HEMANS.

Non appena gli occhi di Gertrude, che avidamente divorano il

manoscritto, cadono sulle ultime parole, ella balza in piedi e si

precipita fuor della camera, dove rimangono sparsi per il pavimento i

fogli scivolati dal suo grembo nel rizzarsi.

Scende le scale di volo, scappa dalla porta posteriore dell'atrio, si

slancia attraverso il praticello, che è dietro la casa, ora tutto umido

della rugiada vespertina, ed entra nel padiglione dall'uscio opposto a

quello dove Filippo Amory, con le braccia conserte e lo sguardo fisso,

attende la sua venuta.

Egli non ode il suo passo, tanto è leggero; prima che si sia accorto

della sua presenza, ella gli si getta sul petto, e tutta tremante,

tutta scossa dalla violenza della sua agitazione che, a lungo repressa,

adesso la soverchia, prorompe in un pianto veemente, interrotto solo

da frequenti e profondi singhiozzi. Suo padre se la stringe al cuore

così forte, che ella ne sente i palpiti precipitati, e tenta di sedar

quella tempesta di dolore e di gioia, mormorando dolcemente, come a un

bambino:

— Chetati, chetati, creatura mia, tu mi fai spavento! —

E a poco a poco, calmata dalle blande carezze paterne, la fanciulla

perviene a dominare i suoi nervi, e solleva la faccia, sorridendogli

fra le lacrime. Stanno così alcuni minuti, in un silenzio che dice più

delle parole. Avvolta nelle pieghe del pesante mantello con cui egli

la ripara dalla fresca aria notturna, e sempre stretta nel suo vigoroso

amplesso, Gertrude sente che la comunione delle loro anime è compiuta;

e all'esule ramingo che da sì lungo tempo non aveva più provato il

dolce influsso d'un sorriso amoroso, brilla nelle pupille tutta la

tenerezza sgorgante dal suo cuore non indurito nè inaridito dalla

solitudine.

La luna, che ogni tanto si nasconde dietro una nube, quando torna

a far capolino li rivede nel medesimo atteggiamento. Alfine, uscita

in uno spazio libero e sereno, contempla al chiaro suo lume il padre

che alza verso di sè il viso della figliuola e fissandola negli occhi

roridi e lucenti, rimovendo carezzevolmente dalla sua fronte i capelli

scomposti, le chiede con accento di commovente preghiera:

— Mi amerai dunque?

— Oh, vi amo, vi amo! — risponde Gertrude chiudendogli la bocca con un

bacio.

A questa fervida affermazione i lineamenti fino allora contratti di

Filippo Amory si rilassano: egli, l'uomo forte, china il capo sulla

spalla di lei, e piange.

Ma per un momento. Ella, vedendolo sopraffatto così dalla piena dei

suoi sentimenti, si ricompone, lo prende per mano e gli dice, in un

tono fermo e risoluto che lo scuote:

— Venite!

— Dove? — egli esclama guardandola stupito.

— Da Emilia. —

Egli rabbrividisce, e scrollando la testa in atto di triste

scoraggiamento retrocede invece di seguirla nella direzione in cui ella

vorrebbe trarlo.

— Non posso! — mormora con voce spenta.

— Ma ella v'attende! V'attende, e piange e prega, struggendosi nel

desiderio del vostro ritorno!

— Emilia!... Tu non sai quello che dici, bambina mia....

— Dico il vero, babbo! Siete voi quello che s'inganna! Emilia non vi

odia, non v'ha odiato mai. Ella vi credeva morto da molti anni: ma la

vostra voce, benchè udita una volta sola, le ha quasi fatto perdere la

ragione, tanto profondamente ella v'ama sempre. Venite, e vi dirà lei,

meglio ch'io non possa, quale sciagurato errore abbia fatto di voi due

martiri. —

Emilia, la quale aveva udito la voce di Guglielmo mentre questi

salutava Gertrude sulla soglia, e indovinato ch'era lui, s'era astenuta

dal chiedere della fanciulla, non comparsa alla tavola del tè; e

pensando ch'ella sentiva il bisogno di starsene tranquilla nella sua

camera, terminato il pasto della sera, si ritirò nel salotto. Il signor

Graham, secondo il suo costume, passò nella biblioteca.

