroce ribrezzo, condiviso
la gioja che gli altri ne han preso.
Muove alcuni passi per la sala, verso l'uscio a vetri chiuso,
attraverso al quale giungono le voci concitate delle due donne, di
don Camillo e del Roghi, che cercano d'impedire il passo a MARCO
MAURI. A un tratto, però, questi, sbarazzandosi di tutti con uno
strappo violento, irrompe spalancando l'uscio e si precipita su
Fulvia (ch'egli chiama Flora) abbracciandola, stringendola a sè
freneticamente. È sulla quarantina, bruno, magro, con lucidi occhi
sfuggenti, da matto: quasi ìlari, pur nella più fiera esagitazione,
ìlari e parlanti. Fronte rotonda, specchiante. Capelli da negro,
crespi e gremiti, ma già in parte grigi, spartiti nel mezzo.
Sopracciglia foltissime. Parla e gestisce con quella certa
teatralità che è propria della passione esaltata: teatralità calda
e sincera, ma che pure, a tratti, quasi vede sè stessa, e scatta
allora per rimorso in gesti irosi, o scade, quasi in compenso,
improvvisamente, in toni confidenziali, che fanno, per contrasto e
così senza trapasso, un curiosissimo effetto.
Fulvia tenta dapprima di respingere, quasi odiosamente,
l'abbraccio; ma poi, investita, soffocata da quella frenesia, nello
smarrimento della debolezza che il male recente le ha lasciato,
vien meno e s'abbandona come morta tra le braccia di lui.
MAURI
(_liberandosi e spalancando l'uscio_) Via tutti, vi dico!
(_precipitandosi su Fulvia e abbracciandola c. s._) Flora! Flora mia!
Flora! Flora! — Libero! Sono libero! Ritorno a te, liberato! — Mi son
liberato di tutto e di tutti! (_Notando che ella gli s'abbandona tra le
braccia, riversa_) Flora mia!
A questo grido, don CAMILLO, il ROGHI, la NÀCCHERI e GIUDITTA,
che sono entrati nella sala dietro il Mauri e, sopraffatti dalla
violenza, son rimasti sgomenti e sospesi a mirare il frenetico
abbraccio, accorrono premurosi e minacciosi gridando insieme.
ROGHI
Ma non vede, perdio, che non si regge!
DON CAMILLO
Che violenze son codeste?
GIUDITTA
È svenuta! è svenuta!
MAURI
Svenuta? No! no! — Flora!
DON CAMILLO
(_aggressivo_) La lasci! via! — La lasci, e vada via subito di qua!
MAURI
(_senza dargli ascolto, sorreggendo Fulvia_) Flora mia... Flora...
Flora...
DON CAMILLO
(_alle donne_) Ma levategliela dalle mani!
Giuditta e la Nàccheri si fanno avanti.
GIUDITTA
Dia qua... dia qua...
MAURI
(_gridando minaccioso_) Non me la tocchi nessuno!
DON CAMILLO
Non appartiene mica a lei!
MAURI
Appartiene a me! a me!
DON CAMILLO
Ah, nossignori! — C'è qua il marito!
MAURI
E venga! — Dov'è? — Me la strappi dalle braccia, se è buono!
ROGHI
(_vedendo Fulvia tra le braccia di lui, così abbandonata, che quasi sta
per cadere_) Ma la adagi almeno qua, per ora, in nome di Dio! (_indica
il canapè_).
GIUDITTA
(_accorrendo e ajutandolo a sorregger Fulvia_) Qua, venga qua — qua:
l'ajuto io!
MAURI
(_trasportando Fulvia sul canapè_) Non è niente, vi dico! Ora rinviene!
GIUDITTA
Vado a prendere i sali! (_corre via per l'uscio a sinistra; rientrerà
poco dopo_).
LA NÀCCHERI
(_al cognato_) Ma che siete voi qua? Siete o no il padrone?
ROGHI
(_a don Camillo_) Questa infine è casa vostra!
MAURI
(_subito rizzandosi con gli occhi spiritati, grida sillabando_)
Nossignori: — Al-ber-go!
DON CAMILLO
(_investendolo_) Che? dove? quando? Chi gliel'ha detto, albergo? dove
sta scritto?
MAURI
Sulla porta, giù: — _Pensione Zonchi_!
DON CAMILLO
Sissignore — ma d'estate! — Ora non è stagione, capisce? ed è casa mia
soltanto; e vi ricevo chi mi pare e piace!
MAURI
(_gridando_) Non strillate così!
DON CAMILLO
(_restando, quasi sbalordito_) Ah senti: strillo io!
MAURI
Tanto è inutile: non me ne vado!
DON CAMILLO
Lei andrà via, andrà via, perchè...
