Non appena gli occhi di Gertrude, che avidamente divorano il
manoscritto, cadono sulle ultime parole, ella balza in piedi e si
precipita fuor della camera, dove rimangono sparsi per il pavimento i
fogli scivolati dal suo grembo nel rizzarsi.
Scende le scale di volo, scappa dalla porta posteriore dell'atrio, si
slancia attraverso il praticello, che è dietro la casa, ora tutto umido
della rugiada vespertina, ed entra nel padiglione dall'uscio opposto a
quello dove Filippo Amory, con le braccia conserte e lo sguardo fisso,
attende la sua venuta.
Egli non ode il suo passo, tanto è leggero; prima che si sia accorto
della sua presenza, ella gli si getta sul petto, e tutta tremante,
tutta scossa dalla violenza della sua agitazione che, a lungo repressa,
adesso la soverchia, prorompe in un pianto veemente, interrotto solo
da frequenti e profondi singhiozzi. Suo padre se la stringe al cuore
così forte, che ella ne sente i palpiti precipitati, e tenta di sedar
quella tempesta di dolore e di gioia, mormorando dolcemente, come a un
bambino:
— Chetati, chetati, creatura mia, tu mi fai spavento! —
E a poco a poco, calmata dalle blande carezze paterne, la fanciulla
perviene a dominare i suoi nervi, e solleva la faccia, sorridendogli
fra le lacrime. Stanno così alcuni minuti, in un silenzio che dice più
delle parole. Avvolta nelle pieghe del pesante mantello con cui egli
la ripara dalla fresca aria notturna, e sempre stretta nel suo vigoroso
amplesso, Gertrude sente che la comunione delle loro anime è compiuta;
e all'esule ramingo che da sì lungo tempo non aveva più provato il
dolce influsso d'un sorriso amoroso, brilla nelle pupille tutta la
tenerezza sgorgante dal suo cuore non indurito nè inaridito dalla
solitudine.
La luna, che ogni tanto si nasconde dietro una nube, quando torna
a far capolino li rivede nel medesimo atteggiamento. Alfine, uscita
in uno spazio libero e sereno, contempla al chiaro suo lume il padre
che alza verso di sè il viso della figliuola e fissandola negli occhi
roridi e lucenti, rimovendo carezzevolmente dalla sua fronte i capelli
scomposti, le chiede con accento di commovente preghiera:
— Mi amerai dunque?
— Oh, vi amo, vi amo! — risponde Gertrude chiudendogli la bocca con un
bacio.
A questa fervida affermazione i lineamenti fino allora contratti di
Filippo Amory si rilassano: egli, l'uomo forte, china il capo sulla
spalla di lei, e piange.
Ma per un momento. Ella, vedendolo sopraffatto così dalla piena dei
suoi sentimenti, si ricompone, lo prende per mano e gli dice, in un
tono fermo e risoluto che lo scuote:
— Venite!
— Dove? — egli esclama guardandola stupito.
— Da Emilia. —
Egli rabbrividisce, e scrollando la testa in atto di triste
scoraggiamento retrocede invece di seguirla nella direzione in cui ella
vorrebbe trarlo.
— Non posso! — mormora con voce spenta.
— Ma ella v'attende! V'attende, e piange e prega, struggendosi nel
desiderio del vostro ritorno!
— Emilia!... Tu non sai quello che dici, bambina mia....
— Dico il vero, babbo! Siete voi quello che s'inganna! Emilia non vi
odia, non v'ha odiato mai. Ella vi credeva morto da molti anni: ma la
vostra voce, benchè udita una volta sola, le ha quasi fatto perdere la
ragione, tanto profondamente ella v'ama sempre. Venite, e vi dirà lei,
meglio ch'io non possa, quale sciagurato errore abbia fatto di voi due
martiri. —
Emilia, la quale aveva udito la voce di Guglielmo mentre questi
salutava Gertrude sulla soglia, e indovinato ch'era lui, s'era astenuta
dal chiedere della fanciulla, non comparsa alla tavola del tè; e
pensando ch'ella sentiva il bisogno di starsene tranquilla nella sua
camera, terminato il pasto della sera, si ritirò nel salotto. Il signor
Graham, secondo il suo costume, passò nella biblioteca.
