La signora Prime aperse l'uscio del salotto, sporse la testa girando
cautamente lo sguardo intorno, poi, col passo furtivo d'un gatto di
casa che s'avventura un po' oltre i limiti usati, s'avanzò dicendo:
— Signorina Gertrude, che Dio vi benedica! Vi date mai un da fare! Ecco
che ora preparate per il bucato quelle immense tende della signora
Graham! Io non me la piglierei cotesta briga: sapete che sarà qui
appena tra quindici giorni, sicchè la signora Ellis ha tempo bastante.
— Oh, fo per non stare con le mani in mano!-rispose la fanciulla;
poi, guardando piacevolmente la vecchia cuoca, soggiunse: — Bella cosa
essere di nuovo tutti a casa, eh, signora Prime?
— Bellissima! — esclamò questa con enfasi. — Ma.... spero che il
dirlo non sia nulla di male.... sarebbe meglio ancora se si potesse
continuare a starcene così tranquilli, senza intrusioni! —
Gertrude sorrise.
— Mi sembra d'essere tornata al buon tempo antico, quando venni qui la
prima volta..... — E fece, sospirando: — Ero una bambina, allora!
— O adesso che cosa siete? Per amor del Cielo, signorina Gertrude,
non vi sognate d'invecchiare. _Chi si sente_ giovane _è_ giovane....
Vedete, per esempio, la signorina Marta Pace....
— Volevo appunto chiedere sue notizie, — disse la fanciulla riprendendo
le forbici, e cominciando a scucire un'altra tenda. — È sempre viva e
in buona salute?
— Lei? Dio buono! Quella lì non morirà mai. Le vecchie che hanno
un'anima di giovanottina, campano in eterno. Ma io ero venuta giusto
per parlarvene, della signorina Marta.... Il ragazzo che ha portato
il pane stamani era incaricato d'una sua imbasciata per voi: dice che
desidera vedervi appena vi sia possibile. Ma s'io fossi ne' vostri
panni non avrei furia di correre là.... nè là nè in altri posti....
Avete bisogno di riposarvi, signorina Gertrude; io vedo che non state
bene, siete sbattutina....
— Desidera vedermi? Povera creatura! Voglio andarci oggi stesso. Non vi
mettete in pena per me, signora Prime: io sto benissimo. —
E ci andò. Era il secondo giorno che passava nella più angosciosa
incertezza, ed ogni occasione di muoversi, d'occuparsi, veniva da lei
afferrata avidamente.
Trovò la signorina Pace quasi piegata in due dai reumatismi, vestita
meno accuratamente dell'usato e coccoloni davanti a un focherello di
fascine e di trucioli. Sembrava tuttavia di umore abbastanza buono, e
salutò la comparsa di Gertrude con esclamazioni di cordiale piacere.
La curiosità, per cui s'era sempre distinta, pareva crescere anzichè
diminuire con gli anni e gli acciacchi. Ella tempestò la fanciulla
di domande su ciò che aveva fatto durante quell'anno d'assenza, sulle
cose che aveva vedute, sulle persone che aveva frequentate. Si mostrò
particolarmente desiderosa d'informazioni circa la vita di Saratoga,
le mode sfoggiatevi dalle eleganti, le opportunità che il luogo offriva
alle ragazze di trovare un partito vantaggioso.
— Voi dunque, — disse a Gertrude dopo che questa l'ebbe pazientemente
sodisfatta — non avete ancora eletto un compagno. Peccato. È vero, —
proseguì con una smorfietta e un lieve gesto della mano — è vero che
non è mai tardi per meditare il nodo coniugale, anzi spesso è stretto
quanto mai felicemente da persone di cinquant'anni e più; nè certo una
fanciulla nel fiore dei suoi giorni come voi, può disperar d'incontrare
un giovane sposo. Nondimeno la vita è raddoppiata quando è divisa con
un compagno geniale: ed io mi confidavo che noi, signorina Gertrude,
avremmo l'una e l'altra contratto prima d'ora una sì fatta unione.
L'esperienza detta le mie parole quando dichiaro che la protezione d'un
consorte è preziosa per la donna.
— Ma spero, signorina Marta, che voi non abbiate dovuto soffrire a
cagione di cotesta mancanza.
— Al contrario, ne ho sofferto terribilmente! Sappiate però che
i dolori più crudeli sono stati quelli del sentimento: sì, del
sentimento, ch'è la parte più delicata della natura femminile e che
meno può sopportare le ferite.
