RINNOVAMENTO

In certi giorni di quel marzo nebbioso e piovoso, Leone Leoni, chiuso

nella modesta stanza della casa rustica dove abitava da anni, si sentiva

più facilmente spinto verso quello che egli soleva chiamare il luminoso

paese dei sogni.

Nessuno dei suoi compagni di scapataggini avrebbe ora riconosciuto in

quell'uomo grigio di capelli, con prolissa barba quasi bianca, un po'

curvo, il bel giovane vestito sempre secondo l'ultima foggia di Parigi o

di Londra e che aveva fatto parlare tanto di sè per le sue stravaganze,

pei suoi eccessi di ogni sorta in fatto di giuoco e di donne.

Ricordando, però, il suo sogno a occhi aperti cominciava immancabilmente

dalla terribile settimana in cui, per l'improvvisa morte del padre,

tutto gli era crollato attorno, fin l'amore della madre che lo accusava

di aver cagionato con la sua cattiva condotta la disgrazia del marito e

la distruzione del patrimonio di famiglia disperso in mano degli

strozzini.

Sua madre era partita pel paese nativo due giorni avanti che la loro

casa fosse stata invasa dagli uscieri, dagli avidi compratori dei mobili

messi all'asta, e non aveva voluto neppure rivedere il figlio prima di

andar via.

Così ora, ripensando, egli si vedeva camminare, camminare come un

sonnambulo lungo un polveroso stradale, tra i campi verdi di seminati,

senza sapere verso qual luogo fosse diretto, nè che intendesse di andare

a farvi. Non aveva un soldo in tasca e non mangiava dal giorno avanti.

La notte si era riposato sul ciglione dello stradale, attutendo i crampi

dello stomaco masticando foglie di erbe selvatiche strappate là attorno;

e, all'alba, aveva ripreso a camminare, a camminare, infilando una

strada traversa, tra le colline, stordito più che mai dal colpo di quei

gravissimi avvenimenti contro i quali non sapeva che opporre all'infuori

del suicidio.

Per far questo non gli mancava il coraggio; lo tratteneva intanto una

vaga coscienza di non meritare la liberazione che, almeno

apparentemente, salda tutto con una palla di rivoltella o con qualunque

facile mezzo che tronchi la vita.

Era cascato a terra, estenuato dalla insolita fatica e dalla fame, in

pieno meriggio, vicino a una casa di contadini...

E dopo tanti anni — venticinque! — il ricordo assumeva ancora sembianza

di sogno, quasi neppure il sapersi già maestro elementare, stimato e

voluto bene nonostante la sua vita appartatissima in quel ridente

paesetto nascosto tra le colline, quasi neppur questo riuscisse talvolta

a convincerlo che proprio si trattasse di avvenimento reale.

E allora, coi gomiti appoggiati sul piano del tavolino, e la testa tra

le mani, si lasciava trascinare dalla immaginazione verso quegli inizi

della sua nuova esistenza, quando, rifocillato dal cibo apprestatogli

dai due vecchi contadini, marito e moglie, accorsi a sollevarlo da terra

e a trasportarlo sul letto, e, più, ristorato da parecchie ore di sonno,

si destava salutato da un signore non più giovane, accompagnato da

quattro ragazzi che lo chiamavano babbo, già informato dal mezzadro di

quanto era accaduto.

Venticinque anni addietro! E gli sembrava caso di ieri, tanto ogni

minuto particolare gli si era fissato nella memoria.

Quel signore, Sindaco del paesetto vicino, aveva avuto la delicatezza di

interrogarlo da solo, profferendogli la sua opera se potesse giovargli.

Leone Leoni era scoppiato in un gran pianto, e non gli aveva nascosto

niente, come a un confessore.

— Vorrei rinnovarmi!... Vorrei redimermi!...

Egli stesso si era maravigliato di queste parole uscitegli dalle labbra

in quel momento di profonda commozione.