Da circa un'ora ella sedeva sola in quella stanza vasta e arredata
all'antica, il cui aspetto era assai piacevole e familiare. Nel
camino ardeva ancora un bel fuoco gagliardo che diffondeva intorno un
tepore gradevolissimo essendo le serate eccezionalmente fresche per
la stagione. Alcune candele erano accese ai lati dello specchio, ma la
loro luce non bastava a distruggere i pittoreschi effetti delle ombre
che la fiammata dei ceppi gettava sulle pareti e sul sofà dove stava
adagiata Emilia.
Ella, nonostante la sua debole salute, conservava gran parte ancora
della freschezza e dell'avvenenza giovanili, e per caso s'era messa in
una positura, di fronte al fuoco, tale che il mobile chiarore guizzava
sul suo viso dando risalto all'insolita vivacità di colorito ond'era
animata dall'intima commozione dell'animo. Il gusto squisitamente fine
che rendeva le abbigliature d'Emilia quasi un emblema della soave
purità del suo carattere, si manifestava con particolare efficacia
quand'ella indossava, come quella sera, una veste di casimiro bianco,
fluente in ricche pieghe, strette alla vita da una cintura di seta,
e con ampie maniche drappeggiate. Il niveo candore della seta che le
orlava poteva appena rivaleggiare con quello dei polsi delicati e delle
piccole mani di cui una macchinalmente andava giocherellando tra le
frange purpuree di uno scialle portato nella fredda sala da pranzo, e
adesso abbandonato sopra il vicino bracciuolo del sofà.
Reggendosi sul gomito, la faccia chinata in avanti, verso il fuoco,
ella guardava nello specchio della sua memoria, così intensamente,
che chi avesse ignorato la sua cecità l'avrebbe creduta assorta nel
contemplare di sotto le lunghe ciglia immaginarie figure tracciate
dalla fantasia sulle bracie ardenti. A momenti, quando il vento della
sera estiva, spirando tra il fogliame degli alberi, faceva che qualche
ramo sfiorasse lievemente i cristalli delle finestre, ella sollevava
il capo dalla mano su cui lo teneva reclinato, e arcuava il tenue collo
nell'atteggiamento di chi ascolta; poi, riconosciuta la natura di quel
fruscio, ricadeva con un sospiro nella sua malinconica meditazione.
Una volta la signora Prime, che cercava la governante, aperse l'uscio,
guardò se fosse nel salotto, e si ritirò dicendo tra sè:
— Dio, com'è bella! Pare proprio un ritratto.... Vorrei che avesse
occhi per vedersi! —
Alfine un sommesso e rapido abbaiamento del cane di guardia ridestò
l'attenzione d'Emilia; tosto lo seguì un suono di passi, nel portico,
nell'atrio....
Innanzi che giungesse alla soglia ella già s'era rizzata, tendendo
l'orecchio. E quando Filippo Amory e Gertrude entrarono, la cieca,
silenziosa, con le labbra socchiuse, le mani giunte, un piede avanzato
nell'attesa che venissero a lei, dava immagine d'una statua anzichè di
persona viva.
Gertrude gettò uno sguardo sulla figura estatica della sua amica, un
altro su quella agitatissima di suo padre, e tacitamente se n'andò.
Ella aveva veduto che s'erano riconosciuti appieno, e per istintiva
delicatezza non volle turbare con la sua presenza la santità di
quell'incontro.
Come l'uscio si chiudeva dietro alla fanciulla, Emilia disgiunse le
mani, le tese nella vuota oscurità che la circondava, e mormorò:
— Filippo! —
Egli afferrò entrambe quelle mani che lo cercavano, le strinse tra le
proprie, cadendo in ginocchio mentre ella s'abbandonava mezzo svenuta
sul sofà; allora, tenendole sempre strette, chinò sopra esse la testa,
nel suo grembo, dove ella ora le posava, e con la faccia nascosta tra
le dita affusolate, mormorò egli pure:
— Emilia!