— Mi duole assai di sentire che abbiate avuto anche voi le vostre
afflizioni. Credevo che vivendo così sola vi fossero almeno risparmiate
certe prove.
— Oh, signorina Gertrude! — esclamò la vecchia zittella levando in
alto le mani e parlando con un tono lamentoso che avrebbe commosso la
sua interlocutrice se fosse stato un tantino meno ridicolo. — Avessi
io le ali d'una colomba per involarmi lontano dai miei consanguinei!
Mi lusingavo d'essermi sottratta alle loro ricerche, ma nel volgere
di quest'ultimo anno sono riusciti a scoprire il mio ritiro, e non
posso più eludere la loro vigilanza. Appena comincio a rimettermi dal
colpo d'una visita, il cui solo fine, senza dubbio è quello di far
l'inventario dei miei averi e misurare la lunghezza del mio resto di
vita, ecco gli avvoltoi svolazzar di nuovo intorno alla mia dimora. Ma,
— ella esclamò alzando la voce e gongolando manifestamente in cuor suo
— cadranno nel proprio tranello, perchè io li burlerò tutti!
— Non sapevo che aveste qualche parente. Parentela di nome soltanto a
quanto pare.
— Nome? — disse la signorina Marta con enfasi. — Esulto di gioia
quando penso che non hanno l'onore di fregiarsi d'un casato del quale
sono indegni. No, portano un nome diverso, plebeo, come le loro anime
grossolane. Sono tre fratelli, tutti e tre parimente odiosi ai miei
occhi. Uno di costoro, spregevole bellimbusto, viene qui immaginandosi
d'abbagliarmi e incutermi rispetto con la sua presenza che egli crede
imperiosa: e mi chiama «zia, zia», per attestare una consanguineità da
cui egli ciecamente si illude d'esser fatto più prossimo ai miei beni.
— Eccitata fino al furore ella quasi urlò le ultime parole. — E gli
altri due, — soggiunse non meno rabbiosamente — sono pitocchi! Pitocchi
sono sempre stati, e sempre saranno! Tal sia di loro! Io ne godo! Voi
m'intendete, cara signorina Gertrude, siete una giovane di mente pronta
ed aperta, ed io approfitto della vostra presente «contiguità», la
quale, vogliate o no, potrebbe uno di questi giorni essere interrotta
dall'impazienza di qualche innamorato, per chiedervi un favore ch'io
non avrei mai creduto di dover sollecitare. Ho bisogno di voi.... a
questo fine v'ho fatta chiamare.... per scrivere, — e qui la vecchia
signorina abbassò la voce — le ultime volontà, il testamento di Marta
Pace! —
La voce sommessa tremava, esprimeva il senso di profonda compassione
per sè medesima onde Marta Pace era compresa, e a cui Gertrude
partecipava sinceramente. Questa acconsentì di buon grado a sodisfare
il suo desiderio, in quanto poteva, avvertendo però che ignorava
totalmente le forme legali.
Con suo stupore la vecchina affermò la propria perfetta cognizione di
tutte le disposizioni della legge per il caso dato; e infatti dettò il
contenuto dell'importante documento in modo sì completo e impeccabile,
che quando, avendo alcuni mesi dopo la signorina Pace reso l'anima
a Dio, venne trovato debitamente munito di testimonianze, firma e
suggello, non fu possibile attaccarlo per alcun vizio di forma od
altro, ed ebbe pieno effetto.
Ma colui ch'era nominato unico erede dell'abbastanza considerevole
facoltà, non volle accettarla se non per distribuirla equamente tra
i parenti della testatrice più bisognosi e più degni. Quantunque
gli uomini rispettabili che avevano prestato ufficio di testimoni
protestassero essere Marta Pace stata sana di mente e conscia dei
propri atti fino all'ultimo momento, egli dichiarò di non poter
ammettere che una persona in possesso del suo buon senso commettesse
la pazza stravaganza di lasciare ad un estraneo tutti i suoi risparmi
faticosamente accumulati e gelosamente custoditi per lunghi anni.
Quell'erede universale era Guglielmo Sullivan, il cavaliere dalle
rosee guance, il quale per lo stesso spirito cavalleresco che gli aveva
guadagnato il vergine cuore e la gratitudine perenne della signorina
Marta, ricusava una ricompensa tanto sproporzionata al lieve servigio
reso.
Il testamento recava un preambolo, esilarante e commovente ad un tempo,
in cui la bizzarra vecchietta esponeva nel suo stile caratteristico le
ragioni e i sentimenti che avevano determinato la scelta del suo erede.