Fortunatamente si era incontrato in una brava persona, in un vero

galantuomo che lo aveva soccorso e gli aveva offerto il posto di maestro

elementare di quarta classe, vacante per la recentissima morte del

titolare.

— Ma io non ho il diploma! — aveva risposto.

— L'otterrà. Le faciliterò le pratiche. Se però avesse altro di

meglio...

— Niente! Voglio rinnovarmi! Voglio redimermi!

Aveva poi appreso per lunga esperienza quanti e quali sforzi di volontà

son necessari per riuscire in questo intento.

Dapprima, l'occupazione della scuola elementare ottenuta; la solitudine

da cui era circondato nella casetta rustica concessagli gratuitamente

dal Sindaco per alloggio; lo svago, in certe ore della giornata e

durante i giovedì e le domeniche, di coltivare a orto il terreno attorno

alla casetta, lo avevano distratto da ogni rimpianto della

concitatissima vita di piaceri troncata dal disastro economico della sua

famiglia. Per venerazione della memoria del padre, non voleva neppur

ricordarsi che questi vi aveva contribuito in gran parte con la

disordinata amministrazione e parecchie speculazioni sbagliate.

Provava la dolce sensazione di un bagno fresco che gli accarezzasse la

persona, che lo mondasse da ogni cattivo contagio rimastogli attaccato

alla pelle; dolce sensazione che gli si insinuava intimamente nel cuore,

nello spirito, con gran maraviglia di lui che non si sospettava capace

di tanta rassegnazione.

— Si annoierà, si stancherà di questa sua vita eremitica! — gli diceva

il Sindaco ogni volta che lo incontrava.

— Anzi, mi sento fortificare — egli rispondeva orgogliosamente. — Ha

visto che lattughe, che baccelli, che carciofi riesco a produrre? Mi son

permesso di mandargliene piccoli saggi.

— Grazie! Ma tutto questo non può bastarle. Sia, scusi, meno orso.... —

insisteva il brav'uomo.

— Ho poi le altre pianticine umane da coltivare: i miei scolari. Non ho

tempo di annoiarmi.

*

* *

Non era vero.

Di tratto in tratto, lo assaliva una raffica del non lontano passato. Il

cuore gli sobbalzava, i suoi sensi si ribellavano; figure di donne amate

un po' o semplicemente possedute gli passavano davanti agli occhi

invitandolo, irridendolo anche e compassionandolo con languide occhiate,

con pietosi sorrisi.

E allora egli saltava giù dal letto anche nella nottata, e, al lume di

luna o nella penombra notturna, tentava di sfuggire all'improvvisa

ossessione zappando, sarchiando, innaffiando le erbe dell'orto, con un

accanimento di lavoro che riusciva a calmarlo; e la mattina si trovava

estasiato di fronte allo spettacolo dell'aurora e del sole nascente mai,

mai goduto in città durante quella vita di stravizi con gli amici e le

facili amiche, che ora dovevano crederlo morto o lontano, assai lontano

e forse, anzi certo, più non si ricordavano di lui. E riprendeva,

assaporandola meglio, la vita quasi eremitica rimproveratagli

affettuosamente dal Sindaco: casa e scuola; scuola e orto, notando con

triste compiacimento che tra i baffi — ancora non si era lasciato

crescere la barba — e tra i capelli, verso le tempie, già fossero

apparsi parecchi peli bianchi, precoci indizi di vecchiezza; e non aveva

oltrepassato i trent'anni!

Da qualche tempo però le raffiche del passato, come egli le chiamava, si

erano fatte più frequenti, più insistenti; duravano intere settimane,

riprendendolo appunto quand'egli credeva di aver domato dentro di sè

l'uomo vecchio e si rallegrava della vittoria.

— Voglio rinnovarmi! Voglio redimermi!