Da circa un'ora ella sedeva sola in quella stanza vasta e arredata

all'antica, il cui aspetto era assai piacevole e familiare. Nel

camino ardeva ancora un bel fuoco gagliardo che diffondeva intorno un

tepore gradevolissimo essendo le serate eccezionalmente fresche per

la stagione. Alcune candele erano accese ai lati dello specchio, ma la

loro luce non bastava a distruggere i pittoreschi effetti delle ombre

che la fiammata dei ceppi gettava sulle pareti e sul sofà dove stava

adagiata Emilia.

Ella, nonostante la sua debole salute, conservava gran parte ancora

della freschezza e dell'avvenenza giovanili, e per caso s'era messa in

una positura, di fronte al fuoco, tale che il mobile chiarore guizzava

sul suo viso dando risalto all'insolita vivacità di colorito ond'era

animata dall'intima commozione dell'animo. Il gusto squisitamente fine

che rendeva le abbigliature d'Emilia quasi un emblema della soave

purità del suo carattere, si manifestava con particolare efficacia

quand'ella indossava, come quella sera, una veste di casimiro bianco,

fluente in ricche pieghe, strette alla vita da una cintura di seta,

e con ampie maniche drappeggiate. Il niveo candore della seta che le

orlava poteva appena rivaleggiare con quello dei polsi delicati e delle

piccole mani di cui una macchinalmente andava giocherellando tra le

frange purpuree di uno scialle portato nella fredda sala da pranzo, e

adesso abbandonato sopra il vicino bracciuolo del sofà.

Reggendosi sul gomito, la faccia chinata in avanti, verso il fuoco,

ella guardava nello specchio della sua memoria, così intensamente,

che chi avesse ignorato la sua cecità l'avrebbe creduta assorta nel

contemplare di sotto le lunghe ciglia immaginarie figure tracciate

dalla fantasia sulle bracie ardenti. A momenti, quando il vento della

sera estiva, spirando tra il fogliame degli alberi, faceva che qualche

ramo sfiorasse lievemente i cristalli delle finestre, ella sollevava

il capo dalla mano su cui lo teneva reclinato, e arcuava il tenue collo

nell'atteggiamento di chi ascolta; poi, riconosciuta la natura di quel

fruscio, ricadeva con un sospiro nella sua malinconica meditazione.

Una volta la signora Prime, che cercava la governante, aperse l'uscio,

guardò se fosse nel salotto, e si ritirò dicendo tra sè:

— Dio, com'è bella! Pare proprio un ritratto.... Vorrei che avesse

occhi per vedersi! —

Alfine un sommesso e rapido abbaiamento del cane di guardia ridestò

l'attenzione d'Emilia; tosto lo seguì un suono di passi, nel portico,

nell'atrio....

Innanzi che giungesse alla soglia ella già s'era rizzata, tendendo

l'orecchio. E quando Filippo Amory e Gertrude entrarono, la cieca,

silenziosa, con le labbra socchiuse, le mani giunte, un piede avanzato

nell'attesa che venissero a lei, dava immagine d'una statua anzichè di

persona viva.

Gertrude gettò uno sguardo sulla figura estatica della sua amica, un

altro su quella agitatissima di suo padre, e tacitamente se n'andò.

Ella aveva veduto che s'erano riconosciuti appieno, e per istintiva

delicatezza non volle turbare con la sua presenza la santità di

quell'incontro.

Come l'uscio si chiudeva dietro alla fanciulla, Emilia disgiunse le

mani, le tese nella vuota oscurità che la circondava, e mormorò:

— Filippo! —

Egli afferrò entrambe quelle mani che lo cercavano, le strinse tra le

proprie, cadendo in ginocchio mentre ella s'abbandonava mezzo svenuta

sul sofà; allora, tenendole sempre strette, chinò sopra esse la testa,

nel suo grembo, dove ella ora le posava, e con la faccia nascosta tra

le dita affusolate, mormorò egli pure:

— Emilia!

