SOUTHEY.

Posto che il signor Graham nella sua lettera manifestava il proposito

di trovarsi sulla banchina all'arrivo del piroscafo a Nuova York per

ricevere la sua figliuola e Gertrude, il dottor Jeremy stimò inutile

d'accompagnarle oltre Albany, dove le avrebbe vedute imbarcate e donde

poteva poi proseguire direttamente per Boston, sulla linea ferroviaria

dell'Ovest. La sua signora era oramai impaziente di ritornarsene a casa

e non si sentiva nessuna voglia di rivisitare la gran metropoli con

quel gran caldo.

— Addio, Gertrudina, — disse il dottore nel salutarle sulla tolda d'uno

dei piroscafi percorrenti il fiume Hudson. — Ho gran paura che voi

abbiate perduto il cuore a Saratoga: non siete più vispa ed allegra

come prima. Non credo però che si sia potuto smarrire molto lontano, in

un luogo così; dunque procurate di ritrovarlo prima che ci rivediamo a

Boston. —

Egli era appena sceso a terra, e mancavano pochi minuti alla partenza,

quando salì a bordo una gaia comitiva d'elegantoni, parlando e

ridendo più forte che non consentisse, a parer di Gertrude, la buona

educazione. Nel gruppo spiccava Isabella Clinton, la quale era fatta

segno di scherzosi e piacevoli motti da parte dei suoi amici, e sebbene

fingesse d'esserne stizzita e quasi d'adontarsene, tradiva la propria

compiacenza con l'espressione del bel viso invermigliato e ridente.

A un tratto la mimica significativa d'alcuni di essi, e un _ssst_

sommesso, avvisò dell'avvicinarsi di qualcuno che non doveva udire

le loro osservazioni: e Guglielmo Sullivan comparve, con una sacca da

viaggio in mano e un pesante scialle sul braccio. Il suo aspetto era

grave, come la sera innanzi, probabilmente per la medesima ragione.

Egli passò davanti a Gertrude che aveva calato il velo sulla faccia,

e andò ad Isabella presso la quale depose sopra una seggiola il suo

fardello.

Mentre le parlava con voce sommessa, la campana di bordo invitò

bruscamente quelli che non partivano a lasciare il piroscafo. Il

giovane fu costretto ad allontanarsi in fretta, e venne a trovarsi di

qualche passo più vicino a Gertrude nell'atto che concludeva il suo

discorso all'altra dicendo:

— Dunque, se farete il possibile per ritornare giovedì, cercherò d'aver

pazienza fino allora. —

Gertrude distinse chiaramente queste parole.

Un minuto dopo la macchina si metteva in moto, non senza però che un

uomo d'alta statura, sopraggiunto in quel momento, facesse a tempo

d'imbarcarsi, fra il terrore degli spettatori, varcando con un salto

audace lo spazio che già divideva il bastimento dalla riva. Egli

tranquillamente passò nel salotto dei signori dove si stese su un

divano, trasse di tasca un libro, e si pose a leggere.

Quando, incominciato il viaggio, si fece un po' di quiete sulla tolda,

Emilia domandò piano alla sua compagna:

— Non ho forse udito dianzi la voce d'Isabella Clinton?

— Infatti, — rispose Gertrude — è qui. Siede dalla parte opposta, e ci

dà le spalle.

— Non ci ha vedute?

— Sì, credo. Guardava in questa direzione mentre le persone che sono

con lei sceglievano i loro posti.

— E lei ne ha scelto uno che le permette di non vederci ora?

— Sì.

— Forse va a Nuova York per salutare la signora Graham.

— È probabile. Non ci avevo pensato. —

Seguì un silenzio. Emilia pareva pensosa. Infine ella mormorò appena:

— Chi era il signore che venne a parlarle, un momento prima della

partenza?

— Guglielmo, — disse Gertrude con voce tremula.

Emilia le premette la mano e tacque. Anche ella aveva udito le parole

di Guglielmo, e comprendeva che significassero per la sua amica.

Passarono alcune ore. Avevano percorso un gran tratto del fiume,

perchè la velocità del piroscafo era grande: troppo grande, pensava

Gertrude, per la sicurezza dei passeggeri. Dapprima, assorta nelle

sue riflessioni e incapace di godere i pittoreschi paesaggi che

poche settimane innanzi l'avevano tanto deliziata, ella era rimasta

indifferente ad ogni cosa intorno, fissando lo sguardo nelle acque

azzurre e profonde, e comunicando col proprio cuore. Ma a grado a grado

la sua attenzione fu attratta da varie circostanze che eccitavano a

bordo una viva curiosità, e finirono col destarle tanto spavento,

che il corso de' suoi pensieri ne fu interrotto ed ella non potè

più considerare se non le presenti condizioni d'Emilia e sue, e le

possibili loro conseguenze.

