Ah non così, non così nel passato
Tu solevi incontrarmi.... A te insegnato
La lontananza e il tempo hanno l'oblio?
Mrs. HEMANS.
Gertrude aveva rimesso la sua piccola protetta nelle mani della
bambinaia venuta a cercarla, ed era ritornata a sedersi fra i suoi
amici, quando l'attenzione generale fu attratta da una bellissima
giovane, vestita splendidamente, che entrò nella sala scortata da
tre cavalieri. Ella guardò in giro per trovar la persona che veniva a
visitare, poi andò verso la signora Petrancourt, la quale a sua volta
le mosse incontro.
Quantunque nulla fosse per Gertrude più inaspettato di
quell'apparizione, ella riconobbe subito Isabella Clinton; ma questa
passò davanti a lei e ad Emilia senza notarle. Non essendovi seggiole
libere, prese posto con la signora sur un'agrippina, a qualche distanza
da loro, e incominciò una conversazione animatissima e familiare.
Mentre discorreva non si volse mai, ed accomiatatasi sarebbe ripassata
sotto gli occhi del dottor Jeremy e delle sue compagne, fingendo di non
accorgersi della loro presenza, se in quel momento il dottor Gryseworth
non avesse diretto la parola alla signorina Flint, chiamandola per
nome. Girò allora lievemente il capo da quel lato, e còlta dallo
sguardo della fanciulla fisso nel suo, mormorò un «Buona sera» in tono
di noncuranza, come si saluta qualcuno che si conosce appena, gettò
un'occhiata furtiva su Emilia, squadrò con impertinente curiosità il
circolo di cui esse facevano parte, e, senza fermarsi, s'allontanò
sussurrando ai suoi cavalieri commenti satirici sull'Albergo del
Congresso e sugli ospiti che v'alloggiavano.
— Oh, che bellezza! — disse Netta alla signora Petrancourt. — Chi
è? —
La signora Petrancourt comunicò quanto sapeva d'Isabella Clinton;
avevano viaggiato insieme in Isvizzera, s'erano incontrate a Parigi
dove la bella Americana era molto ammirata.
— Voi la conoscete? — domandò poi a Gertrude.
— La conobbi prima che partisse per l'Europa, — rispose questa — ma
dopo il suo ritorno non l'avevo più riveduta.
— È arrivata da poco, — disse la signora — con l'ultimo piroscafo,
in compagnia di suo padre. Si trova a Saratoga da due o tre giorni
soltanto. All'Albergo degli Stati Uniti fa furore, a quanto ho inteso,
e ha legioni d'adoratori.
— I più dei quali probabilmente sanno che uno di questi giorni sarà in
possesso d'un grosso patrimonio, — osservò suo marito.
Emilia, che conversava con Elena Gryseworth, udì questo discorso, e
rivolgendosi a Gertrude, domandò se parlassero della signorina Clinton.
— Sì, — rispose per lei il dottor Jeremy — e se ella non fosse la più
maleducata ragazza del mondo, voi, cara, avreste saputo prima d'ora
ch'è stata qui. —
La cieca s'astenne da ogni commento. Non le faceva maraviglia che
i Clinton fossero ritornati soli, perchè in Europa s'erano separati
dai Graham quasi subito, ed ella non ne aveva più avuto notizie: e
nemmeno la stupiva l'inciviltà d'Isabella, per enorme che fosse, posto
che costei sembrava ignorare fin le regole più elementari delle buone
creanze. Anche Gertrude tacque: ma, dentro, ardeva di sdegno perchè una
mancanza commessa verso la gentile Emilia la feriva nel cuore.
Gertrude e il dottor Jeremy erano mattinieri e si trovavano sempre fra
i primi alla sorgente. Il medico diceva di gustar meglio, di buon'ora,
quell'acqua salutare, e giacchè alla fanciulla levata col sole, secondo
il suo costume, piaceva far moto avanti colazione, voleva che lo
accompagnasse nelle sue allegre camminate mattutine, non senza aver
assaggiato anch'ella il beveraggio di cui egli era tanto amante. La
signora Jeremy ed Emilia prolungavano i loro sonni finchè ne sentivano
il bisogno, e l'ora della colazione era quella del loro risveglio.