LA NÀCCHERI
(_intromettendosi e terminando la frase_) Questa non è casa vostra!
DON CAMILLO
(_seguitando_) E non ha più nulla a far qui! Inteso?
Il Mauri, per tutta risposta, poichè Giuditta ritorna coi sali, si
china su Fulvia per farglieli odorare.
MAURI
(_a Giuditta_) — Dia qua! dia qua!
DON CAMILLO
(_al Roghi, indicandoglielo_) — Là — vedete come intende lui?
MAURI
(_chino su Fulvia_) Flora mia, son qua io... — Su, via... Sei salva,
guarita... E io, libero — libero, sai? E ora ti porto via con me!
DON CAMILLO
(_rifacendosi avanti, risoluto_) Ah no, sa! Per questo, può star
sicuro: — lei non porta via nessuno!
MAURI
Me l'impedirete voi?
ROGHI
(_facendosi avanti anche lui_) Potrei, a un bisogno, impedirglielo
anch'io!
DON CAMILLO
Ma no: c'è il marito, caro Roghi, che sarà qui a momenti.
MAURI
E io son venuto per parlare con lui!
DON CAMILLO
Vi farà cacciar di nuovo!
MAURI
Vorrò vederlo! — Non s'era mica uccisa per lui, questa donna! — Per
me, per me s'era uccisa!... E io, per lei — io, Marco Mauri — ho
abbandonato il mio posto, la mia famiglia, mia moglie, i miei figli!
(_Guardando tutti in giro; poi rivolto al Roghi_) Veda un po' se è
possibile, che qualcuno ora mi stacchi da lei!
DON CAMILLO
(_vedendo che Fulvia, sorretta da Giuditta, comincia a riaversi e
guarda come smarrita_) Ma sarà lei... ecco, ora... sarà lei stessa, la
signora!
MAURI
(_subito voltandosi e accorrendo a lei_) Tu, Flora? Mi scaccerai anche
tu?
Fulvia leva una mano per tenerlo discosto e si volta verso don
Camillo, ancora stordita, ma già fosca.
DON CAMILLO
Io la prego di credere, signora, che è entrato a forza, approfittando
dell'assenza del signor professore!
FULVIA
(_alzandosi_) Che volete ancora da me — voi?
DON CAMILLO
Ecco! Come gli ho detto io!
MAURI
(_quasi trasecolato_) Flora!... Oh Dio... Mi dài del voi?
FULVIA
(_seccata, scrollandosi_) Ma se vi conosco appena!
DON CAMILLO
E voi l'avete ingannata, codesta signora: — Io lo so!
MAURI
(_violentissimo_) Statevi zitto, voi!
DON CAMILLO
Ingannata! ingannata! me l'ha detto lei!
MAURI
(_a Fulvia_) Come! Tu mi conosci appena? Me, Flora? me, che t'ho dato
tutta la mia vita?
FULVIA
(_con nausea_) Ma finite una buona volta di parlare così!
MAURI
(_c. s. smorendo_) Oh Dio... Come parlo? — Ma tu piuttosto, Flora...
FULVIA
Io non mi chiamo Flora.
MAURI
Fulvia, sì, Fulvia, lo so! Ma se volesti tu stessa, che ti chiamassi
Flora...
FULVIA
(_con crudezza, sdegnosa_) E volete dire anche come fu, davanti a
codesti signori?
MAURI
(_ferito_) No! — Io? — Ah! — Ma allora veramente tu mi disprezzi?
FULVIA
(_rimettendosi a sedere, tutta assorta in sè, cupa, mormora, seccata_)
Non disprezzo nessuno, io.
MAURI
(_insistendo_) — Perchè t'ingannai?
FULVIA
Ma no, vi dico! (_esasperatamente_).
MAURI
(_rivolgendosi a don Camillo_) Me lo rinfacciate? Ma se lo gridai io
stesso a tutti, qua, che avevo dentro di me lo strazio d'un doppio
rimorso! Anche davanti a tuo marito lo gridai! — Testimoni tutti qua!
— Dite, dite se non gli gridai ch'era un impostore!... Impostore, sì,
impostore! Perchè era «venuto a perdonare»! Lui: a perdonare! Quando
avrebbe dovuto invece buttarsi in ginocchio, qua, davanti a te, e farsi
lui perdonare — come me! come me! — qua, così, ecco! (_Le casca davanti
in ginocchio e grida_) Perchè tutti l'abbiamo ingannata, questa donna!
FULVIA
(_si leva da sedere senza scatto e dice piano, frigidamente, con
disperata stanchezza_) Dio mio, ancora codesto teatro... Che nausea!
