E dire che era stato un bel giovane!
Poi si era ingrassato, si era lasciato crescere la barba, e si faceva
aggiustare i capelli due volte l'anno. Quella selva irta, folta,
arruffata gli faceva un testone grosso così, da vero «omo selvaggio»,
come i suoi concittadini lo avevano ribattezzato. «Omo selvaggio» anche
per la trascuratezza dei vestiti, che sembravano vecchi fin quand'erano
nuovi, e gli piangevano addosso, tagliati alla carlona e cuciti alla
peggio.
Pareva ch'egli si compiacesse di mostrarsi trasandato in tutta la
persona, e l'ostentasse seduto davanti alla sua bottega di merciaio, di
tabaccaio, di panettiere, con le gambe larghe, la pipa in bocca, e il
continuo brontolio su le labbra contro i giovani di bottega, gli
avventori e i passanti che lo salutavano.
— Buon giorno! Buona sera! Che c'è di nuovo, «omo selvaggio»?
Ormai glielo dicevano in viso e non si offendevano delle brutali
risposte.
Era stato pure un buon giovane, di carattere allegro, servizievole,
intento a far prosperare il suo negozio, che, da piccola merceria, come
l'aveva gestita suo padre, era divenuta la migliore merceria del paese,
fornita di tutto; e poi tabaccheria, con rivendita di sigarette e sigari
esteri; e poi, per completarla, spaccio di pane e paste delle migliori
qualità.
Allora stava egli stesso dietro il banco, orgoglioso di servire gli
avventori che aumentavano di giorno in giorno, esattissimo nel peso,
scrupoloso nei prezzi, con grande rabbia dei colleghi che lo accusavano
di voler rovinare il commercio.
— Mi basta di non rovinare i clienti! — egli rispondeva a coloro che gli
riferivano le lagnanze degli altri rivenditori. — Basta anche a te,
mamma, è vero?
La vecchietta agucchiava in un angolo, interrompendosi se occorreva di
aiutarlo a servire un avventore, e approvava con una mossa della testa e
un bel sorriso le parole del figlio, che per lei era un oracolo.
Le pareva un sogno la trasformazione della bottega, con gli scaffali
dipinti in verde, con le cassette torno torno, e le vetrine, e tutti
quegli arnesi, appesi negli spazi tra uno scaffale e l'altro, che le
confondevano un po' la mente, e non davano un momento di riposo a quel
povero figliuolo, sempre con le braccia all'aria, sempre con le mani
occupate a pesare, a involtare, a legare i pacchetti coi nastrini a due
colori; novità quest'ultima che non si praticava in nessun'altra bottega
in paese.
Due anni addietro, verso le sette e mezzo o le otto, secondo la
stagione, bisognava chiudere la bottega con catenacci e spranghe di
ferro e portar via il denaro della giornata, per evitare certe visite
notturne che ormai erano diventate frequenti, visto che anche i signori
ladri avevano perfezionato i loro strumenti di scasso.
Ora non più, dopo che suo figlio aveva comprato la bottega e la casa
soprastante, e praticata una comoda scaletta interna. Chiuso con
spranghe e serratura inglese l'uscio della bottega, dalla porta interna
tutti e due montavano su, e ispezionate minuziosamente le quattro
stanze, la cucina, e fatta una cenetta sbrigativa, se n'andavano a
letto.
L'ultima a coricarsi voleva essere la mamma. Aveva sempre qualche cosa
da dire, da ricordare, da raccomandare pel giorno dopo. E, da qualche
tempo in qua, quasi per fare come i salmi che finiscono tutti in gloria
— glielo diceva ridendo il figlio — ella gli rispondeva:
— Quando penserai a darmi una bella nuorina? Ogni giorno che passa vale
più di un anno per me. Voglio vederti ammogliato prima di chiudere gli
occhi.
— Sì, mamma. Trovami una bella moglina nel sonno. Ne riparleremo domani.