— La tomba ha reso l'estinto alla vita! — esclamò la cieca. — Dio, ti

ringrazio! —

E sciolte le mani dalla stretta convulsiva di Filippo, gli gettò le

braccia al collo, poggiò il capo sul suo petto, bisbigliando con voce

soffocata dalla commozione:

— Filippo! Caro Filippo! Sogno, o siete ritornato davvero? —

Le regole convenzionali, le costrizioni imposte, che tanto spesso

reprimono lo sfogo dei sentimenti umani, non esistevano per quella

schietta figlia della natura ch'era Emilia Graham. Ella e Filippo

Amory s'erano amati nella loro fanciullezza; erano stati divisi quasi

fanciulli ancora; e tali ritornavano ritrovandosi. Durante il lungo

volgere d'anni da che rimaneva esclusa dal mondo esterno, ella era

vissuta in mezzo alle care memorie del passato, salva dai contagi

mondani, conservando tutta l'ingenua semplicità virginale, tutta la

freschezza della sua primavera; e Filippo, che non aveva contratto

altri vincoli se non forzato dalle circostanze, si sentiva rifluire

nelle vene la sua prima gioventù, mentre Emilia con la destra sul suo

capo benediceva Dio d'averle concesso la gioia di riabbracciarlo.

Ella non poteva vedere come il tempo avesse inargentato i suoi capelli,

e velato della sua ombra il volto ch'ella amava; ma ritornasse egli

nella forma del focoso giovanetto dagli occhi sfolgoranti, in cui

era apparso per l'ultima volta al suo sguardo, o dell'uomo maturo

dalla chioma precocemente incanutita che rendeva difficile ai curiosi

determinare la sua età, o dell'anima assunta alla gloria degli angeli

in cui lo sognava nei suoi sogni del Paradiso, era lo stesso per colei

il cui mondo era un mondo di spiriti.

E a lui, nel mirare quel viso del quale tanto aveva temuto

l'espressione, e che invece splendeva d'una santa luce d'amore e

di pietà, sembrava che la testa della vergine cieca fosse cinta di

un'aureola celeste.

E però la loro riunione apparteneva più al cielo che alla terra. Se

le loro anime si fossero incontrate di là dalla tomba, nel soggiorno

beato dove quelli che da lungo tempo furono divisi si ricongiungono in

eterno, appena la loro gioia sarebbe potuta essere più pura, la loro

felicità più perfetta.

Quando alfine sedettero tranquilli l'uno accanto all'altra, con le

dita sempre amorosamente intrecciate, Filippo udì dalle labbra d'Emilia

tutta la storia del suo dolore: le speranze e i timori, le preghiere e

la disperazione; narrò poi egli a lei le sue tristi vicende, ed ella,

ascoltandolo, lasciò cadere molte lacrime e molti baci sulle mani

che teneva tra le sue. Allora soltanto cominciarono a credere alla

realtà di quella consolazione tanto lungamente negata, ma oramai così

pienamente concessa, che prometteva loro giorni felici anche su questa

terra.

Emilia pianse sulle sventure e sulla morte prematura di Lucia, e

apprendendo che la fanciulla a cui aveva posto tanto affetto e da lei

con tanta cura educata era la figliuola di Filippo, inalzò a Dio una

tacita preghiera di gratitudine per averle affidato nell'apparentemente

inutile e desolata sua vita una così nobile, così santa missione.

— Se potessi amarla di più, caro Filippo, — ella disse — lo farei per

amor vostro e della dolce e innocente sua madre che tanto sofferse!

— E voi mi perdonate, Emilia? — domandò egli, quando, finito di narrare

il doloroso passato, s'abbandonarono alla soave delizia dell'ora

presente.

— Perdonarvi?... Oh, caro, che ho da perdonare?

— La tremenda disgrazia che vi avvolse in perpetue tenebre.

— Filippo! — esclamò ella in tono di rimprovero. — Potete credere ch'io

ve ne facessi una colpa, ch'io vi biasimassi un momento solo pur nel

mio segreto pensiero?

— Non volontariamente, ne sono sicuro, cara. Ma avete dimenticato

ciò ch'_io_ non potrò dimenticare mai.... che nel tempo della vostra

angoscia, non soltanto il soverchiante pensiero, ma le vostre labbra

stesse proclamarono la mia condanna.... il diniego di quella pietà, di

quel perdono che la vostra anima torturata non trovava per il crudele

che v'aveva fatto tanto male.

— Voi, crudele! Mai, neppure nel mio più disperato delirio, io non vi

feci cotesta ingiuria, Filippo, cotesta accusa immeritata!... Il mio

cuore poco filiale mormorò contro l'ingiustizia di mio padre, ma verso

di voi non fu mai reo di un tale tradimento.