MAURI
(_come se si vedesse con gli occhi di lei; lì in ginocchio, ma tuttavia
non riuscendo a rialzarsi_) Ah sì! nausea, sì! Hai ragione. Mi vedo;
me n'accorgo io stesso! (_Si copre la faccia con le mani, e dice
piangendo_) Ma non sono io; è la mia passione, Flora! Non grido io:
grida lei! Faccio nausea a me stesso, a sentirmi gridare così: ma
non posso farne a meno! Non vorrei gridare, e grido! (_Si alza infine
risolutamente, come se d'improvviso, a forza, si riprendesse_) Sono
venuto qua però per dimostrarti, che non t'ho mentito, io, sai? La
verità ti dissi: quella ch'era la verità per me; perchè non ho avuto
mai nessuno io nella vita, veramente per me; — tranne te, per pochi
giorni! — Venti — quanti sono stati? — non più di venti, in tutta una
vita!
FULVIA
Sì, va bene. Venti. Sono finiti. E dunque, basta.
MAURI
No! Come basta? No! — Adesso, Flora? Adesso che è finito invece
l'inganno?
FULVIA
Ma che inganno? di che inganno mi parlate?
MAURI
Del mio! di quello che ti feci! — È finito! finito! — Mi sono liberato!
sono libero ora!
FULVIA
(_fissandolo fosca, come se cominci a prestarle attenzione solo ora,
per qualche idea che già le si matura dentro_) Di che siete libero?
MAURI
Di disporre di me! Ho lasciato tutto! Il posto. Mi son dimesso. E
mia moglie, sai? lei stessa, mi ha aperto la porta: — «Vattene!» —
Felicissima.
LA NÀCCHERI
Oh guarda!
MAURI
(_voltandosi a lei, pronto_) Non mi ha mai amato! Non ha mai saputo che
farsi di me! Vive per conto suo; ricca, con case e poderi. — Solo per
un malvagio istinto andò a scovar lei (_indica Fulvia_) là, a Perugia —
e le disse — (_si volta verso Fulvia, che si è di nuovo seduta, ma come
assente, ancora assorta in sè_) che ti disse? che ti disse? — Io ancora
non lo so! (_E poichè Fulvia non risponde seguita rivolto agli altri_)
Forse lei, capite? lusingandosi di ridar la pace a una famiglia,
se ne venne qua per levarsi di mezzo. (_Riaccostandosi a Fulvia,
allegro, e lanciandosi a dire una cosa, che a un certo punto non gli
par più facile a dire; tuttavia la dice, facendosi coraggio, con una
sfrontatezza, che un po' fa pena, un po' fa ridere_) Ma ora l'inganno è
finito! Figurati che... ma sì, non ho vergogna a dirlo... — lei stessa,
con le sue mani, mi... mi diede.... sì, un po' di denaro, per farmene
andar via.
FULVIA
(_levando il capo, subito, per impedire che altri ne faccia le
meraviglie_) E poi?
MAURI
(_stordito dalla domanda inopinata_) E poi? Che vuoi dire?
FULVIA
Che farete poi?
MAURI
Che farò? — Oh! — Che farò poi? — Ma se ho te, ho tutto! Farò di tutto!
Mi metterò a dar concerti... Posso — non nelle grandi città, s'intende.
FULVIA
(_freddamente e stranamente, alzandosi_) Mi farete il piacere di dire a
lui tutto questo, appena sarà di ritorno.
MAURI
(_con gioja impetuosa, mentre gli altri restano come basiti_) Io? a
lui? Sì? Vuoi che gli dica questo?
FULVIA
(_per troncare, più che mai fredda, rivolgendosi a don Camillo_)
Dovrebbe già esser qui...
DON CAMILLO
Già... io non so... questo ritardo...
MAURI
E allegramente, sai? allegramente glielo dirò... Eh, ora che tu... Sono
felice!
FULVIA
(_infastidita_) Vi prego... vi prego...
MAURI
Ma non sono stato mai io, Flora! Tu, invece — devi convenirne: sei
stata tu a voler prender la cosa così sul serio! Fare quello che hai
fatto, scusa!... Ma sì, via! — Per quel vecchio cammello là!
ROGHI
(_non potendo tenersi dal ridere_) Ah senti!
LA NÀCCHERI
(_contemporaneamente, gargarizzando_) Ah! ah! ah! ah! La moglie?
cammello?
DON CAMILLO
(_contemporaneamente anche lui_) Ma non ve lo dico, che è matto?
MAURI
(_con perfetta serietà_) Un vecchio cammello, vi assicuro, signori. —
Nove anni più di me. — Zotica! Contadina... Lei l'ha veduta! (_indica
Flora_) — La sposai perchè aveva un pianoforte.