Aveva perdurato in questa risoluzione con ostinatezza forse eccessiva,

con mezzi un po' rudi, un po' bruschi; e per ciò vedeva con un senso di

terrore la probabilità che dovesse, alla fine, tutt'a un tratto, perdere

il beneficio dei grandi sforzi fatti, delle lotte sostenute, se ogni

volta usciva moralmente estenuato da queste inattese prove di tentazioni

e poco rassicurato per l'avvenire.

— Venga, segga qui, prenda una bibita — gli aveva detto il Sindaco,

vedendolo passare frettoloso davanti ai tavolini del Caffè allineati sul

marciapiedi.

Aveva accettato; e stava per accomiatarsi quando gli era parso di

provare non sapeva bene se un violento abbaglio o se un urto che lo

faceva ricadere su la seggiola. Gli era passata poco distante... — No!

Non poteva essere! — Ma il Sindaco, sorridendo, gli diceva:

— Ecco la merce che noi mandiamo, rozza, in città e che ci vien

restituita — fortunatamente per poco — così trasformata! Era un'operaia;

ora è... una bella, già matura mondana; si dice così? E' la prima volta

che torna in paese.

Non era stata, dunque, un'allucinazione?

Se ne convinse poco dopo, quando la carrozza, ripassando, si fermò

davanti al Caffè, e la bellissima ed elegantissima donna, che vi era

quasi sdraiata sui cuscini, ordinò una bibita.

L'assaggiò appena. E il Sindaco disse, sottovoce, a Leoni:

— E' stato un pretesto per farsi ammirare.

Leoni, turbatissimo, si domandava:

— Mi ha riconosciuto anche lei?

Non uscì di casa in quei tre giorni di vacanze per la festa del Patrono,

evitando così il pericolo di essere incontrato e di vedersi

imprudentemente fermato. Si stupiva di non desiderare di avvicinarla.

Era stata la sola ragazza a cui egli aveva voluto realmente bene, e che

gli aveva voluto davvero bene, senza secondi fini, con la ingenuità di

chi si dà a un uomo per la prima volta. Ed egli l'aveva indegnamente

abbandonata, dalla paura di attaccarsi troppo a lei e finire con

sposarla, come era accaduto a un suo amico e con una donna immeritevole

affatto di questo onore.

*

* *

Si era rassicurato. Le feste pel santo Patrono terminavano appunto

quella sera, ed egli stava affacciato alla finestra fumando una

sigaretta per godersi i fochi di artifizio che tra poco sarebbero stati

sparati in cima alla collina del paesetto tutto punteggiato di lumi.

Trasalì vedendo inoltrare quella figura di donna, avvolta in uno scialle

nero, che si era fermata un istante allo svolto del breve viale davanti

alla casa, come per riconoscere il posto; e si protese fuori del

davanzale ansiosamente.

— Leone! Leone! Sono io, Giulia! Vieni ad aprire la porta. Non mi ha

visto nessuno!

Ella gli era saltata si collo; e vedendolo rimanere freddo, inerte,

disse:

— Oh, non dubitare! E' un bacio d'amicizia... Nient'altro.

E seguitò:

— Chi si aspettava d'incontrarti qui? Dopo la disgrazia, nessuno ha più

saputo notizie di te. Anch'io ti ho creduto in America a far fortuna.

Stai bene. Sei un po' ingrassato, con qualche pelo bianco! Povero

Leone!... Maestro elementare! Ti ammiro.... Tutti ti vogliono bene nel

paese.... Sì! Sì! Il mondo va preso come viene. Ti ho riconosciuto

sùbito, sai? E dovetti fare uno sforzo per contenermi. Ti avrei

compromesso. Vedi? Sono venuta di notte, dopo di essermi bene informata,

e con questo travestimento.... altrimenti sarebbe stato uno scandalo.

Qui quasi tutte mi invidiano, e quasi tutte fanno le viste di non

conoscermi, anche le donne peggiori di me!

Egli rimaneva in piedi di faccia a lei, commosso, balbettando appena:

— Grazie! Grazie!... Quanto sei buona!