— Quella maligna donna mentì dunque asserendomi che il solo mio nome vi

faceva rabbrividire?

— S'io rabbrividivo, era perchè tutto l'essere mio si ribellava

all'idea del torto immane che avevate patito.... Oh, siatene certo,

s'ella v'affermò che i miei sentimenti per voi erano altri che di pietà

e d'immutabile affetto, le sue parole derivavano da un deplorevole

errore!

— Dio, Dio, come perfidamente fui ingannato! — gemette egli.

— Non dite perfidamente, — replicò Emilia. — La signora Ellis, con

tutta la sua severa formalità, fu vittima anch'essa delle circostanze.

Era un'estranea tra noi, e vi credeva diverso da quel che eravate;

ma se l'aveste veduta, alcune settimane dopo, piangere amare lacrime

sulla parte da lei assunta nei fatti che vi spinsero alla disperazione,

e, si credeva allora, alla morte, avreste sentito, come sento io,

che l'avevamo giudicata male, e che un cuore di donna palpitava

sotto quell'apparenza di dura pietra. L'intensità del suo dolore

mi maravigliò allora: adesso comprendo ch'era acuito da un rimorso

ch'io non sospettavo. Ma dimentichiamo le tristezze del passato e

confortiamoci nella fede che la mano amorosa da cui ci è data questa

gioia ci afflisse finora con fini di misericordia.

— Di misericordia? — esclamò Filippo. — E dove ne scorgete nella mia

sciagura e nella vostra? Può essere una mano amorosa quella che fece

di me lo strumento fatale, e di voi la vittima, d'una delle più gravi

sventure umane?

— Non parlate della mia cecità come d'una sventura! — rispose Emilia. —

Da gran tempo ho cessato di considerarla tale. Soltanto nell'oscurità

della notte vediamo brillare le luci del cielo, soltanto quando siamo

esclusi dalla terra possiamo varcare le porte del Paradiso. Finchè

avevo occhi per contemplare le maraviglie della natura e le glorie

del Signore, li tenevo chiusi tuttavia dinanzi alle manifestazioni

della bontà divina onde ero circondata. Mentre godevo i bellissimi e

splendidissimi doni profusi sul mio cammino, obliavo di ringraziare e

lodare il donatore; e con cuore ingrato, procedevo spensierata nel mio

peccaminoso egoismo senza por mente alle insidie lusinghiere tese sui

passi della gioventù.

«E però la mano paterna di Colui che sempre vigila sopra di noi per

il nostro bene, arrestò la creatura errante fuor della via che sola

conduce alla pace, e quantunque il castigo giungesse improvviso ed

aspra fosse la disciplina della verga punitrice, la misericordia

nondimeno temperò la giustizia. Dalla tomba delle mie gioie sepolte

sbocciarono speranze che fioriranno nell'immortalità. Dalle nubi e

dalle tenebre sorse una fulgida aurora. Ciò ch'era nascosto alla veduta

corporale si rivelò all'anima destata dalla vera luce, e il mio spirito

turbato acquistò l'eterno riposo già sulla terra. Non piangete dunque,

Filippo, sul mio fato ch'è lungi dall'essere triste: ma gioite con

me nel pensiero di quel felice e non lontano risveglio, quando con

gli occhi riaperti nella visione della beatitudine celeste, io starò

dinanzi al trono di Dio, e fruirò della gloriosa presenza da cui, senza

la luce sgorgata nell'anima mia dalla profondità delle mie tenebre

terrestri, sarei stata forse bandita in sempiterno. —

Nel momento che Emilia finiva di parlare e Filippo, compreso

d'ammirazione e di rispetto, contemplando nel suo viso raggiante d'un

santo gaudio il trionfo dello spirito immortale, meditava sulla maestà

e la potenza conferite da una pietà sincera, l'uscio s'aprì bruscamente

ed entrò il signor Graham.

Il suono del noto passo troncò il sublime volo dei loro pensieri.

Il colore che l'eccitazione aveva dato alle gote d'Emilia svanì in

una pallidezza più intensa della consueta, mentre Filippo si rizzava

lentamente dal posto che occupava al suo fianco, e con gesto deliberato

si poneva di fronte al patrigno.

