— Ero più giovane di te, Gertrude, — cominciò Emilia — quando fui
sottoposta alla mia prova, e per ogni rispetto una persona assai
diversa da quella che tu hai conosciuta. Tu sai forse ch'io perdetti
la mamma in così tenera età, che non serbo alcuna memoria di lei. Ma
mio padre si riammogliò presto, e nella matrigna ch'io ricordo come
se fosse stata la mia vera madre, trovai tanto amore e tante cure da
compensarmi pienamente della mia perdita. Io la rammento qual'era negli
ultimi anni della sua vita: alta, gracile, delicata, con un viso dolce
ma piuttosto malinconico. Vedova anch'ella d'un primo marito, aveva un
figliuolo che divenne subito il mio solo compagno. Tutti i miei piaceri
infantili furono divisi con lui. Quando mi dicesti, molto tempo fa,
ch'io non potevo immaginarmi quanto tu amassi Guglielmo, fui sul punto
di confidarti una parte di questa storia della mia prima giovinezza, a
fine di persuaderti che nessuno meglio di me poteva comprendere un tale
affetto: ma mi rattenni, perchè tu eri allora troppo bambina, e non
volevo contristarti col racconto di casi dolorosi come i miei. Perciò
tacqui. Le mie parole non potranno mai esprimerti quanto caro mi fosse
quel compagno della mia infanzia. Ciò che eravamo l'una per l'altro, e
l'influsso che l'una esercitava sull'altro ci univano coi legami d'una
reciproca dipendenza: perchè sebbene egli fosse lo spirito dirigente,
la volontà forte e determinata, ed io mi sottomettessi di buon grado a
una dominazione cui la mia docile natura non ripugnava, c'era una cosa
nella quale il mio baldo protettore e signore aveva bisogno del mio
aiuto e del mio appoggio. Ero io quella che serviva da mediatrice tra
lui e mio padre. Idolatrato dalla sua mamma, il ragazzo all'incontro
era sempre trattato con freddezza e diffidenza dal patrigno che non
lo comprendeva, e lungi dall'apprezzar le sue nobili qualità, pareva
considerarlo con sospetto e antipatia. Ma ai miei sguardi imploranti,
alle mie supplichevoli preghiere egli prestava benevolo orecchio, e il
mio compagno sapeva che io ero pronta a spendere tutta la mia eloquenza
in suo servigio ogni volta che gli occorreva ottenere un favore o far
valere una scusa.
«Certo per nostra madre la durezza del marito verso il figliuolo di
lei doveva essere una causa di grande infelicità. Ricordo bene con
quale ansia si sforzava di nascondere i suoi falli, le sue imprudenze,
e come spesso m'insegnasse ella stessa ciò che avevo da dire a fine
di propiziare il mio babbo, che per amor mio molte volte perdonava al
ragazzo il cui carattere ardimentoso e indipendente lo metteva non di
rado in conflitto con un uomo severo oltremodo contro chi sia incorso
nella sua collera.... E tu hai avuto occasione di giudicarne.
«Durante la sua vedovanza la mia matrigna era stata poverissima, e
suo figlio, non avendo ereditato nulla dal proprio padre, si trovava
alla mercè della generosità del mio. Questa era una pungentissima
mortificazione per lui, e metteva a fiera prova il suo orgoglio già
potente; spesso io lo vidi irritato e inasprito da benefizi che egli
sapeva non essere largiti con mano paterna, mentre il signor Graham,
che non intendeva questo sentimento, lo accusava in cuor suo di grossa
ingratitudine.
«Finchè nostra madre ci fu conservata, si visse in discreta armonia:
ma disgraziatamente quando io toccavo i sedici anni, fu colta da una
malattia fulminante e morì. Ho presente sempre alla memoria l'ultima
notte della sua vita. Ella mi chiamò al suo letto e mi disse con voce
solenne: «Emilia, io ti rivolgo morendo questa preghiera: sii l'angelo
custode del mio figliuolo!»
«Dio mi perdoni, — e così esclamando gli occhi spenti della cieca
s'empirono di lacrime — se fui infedele alla mia missione!
«Quegli di cui ti parlo, — Emilia si guardava dal proferirne il nome —
era allora un giovanetto diciottenne. Mio padre l'aveva da poco fatto
entrare in qualità di commesso nel proprio banco, a mal suo grado,
perchè egli desiderava seguire i corsi degli studi superiori; ma sua
madre ed io l'avevamo indotto a cedere, vista l'irremovibile volontà
del capo di famiglia. La morte della signora Graham strinse più che
mai i vincoli tra suo figlio e me. Egli continuò ad abitare con noi,
e passava in mia compagnia tutte le sue ore di libertà. Il babbo
stava molto fuori, e quando era in casa si chiudeva nella biblioteca
lasciando che lui ed io c'intrattenessimo a piacer nostro. Frequentavo
allora la scuola ed ero un'alunna diligente, amantissima dei libri.