«Una gentildonna già innanzi negli anni ma aggrappata ancora alla
vita e alle sue speranze e, riluttante ad abbandonarle, per quanto
provata da contrarianti vicissitudini, è stata ultimamente costretta
dai suoi parenti a rammentarsi che innanzi il rifiorire di un'altra
primavera ella potrebbe essere chiamata a raggiungere i Pace defunti:
ramo della famiglia che avvenuta la sua dipartita sarà estinto. Col
più cortese degl'inchini e un grazioso cenno della mano la signorina
Marta saluta passando i rappresentanti dell'altro ramo, e li ringrazia
del previdente pensiero di ricordarle, prima che fosse troppo tardi,
l'opportunità di designare la persona in cui favore ella desidera
prendere le sue disposizioni testamentarie.
«E però ella ha girato tutt'intorno lo sguardo, ha riveduto nello
specchio della memoria tutti i suoi conoscenti, ed ha eletto l'erede.
Il giovane stesso, il più perfetto tra i giovani gentiluomini
dell'epoca nostra, spalancherà gli occhi attonito e dirà: «Signora, io
non vi conosco!» Ma, caro signore, Marta Pace, benchè vecchia, brutta
ed inferma, ha un cuore che sente con ardore giovanile. Ella non ha
scordato, e col suo ultimo atto vuol dimostrare quanto viva sia la
rimembranza, il bel garzone dalle rosee guance che un giorno la sollevò
dal suolo coperto di ghiaccio, passò la sua mano avvizzita sotto il
proprio vigoroso braccio, e con radiosi sorrisi e confortanti parole,
scortò la vecchierella afflitta da reumatismi fino alla casa ove doveva
porsi al riparo dalle intemperie invernali.
«La signorina Marta ha un naturale amore della cortesia, e la deferenza
mostrata da un gaio e bellissimo giovanetto all'invalida e spregiata
vecchiezza d'una povera donna ha toccato in lei una corda sensibile. La
signorina Marta possiede, non è un segreto, un piccolo tesoro, frutto
dei suoi risparmi d'anni ed anni, e poichè ella non potrà vigilare
sull'uso che ne sarà fatto, ha, dopo qualche intima lotta, risoluto
di preservarlo da profanazioni trasmettendolo ad una persona dotata di
vera gentilezza qual'è il signor Guglielmo Sullivan, persuasa ch'egli
non farà mai disonore alla primitiva proprietaria, nè permetterà che le
ricchezze da lei accumulate si sperdano per vie volgari.»
Seguiva un inventario del patrimonio; bizzarro patrimonio composto d'un
miscuglio eterogeneo di ogni sorta di valori, e infine un testamento
redatto in forma accuratamente legale, che lo assegnava all'erede
nominato senza aggravio alcuno di legati o altri obblighi.
Non fu un agevole compito per Gertrude raccogliere e mettere in
iscritto esattamente le idee che la confusa dettatura della vecchietta
voleva esprimere; e tre o quattro ore passarono prima che il documento
fosse ricopiato e la paziente e diligente scrivana libera di tornarsene
a casa.
Il cielo era nuvoloso, e una pioggia minuta cominciava a cadere
quand'ella si mise in cammino; ma la distanza non era grande, e tutto
il male si ridusse a una bagnatina.
Emilia avvertì subito che i suoi vestiti erano un po' umidi.
— Va' nel salotto, — le disse — e siediti accanto al fuoco. Io non
scenderò che per il tè; ma c'è il babbo che gradirà molto la tua
compagnia; è stato solo tutto il pomeriggio. —
La fanciulla trovò il signor Graham nella sua poltrona, davanti a un
bel fuoco di legna, sonnecchiando col giornale in mano. Ella prese un
libro e una seggiola, e andò a porsi vicino a lui. Ma il calore essendo
per lei eccessivo, si ritirò presto sur un sofà, all'altro lato della
stanza.
In quella udì una scampanellata alla porta d'ingresso. La serva, che
appunto passava per l'atrio, aperse, e immediatamente fece entrare nel
salotto il visitatore.
Era Guglielmo!
Gertrude si rizzò, ma tremava da capo a' piedi così forte, che non osò
muovere un passo. Egli venne innanzi, la guardò, esitante, poi domandò
inchinandosi:
— La signorina Flint?... È qui? —
Ella divenne di fiamma. Volle rispondere e non potè.