Il signor Graham, il quale aveva l'aria tra stupita e scrutatrice d'un

padrone di casa che trova nel suo salotto un visitatore ch'egli non

conosce eppur sembra aspettare d'essere riconosciuto, si volse verso

sua figlia come sperando di venir tratto d'impaccio da una regolare

presentazione. Ma Emilia, turbatissima, taceva, e Filippo rimaneva

immobile, impassibile.

Quando il vecchio, che seguitava ad avanzarsi, incerto, fu a due

passi da quest'ultimo, si fermò di botto, colpito dal suo fiero

atteggiamento, e lo fissò in volto: ma non appena i suoi occhi

s'incontrarono negli occhi fulminei del suo figliastro, vacillò, stese

la mano verso la mensola del caminetto, e certo sarebbe caduto se

Filippo non fosse stato pronto a sorreggerlo e farlo adagiare nella sua

poltrona collocata dirimpetto al sofà.

Nessuno ancora pronunziava una parola.

Finalmente il signor Graham che, piombato a sedere di peso, non

distoglieva lo sguardo attonito dal redivivo, esclamò con voce

commossa:

— Filippo Amory! Oh, Dio mio!

— Sì, babbo, — disse Emilia alzandosi di scatto e afferrando un braccio

di suo padre — è Filippo! Colui che per tanti anni abbiamo creduto

morto, ci è reso sano e salvo! —

Egli si rizzò, e appoggiandosi alla spalla della figliuola s'avvicinò

di nuovo al figliastro che, incrociate le braccia sul petto, aveva

ripreso la sua attitudine rigida e severa. Il robusto vecchio camminava

con un passo malsicuro assai diverso dal solito, e la sua mano era

agitata da un tremito mentre la tendeva a Filippo.

Ma Filippo non la prese, nè rispose verbo.

Il signor Graham, parlando ad Emilia senza ricordarsi ch'ella non

vedeva quella scena, disse con un tono d'amarezza e insieme di

rammarico:

— Non posso biasimarlo.... Feci un torto ingiusto al ragazzo, e Dio lo

sa!

— Ingiusto! — esclamò Filippo con voce così cupa da far quasi paura.

— Dite che avete funestato la sua vita, distrutto la sua gioventù,

spezzato il suo cuore, infamato il suo nome!

— No, Filippo, — replicò a quest'ultima accusa il signor Graham

che aveva chinato il capo sotto le altre — cotesto no! Cotesto no!

Nell'onore vostro non vi recai nessun danno. Scopersi il mio errore

prima d'avervi denigrato pubblicamente.

— Lo riconoscete l'errore, dunque?

— Sì, lo riconosco! Imputai a voi la colpa che, come n'ebbi la prova,

era stata commessa da quello de' miei impiegati in cui riponevo intera

fiducia. Appresi la verità quasi subito, ma, ahimè, già troppo tardi

per richiamarvi. Poi vennero le notizie della vostra morte, e mi dolse

forte che l'offesa fosse ormai irreparabile. Ma non era strano il mio

abbaglio, Filippo: me lo dovete concedere. Archer mi serviva fedelmente

da più di vent'anni: come avrei dubitato di lui?

— Oh no, non era strano! — disse amaramente Filippo Amory. — Poichè una

colpa era stata commessa, era anzi naturalissimo che l'imputaste a me.

Non mi credevate capace che di male azioni.

— Fui ingiusto, lo ripeto, — replicò il signor Graham tentando di

riassumere la propria dignità. — Però qualche ragione ce l'avevo.... ce

l'avevo.

— Forse.... Cotesto ve l'accordo.

— Ebbene, stringiamoci la mano, e procuriamo di mettere in oblio il

passato. —

Filippo non s'ostinò a rifiutare l'offerta, ma non l'accettò con troppo

ardore.

Il signor Graham tuttavia parve considerare bell'e fatta la pace, e con

un'aria di sollievo, come se sentisse liberata la coscienza dal peso

che l'aggravava da anni (perchè egli aveva una coscienza, quantunque

non tenerissima), si accomodò nella sua poltrona, e pregò il figliastro

di raccontargli le proprie vicende.

Questi lo sodisfece, compendiosamente; e l'attenzione prestata

dal patrigno al suo racconto, il vivo interessamento con cui egli

s'informava dei particolari, gli provarono che in quel ventennio il

rimpianto e il rimorso avevano dimolto addolcito il cuore dell'uomo

superbo, per cui ognuna delle memorie evocate era la puntura d'un

rimprovero.