Senza quel fuggi fuggi, la sera della festa di Sant'Anna, mentre il
popolo era radunato nella Piazza della Fontana in attesa dello sparo dei
fuochi, chi sa quando ne avrebbero riparlato! Ma quella sera la bottega
fu invasa dalla gente che voleva salvarsi dal pericolo di essere
travolta dalla gran rissa scoppiata nessun sapeva dir come e perchè, e
Pietro La Rocca dovette stentare per riuscire a chiudere la porta ed
attendere che i carabinieri avessero sedato il tumulto.
Si erano trovate là dentro una diecina di persone, donne la più parte,
che urlavano e piangevano quasi fosse arrivato il finimondo. Alcune,
scavalcato il banco, si erano rifugiate nel piccolo retrobottega. Sul
banco, sorretta da una donna vestita di nero, era distesa una giovine
bellissima che sembrava anche più bella pel gran pallore del viso, con
gli occhi chiusi, le labbra sbiancate; e sarebbe parsa morta senza gli
sbalzi che dava, quasi volesse singhiozzare e non potesse.
— Non è niente, signori miei! Tutto è terminato. Aria! Aria! Per questa
poveretta... Aria! Aria!
Pietro La Rocca ributtò indietro due donne che volevano impedirgli di
aprire la porta della bottega, e spalancò i due battenti con impeto.
Nella Piazza poca gente. Doveva essere accaduto qualcosa di grave. I
carabinieri invitavano, con le buone, gli uomini rimasti ad andar via. I
fuochi erano rimandati alla domenica prossima.
Egli non si era fermato a chieder altre notizie. Tornato indietro,
vedendo che la svenuta apriva gli occhi, domandò alla donna vestita di
nero:
— E' vostra figlia?
— Nipote, orfana di padre e di madre.
La giovane guardò attorno con occhi spaventati, e pregò:
— Non ci mandate via!
— Nessuno vi manda via. Ma qui state scomoda. Mamma, conducila su. Vi
calmerete. Avete avuto paura, eh?
— Si sono ammazzati?
— Pare. Ho inteso dire: un morto e quattro feriti.
— Oh, Dio! Oh, Dio!
— Ci sono sempre i guasta-feste in questo mondo. Ormai siete al sicuro.
E così avvenne che la bella moglina non gliela cercò la mamma nel sonno,
ma se la trovò da se, dopo quella nottata passata conversando, perchè la
ragazza aveva continuato a pregare: — Non ci mandate via! — e aveva
spiegato perchè. Non erano del paese. La zia aveva voluto svagare la
nipote facendola assistere alla caratteristica processione per
Sant'Anna, processione a cui potevano prender parte soltanto le donne in
istato interessante, e vi accorrevano dai paesetti vicini e anche da
lontano, per voto. La gente si divertiva a vedere quei _bauli_ portati
attorno con una torcia in mano; e per questo la processione era famosa
nella provincia.
La ragazza si chiamava Caterina, come la mamma di lui.
— Che ne dici, mamma?
— Sei tu che devi scegliere.
Egli aveva già scelto, senza por tempo in mezzo, quando fu l'aurora. La
ragazza sembrava un'altra, allegra, chiacchierina, come se i La Rossa,
madre e figlio li avesse conosciuti da anni. Si era lavata, pettinata,
ravviata, ripetendo spesso:
— E' stata una fortuna per noi! Un morto e quattro feriti, dunque!...
Oh, Dio! Oh, Dio!... Che bella bottega, è vero, zia? Vengano da noi per
la festa del nostro patrono San Cipriano; anche senza il pretesto della
festa... Capisco: non può abbandonare la merceria... Che peccato!
Ogni parola di lei Pietro La Rocca se la sentiva scendere in fondo
all'anima, lieto, commosso anche delle espressioni più insignificanti. E
quando le due donne furono andate via, Pietro rimase mezzo intontito; se
qualcuno degli avventori gli diceva:
— Don Pietro, dove avete la testa?
Rispondeva sorridendo:
— Su le spalle, caro amico.
Ma non sapeva risolversi.
— Che ne dici, mamma?
— Sei tu che devi scegliere.
Si decise tutt'a un tratto.