Non era necessario, del resto. Quel rossore bastava. Guglielmo la
ravvisò, mosse vivamente verso di lei, le afferrò la destra.
— Gertrudina! È mai possibile? —
La franchezza e la semplicità delle sue maniere, l'ardore con cui le
aveva preso e le teneva stretta la mano tranquillarono alquanto la
turbata giovanetta. Il ghiaccio era rotto. Le riapparve per un istante
il caro ragazzo d'una volta, il compagno della sua infanzia, l'amico
diletto.
— Oh, Guglielmo, sei tornato finalmente! Sono tanto contenta di
vederti! —
Il suono delle loro voci destò il signor Graham che s'era appisolato
e non aveva udito nè la scampanellata nè il passo del visitatore. Si
voltò nel suo seggiolone, poi si alzò da sedere. Guglielmo abbandonò la
mano di Gertrude e si fece incontro al padrone di casa.
— Il signor Sullivan, — balbettò ella tentando di compiere secondo le
regole la formalità della presentazione.
E scambiata che ebbero i due signori la stretta di mano di prammatica,
sedettero tutti e tre.
Allora Gertrude fu ripresa dal suo turbamento. Non è raro il caso
che, quando due amici intimi si rivedono dopo una lunga separazione,
si salutino e s'abbraccino cordialmente, e poi, nonostante tutte le
cose che avrebbero da dirsi e che fanno ressa nel loro cervello,
cose da fornir materia di conversazione per una settimana, nulla
d'importante venga loro sulle labbra, e a un momento di silenzio segua
una qualche domanda insulsa o frivola, per esempio rispetto al viaggio
dell'arrivato, al suo bagaglio, o simili. Ma ella non aveva bisogno di
risposta neppur a queste. Aveva già veduto Guglielmo; sapeva da quanti
giorni era di ritorno, e di dove fosse venuto, e perfino con quale
piroscafo; mentre dall'altro canto le premeva di nasconderglielo. Il
suo impaccio si comunicò a lui, e la presenza del signor Graham, che
era una costrizione per entrambi, faceva peggiore il caso.
Infine il giovane disse:
— Quasi non vi riconoscevo, Gertrude: anzi non v'ho riconosciuta....
Come....
— Come siete venuto? — fece bruscamente il vecchio interrompendolo,
senza aver l'aria d'avvedersene.
— Con l'_Europa_, — rispose egli. — Sbarcai a Nuova York circa una
settimana fa.
— Intendevo qui, — replicò l'altro, piuttosto secco. — Avete preso
l'omnibus?
— Scusate, signore, — disse Guglielmo — non avevo capito. No, ho
noleggiato un calessino.
— S'è occupato qualcuno del vostro cavallo?
— L'ho attaccato davanti alla casa. —
Guglielmo andò alla finestra per vedere se l'animale fosse ancora dove
l'aveva lasciato. Scendeva già il crepuscolo.
Il signor Graham tornò ad accomodarsi nella sua poltrona, e si mise a
guardare il fuoco. Seguì una seconda pausa, più penosa della prima.
Questa volta ruppe il silenzio Gertrude, rispondendo all'osservazione
interrotta:
— Anche voi siete molto mutato. —
Subito temè che le sue parole lo avessero ferito, potendo egli
interpretarle in senso ben diverso, e di nuovo il sangue le affluì alle
gote.
Ma egli non parve addarsene.
— Sì, — disse — il clima dell'Oriente produce notevoli alterazioni
nell'aspetto di una persona; ma non credo d'esser mutato quanto voi.
Pensate, Gertrude, ch'eravate una bambina quando io partii da Boston!
Dovevo pur sapere che troverei una signorina fatta, ma non me la
figuravo punto!
— Quando lasciaste Calcutta?
— Verso la fine di febbraio. Passai la primavera a Parigi.
— Non me lo scriveste, — mormorò Gertrude con voce spenta.
— No, perchè ero in procinto sempre d'imbarcarmi, e volevo farvi
un'improvvisata. —
Ella sentì di non aver mostrato la maraviglia che egli s'attendeva, e
si confuse. Tuttavia ripigliò:
— Fui veramente in pena per la mancanza di lettere; ma ci rivediamo,
Guglielmo, e ne sono lieta di tutto cuore.