Parecchie volte, dopo lasciata Albany, il loro piroscafo era passato

davanti a un altro di pari dimensioni, costruzione e velocità, recante

anch'esso un carico di vite umane e diretto alla stessa mèta. Di tanto

in tanto, nella loro corsa sfrenata, la contiguità delle due navi

era tale da provocare serie inquietudini nel sesso debole e fiera

indignazione nel forte. Si diceva che facevano una gara di rapidità,

e si contendevano la vittoria disperatamente. Alcuni dei passeggeri,

incuranti del pericolo, s'appassionavano per quella lotta insensata,

ed eccitatissimi seguivano con folle ardore, frementi di piacere, le

vicende della corsa in cui l'ambizione delle due rivali si manifestava

con prove d'inaudita temerità. Ma gli altri, cioè il maggior numero,

che comprendeva tutte le persone ragionevoli e di buon senso,

guardavano quello spettacolo, sdegnati e impauriti. A molte delle

stazioni sulla riva il piroscafo non si fermava affatto; e dove sostava

un attimo, i disgraziati viaggiatori venivano spinti fuori o dentro

con furia indecente a rischio della loro incolumità, e i rispettivi

bagagli (o quelli di qualcun altro) scaraventati dietro a loro, senza

cerimonie, mentre la macchina ansante e ruggente urlava contro la

violenza fatta alla sua libertà. Verso mezzogiorno quella febbrile

agitazione era al colmo, e neppure le assicurazioni del comandante che

non si correvano pericoli, riuscirono a calmarla interamente.

Gertrude, seduta accanto ad Emilia, le teneva stretta una mano e spiava

ansiosa ogni indizio di terrore, procurando d'indovinare la verità dal

contegno e dall'aspetto dei compagni di viaggio che le sembravano più

intelligenti. Emilia, che non vedeva nulla di quanto avveniva intorno a

lei, ma che la finezza del suo udito aveva resa accorta dello spavento

generale, era tranquilla, benchè pallidissima: di quando in quando

interrogava la fanciulla circa la vicinanza del secondo piroscafo,

perchè la minaccia d'una collisione era la causa che principalmente

turbava i passeggeri.

Alfine quello su cui esse erano imbarcate giunse a oltrepassare il

suo competitore; il comandante affermò di nuovo che la sicurezza era

piena ed intera, e la calma ritornò a poco a poco; chi riprese le

conversazioni interrotte, chi spiegò un giornale. L'allegra compagnia

di cui faceva parte Isabella Clinton e fra la quale grandissima era

stata la paura, ricominciò a chiacchierare e ridere chiassosamente.

Ma Emilia aveva sempre il viso bianco, e a Gertrude parve alquanto

spossata.

— Scendiamo sotto coperta, cara, — le disse questa. — Tutto è quieto,

oramai, possiamo star sicure. Nel salotto delle signore ci sono sofà

comodissimi; vi metterete un po' a giacere, e ci faremo portare un

bicchier d'acqua. —

La signorina Graham acconsentì. Cinque minuti dopo erano stabilite

gradevolmente in un angolo del salotto dove rimasero indisturbate fino

all'ora del pranzo. Non andarono però a tavola. Avevano già destinato

d'astenersene, e dopo la scossa sofferta la mattina non ne avrebbero

avuto più voglia in nessun caso. Se ne stettero perciò tranquille

dov'erano, mentre i passeggeri accorrevano alla chiamata, da ogni parte

del piroscafo, desiderosi di ristorarsi con un buon pasto dopo tanti

spaventi; e potevano farlo in pace, perchè la gara di velocità era

cessata e a bordo tutto procedeva con perfetto ordine.

Gertrude aperse il suo panierino da viaggio e prese l'involto

contenente la loro colazione. Non era una di quelle colazioncine

che le mamme previdenti e amorose apparecchiano per la famiglia in

viaggio, ghiotte del pane per la materia prima e la preparazione

appetitosa, ma consisteva semplicemente in un po' di roba asciutta che

il dottor Jeremy s'era procurato in fretta all'albergo prima della

loro partenza da Albany. La fanciulla girava lo sguardo dalle fette

di lingua rinsecchita e di pane raffermo, alle focaccine spugnose

parecchio stantie, ed esitava, non sapendo che cosa di quel poco felice

assortimento dovesse raccomandare ad Emilia, quando un cameriere negro,

di civile aspetto, entrò portando un gran vassoio carico di piattini

scelti, lo posò sulla tavola vicina a loro, poi volgendosi a Gertrude

chiese che altro desiderassero.