Così la mattina seguente alla serata dell'incontro con Isabella,
dopo che il dottore ebbe tracannato il suo settimo bicchiere e
Gertrude stessa per compiacerlo si fu indotta con rara abnegazione ad
ingurgitare il contenuto d'uno colmo, benchè quell'acqua le riuscisse
molto ingrata al palato, intrapresero la consueta passeggiata. Avevano
già percorso un bel tratto di cammino quando Jeremy s'avvide d'esser
privo della sua mazza, e sicuro d'averla dimenticata alla sorgente,
manifestò l'intenzione di tornare indietro a cercarla.
La giovanetta si proponeva di seguirlo, ma egli, pensando che forse
non avrebbe ricuperato l'oggetto smarrito senza qualche difficoltà
e sarebbe stato costretto a indugiarsi, insistette perchè ella
continuasse la sua via in direzione della strada ferrata circolare,
promettendole di venire a raggiungerla girando dall'altra parte.
Ella camminava da alcuni minuti, sola e pensosa, quando a una brusca
svoltata d'un sentiero del parco, vide venire innanzi una giovane
coppia. Non distingueva il viso dell'uomo mezzo nascosto da un largo
cappello di paglia, ma nell'elegante signorina appoggiata al suo
braccio aveva tosto ravvisato Bella Clinton. Era evidente che anche
Bella ravvisava lei, ed in pari tempo che non voleva riconoscerla,
poichè dopo il primo sguardo, tenne gli occhi ostinatamente fissi
sul proprio compagno o al suolo. Questo contegno non turbò affatto
Gertrude; ella non sentiva maggior desiderio dell'amicizia di
quell'altezzosa creatura che costei della sua. Ma essendo così
dispensata dall'aspettare e ricambiare il saluto della signorina,
naturalmente la sua attenzione si fermò un istante sul cavaliere che
la scortava. Egli pure, passandole accanto, volse a lei i suoi grandi
occhi grigi, con indifferenza, come un estraneo guarda un estraneo
in cui s'imbatte, poi nello stesso modo li distolse, parlando in tono
leggero alla sua dama.
E i due proseguirono, s'allontanarono. Ma Gertrude rimaneva immobile,
sbalordita, oppressa dai palpiti violenti del suo cuore. Ella conosceva
quegli occhi, quella voce, sapeva chi era quel giovane come se l'avesse
veduto e udito pur ieri. Poteva ella forse scordare Guglielmo Sullivan?
Ma egli, sì, l'ha scordata. Deve corrergli dietro, afferrargli le mani,
forzarlo a guardarla, a riconoscerla, a parlarle?
Mosse un passo dietro alla coppia, esitò, s'arrestò. Una folla
di commozioni l'assaliva, l'accecava, la soffocava, e mentre ella
lottava seco stessa, Guglielmo e Isabella svoltarono in un sentiero,
scomparvero. Ella si coperse il volto con le mani (sempre suo primo
impulso nei momenti d'angoscia) e s'addossò al tronco d'un albero.
Era Guglielmo: quanto a questo nessun dubbio. Ma non il _suo_
Guglielmo, non il _caro ragazzo_, il tenero suo amico d'infanzia.
Invero il tempo non aveva aggiunto molto alla statura e allo sviluppo
del giovane diciannovenne, alto e già ben complesso, ch'era partito per
le Indie. Tuttavia sei anni trascorsi in Oriente, tra fatiche e cure
dello spirito, strapazzi fisici, frequenti viaggi lo avevano mutato
assai più che se fosse rimasto a condurre una vita tranquilla nel suo
paese. Al fresco carnato dell'adolescenza era succeduto un colorito più
pallido, un poco abbronzato, e ombrato dalla barba, che mostrava una
matura virilità; negli occhi ridenti adesso appariva più profondo il
pensiero; l'elastico passo era più fermo e misurato; il viso, raggiante
allora come un sole, aveva preso un'espressione calma e grave che dava
un'impronta caratteristica ai suoi lineamenti quando erano in riposo.