— La tomba ha reso l'estinto alla vita! — esclamò la cieca. — Dio, ti
ringrazio! —
E sciolte le mani dalla stretta convulsiva di Filippo, gli gettò le
braccia al collo, poggiò il capo sul suo petto, bisbigliando con voce
soffocata dalla commozione:
— Filippo! Caro Filippo! Sogno, o siete ritornato davvero? —
Le regole convenzionali, le costrizioni imposte, che tanto spesso
reprimono lo sfogo dei sentimenti umani, non esistevano per quella
schietta figlia della natura ch'era Emilia Graham. Ella e Filippo
Amory s'erano amati nella loro fanciullezza; erano stati divisi quasi
fanciulli ancora; e tali ritornavano ritrovandosi. Durante il lungo
volgere d'anni da che rimaneva esclusa dal mondo esterno, ella era
vissuta in mezzo alle care memorie del passato, salva dai contagi
mondani, conservando tutta l'ingenua semplicità virginale, tutta la
freschezza della sua primavera; e Filippo, che non aveva contratto
altri vincoli se non forzato dalle circostanze, si sentiva rifluire
nelle vene la sua prima gioventù, mentre Emilia con la destra sul suo
capo benediceva Dio d'averle concesso la gioia di riabbracciarlo.
Ella non poteva vedere come il tempo avesse inargentato i suoi capelli,
e velato della sua ombra il volto ch'ella amava; ma ritornasse egli
nella forma del focoso giovanetto dagli occhi sfolgoranti, in cui
era apparso per l'ultima volta al suo sguardo, o dell'uomo maturo
dalla chioma precocemente incanutita che rendeva difficile ai curiosi
determinare la sua età, o dell'anima assunta alla gloria degli angeli
in cui lo sognava nei suoi sogni del Paradiso, era lo stesso per colei
il cui mondo era un mondo di spiriti.
E a lui, nel mirare quel viso del quale tanto aveva temuto
l'espressione, e che invece splendeva d'una santa luce d'amore e
di pietà, sembrava che la testa della vergine cieca fosse cinta di
un'aureola celeste.
E però la loro riunione apparteneva più al cielo che alla terra. Se
le loro anime si fossero incontrate di là dalla tomba, nel soggiorno
beato dove quelli che da lungo tempo furono divisi si ricongiungono in
eterno, appena la loro gioia sarebbe potuta essere più pura, la loro
felicità più perfetta.
Quando alfine sedettero tranquilli l'uno accanto all'altra, con le
dita sempre amorosamente intrecciate, Filippo udì dalle labbra d'Emilia
tutta la storia del suo dolore: le speranze e i timori, le preghiere e
la disperazione; narrò poi egli a lei le sue tristi vicende, ed ella,
ascoltandolo, lasciò cadere molte lacrime e molti baci sulle mani
che teneva tra le sue. Allora soltanto cominciarono a credere alla
realtà di quella consolazione tanto lungamente negata, ma oramai così
pienamente concessa, che prometteva loro giorni felici anche su questa
terra.
Emilia pianse sulle sventure e sulla morte prematura di Lucia, e
apprendendo che la fanciulla a cui aveva posto tanto affetto e da lei
con tanta cura educata era la figliuola di Filippo, inalzò a Dio una
tacita preghiera di gratitudine per averle affidato nell'apparentemente
inutile e desolata sua vita una così nobile, così santa missione.
— Se potessi amarla di più, caro Filippo, — ella disse — lo farei per
amor vostro e della dolce e innocente sua madre che tanto sofferse!
— E voi mi perdonate, Emilia? — domandò egli, quando, finito di narrare
il doloroso passato, s'abbandonarono alla soave delizia dell'ora
presente.
— Perdonarvi?... Oh, caro, che ho da perdonare?
— La tremenda disgrazia che vi avvolse in perpetue tenebre.
— Filippo! — esclamò ella in tono di rimprovero. — Potete credere ch'io
ve ne facessi una colpa, ch'io vi biasimassi un momento solo pur nel
mio segreto pensiero?
— Non volontariamente, ne sono sicuro, cara. Ma avete dimenticato
ciò ch'_io_ non potrò dimenticare mai.... che nel tempo della vostra
angoscia, non soltanto il soverchiante pensiero, ma le vostre labbra
stesse proclamarono la mia condanna.... il diniego di quella pietà, di
quel perdono che la vostra anima torturata non trovava per il crudele
che v'aveva fatto tanto male.
— Voi, crudele! Mai, neppure nel mio più disperato delirio, io non vi
feci cotesta ingiuria, Filippo, cotesta accusa immeritata!... Il mio
cuore poco filiale mormorò contro l'ingiustizia di mio padre, ma verso
di voi non fu mai reo di un tale tradimento.