— Ma questo non è per noi, — ella rispose. — Avete sbagliato.

— Punto sbaglio, — replicò l'uomo. — Ordini ricevuti per signora cieca

e signorina bella. Io obbedisco ordini. Altro, signorina?

— No, ci basta. —

Il negro uscì, e Gertrude, tentando di mostrarsi allegra, domandò ad

Emilia che avessero a fare di quel pranzetto comparso come nella fiaba

d'Aladino.

— Mangialo, cara, se puoi, — disse questa. — È per noi di certo.

— Ma a chi lo dobbiamo?

— Alla mia cecità e alla tua bellezza, pare, — fece Emilia sorridendo;

e soggiunse ingenuamente: — Forse il primo cameriere o il maggiordomo

ha avuto compassione di noi, visto che non eravamo in istato di venire

a tavola, e ci ha mandato il pranzo qui. Suvvia, mangialo, figliuola,

prima che si diacci.

— Io?... Non ho appetito, veramente.... Ma sceglierò un bocconcino

delicato per voi. —

Quando il cameriere venne a riprendere il vassoio, si mostrò

contristato vedendo che avevano toccato appena quelle buone cose.

Gertrude gli diede una mancia domandando a chi dovesse pagare il conto.

— Pagare, signorina! — egli esclamò con un grottesco sorriso. — Mai

più! Il signore paga tutto!

— Chi? — interrogò ella, molto stupita. — Che signore? —

Ma prima che l'uomo potesse rispondere un altro negro dal grembiulone

bianco apparve sull'uscio, e rivolse un cenno al suo compagno, il quale

s'affrettò a prendere il vassoio e trotterellò via, piegato sotto

il peso, lasciando Gertrude ed Emilia alle loro congetture circa il

benevolo incognito.

Finirono col concludere che quella inaspettata cortesia veniva senza

dubbio dal dottor Jeremy: evidentemente egli aveva dato ordine di

servirle, e pagato ogni cosa, prima di lasciare il piroscafo. Nè mai

il buon dottore ricevette un più immeritato tributo di elogi e di

gratitudine, giacchè per quanto avesse un cuor d'oro, atti di così

raffinata galanteria non se li sarebbe sognati nemmeno.

Appena mangiato, Emilia si ricoricò, e diede a Gertrude il consiglio

d'imitarla; poi, credendo che lo avesse seguito, cercò di prender

sonno, e dormì placidamente un'ora. Ma la sua compagna vegliava accanto

a lei, con amorosa cura, impedendo alle mosche di turbare un riposo

di cui la povera cieca, nel suo debole stato di salute, aveva gran

bisogno, dopo due notti quasi insonni.

— Che ore sono? — chiese Emilia destandosi.

— Manca poco alle tre e un quarto, — rispose la giovanetta, guardando

il suo orologio, bellissimo dono d'una classe delle sue alunne.

Emilia si rizzò, dicendo:

— Non possiamo dunque essere molto lontano da Nuova York. Dove ci

troviamo ora?

— Non lo so precisamente, ma credo in vicinanza delle Palizzate. Se non

vi dispiace d'aspettarmi qui vo a vedere. —

Attraversò la sala, e cominciò a salire la scaletta. In quella fu

colpita e spaventata da un suono stridente accompagnato dal rumore di

passi precipitati. Ella proseguì tuttavia, sebbene più volte urtata da

persone che con faccia spaurita accorrevano in frotta per conoscere

la causa di quello scompiglio. Aveva guadagnato a stento il sommo

della scala, quando un uomo le passò davanti di fuga, ansimante,

pallidissimo, gettando il grido terribile:

— Fuoco! Fuoco! —

Di lì a un secondo seguì una scena di sgomento e confusione,

indescrivibile. Acute grida s'alzavano al cielo, gemiti di disperazione

erompevano da cuori spezzati dal terrore e dal dolore per i loro

cari, o impazziti dalla certezza della propria fine imminente. Ognuno

invocava soccorso dagli altri, e nessuno era in grado di prestarne.

Uomini che non avevano mai pregato imploravano Dio con fervore. I

cervelli più forti erano sconvolti, gli animi più valorosi si sentivano

mancare, cedevano all'orrore dell'ora.