Quante volte, quando tu mi parlavi dell'assistenza che ti prestava
Guglielmo nei tuoi studi, mi ricordasti il tempo in cui io venivo
così aiutata e incoraggiata dal mio tenero amico, sempre volonteroso
d'adoprarsi per me con l'intelligenza e con l'opera.
«Ma la nostra felicità non era indisturbata. Spesso io vedevo sul volto
di mio padre quella dura espressione che temevo sopra ogni cosa, mentre
manifesti segni d'irritazione, d'ira talvolta, nell'aspetto del suo
figliastro, m'avvertivano che una tempesta era scoppiata, probabilmente
nel banco, senza ch'io potessi averne idea fuorchè dagli effetti.
Nè potevo più intromettermi come mediatrice, perchè i guai insorti
derivavano di solito da qualche negligenza reale o supposta, o qualche
errore in materia d'affari, del giovane e inesperto commesso; colpe
per le quali il babbo, negoziante fin nelle midolle, e ragioniere di
scrupolosa esattezza, non aveva indulgenza, e in cui lo spensierato
delinquente, privo d'attitudine all'ufficio impostogli, era proclive a
ricadere.
«Le cose andavano innanzi così da sei mesi, quando a un tratto avvenne
un grave mutamento. Evidentemente mio padre aveva ceduto a suggestioni
di terze persone, o concepito egli stesso dubbi che l'inquietavano.
Egli, come tu sai, è un uomo franco, onesto e schietto nei suoi
propositi, quali si siano, che se anche volesse ricorrere a qualche
artifizio non avrebbe l'astuzia necessaria per condurlo a termine con
buon successo. Quindi ci avvedemmo presto della sua risoluzione di
porre immediatamente un freno alla dimestichezza tra il suo figliastro
e me. A tal fine introdusse nella famiglia una governante: la signora
Ellis, che da allora non ci ha più lasciati. La presenza quasi continua
di quella estranea, e gli ostacoli ch'egli cominciò a frapporre alle
antiche consuetudini che favorivano la nostra intimità provavano
abbastanza come egli intendesse sradicare e distruggere, se possibile,
l'affezione da cui eravamo uniti. Nè invero è da maravigliarsene ove si
rifletta che essendo io oramai donna, essa non era più da considerarsi
come un'affezione fanciullesca, mentre un'altra sua forma non avrebbe
ottenuto l'approvazione del babbo, posto che il figliuolo della sua
seconda moglie, tanto adorato dalla madre, non godeva punto la sua
benevolenza.
«Il dolore cagionatomi da sì fatti procedimenti non poteva compararsi
che all'indignazione del mio compagno di sventura, il quale non s'era
mai così fieramente risentito d'alcun altro atto ostile del patrigno:
nè la tattica di questi riuscì a staccarlo da me, perchè sebbene
evitasse con cura di mostrarsi sotto gli occhi della «spia», come
denominava la signora Ellis, il suo genio inventivo escogitava numerose
occasioni di vedermi e intrattenersi meco durante l'assenza di lei;
condotta sommamente propria ad eccitare più che mai i sospetti di mio
padre.
«Io sono persuasa ch'egli v'era spinto soprattutto da un profondo
senso della malevolenza e dell'ingiustizia usategli e dal desiderio
di manifestare la sua indipendenza da ciò che stimava un'inescusabile
tirannia: non ho nessuna ragione di credere che l'idea d'un idillio
romantico o di un futuro matrimonio entrasse nei suoi calcoli. E io
che allora non conoscevo legge superiore alla sua volontà o almeno non
vi obbedivo, mi prestavo senza esitare a questi piccoli inganni per
eludere la vigilanza da cui saremmo stati separati.