Ma le attrattive che avevano cattivato al giovanetto tutti i cuori,
erano sostituite nell'uomo da qualità di pregio eguale, se non
superiore. Egli era sempre straordinariamente bello, e dotato di
quella grazia naturale e disinvolta del portamento che tanto piace. La
fronte ampia ed aperta, la bocca dalle linee denotanti un animo mite
ma insieme forte e risoluto, le maniere franche e balde, rimanevano
inalterate, e sarebbero bastate esse sole a farlo riconoscere da colei
in cui la sua immagine era indelebilmente impressa, anche se ella
non avesse udito il suono della nota voce, nel momento stesso. Tutto,
tutto proclamava al suo cuore palpitante che Guglielmo Sullivan l'aveva
incontrata a faccia a faccia, ed era passato oltre, senza ravvisarla,
e, secondo ogni apparenza, immemore o noncurante, lasciandola sola col
suo immenso dolore!
Dapprima quest'unico amarissimo pensiero fu presente al suo
spirito: «Egli non mi conosce più!» Esso riempiva e dominava la sua
immaginazione, le faceva correre nelle più profonde fibre dell'essere
un fremito di stupore ed angoscia. Non rifletteva ch'ella era tuttavia
una bambina quando Guglielmo l'aveva veduta l'ultima volta, e che
doveva apparirgli adesso ben diversa. Meno ancora pensava a rallegrarsi
d'una trasformazione di cui ogni particolare tornava a suo vantaggio.
La penosa idea che l'amico diletto della sua fanciullezza l'aveva
dimenticata, ch'ella era morta per lui, cancellava qualunque altro
ricordo.
Fossero stati tutt'e due ragazzi come al tempo della loro fraterna
intimità, le sarebbe parso naturalissimo spiccare una corsa,
raggiungerlo, chiamarlo. Ma gli anni e i mutamenti che avevano operato,
alzavano tra loro una potente barriera. Gertrude era una donna oramai,
e ne aveva l'alterezza; l'animo suo delicato, la modestia virginale la
distoglievano dal seguire l'impulso dell'antico affetto. Bentosto però
altri sentimenti l'assalsero confusamente. Come mai Guglielmo Sullivan
si trovava là, e con Isabella Clinton appoggiata al suo braccio? Quando
aveva ripassato l'Oceano? E perchè non era andato anzi tutto in cerca
di lei, della prima sua amica, dell'unica, per quanto ella avesse fino
allora saputo, da cui egli aspettasse d'essere accolto al suo ritorno
in patria? Possibile che non si fosse nemmeno curato d'avvertirla del
suo arrivo? In qual modo spiegarsi quello strano silenzio, e il fatto
più strano ancora della sua premura d'accorrere a un ritrovo mondano
prima di visitare la sua città natale e la sorella d'adozione?
Domande su domande, dubbi su dubbi s'accavallavano nella sua mente,
in tale scompiglio ch'ella non poteva ragionare nè venire ad una
conclusione. Non poteva che sentire e piangere. E sopraffatta da tante
dolorose commozioni ruppe in lacrime.
Povera fanciulla! Era assai diverso quell'incontro da ciò che aveva
immaginato e sperato! Durante sei anni, mentre la donna si maturava
in lei, il ritorno di Guglielmo era stato il sogno delle sue veglie,
e la realtà fugace ma dolcissima de' suoi sonni felici. Egli non si
sarebbe potuto presentare in nessun'ora del giorno o della notte,
nè sotto nessun travestimento, senza essere atteso e indovinato. Di
nessuna formula di saluto si sarebbe potuto servire che già ella non
avesse inteso sonare nella sua fantasia. Il suo primo sguardo, ella
lo vedeva, le era familiare. Le parole che direbbe venendo a lei, le
sue esclamazioni, le sue domande, le risposte che ella farebbe, la
felicità d'entrambi (velata di mestizia dopo la dipartita dei loro cari
perduti), tutte insomma le particolarità dell'incontro agognato ella le
aveva già evocate mille volte nello spirito, ogni tanto in nuove forme,
e con l'aggiunta di qualche nuova circostanza.