— Oh, non potete esserne lieta al pari di me! — egli disse abbassando
la voce e guardando la fanciulla con grande tenerezza. — Più vi guardo
e più voi mi sembrate la _Gertrudina_ d'un tempo.... Comincio a credere
però che avrei dovuto scrivere e annunziarvi il mio arrivo. —
Gertrude sorrise. Le maniere di Guglielmo erano così immutate, le sue
parole così affettuose, che sarebbe stata ingratitudine mettere in
dubbio la sua amicizia, se anche ella non era più tutto per lui.
— Ma no, — rispose — le improvvisate mi sono sempre piaciute. Non ve ne
ricordate?
— Se me ne ricordo? Io non ho scordato nulla di ciò che vi
piaceva. —
In quel momento gli uccellini indiani la cui gabbia pendeva nel
vano della finestra presso la quale il giovane era seduto, presero a
cinguettare come solevano verso sera. Egli alzò gli occhi.
— Sono i vostri uccellini, — disse ella — quelli che mi mandaste da
Calcutta.
— Sempre tutti vivi e sani?
— Sì, tutti.
— Siete stata per loro una padroncina amorosa. Quelle creaturine sono
tanto delicate!
— Li ho molto cari.
— Oh, voi, Gertrude, vi prendete tal cura di coloro che amate, da
conservarli in vita quanto più a lungo sia possibile! —
Il tono, meglio ancora che le parole, esprimeva il suo sentimento.
Gertrude tacque.
— La signorina Graham sta bene? — domandò Guglielmo.
Ella rispose che i suoi nervi avevano sofferto una grande scossa nella
terribile catastrofe per cui era passata; vennero così a discorrere
del piroscafo incendiato, ma la fanciulla s'astenne dal dirgli che si
trovava anche lei tra i passeggeri.
Guglielmo parlò con viva commozione del disastro, biasimò severamente
la temerità e la negligenza che lo avevano cagionato; e terminò dicendo
che v'erano a bordo alcuni suoi pregiati amici, ma ch'egli ignorava
che ci fosse tra essi la signorina Graham, da lui venerata ed amata per
amor di Gertrude.
A poco a poco la conversazione dei due giovani andava facendosi
più spigliata, inclinava all'antica familiarità. Egli era venuto a
sedersi sul canapè, accanto a lei, a fine di parlare più liberamente,
perchè sebbene il signor Graham fosse, o almeno sembrasse di nuovo
addormentato, non si poteva già dimenticare la sua presenza.
Ma Gertrude evitava a bello studio certi soggetti sui quali sarebbe
stato naturalissimo che s'intrattenessero, e anzi ch'ella manifestasse
una curiosità affettuosa: le cause dell'inopinato ritorno di
Guglielmo, la durata della sua permanenza in patria, i suoi disegni
per l'avvenire, e segnatamente le ragioni che lo avevano indotto a
differire più d'una settimana, dopo arrivato, la visita alla fida
amica. Ella vietava a sè stessa queste domande. Non si sentiva
preparata a ricevere nè a chiedere le sue confidenze su cose che
indubitatamente concernevano il suo fidanzamento con Isabella Clinton;
pertanto non solo non lo interrogò in proposito, ma si diede gran
pena di stornare il discorso s'egli accennava a dirne qualche cosa.
E Guglielmo, ferito nel profondo dell'anima da quell'apparente strana
indifferenza, si ratteneva dal forzarla ad ascoltare particolari dei
quali ella mostrava di non curarsi.
Parlarono della vita di Calcutta, delle novità di Parigi, della scuola
dov'ella aveva insegnato, e di molte altre cose, ma non dissero parola
di ciò che stava loro sul cuore. Infine una delle persone di servizio
si presentò sulla soglia, e, senza vedere Guglielmo, avvertì che il
tè era pronto. Il signor Graham si rizzò, e si volse, dando le spalle
al fuoco. Si rizzò tosto anche il giovane e fece per accomiatarsi.
Con rigido tono d'urbanità il padrone di casa lo invitò a rimanere.
Gertrude avrebbe voluto insistere perchè accettasse, ma egli ringraziò
ricusando così recisamente ch'ella comprese che la poco graziosa
accoglienza del signor Graham lo aveva offeso.
Il vecchio gentiluomo non sentiva punta simpatia per i giovanotti
in generale, e Guglielmo era venuto a disturbargli la beatitudine
d'una di quelle ore di quiete e libertà, divenute piuttosto rare;
inoltre, e questo era il peggio, ricordava sempre con amaro cruccio
che Gertrude aveva abbandonato Emilia e lui (così egli considerava la
sua coscienziosa elezione tra due doveri in conflitto tra loro) a fine
d'assistere i parenti di quell'importuno visitatore. E, si capisce,
questo ricordo non era proprio a conciliare al giovane Sullivan l'animo
d'un uomo così caparbio e ostinato nei suoi pregiudizi.