«Ma mio padre, come non è raro il caso tra le persone poco socievoli,
e in apparenza poco osservatrici, vedeva i nostri sotterfugi meglio
che noi non si pensasse, e si figurava più cose che non esistessero
in realtà. Egli ci spiava attentamente, ma contro il solito suo modo
di procedere s'astenne per qualche tempo dal frapporsi tra noi. Ben
ponderando pensai poi che allora egli si proponesse di separarci
in maniera più naturale di quella tentata, approfittando della
prima opportunità per trasferire il suo figliastro in qualche posto
connesso con la sua casa di commercio, sia all'estero sia in una
città lontana degli Stati Uniti, e volesse evitare, finchè il suo
disegno non fosse maturo, d'affliggermi cedendo al dispetto e alla
collera che gli bollivano dentro; perchè ha sempre avuto, come adesso,
per l'immeritevole sua figliuola tutta la tenerezza e l'indulgenza
conciliabili col mantenimento della sua autorità.
«Ma prima che questo proposito fosse attuato, succedettero casi e
sorsero sospetti i quali condussero alla sua perdita l'uno, e immersero
l'altra.... —
La voce mancò ad Emilia.
Ella chinò il capo sulla spalla di Gertrude e pianse amaramente.
— Non vi forzate di narrarmi il resto, cara, — disse la giovanetta. —
So, ora, quanto siete infelice, e basta. Risparmiatevi, ve ne prego, lo
strazio di ridestare per amor mio i dolori passati.
— Passati! — esclamò la cieca ritrovando la voce, ed asciugando le
sue lacrime. — No, non sono passati mai.... Gli è soltanto perchè non
soglio parlarne che m'hanno in questo momento sopraffatta così...
Non credere però ch'io sia infelice, Gertrude. La mia pace di rado
è turbata, nè avrei permesso ai deboli miei nervi di rilassarsi,
comunicandoti i segreti di quel mio duro tempo di prova che mai potrò
dimenticare, se non fosse che, conoscendo tu quanto dolcemente e
armoniosamente volga la mia vita verso il grande ed eterno risveglio,
desidero provare alla diletta mia figliuola il potere di quella fede
divina per cui le mie tenebre furono mutate in luce maravigliosa, e
un'afflizione come la mia fu la benedetta foriera della gioia suprema.
Ma non mi rimane più molto da narrare, e lo dirò il più brevemente
possibile. —
Ella proseguì con voce ferma benchè sommessa e un po' soffocata.
— Io m'ammalai d'improvviso. Avevo una gran febbre. La signora Ellis,
da me trattata sempre con freddezza e spesso con disdegno (ero, devi
sapere, una bambina viziata), m'assistette giorno e notte mostrandomi
una premura e una devozione ch'io non avevo diritto d'aspettare
da lei. Grazie alle sue cure e alla scienza del dottor Jeremy, già
allora nostro medico di famiglia, dopo alcune settimane entrai in
convalescenza. Stavo già abbastanza bene da essere in grado di rimanere
alzata e vestita parecchie ore, quando, un pomeriggio, per mutare aria
e scena, passai dalla mia camera nella biblioteca del babbo, ch'era
la stanza attigua, e mi posi quasi a giacere sul divano. Restai sola
perchè la signora Ellis doveva attendere alle faccende domestiche;
ma prima di lasciarmi aveva portato lì e collocato in modo ch'io
v'arrivassi con la mano un tavolinetto su cui si trovavano varie
boccette, bicchieri e altre cose delle quali potevo aver bisogno
durante la sua assenza.
«Era verso la fine d'una giornata di giugno, e io, dal divano,
guardavo il calar del sole, prossimo al tramonto. Un senso di
solitudine m'opprimeva, perchè da sei settimane non avevo più avuto
altra compagnia che quella della mia infermiera, salvo le periodiche
visite del babbo. Figurati l'immenso mio piacere quando insperatamente
vidi comparire il compagno per me più geniale, e adesso poco men che
proibito! Non c'eravamo riveduti da che mi ero ammalata, e dopo quella
lunga e crudele separazione il nostro incontro fu più affettuoso che
mai. Egli, insieme con un temperamento focoso e indomito, aveva una
profondità di sentimento, una tenerezza di cuore, una dolcezza di
maniere quasi femminili. Come ricordo sempre l'espressione del nobile
suo viso, i maschi toni della sua voce, mentre seduto accanto a me
sull'ampio divano, bagnandomi le tempie doloranti con acqua di Colonia
presa da una delle boccette ch'erano sul tavolino, mi ripeteva tutta la
sua gioia di rivedermi!
«Da quanto tempo fossimo là non saprei dire, ma il crepuscolo già
invadeva la stanza quando fummo interrotti da mio padre, il quale
entrò bruscamente, venne diritto verso di noi a passi affrettati, e
fermandosi di botto a una certa distanza incrociò le braccia e squadrò
il suo figliastro con tale aria d'iroso disprezzo, ch'io nulla avevo
mai visto di più terribile. Il giovane si rizzò e l'affrontò con uno
sguardo di sfida, in atto superbo. Non posso nè vorrei descriverti la
scena che seguì.