Ma non mai nelle sue visioni era apparsa pur un'ombra della triste
verità che d'improvviso l'aveva precipitata nel dolore di quel
disinganno. Nemmeno i sogni più oscuri erano stati presaghi d'una così
gelida indifferenza, nemmeno i presentimenti più affannosi, non rari,
da ultimo, le avevano fatto temere qualche cosa di così straziante come
quell'assoluto oblio, quella totale distruzione del tenero e intenso
affetto che aveva lungamente unito a lei l'esule in terre lontane.
Addossata al tronco del vecchio albero, col petto gonfio di profondi
singhiozzi che non trovavano sfogo, e il viso mal celato dalle piccole
mani tra le cui dita affusolate scorrevano copiose lacrime, ella
piangeva, dimentica del luogo, del tempo, di tutto fuorchè della sua
soverchiante ambascia.
Il rumore d'un passo che s'avvicinava la scosse. Con rapido gesto
si slanciò avanti senza guardare nella direzione in cui l'udiva,
calò il velo di trina che portava in luogo di cappello, per modo da
nascondere la faccia turbata, s'asciugò gli occhi grondanti di pianto,
e s'allontanò in fretta volendo evitare d'essere raggiunta e osservata
da qualcuno dei numerosi forestieri che passeggiavano nel parco a
quell'ora.
Le pieghe del fitto velo e le lacrime risgorganti le offuscavano la
vista, ed ella non sapeva dove la conducesse la sua fuga ansiosa,
quando a un tratto un rombo e un sibilo acuto le risonarono
all'orecchio, in gran prossimità, spaventandola e confondendola a segno
ch'ella si fermò incerta della via da prendere; ma in quella si sentì
afferrare per la vita e sollevare da terra con prontezza e facilità,
come se fosse stata una bimba, e prima ch'ella potesse acquistar
coscienza di ciò che le accadeva, mentre lo stesso braccio robusto la
reggeva trattenendola, si vide passare davanti con vertiginosa celerità
una vetturetta della ferrovia in miniatura, dove sedevano due persone.
Un passo di più, e si sarebbe trovata sul binario, esposta all'urto,
forse mortale, del veicolo lanciato a tutta corsa.
Rimosse il velo, e volse al suo salvatore, il quale, cessato il
pericolo l'aveva subito sciolta dalla stretta, un viso ch'esprimeva
insieme una viva gratitudine e un gran turbamento, reso più sensibile
ancora dalle tracce della dolorosa commozione di poco prima.
Il signor Phillips, poichè era lui, la guardò con tenerezza e pietà
profonda.
— Povera figliuola! — egli disse dolcemente, prendendola a braccetto. —
Vi siete molto spaurita. Venite a sedervi su quel banco. —
Ma ella scosse il capo e accennò che desiderava piuttosto proseguire
verso l'albergo. Non era in grado di parlare; la benevolenza di quello
sguardo, di quella voce, non faceva che accrescere la sua penosa
confusione e le toglieva la facoltà della favella.
Egli non insistette, l'accompagnò in silenzio, ma sorreggendola con
amorosa cura, e gettando su lei sguardi pieni d'ansietà. Alfine, con
uno sforzo ella riescì a calmarsi alquanto. Allora egli osò rivolgerle
di nuovo la parola, e domandò:
— V'avevo forse spaventata _io_?
— Voi! — fece ella con tono sommesso e malfermo. — Oh, no! Siete tanto
buono....