LA NÀCCHERI
(_c. s. più forte, irrefrenabilmente_) Ah! ah! ah! ah!
Il riso si comunica per contagio al Roghi e a Giuditta.
MAURI
(_c. s. irritato un po'_) — Scusi, signora, se le dico che in questo,
veramente, non c'è niente da ridere.
ROGHI
(_ridendo ancora_) Ma come no, abbiate pazienza!
MAURI
Perchè non capite che cosa voglia dire capitare a venticinque anni,
pieno di sogni in un paesucolo più piccolo, più brutto — scusate — di
questo vostro, e marcirvi quattro, cinque, dieci eterni anni, pretore!
ROGHI
(_a don Camillo_) Ah, ecco dunque, è giudice davvero!
DON CAMILLO
(_con forza convinta_) È matto!
MAURI
(_subito, serio_) Mi sono dimesso. — Una vita che non si può figurare!
come nessuno di voi, che vi marcite dentro qua, può conoscere! —
Neanche tu, sai, Flora; che pure hai conosciuti tutti gli orrori della
vita! Ma, Dio mio, sono orrori almeno! — Non una vita fatta di niente.
— Niente! — Ombra. — Silenzio d'un tempo che non passa mai. — Neanche
acqua da bere. — Acqua di cisterna, amara, renosiccia... — Ma non
sarebbe nulla! È quel silenzio! quel silenzio! Figuratevi che vi si
sente anche un soffio di vento, quando scuote la fune della cisterna
giù in piazza, e la carrucola che ne stride; mentre voi, dentro... —
Ah! Un piano di vecchio tavolino, unto, polveroso, ingombro di carte
giudiziarie — e una mosca che vi scorre a tratti, sopra. E tutta la
vita lì, in quella mosca che voi state a guardare per ore e ore. —
Ebbene, immaginate di sentire un giorno, in quel silenzio, il suono
d'un pianoforte: l'unico del paese. Vi corsi incontro come un assetato!
E sissignori, sposai quella donna più vecchia di me, che mi parve
bellissima e intelligentissima, solo perchè aveva quel pianoforte.
— Perchè musica, musica io ho studiato, capite? non ho mai studiato
legge io. — Sono un musicista, io! — E quella — dacchè la sposai — m'ha
chiamato sempre pretore. Sì, sì, e anche i figli! — Quattro — cresciuti
con lei in campagna — a-nal-fa-be-ti. — Anch'essi, anch'essi — non mi
chiamano mica papà! _pretore_ mi chiamano! anzi: — _Preto'!_, come la
madre. — _È in casa il Preto'?_ — _No, è alla pretura, il Preto'!_
Scoppiano a ridere tutti, tranne Fulvia.
ROGHI
(_tra le risa_) Oh bella! oh bella!
MAURI
Ridete, sì, ridete! Voglio riderne anch'io, ora! — Me ne sono liberato,
vivaddio! — D'amore e d'accordo — sì! Con qualche carezza, anche. — E
l'avrei strozzata, v'assicuro!
DON CAMILLO
(_vedendo apparire dalla porticina dell'orto, in fondo, Silvio Gelli,
che viene avanti tra quelle risa, costernato_) Oh, Dio sia lodato, ecco
qua finalmente il signor professore!
Alto di statura, SILVIO GELLI, di circa cinquant'anni, ossuto,
poderoso, porta occhiali a staffa, cerchiati d'oro. Non ha barba
nè baffi. Quasi calva la sommità del capo; ma lunghe ciocche di
capelli biondastri, scoloriti, gli scendono scompostamente su la
fronte e su le tempie. Egli se le rialza di tanto in tanto, e si
tiene allora, per un tratto, le mani sul capo, come per un gesto
di meditazione, che gli è abituale. Ha l'aria tra stordita e
aggrondata d'un uomo che attraversi una grave crisi di coscienza.
Ma vuol dissimularla. Per cui, spesso, resta quasi ottusamente
inerte, con un sorriso freddo e vano, rassegato sulle labbra:
espressione involontaria d'un che di beffardo, che è nella sua
natura, e che quasi affiora a sua insaputa da antiche, maligne
passioni, non ancora spente in lui, sebbene già da un pezzo domate.
A urtarlo un po' in queste pause di ottusa inerzia, che sono in
lui come ambigui arresti di difesa morale, egli s'intorbida: quel
sorriso vano gli si scompone in una contratta smorfia di dolore,
come se gli bisognasse che il dolore gli diventasse anche fisico,
per poterlo sentire. Da queste contrazioni la sua fisonomia
riassomma poi ricomposta, o meglio, quasi impostata in una grave e
stanca aria di probità, che vorrebbe apparire da gran tempo serena,
come lontanissima ormai da quelle passioni che pure or ora, in
tempestoso fermento, lo hanno travagliato.