Gertrude eresse la snella persona, e girò intorno i grandi occhi

neri dilatati dallo spavento. Dappertutto era tumulto, ma l'elemento

distruttore non appariva ancora che in un punto solo. Verso il centro

della nave, dove causa l'eccessivo riscaldamento della macchina s'era

incendiato il legno asciutto delle parti circostanti, una voluminosa

fiamma sgorgava dardeggiando le sue lingue formidabili e facendo

retrocedere interroriti i più coraggiosi. A quella vista la fanciulla

si slanciò giù per la scaletta pensando soltanto a raggiungere Emilia.

Ma fu arrestata al primo passo. Le braccia vigorose di qualcuno ch'era

dietro a lei le cinsero la vita ed ella si sentì trarre con impeto

sopra coperta, mentre una voce familiare diceva ansando:

— Gertrude, figliuola mia, caro tesoro, state quieta, state quieta, io

vi salverò! —

Non per nulla il signor Phillips, giacchè era lui, le raccomandava di

star quieta: ella si dibatteva perdutamente, gridando:

— No! No!... Emilia.... Emilia! Lasciatemi.... a costo di morire devo

trovare Emilia!

— Dov'è? — domandò egli.

— Laggiù, laggiù, — indicò Gertrude — nel salotto.... Lasciatemi

andare.... lasciatemi.... —

Egli gettò un rapido sguardo in giro, poi disse con tono fermo:

— Calmatevi, figliuola: vi salverò tutte e due. —

D'un balzo egli fu a piè della scala e si precipitò nel salotto.

Emilia era nell'angolo più lontano, in ginocchio, con la testa

arrovesciata all'indietro; e la sua faccia pareva la faccia d'un

angelo.

Phillips e Gertrude corsero a lei; e mentre l'uno si chinava per

sollevarla tra le sue braccia, l'altra esclamò ansiosa:

— Venite, Emilia, venite! Egli ci salverà! —

Ma la cieca resisteva.

— No, lasciami, Gertrude.... salvatevi voi! Oh, — soggiunse

supplichevole, alzando il viso verso lo sconosciuto — non pensate a me,

salvate la mia creatura! —

Ma non aveva finito di proferire queste parole, che egli già la portava

fuori della sala, seguito dalla fanciulla.

— Se possiamo attraversare la nave siamo sicuri! — disse il signor

Phillips con voce soffocata.

Impossibile. Tutto il centro della tolda ardeva.

— Dio buono! — egli esclamò. — Troppo tardi! Bisogna tornare

indietro. —

Non senza difficoltà poteron giungere al salone lungo. In quel momento

il piroscafo, che non appena scoppiato l'incendio era stato diretto

verso terra, urtò contro le rocce e si spaccò nel mezzo. La parte

anteriore venne perciò a trovarsi presso la riva, e per coloro che

l'occupavano la salvezza era quasi certa. Ma ahimè, non così per i

passeggeri che stavano a poppa. La poppa restava lontano, nel fiume,

e il vento spingeva le fiamme divoranti in quella direzione, ponendo

i disgraziati che si rifugiavano ancora in quel frammento della nave

perduta, tra due elementi egualmente fatali.

Arrivati nel salone il primo pensiero del signor Phillips fu d'aprire

una finestra e saltare sul bordo traendosi dietro Emilia e Gertrude. Vi

pendevano alcune corde. Egli ne prese una, e l'attaccò alla nave con la

destrezza d'un vecchio marinaro. Poi si rivolse alla giovanetta:

— Gertrude, — disse scolpendo le parole — io porto Emilia alla riva,

a nuoto. Se il fuoco s'avvicina troppo, aggrappatevi al bordo. In caso

disperato sospendetevi alla corda. Lasciate svolazzare il vostro velo.

Vo e torno.

— No, no! — gridò Emilia. — Prima Gertrude!

— Zitta! — fece questa. — Ci salveremo tutti.

— Tenetevi bene alla mia spalla, Emilia, — soggiunse il signor Phillips

che l'aveva ripresa in braccio, senza badare alle sue proteste.

S'udì un tonfo in acqua. Erano partiti.

A un tratto Gertrude si sentì afferrata per di dietro. Volse il capo.

Isabella Clinton, inginocchiata, pazza di terrore, s'abbrancava a lei

in guisa da ridurre l'una e l'altra all'impotenza, e in pari tempo

gridava con tono lamentoso:

— Oh, Gertrude, Gertrude, salvatemi! —

Ella cercò di sollevarla, ma ogni sforzo era inutile perchè senza fare

il minimo gesto per aiutarsi, quella s'avvolgeva follemente il grave

abito da viaggio di Gertrude intorno alla persona quasi a schermirsi

dalle fiamme invadenti, e quanto più presso a loro veniva balenando

la luce sinistra, con più selvaggia frenesia la interrorita fanciulla

s'aggrappava alla sua compagna di sventura, pur implorando con alte

grida il suo soccorso mentre la teneva così impedita.