— Mi duole di vedervi così conturbata. Quella ferrovia circolare con le
sue vetturette è inutile e pericolosa.... Dovrebbero sopprimerla.
— La ferrovia? — mormorò Gertrude, come smarrita. — Ah, sicuro.... non
mi rammentavo....
— Mi sembrate un po' nervosa.... Dovreste chiedere al dottor Jeremy un
calmante.
— Il dottore? È tornato indietro per cercare la sua mazza, credo. —
Egli comprese che lo spirito della fanciulla era sconvolto, perchè
ne conosceva la vivacità e l'acume essendosi in quei giorni la loro
amicizia fatta più intrinseca. S'astenne dunque da altri tentativi di
conversazione, e non apersero più bocca finchè, giunti all'albergo,
nell'accomiatarsi, egli, tenendole un momento la mano stretta nella
sua, disse con accento commosso:
— Potrei forse fare qualche cosa per voi? Potrei aiutarvi? —
Gertrude lo guardò, e vide al suo aspetto ch'egli l'intendeva, che
capiva com'ella fosse non già nervosa ma infelice. I suoi occhi lucenti
di nuove lacrime lo ringraziarono.
— No.... no.... — rispose ansante. — Ma siete buono, molto buono. —
E rapidamente entrò nell'atrio. Per più d'un minuto il signor Phillips
restò fermo dov'ella lo aveva lasciato, fissando la porta quasi volesse
vedere la fanciulla arrivata a salvamento.
Il primo pensiero di Gertrude fu di nascondere quanto meglio potesse
a tutti i suoi amici, e specie alla signorina Graham, il grave dolore
che l'opprimeva. Certo avrebbe trovato in Emilia simpatia e conforto;
ma per grandi che fossero il suo amore e il suo rispetto verso la sua
benefattrice, ella rifuggiva con gelosa delicatezza da ogni confidenza
atta ad abbassare Guglielmo Sullivan nella stima d'una persona dinanzi
alla quale desiderava ardentemente mostrarlo degno dell'alto concetto
che di lui le avevano dato le sue lodi.
Emilia quasi non conosceva fino allora il giovane se non da ciò che
gliene diceva Gertrude, e però un sentimento misto di tenerezza per
l'amico d'infanzia, e d'amor proprio, vietava a questa di palesarle
ch'egli, ritornato in patria dopo tanti anni d'assenza, l'aveva
riveduta per la prima volta in un pubblico passeggio di Saratoga, e le
era passato accanto senza curarsi di lei.
Naturalmente le s'era affacciata l'idea che Guglielmo poteva averla
cercata a Boston e, appreso ch'ella si trovava a Saratoga, esserci
venuto appunto col fine di vederla: nè, riflettendo a mente calma,
questa ipotesi pareva contraddetta dal fatto che, incontratala per
caso, una fugace occhiata non bastasse perchè egli la riconoscesse
subito, mutata com'era nel volto e nella persona. Ma quel raggio di
speranza svanì quand'ella si rammentò d'una lettera ricevuta il giorno
innanzi da parte della signora Ellis, la quale custodiva ora la casa
dei Jeremy. Come ammettere che scrivendole avesse omesso di menzionarle
una visita per lei tanto importante? Pure, una possibilità rimaneva:
cioè che la data della concisa epistola fosse anteriore all'arrivo
di Guglielmo, o che questi, sbarcato appena, non fosse ancor giunto a
scoprire la sua temporanea dimora. Nonostante i dubbi cui dava adito
la poca premura ch'egli mostrava di rintracciarla, passeggiando invece
con Isabella, Gertrude s'aggrappava appassionatamente a quest'altra
fragile speranza; e confidandosi ch'entro la giornata egli si sarebbe
presentato all'albergo, si propose di concentrare tutte le sue energie
nello sforzo di mantenersi calma e composta. Conveniva aspettare
d'acquistar una certezza.
