SHELLEY.

Fu una vera fortuna per Gertrude che ricorresse appunto la settimana

del Rendimento di Grazie, tempo di vacanza nella scuola del signor

W., perchè così ebbe agio d'attendere alle molteplici sue faccende.

Un'altra fortuna ella stimava l'aver ottenuto Giannina, la quale,

lieta di compiacerla, accettò volentieri la sua proposta, quantunque,

ella diceva, l'idea d'andar a servire fuor della sua famiglia non le

fosse mai garbata; ma come rifiutarsi d'aiutare la cara signorina

Flint ch'era stata tanto buona con lei e co' suoi? C'era piuttosto

da temere che la signora Miller, avendo in casa Annetta Grant malata

gravemente, non potesse privarsi della sua figliuola maggiore; anche

questa difficoltà però fu tolta dal ritorno inaspettato di Maria, la

secondogenita.

Dopo alcuni giorni di tirocinio sotto la direzione di Gertrude,

Giannina, ragazza molto accurata e capace, si trovò in grado di

sollevare la signora Sullivan de' suoi più faticosi doveri di massaia,

e prestarle i servizi personali che il suo stato richiedeva. Gertrude

quindi fu libera di fare frequenti visite alla vecchia Grant, la quale

era nel colmo della febbre e aveva gran bisogno d'assistenza.

La memoria delle sevizie patite sotto la potestà di quella megera

durava ancor viva nella fanciulla, ma scevra oramai d'ogni senso

d'amarezza, d'ogni desiderio di vendetta. S'ella ricordava il passato,

era soltanto per compiangere la sua persecutrice e perdonarle;

se pensava al modo di contenersi verso la sua tiranna, già tanto

detestata, era con l'unico fine d'esserle utile e di consolarla.

Vegliò notti e notti al capezzale della malata, che sebbene sempre in

delirio, non mostrava più ombra del terrore destatole sulle prime dalla

sua presenza.

Costei le parlava molto della piccola Gertrude, talvolta in modo da

farle credere che l'avesse riconosciuta, ma più spesso come se fosse

altrove; infine, dopo un pezzo, ella comprese che la scambiava per

sua madre alla quale doveva somigliare notevolmente. Questa, invero,

era stata assistita nell'ultima sua malattia dalla stessa Annetta,

ma la sciagurata, assalita dagli antichi rimorsi nel vagellamento

della febbre, si figurava che la morta fosse ritornata al mondo per

chiederle conto della sua creatura. Solo le continue assicurazioni di

benevolenza e le tenere cure prodigatele dalla giovanetta con pazienza

instancabile, l'indussero da ultimo nella persuasione che la madre

offesa avesse ritrovato la sua bambina in buona salute e al sicuro, ed

ignorasse i torti e i crudeli trattamenti da lei sofferti.

Una notte, l'estrema della vita d'Annetta Grant, Gertrude, che

non aveva lasciato la malata se non per poche ore ed era venuta a

riprendere il suo posto d'infermiera, udì il proprio nome insieme coi

nomi d'altre persone nelle rapide frasi sconnesse che la vecchia andava

borbottando. Ella s'accostò al letto, tendendo l'orecchio, perchè

sempre sperava di cogliere in mezzo a quei vaniloqui incoerenti un

qualche indizio sulle proprie origini. Ma il suo nome non fu ripetuto,

e il resto si perdette in un mormorio indistinto.

A un tratto la delirante si rizzò, e rivolgendosi a qualcuno ch'ella

vedeva nella sua allucinazione, gridò forte:

— Stefanino! Stefanino! Rendimi l'orologio e dimmi che hai fatto degli

anelli!... Ne chiederanno.... quei tali.... e io che dirò? —

Fece una pausa. Poi, tenendo gli occhi fissi verso la parete, soggiunse

con voce più debole, ma vibrante d'intensa commozione:

— No, no, Stefanino, non lo dirò mai a nessuno.... _mai, mai...._ —

Aveva appena proferito queste parole, che diede un sobbalzo, si volse,

e vista Gertrude accanto a lei, le domandò urlando:

— Avete udito, eh? Avete udito?... Sì, lo so.... e volete

raccontarlo.... Ma _se parlate!..._ —

Ella tentò di slanciarsi fuori del letto, e ricadde esausta sui

guanciali.