— Quella maligna donna mentì dunque asserendomi che il solo mio nome vi
faceva rabbrividire?
— S'io rabbrividivo, era perchè tutto l'essere mio si ribellava
all'idea del torto immane che avevate patito.... Oh, siatene certo,
s'ella v'affermò che i miei sentimenti per voi erano altri che di pietà
e d'immutabile affetto, le sue parole derivavano da un deplorevole
errore!
— Dio, Dio, come perfidamente fui ingannato! — gemette egli.
— Non dite perfidamente, — replicò Emilia. — La signora Ellis, con
tutta la sua severa formalità, fu vittima anch'essa delle circostanze.
Era un'estranea tra noi, e vi credeva diverso da quel che eravate;
ma se l'aveste veduta, alcune settimane dopo, piangere amare lacrime
sulla parte da lei assunta nei fatti che vi spinsero alla disperazione,
e, si credeva allora, alla morte, avreste sentito, come sento io,
che l'avevamo giudicata male, e che un cuore di donna palpitava
sotto quell'apparenza di dura pietra. L'intensità del suo dolore
mi maravigliò allora: adesso comprendo ch'era acuito da un rimorso
ch'io non sospettavo. Ma dimentichiamo le tristezze del passato e
confortiamoci nella fede che la mano amorosa da cui ci è data questa
gioia ci afflisse finora con fini di misericordia.
— Di misericordia? — esclamò Filippo. — E dove ne scorgete nella mia
sciagura e nella vostra? Può essere una mano amorosa quella che fece
di me lo strumento fatale, e di voi la vittima, d'una delle più gravi
sventure umane?
— Non parlate della mia cecità come d'una sventura! — rispose Emilia. —
Da gran tempo ho cessato di considerarla tale. Soltanto nell'oscurità
della notte vediamo brillare le luci del cielo, soltanto quando siamo
esclusi dalla terra possiamo varcare le porte del Paradiso. Finchè
avevo occhi per contemplare le maraviglie della natura e le glorie
del Signore, li tenevo chiusi tuttavia dinanzi alle manifestazioni
della bontà divina onde ero circondata. Mentre godevo i bellissimi e
splendidissimi doni profusi sul mio cammino, obliavo di ringraziare e
lodare il donatore; e con cuore ingrato, procedevo spensierata nel mio
peccaminoso egoismo senza por mente alle insidie lusinghiere tese sui
passi della gioventù.
«E però la mano paterna di Colui che sempre vigila sopra di noi per
il nostro bene, arrestò la creatura errante fuor della via che sola
conduce alla pace, e quantunque il castigo giungesse improvviso ed
aspra fosse la disciplina della verga punitrice, la misericordia
nondimeno temperò la giustizia. Dalla tomba delle mie gioie sepolte
sbocciarono speranze che fioriranno nell'immortalità. Dalle nubi e
dalle tenebre sorse una fulgida aurora. Ciò ch'era nascosto alla veduta
corporale si rivelò all'anima destata dalla vera luce, e il mio spirito
turbato acquistò l'eterno riposo già sulla terra. Non piangete dunque,
Filippo, sul mio fato ch'è lungi dall'essere triste: ma gioite con
me nel pensiero di quel felice e non lontano risveglio, quando con
gli occhi riaperti nella visione della beatitudine celeste, io starò
dinanzi al trono di Dio, e fruirò della gloriosa presenza da cui, senza
la luce sgorgata nell'anima mia dalla profondità delle mie tenebre
terrestri, sarei stata forse bandita in sempiterno. —
Nel momento che Emilia finiva di parlare e Filippo, compreso
d'ammirazione e di rispetto, contemplando nel suo viso raggiante d'un
santo gaudio il trionfo dello spirito immortale, meditava sulla maestà
e la potenza conferite da una pietà sincera, l'uscio s'aprì bruscamente
ed entrò il signor Graham.
Il suono del noto passo troncò il sublime volo dei loro pensieri.
Il colore che l'eccitazione aveva dato alle gote d'Emilia svanì in
una pallidezza più intensa della consueta, mentre Filippo si rizzava
lentamente dal posto che occupava al suo fianco, e con gesto deliberato
si poneva di fronte al patrigno.