— Come ti trovo male alloggiato! Neppure una poltrona! Neppure un

piccolo tappeto! Neppure uno straccio di tenda! Questa è una cella da

frate! Tu forse ignori quel che si fantastica di te, della tua vita

segregata. Oh, tante cose buone! Dicono che il tuo è l'orto dei poveri;

che tu fai l'ortolano per essi. E dicono che sei orso, orso, orso! Tu!

sembra impossibile... Mah! Tutto accade al mondo. Ti saresti mai

immaginato di incontrarmi quasi ricca e divenuta un po' avara? Che gran

piacere questa visita! Anche pel modo. Chi sa quando ci rivedremo

un'altra volta? Io ho paura di morire ora che sono arrivata... dove sono

arrivata. Vorrei invecchiare, venire a ritirarmi quassù. Mi rimane

soltanto la nonna; ha ottantasei anni, e sembra che ne abbia addosso

soltanto cinquanta! Dice: — Sei nel peccato!... Ma è la volontà di Dio!

— E mi consiglia: — Fa molta carità, molta carità, figlia mia! — E tu

non mi dici niente? Ti è dispiaciuta la mia visita? Spero di no.

Egli stava ad ascoltarla con un gran senso di tenerezza non come antica

amante, ma come una affettuosa sorella venuta a consolarne la

solitudine! Infatti nessun rimprovero del suo gran torto! Nessun accenno

al passato! Così dagli occhi, dalle labbra, da tutto quel corpo, ancora

tanto mirabile, non si sprigionava la minima vibrazione di sensualità,

ma uno splendore di bellezza che imponeva ammirazione e rispetto.

Inconsapevolmente — se ne accorse dopo — l'idea che ora ella era ricca e

lui povero servì a farlo rimanere quasi gelido, davanti a quella viva

evocazione di un passato che, nei giorni di raffica, tornava a

sconvolgerlo atrocemente e minacciava di disperdere l'opera di

rinnovazione e di redenzione a bastanza inoltrata.

— Parlami di te — ella soggiunse.

Leone fece un gesto che significava: Non mette conto!

Allora Giulia riprese lo scialle buttato, entrando, su una seggiola.

— Vado via.... Ecco i fochi!

Si affacciarono alla finestra. I razzi solcavano la oscurità; le bombe

si sgranavano in pioggia di scintille d'oro, in getti di globuli di

mille colori, quasi pietre preziose dalle mani di una fata e che

sparivano sùbito sgranate. E lo spettacolo continuava incalzando.

— Ecco la vita! — esclamò Giulia con voce commossa. — Vado via. Non

voglio che qualcuno mi veda. Ti nocerei molto, e ne avrei rimorso.

Addio... Ah! Dimenticavo di dirti che giorni fa ho veduto tua madre. So

che ogni relazione è rotta tra voi. Una madre dovrebbe perdonare; è

vero?... Addio!

— Addio! — balbettò Leoni su la soglia della porta: e a Giulia parve che

quella parola le arrivasse da gran distanza.

Egli si era affrettato troppo a rallegrarsi della sua forza di

resistenza! Il giorno appresso e per parecchi giorni di sèguito la

raffica imperversò violentissima nel suo cuore e nella sua mente. Ne

uscì quasi malato.

Un mese dopo fu stupìto di veder fermare davanti a la sua casetta un

gran carro di quelli che fanno il servizio dei trasporti a domicilio. La

spedizione era ordinata a nome di sua madre, Ersilia Leoni; ma egli

indovinò sùbito il gentile sotterfugio di Giulia.

— Come ti trovi male alloggiato! — gli aveva detto quella sera.

E mandava ad arredargli un po' la nuda cella: un canapè, due poltrone,

quattro seggiole, una bella scrivania, un calamaio di bronzo, ornato da

un amorino che, sdraiato, pareva si specchiasse in una fonte, un tappeto

per la tavola da pranzo, due grandi tappeti pel pavimento, un elegante

portafiori giapponese.