Gertrude corse a chiamare il Miller e sua moglie, i quali, aspettandosi

d'avere a levarsi quella notte, s'erano coricati vestiti nella camera

attigua; poi, per tema che la sua presenza turbasse ancor più la

morente, si ritirò lasciandola affidata alle loro cure.

Circa un'ora dopo la donna venne a trovarla in cucina, dove aveva

cercato la quiete di cui sentivano bisogno i suoi nervi scossi e il

suo animo contristato, e le disse che Annetta s'era calmata; ma giaceva

in uno stato di grande prostrazione, e pareva prossima alla sua fine.

Tuttavia ella credette meglio non rientrare nella camera. Sedette

presso la stufa e prese a meditare sulla strana scena di cui era stata

testimone. Spuntava l'alba quando la signora Miller le annunziò che la

vecchia Grant aveva reso l'ultimo sospiro.

La sua opera di misericordia, di perdono, d'amore cristiano, era dunque

compita. Ed ella s'affrettò a tornarsene a casa per riposare. Doveva

armarsi di nuova forza, di nuovo coraggio, a fine di sostenere le

fatiche e le pene che la sorte ancora le preparava.

E forza e coraggio non comuni erano necessari alla fanciulla per

attraversare una di quelle funeste sequele di malattie e di morti fra

le persone più prossime, che si danno nella vita, e in cui un colpo

succede all'altro con tale fulminea rapidità, che prima d'esserci

riavuti già veniamo atterrati novamente.

Meno di tre settimane dopo sepolta Annetta Grant, Paolo Cooper

soccombette a una breve malattia. Quantunque nessuno di questi due

casi toccasse Gertrude nei sentimenti più profondi del suo cuore,

pure l'adempimento dei doveri ch'ella s'era volontariamente imposti

richiedeva uno sforzo fisico e morale assai grave per una giovanetta di

diciotto anni, già tormentata dalla minaccia d'una terza disgrazia, e

ben più dolorosa.

Anche l'assenza d'Emilia era una dura prova, perchè nelle ore

d'angoscia ella soleva ricorrere alla buona amica per consiglio e

conforto, e da lei imparava la pazienza e la rassegnazione, virtù di

cui le offriva un vivente esempio. Un'unica lettera, scritta dalla

signora Ellis, le aveva recato notizie del suo viaggio, e queste non

erano molto sodisfacenti.

I Graham soggiornavano all'Avana, dove avevano preso alloggio in una

pensione tenuta da una signora loro connazionale, e affollatissima

d'ospiti venuti da Boston, Nuova York e altre città settentrionali.

«Non è mica un viaggio molto piacevole, in fin dei fini!» scriveva

la governante. «V'assicuro, Gertrude, ch'io vorrei piuttosto essere

in pace, a casa, e non tanto per me quanto per Emilia. Già non può

trovarsi bene, qui, poverina, perchè l'abitazione manca d'ogni comodo:

le finestre invece di cristalli hanno grate come nelle prigioni, non

c'è un tappeto in nessuna stanza, nè un caminetto, nè un braciere,

sebbene qualche volta la mattina il freddo si faccia sentire. E poi

c'è una vedova, con un fratello e le nipoti: la quale vedova è una

donna frivola e vana e secondo me, credetemi o no, ha messo gli occhi

sul signor Graham, o vuol pigliarsi giuoco di lui. Veste pomposamente,

parla forte, ha modi imperiosi: a lei piace dominare, e lui è tanto

grullo da seguirla come un cagnolino, e prender parte ad ogni sorta

di gite, a piedi, in vettura, a cavallo.... Non è ridicolo? Un uomo di

sessantacinque anni sonati! Emilia ed io non scendiamo più che di rado

nel salotto, giacchè l'allegra brigata non tiene il minimo conto della

nostra presenza. Essa non si lagna, non fiata nemmeno, ma io vedo che

non è felice, e desidera di ritornare a Boston: lo desidererei anch'io

se non ci fosse quella terribile traversata.... Ah, Gertrude, mi sembra

un miracolo ch'io non sia morta dal mal di mare nel venir qui, e la

sola idea di risalire a bordo d'un piroscafo mi sgomenta a segno, che

non so proprio come farò a tornarmene indietro!...»

Gertrude scriveva spesso alla signorina Graham; però, non potendo

questa leggere le sue lettere che mediante gli occhi della signora

Ellis, non le era dato di manifestarvi i suoi pensieri e sentimenti

più intimi come usava nei colloqui con l'amica piena d'indulgenza e di

simpatia, perchè avrebbe dovuto esporli alla censura della governante.

Ogni corriere delle Indie orientali portava notizie di Guglielmo

Sullivan, i cui affari prosperavano e ch'era contento nell'esilio

pensando che i suoi cari godevano, lietamente com'egli credeva, i

frutti delle sue fatiche. Egli scriveva quindi sempre nel consueto suo

tono gaio e vivace.

Una domenica sera, poche settimane dopo la morte del vecchio Cooper,

Gertrude sedeva accanto alla signora Sullivan, stesa sul suo letto, e

teneva in mano una lettera aperta di cui le leggeva per la terza volta

il contenuto. I numerosi bolli postali sulla facciata esterna del

foglio ne mostravano la provenienza. Era arrivata il giorno stesso.

La madre ascoltava intenta quella lettura, e così dolorosamente la

colpiva il contrasto tra le proprie riflessioni e le fulgide speranze

di quel figliuolo ignaro della fosca nube che s'addensava sul suo capo,

ch'ella chiudeva le palpebre, abbandonandosi, oppressa da una tristezza

profonda come non mai; mentre la giovanetta, ripetendo le parole con

cui Guglielmo esprimeva la gioia del momento agognato in cui avrebbe

potuto stringere di nuovo tra le sue braccia «la cara piccola mamma»

che si struggeva di rivedere, gettava uno sguardo furtivo sul corpo

consunto, sul viso emaciato della povera donna, e si sentiva gelare il

cuore.

I primi timori del dottor Jeremy non erano infondati. E l'inferma,

aggravatasi ancora per l'ansietà cagionatale dalla malattia del padre e

per il dolore della sua morte, declinava rapidamente verso la tomba.

Gertrude non era tuttavia riuscita a comprendere se ella ne fosse

consapevole o no. Mai la signora Sullivan aveva parlato su questo

soggetto, nè accennato in alcun modo a un presentimento della sua

prossima fine. Anche ora, osservando la sua placida apparenza, la

fanciulla propendeva a credere ch'ella s'illudesse sul proprio stato.

Ma il dubbio fu rimosso. Dopo essere rimasta qualche minuto assorta

nella sua intensa meditazione, ch'era forse una preghiera, la malata

riaperse gli occhi, e fissandoli in quelli della sua giovane amica,

disse con voce chiara è calma:

— Gertrude, io non rivedrò più Guglielmo! —

Gertrude non rispose.

— Vorrei scrivergli e dirglielo io stessa, — ella proseguì — ma sarà

meglio, se non ti spiace, di scrivere tu per me, come tante volte,

ch'io ti detti ciò che devo dirgli.... Non c'è tempo da perdere; perchè

sento che vo mancando, e non è probabile che mi duri a lungo la forza

di farlo.... Toccherà a te, figliuola mia, dargli la notizia, quando

tutto sarà finito; ne hai abbastanza di tristi doveri, tu; voglio

almeno risparmiarti la pena di prepararlo al colpo che l'aspetta....

Sei disposta a cominciare la lettera oggi?

— Sicuro, zietta mia, se vi pare che sia bene così.