Ma a questa era impossibile qualsiasi tentativo di salvezza finchè

rimaneva imprigionata in quella tenace stretta. Ella guardò nella

direzione in cui s'era allontanato il signor Phillips e con gioia

lo vide ritornare. Egli, deposta Emilia in una barca fortunatamente

incontrata, s'affrettava verso l'altra pericolante.

In quel momento una gran fiammata arrivò, spinta dal vento, in tanta

prossimità del luogo dov'erano rifugiate le due giovani, che Gertrude,

la quale stava ritta, ne sentì il cocente calore, e tutt'e due furono

mezzo soffocate dal fumo.

Allora nell'animo della nobile creatura sorse una risoluzione eroica.

Il signor Phillips già s'avvicinava. Una di loro poteva essere salvata.

Sarebbe Isabella. Ella invocava aiuto da lei: non glielo negherebbe.

E poi Guglielmo amava Isabella; egli avrebbe pianto s'ella fosse

perita.... No, questo dolore gli verrebbe risparmiato. Per Gertrude non

piangerebbe, non molto almeno.... Se una doveva morire, morrebbe lei,

dunque....

Per una volontà come la sua, risolvere era fare.

— Isabella, — ella disse col tono di quella severità che s'userebbe

verso un bambino caparbio, dal quale le esortazioni amorevoli non hanno

ottenuto nulla — m'udite? Rizzatevi in piedi: fate quanto vi dico, e

sarete salva. M'udite? —

Ella udiva, tremava, e non si moveva.

Gertrude si chinò, le separò a viva forza le dita delle mani

convulsamente intrecciate, e riprese, con una durezza a cui solo la

necessità poteva indurla:

— Se voi m'obbedite, tra cinque minuti sarete sulla riva, sana e salva,

intendete? Ma se v'ostinate a non muovervi e comportarvi come una

bimba senza giudizio, periremo tra le fiamme, l'una e l'altra.... Su,

su, per amor di Dio, non c'è tempo da perdere! E notate bene le mie

parole! —

Isabella si rizzò, fissò gli occhi nel viso calmo e risoluto di

Gertrude, e domandò con voce piagnucolosa:

— Che debbo fare?

— Vedete l'uomo che s'avvicina a nuoto?

— Sì.

— Viene a noi. Tenetevi afferrata a questa corda; io vi calerò pian

piano a fior d'acqua. Aspettate! —

E strappatasi di capo il lungo velo turchino, lo annodò al collo

d'Isabella e lo rigettò sui biondi suoi capelli.

Il signor Phillips arrivava.

— Lesta, lesta! O sarà troppo tardi! —

Isabella afferrò la corda, ma retrocedette sgomentata all'idea

dell'acqua sotto i suoi piedi. Però una nuova irruzione del fuoco, da

una finestra, le diede il coraggio di sfidare un pericolo ch'era del

resto soltanto apparente. Aiutata da Gertrude passò sopra bordo, e

si lasciò calare giù. Fu sorte che il salvatore si trovasse pronto a

riceverla tra le braccia, perchè la paura l'aveva tanto estenuata che

non si sarebbe potuta reggere lungamente alla corda.

Gertrude non ebbe agio di seguirli con gli occhi: troppo doveva badare

a sè. Le fiamme oramai giungevano fino a lei. A un piede di distanza

appena dardeggiavano minacciose, ed ella, avvolta in una negra nuvola

di fumo, quasi soffocava. Non poteva più esitare. S'attaccò alla corda

lasciata libera da Isabella, che il signor Phillips rapidamente portava

a salvamento, e scivolò lungo il fianco della nave divorata dal fuoco.

Quanto tempo le sue forze le avrebbero permesso di reggersi così

sospesa, quanto tempo quella parte ancora incolume dello scafo avrebbe

sostenuto la corda? Non ebbe da sperimentarlo. Nel momento stesso che

ella sfiorava la fredda superficie del fiume, l'enorme ruota, da cui

si trovava poco lontana, diede un ultimo giro, con un rumore lugubre,

spirante, che risonò come una nenia di morte; l'acqua agitata venne

spumeggiando a percuotere la nave e ritirandosi travolse il corpo

leggero della fanciulla.

Il lampionaio · 第 80 / 100 题