Si sentì turbato dal sospetto che Giulia tentasse di riprendere possesso

di lui. Ma la lettera giuntagli per posta lo stesso giorno, così umile,

così piena di scuse, invocante perdono dell'invio, gli fece venire le

lacrime agli occhi.

Ringraziandola, con lunga risposta diretta al falso indirizzo

indicatogli per evitare le indiscrezioni dell'ufficio postale, — altra

delicatezza di Giulia! — egli le dichiarò:

— Basta, ti prego. — Non accetterei altro.

E non gli giunse altro; neppure una lettera di quando in quando, come ne

aveva espresso il desiderio. Giulia aveva, dunque, mal interpretato il

divieto: — Basta, ti prego: non accetterei altro!

Se ne afflisse per un pezzo.

*

* *

Erano passati... quant'anni? Egli non li contava più. Si lasciava

invecchiare: — Ormai! Ormai! — Lo ripeteva spesso, quasi non si

trattasse di lui; e per ciò ebbe una forte scossa apprendendo che sua

madre era morta perdonandogli e lasciandogli la discreta eredità in

cartelle di rendita ricevuta da un parente poco prima.

— Ci abbandonerà? — gli domandò il Sindaco. — Che disgrazia per le

nostre Scuole!

— Sarebbe da parte mia il colmo dell'ingratitudine — rispose Leoni. — E

poi, a che pro?

Rompendo in questa occasione il volontario esilio, egli andò in città,

irriconoscibile per la folta barba e i capelli brizzolati, dai pochi

amici superstiti e non dispersi pel mondo. Quando ebbe ridotto le

cartelle in biglietti di banca, la sua prima spesa fu quella di comprare

un ricchissimo servizio da toletta in argento finemente cesellato, da

regalare a Giulia: in ogni pezzo aveva fatto incidere le parole _In

memoriam_. Glielo spedì a Bellagio, sul lago di Como, dove ella era

andata a villeggiare.

Un fonografo, una macchina da proiezioni, altri arnesi per la scuola; un

volume di fiabe, rilegato, da dare in dono a tutti gli scolari della sua

classe, per ricordo; un magnifico album da fotografie pel _Sindaco

perpetuo_, come egli stesso compiacentemente si chiamava; molti libri

nuovi per sè... E così aveva già speso qualche migliaio di lire. Se non

tornava sùbito al paesetto divenuto sua seconda patria, chi sa che altre

spese pazze avrebbe fatte!

— Il denaro non guadagnato con fatica ci fa diventare sciuponi — rispose

al Sindaco che lo ringraziava dell'album e dei doni alla Scuola.

Si sentì preso da gran febbre di far più bene che poteva.

E una sera si presentava al vecchio Parroco e gli consegnava mille lire

pei poveri. Il prete, che lo conosceva soltanto di vista, ne fu

profondamente maravigliato. Aveva promesso di non dir niente a nessuno;

ma gli era parso di commettere una cattiva azione non confidando ai

beneficati da che mani provenivano quei soccorsi.

Anche il Medico condotto fu pregato:

— Si ricordi di me pei suoi malati che hanno maggior bisogno di medicine

e di alimenti. Mi farà una grazia!

Leone Leoni ora sentiva un solo rammarico.

— Un giorno o l'altro, le cinquantamila lire dell'eredità sarebbero

esaurite!

E mentre egli, era incanutito, un po' curvo, continuava la sua vita di

isolamento, più ortolano e più orso che mai, in paese non c'era

famiglia, farmacia, negozio, caffè dove non si parlasse di lui.

I suoi più caldi ammiratori, oltre il Sindaco, erano il vecchio Parroco

e il Medico condotto. Il Parroco concludeva sempre:

— E' un santo all'antica!

— Ma non viene mai in chiesa, non si confessa! — gli obbiettava

qualcuno.

E il Parroco dolcemente:

— Fa qualcosa di meglio: pratica il bene!

Eh! la vita....: Novelle · 第 12 / 25 题