— Sì, cara, mi pare. Ciò che gli scrivesti l'ultima volta, concerneva

soltanto la malattia e la morte del nonno, non è vero? Di me non gli

dicesti nulla che lo potesse impensierire?

— Nulla affatto.

— Allora è tempo d'avvertirlo, povero ragazzo! Non c'è bisogno che il

dottor Jeremy me lo dica, perchè io sappia che muoio!

— Ma ve l'ha forse detto? — domandò Gertrude, andando al tavolino e

preparando l'occorrente per scrivere.

— Oh, no! È troppo prudente. Però, quando _glielo dissi io_, s'astenne

dal contraddirmi. Tu lo sapevi? — ella domandò, guardando intensamente

la fanciulla ch'era venuta a sedersi sulla sponda del letto e china

verso di lei le lisciava i capelli.

— Da alcune settimane, — mormorò Gertrude imprimendo un bacio sulla

pallida fronte della malata.

— Perchè me l'hai taciuto?

— Non era necessario ch'io parlassi, — rispose la pia giovanetta. —

Sapevo che il Signore non poteva chiamarvi in un momento che la vostra

lampada non fosse alimentata ed accesa.

— Arde, ma fievolmente, — disse la donna con cristiana umiltà.

— E qual fiamma sarà vivida se la vostra langue? Non siete voi stata

per lunghi anni un esempio mirabile di pietà e di pazienza? Eccettuata

Emilia, non conosco persona al mondo altrettanto degna del Cielo.

— No, no, Gertrude, non sono che una povera peccatrice, piena di

debolezza. Per quanto fervidamente io desideri di giungere al cospetto

del nostro Salvatore, il mio cuore terreno si strugge di rivedere

un'ultima volta il mio figliuolo, e a tutti i miei sogni della

beatitudine celeste si mescola il cocente rammarico che questa gioia,

l'unica ch'io bramassi ancora quaggiù, debba essermi negata.

— Oh, zietta, siamo tutti creature umane! Finchè la vostra anima

immortale è chiusa nelle spoglie mortali, come _potreste_ cessar di

pensare a Guglielmo, e non bramare la sua presenza nell'ora della prova

suprema? Un sentimento naturale come questo non può essere un peccato.

— Non so.... Forse anche non è. E se fosse, spero d'ottenere, innanzi

di lasciar la terra, la grazia di espiare con un perfetto spirito di

sottomissione le rivolte d'un cuore materno. Leggimi, cara, qualche

santa parola di conforto: sembra che tu abbia il dono d'aprire sempre

il buon libro alla pagina che meglio conviene al mio bisogno. Ah,

sì, davvero, è un peccato in me ogni querela, assistita come sono

dall'affetto e dalle cure di quella in cui Dio m'ha dato una figliuola

benamata! —

Gertrude prese la Bibbia, e avendola aperta al Vangelo di San Marco le

cadde lo sguardo sul passo dell'agonia di Gesù nell'orto di Getsemani.

Con savio criterio ella stimò che nulla poteva essere appropriato allo

stato d'animo della signora Sullivan più che la commovente descrizione

della lotta sostenuta dal Salvatore contro la propria umanità; nulla

più atto a quetare il suo spirito, a sedare la ribellione della sua

natura umana, che il visibile conflitto tra l'umano e il divino, con

tanta patetica evidenza narrato dall'Apostolo; nulla più efficace che

l'esempio del Figlio di Dio, il quale alla Sua preghiera, tre volte

ripetuta, che venisse allontanato da Lui, se era possibile, il calice

amaro, aggiungeva piamente: «Sia fatta la Tua volontà e non la mia!»