Il signor Graham, il quale aveva l'aria tra stupita e scrutatrice d'un
padrone di casa che trova nel suo salotto un visitatore ch'egli non
conosce eppur sembra aspettare d'essere riconosciuto, si volse verso
sua figlia come sperando di venir tratto d'impaccio da una regolare
presentazione. Ma Emilia, turbatissima, taceva, e Filippo rimaneva
immobile, impassibile.
Quando il vecchio, che seguitava ad avanzarsi, incerto, fu a due
passi da quest'ultimo, si fermò di botto, colpito dal suo fiero
atteggiamento, e lo fissò in volto: ma non appena i suoi occhi
s'incontrarono negli occhi fulminei del suo figliastro, vacillò, stese
la mano verso la mensola del caminetto, e certo sarebbe caduto se
Filippo non fosse stato pronto a sorreggerlo e farlo adagiare nella sua
poltrona collocata dirimpetto al sofà.
Nessuno ancora pronunziava una parola.
Finalmente il signor Graham che, piombato a sedere di peso, non
distoglieva lo sguardo attonito dal redivivo, esclamò con voce
commossa:
— Filippo Amory! Oh, Dio mio!
— Sì, babbo, — disse Emilia alzandosi di scatto e afferrando un braccio
di suo padre — è Filippo! Colui che per tanti anni abbiamo creduto
morto, ci è reso sano e salvo! —
Egli si rizzò, e appoggiandosi alla spalla della figliuola s'avvicinò
di nuovo al figliastro che, incrociate le braccia sul petto, aveva
ripreso la sua attitudine rigida e severa. Il robusto vecchio camminava
con un passo malsicuro assai diverso dal solito, e la sua mano era
agitata da un tremito mentre la tendeva a Filippo.
Ma Filippo non la prese, nè rispose verbo.
Il signor Graham, parlando ad Emilia senza ricordarsi ch'ella non
vedeva quella scena, disse con un tono d'amarezza e insieme di
rammarico:
— Non posso biasimarlo.... Feci un torto ingiusto al ragazzo, e Dio lo
sa!
— Ingiusto! — esclamò Filippo con voce così cupa da far quasi paura.
— Dite che avete funestato la sua vita, distrutto la sua gioventù,
spezzato il suo cuore, infamato il suo nome!
— No, Filippo, — replicò a quest'ultima accusa il signor Graham
che aveva chinato il capo sotto le altre — cotesto no! Cotesto no!
Nell'onore vostro non vi recai nessun danno. Scopersi il mio errore
prima d'avervi denigrato pubblicamente.
— Lo riconoscete l'errore, dunque?
— Sì, lo riconosco! Imputai a voi la colpa che, come n'ebbi la prova,
era stata commessa da quello de' miei impiegati in cui riponevo intera
fiducia. Appresi la verità quasi subito, ma, ahimè, già troppo tardi
per richiamarvi. Poi vennero le notizie della vostra morte, e mi dolse
forte che l'offesa fosse ormai irreparabile. Ma non era strano il mio
abbaglio, Filippo: me lo dovete concedere. Archer mi serviva fedelmente
da più di vent'anni: come avrei dubitato di lui?
— Oh no, non era strano! — disse amaramente Filippo Amory. — Poichè una
colpa era stata commessa, era anzi naturalissimo che l'imputaste a me.
Non mi credevate capace che di male azioni.
— Fui ingiusto, lo ripeto, — replicò il signor Graham tentando di
riassumere la propria dignità. — Però qualche ragione ce l'avevo.... ce
l'avevo.
— Forse.... Cotesto ve l'accordo.
— Ebbene, stringiamoci la mano, e procuriamo di mettere in oblio il
passato. —
Filippo non s'ostinò a rifiutare l'offerta, ma non l'accettò con troppo
ardore.
Il signor Graham tuttavia parve considerare bell'e fatta la pace, e con
un'aria di sollievo, come se sentisse liberata la coscienza dal peso
che l'aggravava da anni (perchè egli aveva una coscienza, quantunque
non tenerissima), si accomodò nella sua poltrona, e pregò il figliastro
di raccontargli le proprie vicende.
Questi lo sodisfece, compendiosamente; e l'attenzione prestata
dal patrigno al suo racconto, il vivo interessamento con cui egli
s'informava dei particolari, gli provarono che in quel ventennio il
rimpianto e il rimorso avevano dimolto addolcito il cuore dell'uomo
superbo, per cui ognuna delle memorie evocate era la puntura d'un
rimprovero.