Al suo entrare Fulvia si rizza in piedi felinamente, con lo stesso
animo che, tredici anni addietro, la condusse alla perdizione. Ê
per lei, questo, il momento d'una prova suprema. E in tutto il suo
aspetto sarà dunque la risoluzione ferma d'affrontar questa prova,
già meditata e preparata oscuramente nella scena antecedente, a
costo di qualunque crudezza, mettendo a nudo come un vivo lacerto
la sua coscienza e quella di lui, con la più brutale sincerità,
avvalendosi anche della presenza di quel suo pazzo amante.
SILVIO
(_notando la presenza del Mauri, ìlare tra la ilarità degli altri, e
l'aria di sfida della moglie_) Ah, di nuovo qua?
MAURI
(_irrompente_) — Sissignore. E son venuto per...
FULVIA
(_pronta, troncando, imperiosa_) Lasciate parlar me! (_Al marito,
recisamente_) Qua di nuovo, sì. — Prega tutti questi signori di
lasciarci soli.
DON CAMILLO
Oh, subito, signora. Soltanto tengo a dichiarare al signor professore...
FULVIA
(_interrompendo di nuovo, per troncare_) Che questo signore è entrato a
forza. — Va bene!
MAURI
(_a don Camillo, accennando a Fulvia_) Ma se siamo già d'accordo!
LA NÀCCHERI
(_al cognato_) Se son d'accordo! Che storie!
SILVIO
(_a Fulvia_) L'hai forse chiamato tu?
FULVIA
Non l'ho chiamato io. — Dobbiamo parlar di questo.
SILVIO
Sento che c'è un accordo...
FULVIA
Nessun accordo. Non è vero!
MAURI
Io son venuto da me.
FULVIA
(_c. s._) Aspettate a parlare!
DON CAMILLO
E su, su, andiamo noi, andiamo via! (_invitando col gesto a uscire il
Roghi, Giuditta, e la Nàccheri_).
LA NÀCCHERI
(_rivoltandoglisi_) Ecco, ecco... Ma diciamo anche noi, a nostra volta,
al signore e alla signora, che noi qua...
DON CAMILLO
(_sulle spine_) Ma no, via, Marianna, che dite?
LA NÀCCHERI
Dico che siamo alla fine d'aprile, ohè! e che col maggio, voi sapete
bene, cominciano a venire i forestieri per la cura delle acque.
SILVIO
Conto, per me, di ripartire prestissimo, signora.
LA NÀCCHERI
La prescriverà, m'immagino, anche lei ai suoi ammalati, signor
professore! Ora, noi, qua, dobbiamo ancora rimettere in ordine la
pensione, ecco!
DON CAMILLO
Ma non vorrei che il signor professore credesse...
SILVIO
Lei sa bene che ho ragioni impellenti d'andar via al più presto.
ROGHI
Ma se non dovesse oggi, signor professore — ecco, io vorrei...
SILVIO
(_accennando alla moglie_) Vi prego...
ROGHI
Sì, sì, attenda, attenda con comodo, signor professore! Io posso
aspettare... aspetterò, ritornerò...
DON CAMILLO
Ritiriamoci, ritiriamoci adesso...
Spinge fuori il Roghi, la Nàccheri, Giuditta ed esce per ultimo,
inchinandosi e richiudendo l'uscio a vetri.
FULVIA
(_subito, nervosamente_) Ecco, Silvio. Questo signore, che conosco
appena...
MAURI
(_ferito, protestando_) Ma no, Flora!
FULVIA
Vi ho detto di lasciare parlar me!
MAURI
Ma se gli dici così, scusa!
FULVIA
Che volete che significhi, per una come me, conoscere uno da poco o da
molto? (_Voltandosi verso il marito_) «Flora» hai sentito? — Mi chiama
Flora!
MAURI
(_in tono di rimprovero_) Fulvia!
FULVIA
(_precipitosamente_) No, no, Flora, Flora — sono Flora. — (_Di nuovo al
marito_) Mi si chiama subito per nome, e mi si dà del tu.
SILVIO
A me premerebbe ora di sapere, come e perchè — dopo quanto è avvenuto —
si trovi qua di nuovo codesto signore.
FULVIA
Ecco, sì. — Questo signore, Silvio, crede sinceramente ch'io abbia
voluto uccidermi per lui. E non è vero!
MAURI
Ah, non è vero?
FULVIA
Non è vero. L'ho fatto per me. Ditegli come e dove m'avete conosciuta.
Basterà per farglielo comprendere.
SILVIO
Ma io non voglio saperlo!
FULVIA
Ero arrestata.