— Anche perchè si chiama Caterina, come te, mamma.
Questo gli parve di buon augurio.
*
* *
Due anni di felicità, di prosperità. La buona vecchietta avea potuto
assistere a un'altra trasformazione della bottega e della casa, quasi la
bella nuorina avesse rinnovato con la sua presenza ogni cosa, quasi gli
oggetti toccati dalle sue bianche mani avessero acquistato doppio,
triplo valore. Poi era venuta la consolazione di una bambina, a cui
Pietro avrebbe voluto imporre il nome della madre. Ma sua moglie aveva
esclamato:
— Troppe Caterine in una casa!
Ed era stata battezzata con quello di Rosaria, come la zia di lei.
— Aspetto che arrivi il maschietto e poi me ne vado... figlio mio!
Il maschietto tardò a venire, e lei se n'andò, portata via da una fiera
polmonite in pochi giorni.
Per Pietro fu un terribile colpo. La moglie vedendolo triste,
inconsolabile, gli si rivolse in tono di rimprovero.
— Sarebbe stato meglio se fossi morta io!
— Tu non le volevi bene!
— Non mi voleva bene neppur lei.
— T'inganni.
— Era gelosa di me. Pareva sorvegliasse ogni mio atto, diffidasse d'ogni
mia parola, specie in questi ultimi mesi. Che si figurava? Non te n'ho
parlato mai. Che si figurava?
— T'inganni.
Era vero; la morta non era arrivata a voler molto bene a quella nuora,
vivace, ardita, la quale si compiaceva di fare a botte e risposte con
certi avventori che venivano a comprare sigari o sigarette, e
indugiavano nella scelta, evidentemente per intrattenersi con lei.
Verissimo: la morta era diventata diffidente del figlio che sembrava
incantato di qualunque cosa dicesse o facesse la moglie, e rideva di
ogni risposta piccante di lei a qualche avventore, senza adombrarsi
dell'insidia che le parole dell'avventore potessero nascondere.
— Se al suo paese usa di parlare così con gli uomini, tu dovresti
avvertirla che qui non usa.
— Parole, mamma! Parole di scherzo, mamma!
— Dalle parole ai fatti ci suol correre poco.
L'estrema bontà del suo cuore non gli permetteva di concepire il minimo
cattivo sospetto contro la moglie; ma da quel giorno in poi ebbe
qualcosa nell'animo — una lieve nebbia, un sordo ronzio — non avrebbe
saputo spiegarlo — che gli turbò a poco a poco la serenità dello
spirito, specialmente dopo la morte di sua madre. Caterina se ne accorse
sùbito e non glielo nascose. Egli, dispiacentissimo, tentò di
disingannarla, ma fece peggio quando le disse:
— Questo, in ogni caso, vuol dire che ti voglio estremamente bene.
— Voglio essere rispettata anche!
— Nessuno ti rispetta più di me.
Pareva che il malinteso fosse stato dissipato, ed era come un fuoco che
cova sotto la cenere; basta rimescolarla perchè esso divampi. Pochi mesi
dopo avvenne la malattia della bambina. Deperiva, consumata da una
febbre che il medico non riusciva a vincere. Caterina faceva rare
apparizioni nel negozio. Era venuta dal suo paese la zia, chiamata da
Pietro per aiutarla nell'assistere la bambina. Il dottore faceva tre
visite al giorno: iniezioni la mattina, iniezioni la sera.... Niente!
E quando Pietro vide uscire dal portoncino di casa la bella cassa
rivestita di seta bianca col cadaverino della figlia, si sentì spezzare
ii cuore, quasi egli avesse visto andar via, per sempre, la felicità
della sua casa!
Caterina dalla tristezza delle giornate attorno al letto della malatina,
dal sonno perduto, dal gran dolore per la morte della creatura che già
formava il suo grande orgoglio, «era ridotta uno straccio», come si
espresse la zia. Perciò Pietro acconsentì volentieri che la zia la
conducesse con sè per farla svagare e ristorarla laggiù, nel paese
nativo.