«Mi basti dire che mio padre, eccitatissimo, scagliava contro
l'oggetto del suo furore una doppia accusa, ove poneva in secondo
luogo la bassezza, così egli diceva, di cercare d'acquistarsi mediante
spregevoli arti l'amore e con esso le ricchezze dell'unica sua
figliuola, colpa veniale a paragone del nero, dell'infame delitto di
falso di cui appunto l'aveva scoperto reo, un falso in cambiali, per
una somma ingente, servendosi del nome del suo benefattore.
«Fino ad oggi, per quanto io sappia, — continuò Emilia, commossa
intensamente — questa imputazione non fu contraddetta, ma io non l'ho
creduta _mai_ fondata, nè allora nè poi. Quali si fossero i suoi errori
(e a non pochi lo trascinò il suo temperamento impetuoso) di questa
criminosa azione, sebbene nemmeno la sua parola me lo attesti, non
esito a dichiararlo innocente.
«Non ti farà maraviglia, Gertrude, che debole e ancora malata
com'ero, io non fossi capace di notare in quel momento, e ancor meno
possa rammentarmi ora distintamente, i fatti che le parole funeste
provocarono. Però alcune immagini confuse, le ultime dipintesi nei
miei poveri occhi, mi sono tuttora impresse nella memoria e visibili in
pensiero. Mio padre dava le spalle alla finestra, e dal punto ch'entrò
quella sera nella biblioteca non ho più riveduto la sua faccia; ma la
figura dell'altro, dell'accusato, illuminata com'era dagli estremi
raggi d'un tramonto d'oro, m'è presente sempre in pieno rilievo. La
testa era fieramente rigettata all'indietro; negli occhi chiari e calmi
che sostenevano uno sguardo scrutatore s'affermava l'innocenza sicura
sotto l'oltraggio; il pugno stretto sembrava fare un vano sforzo per
frenare la collera violenta manifestata dalle labbra compresse, dai
denti serrati, dal viso fremente di viva e profonda indignazione. Egli
non parlava: la voce gli rimaneva soffocata nella gola. Pure il suo
patrigno seguitava ad inveire con un linguaggio senza dubbio duro e
offensivo, benchè io non rammenti i termini. Faceva paura osservare le
alterazioni che scomponevano i lineamenti del giovane, mentre ritto di
fronte a lui ascoltava le ingiurie e i cocenti rimproveri che quegli
per certo credeva in buona fede giusti e meritati, ma che accendevano
nell'animo dell'offeso un'ira furibonda, spaventosa.
«A un tratto egli fece un passo innanzi sollevando lentamente la mano
chiusa che aveva lasciato fino allora pendere lungo il fianco. Io
non so se volesse prendere il Cielo a testimone della sua innocenza
del crimine imputatogli, o se intendesse colpire mio padre, perchè a
quel gesto balzai in piedi risoluta a gettarmi tra loro e supplicarli
di placarsi, per amor mio; ma le forze mi fallirono, e, con un acuto
grido, ricaddi sul divano, svenuta.
«Oh, l'orrore del mio ritorno alla vita! Come troverò le parole
per dirtelo?... Ascolta, Gertrude.... Egli.... il povero ragazzo
perduto.... fuori di sè, si slanciò in mio soccorso.... Reso folle
dall'ingiustizia atroce non sapeva ciò che facesse. A Dio è noto
che mai, mai glielo apposi a colpa, e se nella mia disperazione
proferii parole che sonavano come un rimprovero, fu perchè anch'io ero
frenetica, e non sapevo ciò che dicessi.
— Come! — esclamò Gertrude. — Avrebbe dunque egli...?
— No, no! Non egli.... _non egli_ spense i miei occhi!... Fu una
disgrazia. Volle prendere di sul tavolino la boccetta dell'acqua
di Colonia che aveva adoprata poc'anzi. Di boccette ve n'erano là
parecchie.... Nella sua furia ne afferrò invece una contenente non
so che forte acido usato dalla signora Ellis nella mia camera di
malata.... Aveva un tappo di cristallo, assai aderente.... ed egli....
la sua mano era mal ferma, egli, stappandola con uno sforzo.... versò
il liquido....
— Sui vostri occhi? — gridò la giovane.
Emilia chinò il capo.
— Oh, sventurata Emilia!... E, misero, misero giovane!