MAURI
(_subito protestando_) No! Che arrestata! Che dici!
FULVIA
Con un mandato di comparizione, sì. Complicata in un volgarissimo
delitto.
MAURI
(_c. s._) Ma che! Non creda! Prosciolta in Camera di Consiglio!
SILVIO
Vi dico che non voglio saperlo!
MAURI
(_seguitando con foga_) Venuta soltanto per deporre. Lo so io! Fu a
Perugia, guardi, un mese appena dopo il mio trasferimento colà. C'era
io nella sala del giudice istruttore, mio collega. Fu nel processo per
l'assassinio d'un tal Gamba.
FULVIA
Con cui ero andata a Perugia.
MAURI
Sì, un pittore...
FULVIA
Ma che pittore! Un miserabile applicatore mosaicista della fabbrica di
Murano.
MAURI
Già... venuto per restaurare non so che mosaico...
FULVIA
Un mascalzone che s'ubriacava tutti i giorni.
MAURI
E la picchiava! la picchiava!
FULVIA
Fu trovato morto, una notte, sulla strada, con la testa spaccata.
Silvio Gelli si rialza i capelli sul capo e vi trattiene le mani.
MAURI
(_scattando al gesto di Silvio Gelli_) Orrore, eh? «_Fin dov'era
caduta!_» eh? — Ma mi faccia il piacere! lasci andare!
FULVIA
(_subito, forte_) Non declamate, al vostro solito!
MAURI
(_senza darle retta, seguitando, ma in tono più basso, rivolto a
Silvio_) Lei m'insegna che tutto sta nel togliersi d'addosso, una prima
volta, sotto gli occhi di tutti, l'abito, che ci ha imposto la società.
Si provi, lei che sorride...
SILVIO
Ma io non sorrido.
MAURI
Ha sorriso! — Si provi, si provi a rubare una volta cinque lire e
faccia che venga scoperto nell'atto di rubare. Me ne saprà dire qualche
cosa! — Ma lei non ruba... Grazie! — E questa disgraziata avrebbe fatto
quello che fece, se lei, suo marito...
FULVIA
(_troncando, fierissima_) Basta! Vi proibisco di seguitare!
SILVIO
(_piano, calmo_) Io sono venuto qua...
MAURI
Per perdonare, lo sappiamo!
SILVIO
(_pronto, fermo, grave_) No! — Per riconoscere il danno degli antichi
miei torti verso questa donna. Non m'aspettavo però che altri qua,
oltre lei, potesse arrogarsi di rinfacciarmeli.
MAURI
(_subito, a sfida_) E riparare?
FULVIA
(_c. s._) Aspettate! Non sapete ciò che vi dite!
MAURI
No, io dico _riparare_, Flora! E lo dico davanti a lui! Perchè ho
anch'io il mio torto verso di te. Tu mi hai perdonato, ma io sono qua
per riparare, per riparare!
FULVIA
(_col piglio di chi non vuol discutere_) Dunque — sta bene — ecco — io
ti volevo dir questo, Silvio: — che egli è pronto...
MAURI
(_insistendo, pigiando, sfidando_) A riparare, sì, a riparare!
FULVIA
(_esasperatamente, sdegnata, gridando_) Ma non dite a riparare — fate
ridere — se io non vi riconosco il torto, di cui volete accusarvi! —
Oh quest'è bella! — Avete mentito con me — come tanti... Che volete che
me n'importi? (_Rivolgendosi di scatto al marito_) Senti forse anche tu
qualche dovere verso me per avermi salvata? — No, niente, caro! Grazie!
SILVIO
(_stordito_) Come! Io...
FULVIA
(_subito incalzando, ma col tono di chi vuol ragionare_) Sei forse
venuto qua come medico, per operarmi?
SILVIO
No.
FULVIA
(_c. s._) Ma anche operandomi — (cosa che nessuno però ti chiese di
fare).
MAURI
Io m'opposi! io m'opposi!
FULVIA
(_c. s. senza badare al Mauri_) Io, per me certo, non te lo chiesi — è
vero?
SILVIO
(_impacciato, come sopraffatto, non sapendo a che cosa tenda
quell'interrogatorio_) No... — io lo feci...
FULVIA
(_subito, venendogli in a ajuto, con uno strano lustro negli occhi_)
Quasi irresistibilmente, è vero?
SILVIO
Vendendoti in quello stato...
FULVIA
E dunque! — Ero come morta. Fu un miracolo anche per te! — Se sapessi
come credo adesso ai miracoli!
SILVIO
Che vuoi, insomma, concludere?