Durò gran fatica a parere come il solito ed eludere l'amorosa e
attenta vigilanza d'Emilia che, conscia dei doveri assunti verso la
figliuola adottiva, e timorosa di non essere atta, causa la sua cecità,
a proteggere abbastanza quella creatura così ardente ed eccitabile,
notava, sempre all'erta, le sensazioni e le commozioni provate da
Gertrude, e soprattutto ogni variazione del suo umore, ordinariamente
gaio.
Ora, per quanto la fanciulla si fosse armata di fiducia, e incoraggiata
con la speranza che Guglielmo non sarebbe infedele alla loro antica
amicizia, il suo spirito era depresso dall'evidenza con cui si era
presentato ai suoi occhi il fatto ch'egli non poteva più essere per lei
ciò ch'era stato una volta, che mai più non avrebbero potuto trattarsi
con fraterna dimestichezza come fino a quando s'erano separati: egli
era adesso un uomo del gran mondo, aveva nuove conoscenze, nuove cure,
nuovi interessi, ed ella doveva riconoscere d'essersi abbandonata a una
folle quanto tenera illusione, accarezzando l'idea che nel loro caso le
leggi della natura sarebbero sospese, che il tempo non avrebbe alterato
l'indole nè l'intensità del loro mutuo affetto.
Segnatamente l'induceva in questa persuasione la circostanza d'averlo
veduto in quel primo casuale incontro a fianco d'Isabella Clinton, la
signorina mondana per eccellenza, tra la quale e lei non c'era ombra
d'affinità o di simpatia. Isabella, invero, era la figlia dell'uomo
generoso che a lui giovanetto aveva aperto la via della fortuna
impiegandolo nella sua casa commerciale di cui adesso egli faceva parte
in qualità di socio; nulla di più naturale quindi che Guglielmo non
soltanto la conoscesse, ma si sentisse in obbligo d'usarle deferenza
e prodigarle le sue attenzioni. Gertrude tuttavia provava un senso
di distacco, e non riusciva a cacciare un doloroso presentimento che
le agghiacciava il cuore, pensando alla sua familiarità con una che
aveva sempre ostentato verso di lei un superbo disprezzo trattandola
incivilmente.
Un'unica via di condotta le rimaneva: dominarsi con tutte le sue
forze, chiamare in suo soccorso perfino l'orgoglio, e mantenersi in
qualunque evento calma e serena. Il timore che già un occhio perspicace
avesse penetrato parzialmente il suo segreto indovinando che ella era
afflitta, la metteva in guardia; e però, entrando nella camera dove
Emilia l'aspettava, diede al suo «buon giorno» un tono gaio ed aiutò
la cieca a vestirsi come di consueto. Certo il suo viso mostrava le
tracce del pianto recente, ma quella non le vedeva, e prima di andare a
colazione ella ebbe cura di farle sparire.
Subito fu posta a nuovi cimenti. Il dottor Jeremy, che ricuperata la
sua mazza era andato a cercarla nel luogo convenuto, e non l'aveva
trovata nè là nè altrove nel parco, la tempestò di domande sul cammino
da lei seguito e sulle ragioni per le quali lo aveva piantato in asso.
Ella cadde dalle nuvole. Non s'era più ricordata affatto del vecchio
signore, nè del loro accordo, secondo cui era stabilito ch'ella
proseguirebbe sempre nella medesima direzione; e còlta così di
sorpresa, senza che avesse preparato una risposta, arrossì, restò
confusa. La verità era questa: ansiosa d'evitare l'ignoto passante
che udiva venire dalla parte per dove ella doveva muovere incontro
al dottore, aveva preso la direzione opposta, e, raggiunta dal signor
Phillips, era tornata in sua compagnia all'albergo rifacendo la strada
di prima e deludendo per conseguenza il buon Jeremy a cui non pensava
più.