— Misero davvero! Serba a lui tutta quanta la tua pietà, Gertrude,
perchè egli fu di gran lunga il più infelice dei due.
— Oh, amica mia buona! Quanto dev'essere stato terribile il vostro
dolore! Come avete potuto soffrirlo e vivere?
— Intendi il dolore per i miei occhi? Oh, sì, fu terribile assai! Ma lo
strazio dell'anima fu ben peggio ancora....
— E che avvenne di lui? Che fece poi il signor Graham?
— Non posso darti un'esatta relazione di ciò che seguì. Io non ero in
condizioni da poter sapere come fosse stato trattato da mio padre il
suo figliastro. Puoi immaginartelo però. Bandì il giovane dalla sua
casa, per sempre, dichiarò di non conoscerlo più; nè certo mitigò la
sentenza con nessuna gentilezza, perchè ormai, oltre le accuse che gli
moveva prima, aveva disgraziatamente da imputargli la cecità della sua
figliuola.
— E voi non sapeste più nulla di lui?
— Sì. Mediante il buon dottore, il solo che fosse informato di
tutto, seppi dopo qualche tempo ch'egli era partito per l'America
meridionale; e nella speranza di poter ancora una volta comunicare col
povero esiliato, ed assicurarlo del mio immutabile affetto, cominciai
a rimettermi in salute; la febbre cessò, lo stato de' miei occhi
migliorò alquanto, e il dottore perfino non escludeva la possibilità
di restituirmi a grado a grado la vista. Passarono alcuni mesi. Quel
benevolo amico, perseverando con diligenza nelle sue ricerche, giunse
a scoprire alfine dove precisamente si trovasse lo sventurato giovane
e quale fosse il suo recapito. Ma mentre, con l'aiuto della signora
Ellis che la pietà aveva guadagnata alla mia causa, io principiavo
una lettera piena d'amore, supplicandolo di ritornare, tutte le
mie speranze terrene furono fatalmente troncate. Egli morì in terra
d'esilio, solo, senz'assistenza, senza conforto: morì vittima di quel
tremendo malore che rende i paesi meridionali inospiti allo straniero.
Ed io, apprendendo la dolorosa notizia, ricaddi in condizioni più
miserabili di prima, e a forza di piangere spensi quel barlume che
incoraggiava il buon dottore, nè la vista potè esser più ridonata ai
miei occhi.... —
Emilia tacque. Gertrude la cinse con le braccia, e rimasero strette
l'una all'altra, in un tenero amplesso. Il comune dolore cementava la
loro amicizia, la rendeva più cara che mai.
La cieca riprese:
— Io, Gertrude, ero allora una creatura del mondo, avida de' suoi
piaceri, ignorante d'ogni altro bene. Dapprima perciò giacqui nelle
tenebre più cupe, le tenebre della disperazione. Andavo intanto
ricuperando le forze fisiche, e la vita mi si riapriva dinanzi, inutile
e sconsolata. Tu non puoi farti un'idea della desolazione assoluta in
cui trascorrevano i miei giorni. Spesso mi sono poi rimproverata il
male che devo aver cagionato così al mio povero babbo, il quale, benchè
non ne parlasse mai, era, ne sono sicura, profondamente afflitto dalle
scene terribili avvenute, ed avrebbe dato tesori per riedificare il
passato. Ma alfine un'alba sorse nella mia notte in apparenza eterna. E
la luce mi fu recata da un ministro della Chiesa, il nostro caro signor
Arnold. Egli dischiuse gli occhi del mio intelletto, accese la lampada
sacra della religione nella mia anima placata, m'insegnò le vie della
pace, e guidò gl'incerti miei passi verso quel beato riposo che già
sulla terra è concesso ai fedeli di Dio. Per il mondo io sono sempre la
disgraziata cieca che il triste suo fato esclude da ogni godimento; ma
il mio risveglio alla vera luce è tale, che per me la mia sorte è ben
diversa, ed io posso esclamare come colui che provò la virtù sanatrice
del suo Salvatore: «Una volta ero cieca, ma adesso veggo!» —
Gertrude quasi dimenticò le proprie pene ascoltando la straziante
storia d'Emilia; e quando questa le pose una mano sul capo, ed implorò
dal Signore la grazia che anche ella fosse resa atta a sostenere con
pazienza le sue prove e ad attingervi nuova forza e nuova bontà, la
fanciulla si sentì penetrar il cuore da quell'amore profondo, da quella
fede sublime, che di rado vengono a noi se non nell'ora del dolore, e
provano che soltanto soffrendo possiamo divenire perfetti.