Il signor Amory non fu in grado di spiegare la notizia corsa della sua
morte affermata al dottor Jeremy dal suo corrispondente da Rio. Ma da
un confronto di date risultò probabile che a questi l'avesse data il
negoziante per conto del quale Filippo viaggiava e che non sapendo più
nulla di lui lo credeva verosimilmente vittima dell'infezione dominante
nel paese basso e malsano dov'era stato mandato. Poche settimane dopo
era morto egli stesso.
Nè dal canto suo il reduce fu meno maravigliato di sentire che i suoi
amici di Boston erano giunti a conoscere la sua fuga nel Brasile. Ma
qui la spiegazione era più facile: il bastimento su cui s'era imbarcato
aveva fatto diretto ritorno in quel porto, e non mancavano a bordo,
tra i marinari e gli ufficiali, persone che potessero diffusamente
rispondere alle inchieste, incamminate dal buon dottore mesi innanzi,
le quali essendo accompagnate dall'offerta d'una generosa ricompensa,
non avevano ancora cessato d'attirare l'attenzione del pubblico.
Tra i molti casi strani e romanzeschi che si svolgevano, nessuno
faceva sul signor Graham un'impressione così profonda come il fatto
che la fanciulla educata sotto il suo tetto e divenutagli tanto cara
nonostante qualche cozzo d'interessi e d'opinioni, fosse proprio la
figliuola di Filippo Amory! E mentre, finito il racconto, usciva dal
salotto per ritirarsi, secondo il suo costume, nella biblioteca, andava
ripetendo:
— Singolare coincidenza! Singolarissima! —
Non appena andatosene lui, un altro uscio s'aprì pian piano, e Gertrude
guardò dentro timidamente.
Suo padre mosse tosto verso di lei, e, cingendole la vita con un
braccio, la trasse presso ad Emilia; poi, senza parlare, le strinse
entrambe in un medesimo lunghissimo amplesso.
La cieca esclamò:
— Oh, Filippo, dovete pure riconoscere la misericordia e l'amore di chi
ci ha serbati a una felicità come questa!
— Cara Emilia, — egli rispose — io sono pieno di gratitudine....
Insegnatemi voi come e dove debbo offrirne il tributo! —
Le parole non potrebbero descrivere l'ora di dolce comunione che
seguì fra quelle tre anime: l'estasi silenziosa di Emilia, la gioia
appassionatamente espressa di Filippo, la tenera commozione di Gertrude
che li contemplava con occhi splendenti d'amore e di fede.
Era quasi la mezzanotte quando il signor Amory si dispose a partire.
Emilia, la quale aveva sperato ch'egli sarebbe rimasto a villa Graham
come in casa propria, insistette per trattenerlo, e Gertrude unì
alle vive preghiere di lei quella tacita del suo sguardo. Ma egli si
mantenne fermo nella propria risoluzione con una serietà che provava
quanto fosse irremovibile.
— Filippo, — disse infine la cieca posandogli una mano sulla spalla —
voi non avete ancora perdonato a mio padre. —
Ella aveva letto nel suo pensiero. Egli sussultò al suo tono di
rimprovero, ma tacque.
— Gli _perdonerete_, però, gli _perdonerete_, — ella proseguì con voce
supplichevole. — Non è vero, caro? —
Filippo esitò un poco, poi la guardò e rispose:
— Sì, per amor vostro, Emilia, gli perdonerò.... col tempo. —
Partito ch'egli fu, Gertrude, dopo essersi indugiata sulla soglia,
finchè non vide svanire la sua figura discernibile appena al fievole
lume della luna calante, rientrò nel salotto dicendo con un gran
sospiro di sodisfazione:
— Oh, che giornata è stata questa! —
Ma subito si represse alla vista d'Emilia che, in ginocchio accanto
al sofà, giunte le mani, la faccia alzata al cielo, pareva, nella sua
candida veste fluente intorno a lei sul pavimento, la personificazione
della purità e della preghiera.
Pianamente, la fanciulla s'inginocchiò al suo fianco, le cinse un
braccio al collo, e così unite offersero a Dio i ringraziamenti
e le lodi che salivano dai loro cuori traboccanti di gioia e di
riconoscenza.