Ma prima ch'ella potesse addurre qualche scusa, arrivò di corsa Netta
Gryseworth evidentemente piena d'allegra malizia, e chinandosi su una
spalla di lei, le disse all'orecchio, abbastanza forte da essere udita
dagli altri della loro piccola comitiva, che si erano fermati mentre il
dottore chiedeva spiegazioni a Gertrude:
— Cara amica, certi commoventi addii dovrebbero esser fatti fuor degli
sguardi indiscreti; mi maraviglio che li abbiate permessi sulla soglia
dell'albergo! —
Questa osservazione non era propria a scemare l'impaccio della
fanciulla, che s'accrebbe a mille doppi quando il dottor Jeremy,
ghermita per un braccio Netta la quale già scappava, insistette perchè
spiegasse che intendeva dire, dichiarando che egli sospettava qualche
cosa, e voleva sapere chi fosse il cavaliere di Gertrude.
— Oh, un bel giovane alto, suo adoratore!... Bisognava vedere come
stava lì piantato a seguirla con gli occhi! In verità cominciavo a
temere che la crudele lo avesse cambiato in sasso! Che gli avevate
fatto, Gertrude?
— Nulla, — rispose questa. — M'ha salvata da una vetturetta della
ferrovia circolare che era sul punto d'investirmi e m'ha accompagnata a
casa. —
Il suo tono era serio. In altri momenti avrebbe riso e motteggiato con
Netta; ora un peso troppo grave le opprimeva il cuore. Ma il dottor
Jeremy non s'accòrse della sua crescente agitazione, e spinse lo
scherzo ancor più oltre.
— Romantica avventura! Un pericolo imminente! Soccorso provvidenziale!
Passeggiata da solo a sola, evitando il vecchio dottore che sarebbe
stato il terzo incomodo! Ho capito.... —
La povera Gertrude, rossa scarlatta e confusa da far pietà, cercò
di giustificarsi, balbettò, finì col dire che non sapeva più, non
rammentava....
Elena Gryseworth le gettò uno sguardo scrutatore, Emilia volse verso di
lei la faccia ansiosa, e Netta, mezzo impietosita e mezzo esilarata, la
trasse nella sala da pranzo dicendo:
— Non vi confondete, Gertrude, non c'è poi niente di terribile, dopo
tutto. —
Ella volle sforzarsi di far colazione, ma non potè nascondere la
sua mancanza d'appetito, e fu lieta d'accompagnare Emilia nella
loro camera appena questa ebbe finito il leggero suo pasto. Là le
raccontò minuziosamente il pericolo che aveva corso, e come il signor
Phillips l'avesse salvata: racconto di cui la signorina Graham parve
contentarsi. Poi sedette in apparenza tranquilla, e lesse ad alta
voce alcune pagine d'un libro a loro prestato da quel gentiluomo, che,
singolare sfortuna, ella non era ancora riuscita a presentare alla sua
amica non essendosene mai offerta l'opportunità.
Trascorse l'intera mattinata senza che Guglielmo si facesse vivo.
Ogni volta che una persona di servizio passava per il corridoio,
Gertrude palpitava di speranza; e se qualcuno picchiava all'uscio,
come ripetutamente accadde, la sua mano tremante poteva appena alzar
la gruccia. Questo continuo alternarsi d'illusioni e disinganni la
teneva in uno stato d'eccitazione tale, ch'ella era tutta accesa in
viso, e verso mezzogiorno cominciò a sentire i sintomi di un violento
mal di capo, cosa molto insolita in lei. Nondimeno, comprendendo che
s'ella si fosse astenuta con una scusa qualunque di comparire quel
giorno a pranzo, la sua condotta avrebbe certo provocato commenti
erronei, si vestì accuratamente secondo il solito, e andò a prendere
il suo posto a tavola. Soffriva, ma le guance imporporate e gli
occhioni neri scintillanti la rendevano più che mai attraente; nè
era da maravigliarsi se nell'atto che traversava la sala e durante il
breve tempo che vi si trattenne, gli sguardi del signor Phillips, che
sedeva a qualche distanza, e d'altri ancora, si fissavano su lei con
attenzione.