In quei tre mesi — c'era stato anche il pretesto della festa di San
Cipriano — egli era andato parecchie volte a trovarla per alcune mezze
giornate, lasciando affidato il negozio a due garzoni dovuti prender per
servir più lestamente gli avventori.
Ma una mattina egli era su la soglia della bottega, con le mani dietro
la schiena, assistendo a la rissa di due cani che si assalivano a morsi,
ringhiando, e pensava anche che tra due giorni sua moglie sarebbe
tornata. Gli si avvicinò il farmacista di faccia: lo guardava con
curiosità, quasi con stupore.
— Bravo! — gli disse. — Così si fa! Siete davvero un uomo!
— Perchè? Scusate.
— E' inutile fingere con me. L'ho saputo ieri sera da uno di quel
paese....
— Che avete saputo?
— Quel che volete darmi a credere d'ignorare. Bravo! Siete davvero un
uomo!
Era rimasto di sasso, per alcuni momenti, dopo di aver insistito per
strappar di bocca al farmacista la notizia. Poi, incredulo, aveva
risposto ironicamente:
— Tornerà dall'America domani l'altro!
*
* *
Non pianse, non si disperò: solamente si sentì come svaporare dal cuore
ogni bontà, ogni dolcezza, ogni gentilezza; si sentì cambiare da così a
così, quasi lo avessero scorticato e gli fosse venuta su una pelle nuova
affatto diversa. Tanto diversa che quando qualcuno lo chiamava per nome
egli, su le prime dubitava che parlassero con lui, ma con qualche altro
che si chiamava Pietro La Rocca, com'egli forse si era chiamato una
volta.
Era stato uno sconvolgimento terribile, durato parecchi mesi e ch'egli
aveva voluto, per dignità, nascondere a tutti.
Le persone che gli volevano bene non gli accennavano neppur dalla
lontana alla sciagurata che era fuggita con l'amante nell'Argentina; e
avevano la delicatezza di non mostrar nessuna intenzione di voler
consolarlo.
I maligni, gli impertinenti tacquero anche essi, poichè Pietro la Rocca
faceva le viste di non capire le domande:
— Avete avuto notizie? Non se ne parla più!
Era proprio cambiato, da così a così. Chi non aveva provato in altri
tempi il suo buon cuore? Non era mai accaduto che qualcuno si fosse
rivolto alla sua carità e avesse dovuto andar via con le mani vuote.
Anzi, egli soleva ringraziare chi gli dava l'occasione di fare un'opera
buona. Perchè Domineddio gli faceva prosperare il negozio se non per
aiutare i disgraziati? Ed ora, invece, pareva che gli facessero un
insulto ogni volta che lo invitavano a partecipare a un atto di carità.
Poi, a poco a poco, si sparse la notizia che Pietro la Rocca, di notte
tempo, quasi commettesse una cattiva azione, andava a picchiare
all'uscio di questo o di quello e lasciava elemosine, soccorsi di ogni
sorta, raccomandandosi:
— E.... zitto! Altrimenti non riceverete più niente!
Infatti egli faceva ogni sforzo per smentire quella voce; rispondeva
sgarbatamente a chi si azzardava di chiedergli un piccolo favore, come
se il torto della moglie gli fosse stato fatto con la complicità di
tutti, e tutti ne fossero responsabili.
— Ci son mai venuto da voialtri a importunarvi? O dunque? Lasciatemi in
pace!
Smaniava, sbuffava, quasi lo facessero soffrire E dalla volta che una
vecchietta gli rispose: — Che siete diventato? L'omo selvaggio? — il
motto fece fortuna e in breve tempo Pietro La Rocca non fu chiamato
altrimenti.
Sì: omo selvaggio! Per parecchi mesi se ne stette confinato nel
retrobottega, fumando, sorvegliando i due garzoni, brontolando contro la
loro lentezza o la loro poca destrezza nel servire gli avventori,
rispondendo appena ai saluti di questi. Sul tardi, quando la Piazza
della Fontana era deserta, egli usciva a far lunghe sgambate davanti a
la bottega per muoversi, per prendere aria, col pensiero lontano
lontano, a quell'America dove la ingrata, la scellerata era andata a
rifugiarsi con l'amante.