Gertrude accompagnò il suo amico fino alla porta di casa. La pioggia
era cessata, ma il vento fischiava sotto il portico. Voleva essere
una serata fresca. Guglielmo s'abbottonò l'abito, mentre s'accomiatava
promettendo di ritornare il giorno seguente.
— Non avete soprabito, — ella disse. — L'aria della notte è frizzante,
e voi siete avvezzo a un clima caldo. Fareste bene a prendere questo
scialle. —
Tolse dall'attaccapanni un grave _plaid_ scozzese che ci si trovava
sempre per un caso di bisogno.
Egli se lo gettò sul braccio ringraziandola, poi le prese tutt'e due le
mani tra le proprie, e la guardò fisso negli occhi, come se bramasse
dirle qualche cosa. Ma visto ch'ella li distoglieva dal suo sguardo
amoroso, si spiccò da lei, la salutò con viso turbato e scese la
scalinata di corsa. Gertrude stette con la gruccia della porta in mano
finchè udì risonare i passi del suo cavallo sulla strada, poi chiuse
a precipizio e s'affrettò a nascondersi nella sua camera. Ella aveva
sostenuto valorosamente la prova di quell'incontro tanto desiderato e
tanto temuto, aveva recitato la sua parte con calma e naturalezza; ma
adesso tutto il suo coraggio l'abbandonava; pensava ai giorni, ai mesi,
agli anni futuri, e comprendeva che prove più tremende l'aspettavano.
Se Guglielmo si fosse mutato essenzialmente, se fosse divenuto lo
zerbinotto spensierato, galante, mondano, o l'uomo d'affari, di cuor
freddo, e intento solo ai guadagni, ch'ella ultimamente, a volta
a volta, s'era figurata di dover forse trovare in lui, se l'avesse
salutata con gelida formalità, o con dura indifferenza, o con goffo
riserbo, avrebbe potuto disprezzarlo, compatirlo o biasimarlo, e
quindi amarlo meno. Ma ritornava qual'era partito: franco e generoso,
affettuoso e virile; le manifestava la stessa calda cordialità, la
stessa delicata tenerezza di prima. Insomma era il Guglielmo ch'ella
aveva tanto sognato, tanto amato. Evidentemente, pur avendo dato il
cuore ad un'altra, non dimenticava l'amica della sua adolescenza.
Amava Isabella d'amore, ma conservava per Gertrude un sentimento quasi
fraterno. E mai non s'era pensato d'essere per lei più che un fratello.
Conveniva dunque ch'ella si preparasse a sopportare la pena crudele
di vederlo e udirlo parlare della sua fidanzata, e augurargli ogni
felicità come una sorella al buon fratello affezionato. Ella doveva
vincere una passione di cui fino allora non aveva conosciuto tutta
la potenza, e trasformarla in semplice amicizia. A quest'idea il suo
povero cuore dolorante si gonfiava, palpitava con violenza selvaggia,
irrefrenabile.
Si gettò sul letto, nascose la faccia nel guanciale, e pianse.
La scosse una leggera picchiata all'uscio. Credendo che la chiamassero
per il tè, disse senza alzarsi:
— Siete voi, Gianna? Non ho voglia di prender nulla stasera....
— Non vengo per questo, signorina; — rispose la ragazza — c'è una
lettera. —
Gertrude balzò a terra e corse ad aprire.
— Un ragazzino me l'ha consegnata, ed è scappato a gambe, — proseguì
Gianna mettendole in mano un plico voluminoso. — M'ha raccomandato di
darvela immediatamente.
— Portatemi un lume, — disse ella.
Mentre la servetta andava per il lume, Gertrude esaminava il plico
cercando d'indovinare che potesse contenere quella missiva di così
straordinarie dimensioni e tanto pesante. Non credeva possibile
che fosse la risposta del signor Amory: l'aspettava al più presto
entro il giorno seguente. Da chi mai proveniva? Ma non appena Gianna
rientrò recando luce nella stanza, ella riconobbe la scrittura di lui:
ansiosamente ruppe il suggello ed estrasse dalla busta parecchi fogli
coperti di fitti caratteri.
Li lesse con un'avidità e un'intensa commozione, che la grave
importanza del contenuto ben giustificava.