Il signor Amory non fu in grado di spiegare la notizia corsa della sua

morte affermata al dottor Jeremy dal suo corrispondente da Rio. Ma da

un confronto di date risultò probabile che a questi l'avesse data il

negoziante per conto del quale Filippo viaggiava e che non sapendo più

nulla di lui lo credeva verosimilmente vittima dell'infezione dominante

nel paese basso e malsano dov'era stato mandato. Poche settimane dopo

era morto egli stesso.

Nè dal canto suo il reduce fu meno maravigliato di sentire che i suoi

amici di Boston erano giunti a conoscere la sua fuga nel Brasile. Ma

qui la spiegazione era più facile: il bastimento su cui s'era imbarcato

aveva fatto diretto ritorno in quel porto, e non mancavano a bordo,

tra i marinari e gli ufficiali, persone che potessero diffusamente

rispondere alle inchieste, incamminate dal buon dottore mesi innanzi,

le quali essendo accompagnate dall'offerta d'una generosa ricompensa,

non avevano ancora cessato d'attirare l'attenzione del pubblico.

Tra i molti casi strani e romanzeschi che si svolgevano, nessuno

faceva sul signor Graham un'impressione così profonda come il fatto

che la fanciulla educata sotto il suo tetto e divenutagli tanto cara

nonostante qualche cozzo d'interessi e d'opinioni, fosse proprio la

figliuola di Filippo Amory! E mentre, finito il racconto, usciva dal

salotto per ritirarsi, secondo il suo costume, nella biblioteca, andava

ripetendo:

— Singolare coincidenza! Singolarissima! —

Non appena andatosene lui, un altro uscio s'aprì pian piano, e Gertrude

guardò dentro timidamente.

Suo padre mosse tosto verso di lei, e, cingendole la vita con un

braccio, la trasse presso ad Emilia; poi, senza parlare, le strinse

entrambe in un medesimo lunghissimo amplesso.

La cieca esclamò:

— Oh, Filippo, dovete pure riconoscere la misericordia e l'amore di chi

ci ha serbati a una felicità come questa!

— Cara Emilia, — egli rispose — io sono pieno di gratitudine....

Insegnatemi voi come e dove debbo offrirne il tributo! —

Le parole non potrebbero descrivere l'ora di dolce comunione che

seguì fra quelle tre anime: l'estasi silenziosa di Emilia, la gioia

appassionatamente espressa di Filippo, la tenera commozione di Gertrude

che li contemplava con occhi splendenti d'amore e di fede.

Era quasi la mezzanotte quando il signor Amory si dispose a partire.

Emilia, la quale aveva sperato ch'egli sarebbe rimasto a villa Graham

come in casa propria, insistette per trattenerlo, e Gertrude unì

alle vive preghiere di lei quella tacita del suo sguardo. Ma egli si

mantenne fermo nella propria risoluzione con una serietà che provava

quanto fosse irremovibile.

— Filippo, — disse infine la cieca posandogli una mano sulla spalla —

voi non avete ancora perdonato a mio padre. —

Ella aveva letto nel suo pensiero. Egli sussultò al suo tono di

rimprovero, ma tacque.

— Gli _perdonerete_, però, gli _perdonerete_, — ella proseguì con voce

supplichevole. — Non è vero, caro? —

Filippo esitò un poco, poi la guardò e rispose:

— Sì, per amor vostro, Emilia, gli perdonerò.... col tempo. —

Partito ch'egli fu, Gertrude, dopo essersi indugiata sulla soglia,

finchè non vide svanire la sua figura discernibile appena al fievole

lume della luna calante, rientrò nel salotto dicendo con un gran

sospiro di sodisfazione:

— Oh, che giornata è stata questa! —

Ma subito si represse alla vista d'Emilia che, in ginocchio accanto

al sofà, giunte le mani, la faccia alzata al cielo, pareva, nella sua

candida veste fluente intorno a lei sul pavimento, la personificazione

della purità e della preghiera.

Pianamente, la fanciulla s'inginocchiò al suo fianco, le cinse un

braccio al collo, e così unite offersero a Dio i ringraziamenti

e le lodi che salivano dai loro cuori traboccanti di gioia e di

riconoscenza.

Il lampionaio · 第 94 / 100 题