— Peggio per lei! Peggio per lei!
Qualche ritardatario, i carabinieri di ronda non gli si avvicinavano,
non lo salutavano neppure fingendo di non riconoscerlo perchè sapevano
ormai di fargli piacere. Poi egli rientrava, sbarrava la porta e saliva
su, strapazzando la vecchia contadina che aveva preso in casa e che si
ostinava ad attenderlo in piedi per assistere alla cena di lui, caso mai
avesse bisogno di qualcosa.
— Non voglio essere atteso! Non ho bisogno di niente!
Così passarono i mesi, passarono parecchi anni. Il bel giovane di una
volta era diventato irriconoscibile, con quella folta barba che
cominciava a brizzolarsi, con quella arruffata capellatura che provava
soltanto due volte all'anno il benefico lavoro della forbice del
barbiere; trasandato nei vestiti, meno che nella biancheria. Pareva
finalmente che l'«omo selvaggio» cominciasse a mansuefarsi, perchè non
stava più rintanato nel retrobottega, ma prendeva l'abitudine di
sedersi, in certe ore della giornata, davanti al negozio, con le gambe
larghe, con la pipa continuamente in bocca, sempre accigliato, muto, con
aria scontenta e scontrosa, quasi che il tradimento della moglie fosse
avvenuto giorni addietro e lui non potesse nascondere la gran pena che
ne provava.
Pareva impossibile! Avrebbe dovuto, anzi, ringraziare Iddio che quella
donna se ne fosse andata lontana. Poteva far peggio: tradirlo proprio
sotto i suoi occhi, cimentarlo, fargli perdere la ragione, quantunque,
se l'avesse ammazzata, non l'avrebbe pagata neppure due soldi...
Parlavano così perchè nessuno sapeva che cosa bollisse e ribollisse da
cinque anni in quella povera testa, in quel povero cuore. Lo seppe
soltanto il parroco la sera che lo vide arrivare nella canonica con
l'aspetto irritato di chi avrebbe voluto essere lasciato in pace.
— Mi ha mandato a chiamare.... In che posso servirla?
*
* *
Era stato ad ascoltarlo con le mani giunte, le braccia tese tra i
ginocchi, a testa bassa, socchiudendo di tratto in tratto le palpebre,
poi era scattato:
— E che pretende lei ora da me, con la misericordia di Dio? Io non sono
Dio, ma un misero verme della terra, signor parroco.
— Siete un buon cristiano. Riflettete. Dio l'ha tremendamente gastigata,
in quel che formava la sua vanità e che l'ha spinta a perdersi: la
bellezza.
— Avrebbe fatto meglio a impedirle di perdersi!
— Non dite stoltezze. Noi non possiamo intendere le vie del Signore.
— Parlo da ignorante; mi scusi.
— Dopo cinque anni e nello stato in cui si trova, dovreste almeno
perdonarle.
— Che se ne farà del mio perdono?
— Dicono che è ridotta in uno stato orrendo. Il cancro, il terribile
cancro, le ha mangiato quasi intera la faccia. Abbandonata dai seduttore
è vissuta un anno facendo i più umili uffici. Poi è stata accolta in un
ospedale. Ha pregato di essere rimpatriata: le è stato accordato a
stento. E' arrivata, da tre giorni, al suo paese.... Le avete voluto
bene.... allora.
— Ah, signor parroco! Ah, signor parroco! Di me nessuno ha avuto
pietà!... Mi hanno creduto un vigliacco egoista, perchè non son corso
dietro a quei due, imbarcandomi immediatamente — mi mancavano forse i
mezzi? — per andare ad ammazzarli come due cani. Chiedevo di essere
voluto bene, come mi aveva giurato davanti a Dio! Che avrei ottenuto
ammazzandola?... E non ho il minimo rimorso, signor parroco! La sua
volontà era la mia. Non s'è mai dato il caso che io le abbia detto: —
Questo no! — Ed è stato forse il mio torto!