FULVIA
Niente. Questo. Che non devi credere neanche tu d'aver adesso verso di
me qualche dovere per avermi così... diciamo «restituito alla vita». —
Nessun dovere, nessun dovere. Non ne accetto! — Nè da te, nè da altri.
Nè doveri, nè riparazioni.
SILVIO
E che intendi di fare allora?
MAURI
Se ne viene con me!
FULVIA
Sono qua. Vedete voi... Giacchè mi trovo tra un dovere che riconosco
insussistente, e un rimorso che dichiaro immaginario...
SILVIO
Tu sei sempre la stessa!
FULVIA
Ah, questo sì, vedi? questo sì, mi fa veramente piacere! Che i miei
capelli tinti, questa mia faccia d'ora, non ti impediscano di vedermi
ancora, di fronte a te, quella di prima!
SILVIO
Ma ti vedo adesso, così — in questo momento! Non ti ho veduta così in
tutti questi giorni!
MAURI
Ci sono io, ora, qua!
FULVIA
(_subito, voltandosi a lui_) Voi non ci siete per nulla! Vi ho detto di
non parlare! (_Rivolgendosi di nuovo al marito_) Mi hai veduta come un
tempo? Perciò sei stato tutto... non so, come sospeso...
SILVIO
Io?
FULVIA
Sì, turbato, incerto... pentito dentro di te — ne sono sicura!
SILVIO
No, di che?
FULVIA
Ma d'aver fatto qua, inconsultamente, più di quanto t'eri proposto!
SILVIO
No! non è vero! — Non per questo!
FULVIA
Ma sul serio ti credi molto cambiato tu?
SILVIO
Potresti giudicarne dal fatto che mi trovo qua.
FULVIA
Ah, ma non t'aspettavi questo, venendo qua!
SILVIO
No — ah, questo no! questo no davvero! — Non sarei venuto!
FULVIA
(_pronta, con disprezzo_) E dunque puoi andartene!
SILVIO
(_contenendosi_) Io dico, che tu debba tenermi qua, ora, così,
(_accenna al Mauri_).
MAURI
Ma so tutto io, sa! Di lei — so tutto!
SILVIO
Che sapete? Ciò che vi avrà detto lei, saprete! Dei miei torti. Non di
ciò che ho sofferto per essi.
FULVIA
Molto hai sofferto?
SILVIO
Molto — se mi ha condotto qua. Non m'obbligherai a dirlo davanti a un
estraneo.
FULVIA
Ah no, caro, fuori! fuori! — Perchè questo estraneo, caro, è qua, — non
tanto per me — quanto per te.
MAURI
E io non sono un estraneo per lei! (_indica Fulvia_).
SILVIO
(_rispondendo a Fulvia_) — Per me? Che vuol dire?
FULVIA
Oh! d'un gran professore come sei ora, non s'immagina certo! Quasi ho
soggezione io stessa, a dirlo. Ma se sono qua — e così — con questo
accanto, o con un altro — via, tu sai bene che è per te — per te,
com'eri prima! — Che vuoi? posso ricordarmi soltanto d'allora, io! Di
quando giocavi con me, che avevo appena diciott'anni, come un gatto
col topolino — per il gusto di vedere dove sarei arrivata. — Ecco qua,
dove sono arrivata. — E tu hai molto sofferto! — Sarei curiosa di saper
come.
SILVIO
Te l'ho detto, come.
FULVIA
No: scusa: m'hai detto anzi, che non ti riesce di soffrire.
SILVIO
Che non sento — t'ho detto, — di toccare la mia sofferenza: in me, in
te... Questo t'ho detto!
FULVIA
Ah già! Il vuoto, sì.
SILVIO
Tu non puoi comprendere. E certe cose non si spiegano.
FULVIA
Non avevi nessuno con te? (_allude, con questo, alla figlia, e
s'infosca più che mai_).
SILVIO
Mi vedevo inetto...
FULVIA
Indegno, no?
SILVIO
Anche indegno. Perchè ho riconosciuto, che tu eri andata via per causa
mia. E perciò appunto non m'è riuscito mai di colmarlo, questo vuoto.
FULVIA
(_con sprezzo_) Ma dunque dici che hai sofferto per me!
SILVIO
No. Non come tu credi. Neanche in questo momento. No! Per la vita, che
è così...
MAURI
Ah, questo è vero! Ha ragione! Anch'io, sa!
SILVIO
(_senza badargli_) Tu qua t'uccidi... un altro là impazzisce... chi
crede di ragionare, e non conclude nulla...
MAURI
(_quasi tra sè_) La vita è brutale! Se lo so!
SILVIO
(_c. s._) Vengo qua, dico: «Muore; vuol andarsene in pace; va', va'
accorri...» — E il mio sentimento s'infrange qua contro una realtà che
non potevo immaginare.