— Non vi pentite di essere stato buono!
— Cinque anni! Notte e giorno! Come se fosse rimasta sempre quella
davanti a me, bella, sorridente, allegra, con la parola pronta,
vivace... E dovevo cacciarla via dicendole la parola più brutale.... per
poter chiudere gli occhi al sonno, stanco, sfinito, quasi avessi fatto
un opprimente lavoro col pensare a lei tutta la giornata e parte della
nottata! Nè il sonno era riposo, ma sogno agitato. Notte per notte la
povera mamma: — Te lo dicevo? Te lo dicevo? — Perchè non mi lascia in
pace neppure mia madre?... Ed ora lei viene a raccontarmi.... Io non so
più perchè campo: odio me, odio gli altri!... Il cancro se la rode viva
viva? Felice lei! Ne avrà per poco.
— Deve morire disperata? Almeno isolarla in una casetta, darle una di
quelle infermiere che sono sostenute nel loro ufficio dall'alto
sentimento religioso nella cura delle malattie più repugnanti; renderle
meno penosi questi ultimi mesi di vita, perchè mi è stato scritto che il
male è rapidamente inesorabile. Pure bisogna fare quel che si può... Ma,
prima di tutto, perdonare.
— Mi chiamano: l'«omo selvaggio». Non voglio smentirli.
Pietro La Rocca si era lasciato ricadere di peso su la seggiola da cui
si era rizzato cominciando a sfogarsi: Ah, signor parroco!
Era pallido come un morto, curvo e si torceva le mani mentre
cominciavano a sgorgargli dagli occhi due rivoletti di lacrime che
s'infiltravano tra i peli dell'ispida barba, senza ch'egli facesse
niente per arrestarle o un gesto per asciugarle.
— Siate forte!... Lasciatevi vincere dal vostro gran buon cuore. Voi
soffrite pel divieto che v'imponete di non fare il bene.... Volete che
vi aiuti?... Volete?
— No!
E mentre egli, scattato in piedi, tentava di ricomporsi, di far sparire
dal viso le tracce delle lacrime, il parroco gli diceva:
— Ricorrerò alla carità dei benefattori che non si rifiutano di aiutare
il prossimo, qualunque esso sia. Dirò: per la moglie di Pietro La Rocca!
— La moglie di Pietro La Rocca — egli rispose, parlando come un
trasognato — non ha bisogno della carità di nessuno!... Ha la sua casa,
ha una stanza, un letto dove potrà morire in pace....
— E il vostro perdono, sopratutto.
— Di notte. Non deve vederla nessuno. La riceverà lei. Venga
accompagnata dalla suora infermiera: c'è una cameretta anche per
essa....
*
* *
La malata aveva pregato insistentemente ch'egli non cercasse di vederla.
— Vi farebbe molto male — gli aveva detto la suora. — Farebbe male pure
alla disgraziata. Sembra che il cancro abbia furore di divorarsela
presto.
Pietro La Rocca non dovette fare molti sforzi per non cedere alla trista
curiosità di vedere come la sua Caterina era ridotta. Voleva conservarsi
intatta nella memoria la bella, fresca figura di lei, quale gli era
rimasta cinque anni in fondo al cuore, incessantemente adorata e
maledetta, più adorata che maledetta, e senza che qualcuno lo avesse mai
sospettato.
La pianse morta, la fece seppellire come se non fosse stata moglie
infedele. Per alcuni mesi mandò fiori a quella tomba su la lapide della
quale aveva fatto incidere soltanto il nome di lei da ragazza, e poi....
Egli credette che fosse stato un miracolo operato dalla sua mamma. La
sognò per l'ultima volta, quasi fosse venuta a dirgli addio!... E poi,
lentamente, una gran pace discendeva a invaderlo: il passato sembrava
allontanarsi, allontanarsi, dileguare nell'ombra; ed egli si lasciava
vivere alla giornata; in apparenza, ancora «omo selvaggio», domandandosi
ad intervalli:
— Perchè campo? Perchè campo?