FULVIA
Che vuoi fare ora?
SILVIO
M'hai aggredito, appena entrato — con codesto signore. Non vuoi doveri,
non vuoi riparazioni. — Non so... Ti vedo decisa — non so a che cosa...
FULVIA
(_con voce improvvisa, come per una subitanea scoperta_) Tu non sai,
caro mio, quanta malizia hai ancora nello sguardo, quando — senza
volerlo — guardi di sottecchi.
SILVIO
(_stordito_) Io?
FULVIA
Tu, tu, sì.
SILVIO
Malizia?
FULVIA
Malizia, malizia. Me ne sono accorta così bene! ora, sì — or ora — come
ti sei voltato a guardare così (_imita il modo_).
SILVIO
Fastidio, forse — o stanchezza.
FULVIA
No. Malizia, malizia. Quella di prima! Devi darti per forza, anche
adesso, un'aria di fronte a me. Questa, o un'altra. — Tutti gli uomini
ve la date! Ma dimenticate come le donne vi hanno veduto, quando non
ve la date più, in certi momenti. Mi spiego? E perciò le donne ridono
sotto il naso, poi, nel veder le arie degli uomini. — O ne provano
dispetto o disgusto. — Ma questo ora non importa.
SILVIO
Tieni a liberarmi d'ogni dovere, per mettere a prova davvero, se sono o
non sono cambiato?
FULVIA
No no — non per questo! Ma ecco — vedi la tua malizia?
SILVIO
No, Fulvia — credi! È soltanto perchè una prova su questo non potrei
dartela!
FULVIA
E io non la voglio! — Non capisci che non voglio da te nessun obbligo
_d'ora_? Io sono ora... quella che sono. Non voglio approfittarmi della
tua venuta, vincolandoti per la vita che m'hai ridata. Di questa mia
vita d'ora, di quel che sono ora, di tutto ciò che può accadermi ora,
non m'importa più nulla — proprio nulla! E tu saresti uno sciocco, se
te ne facessi qualche scrupolo. Sei accorso qua, perchè credesti che
non potessi sopravvivere. Peggio per me, se non sono morta!
MAURI
(_con forza_) Ma ci sono qua io, Flora!
FULVIA
(_subito con leggerezza sprezzante, mostrandolo al marito_) Ecco —
vedi? — c'è lui. — Volevo dirti questo!
MAURI
(_c. s._) Io: io — tutto per te!
FULVIA
(_quasi atterrita_) Per carità, non parlate d'amore! — (_Al marito_)
Disposto, pronto a riprendermi con sè.
MAURI
Con me! Per sempre!
FULVIA
Bravo, caro! Come dicono i fidanzati.
MAURI
(_con forza_) No! — Come posso dirtelo soltanto io!
FULVIA
(_spiegando, come sopra al marito_) Ha lasciato per me moglie e
figliuoli. — Anche il posto, non è vero?
MAURI
Tutto!
FULVIA
E m'offrirà una bellissima posizione! — Darà concerti in provincia!
Peccato che la voce, con questa mia vitaccia, mi si sia arrochita! Ci
metteremmo insieme: lui sonerebbe e io canterei! (_scoppia a ridere
stridulamente_).
MAURI
(_ferito_) Tu dunque ridi di me?
FULVIA
(_subito_) No, no: credo, credo nella vostra bravura di pianista.
SILVIO
(_sdegnato_) Tutto questo, via, non è serio!
FULVIA
E ti fa molta impressione? — A me, nessuna. — Vi prego, insomma, di
non darvi pensiero di me, nessuno dei due. Quante volte devo dirlo?
— Stabiliamo così alla buona. — Ho vissuto per anni, caro mio, giorno
per giorno. Mi sono mancate le cose più necessarie; e il domani senza
certezza non mi spaventa più. Può passarsi, il destino, tutti i suoi
capricci, con me. — Son cosa sua (_S'accosta al marito e lo guarda
con uno strano, orribile ammiccamento di donna perduta_). — Anche quei
tuoi, sai?
SILVIO
(_smorendo_) Che, miei?
FULVIA
(_ridendo, ma con un misto di pianto, in una convulsione che diverrà
man mano più forte, quanto più, per vincerla, ella si strazierà,
dicendo di sè le cose più crude_) Mah! quelli che ti passasti,
quand'ero come una bambina, e m'insegnavi cose che mi parevano
orribili!
SILVIO
(_per richiamarla a sè_) Fulvia!
FULVIA
Mi sono divenuti familiari.
SILVIO
(_c. s._) Fulvia! Fulvia!
FULVIA
Oh, sai, famosa!
SILVIO
Tu hai la voluttà di dilaniarti!
FULVIA