Senza esitare ella lesse, ed ebbe la sodisfazione di vedere che la

lettura aveva avuto lo sperato effetto, perchè quando tacque, indovinò

sulle labbra della madre di Guglielmo, giacente in un atteggiamento di

calma serena, le parole del Redentore. Non volendo disturbarla nelle

sue meditazioni, non le rammentò la lettera al figliuolo, e sedette

presso il letto in silenzio. Mezz'ora dopo la malata dormiva d'un

placido sonno. Il suo volto aveva un'espressione di pace e di letizia

così soave, che la fanciulla godeva nel contemplarlo. Innanzi ch'ella

si destasse, l'ombra della notte invase la stanza. Gertrude, invisibile

nel buio, sussultò udendo il suo nome. Prontamente accese una candela,

e s'accostò a lei.

— Oh, cara, che bel sogno ho fatto! — disse la signora Sullivan. —

Siedi qui accanto a me: voglio raccontartelo. La realtà stessa non può

essere più viva. Mi pareva d'attraversar l'aria a volo, librandomi

sopra le nubi, in mezzo a fulgide stelle. Benchè rapido, il moto

era tanto dolce che non mi stancava. Ed io viaggiavo, viaggiavo,

passando in alto su terre e su mari. Infine vidi sotto di me una città

bellissima, con chiese, torri, monumenti e un visibilio di gente che

andava e veniva in tutte le direzioni. Avvicinatami, potei distinguere

le facce di quegli uomini e quelle donne, e in una strada affollata

notai un giovane che mi ricordava Guglielmo. Gli tenni dietro, e tosto

mi sentii sicura ch'era lui stesso. Egli naturalmente mostrava un'età

maggiore di quando ci lasciò, e il suo aspetto era proprio quale me

lo sono sempre figurata, secondo le descrizioni che ci ha date nelle

sue lettere dei cambiamenti fatti in questi anni. Lo seguii attraverso

parecchie strade, finchè egli entrò in un vasto e bell'edifizio che

sorgeva nel centro della città. Entrai anch'io. Passammo per ampie

sale e altre stanze, tutte riccamente mobiliate, e ci fermammo in un

salotto da pranzo. Nel mezzo c'era una tavola coperta di bottiglie, di

bicchieri, e d'un magnifico servito ove restavano ancora dolci e frutta

quali mai non ne vidi in vita mia. Vi sedeva intorno una brigata di

giovanotti, molto ben vestiti, ed alcuni di così attraente apparenza,

ch'io ne sarei rimasta incantata se non avessi avuto lo strano potere

di leggere nei loro cuori e scoprire il male che vi s'annidava.

«Uno aveva un viso piacentissimo in cui brillava l'intelligenza;

era infatti dotato di non comuni facoltà mentali; ma io, vedendo più

addentro che non si vegga d'ordinario, m'accorgevo, grazie a una specie

d'istinto, che tutto il suo acume, tutta la sua genialità, non erano

per lui se non mezzi d'ingannare gli uomini abbastanza folli od ingenui

da lasciarsi cogliere a' suoi lacci; e portava in tasca, io lo sapevo,

un paio di dadi falsati.

«Un altro era la delizia della compagnia per il suo spirito arguto

e faceto; ma a me non sfuggivano i primi indizi dell'ebbrezza, e non

dubitavo che di lì a un'ora non sarebbe più stato padrone dei propri

atti.

«Un terzo si sforzava invano di sembrare felice; al mio sguardo

scrutatore la sua anima appariva a nudo, e io non ignoravo ch'egli era

torturato dall'angoscia d'aver perduto il giorno innanzi, al giuoco,

tutto il suo denaro e parte di quello del suo principale, e dalla paura

di non aver tanta fortuna da rivincere quella sera l'ingente somma.

«E come questi tre, tutti i presenti erano sulla china d'una vita

viziosa, e più o meno prossimi alla rovina. Nondimeno avevano un'aria

piacevole e gaia, da cui Guglielmo, gli occhi del quale andavano

dall'uno all'altro, pareva attirato e sedotto.

«Uno di loro gli offerse un posto alla tavola, che tutti lo

sollecitarono a prendere. Sedette, e il giovanotto che stava alla sua

destra colmò un bicchiere di vino limpido e generoso invitandolo a

bere. Egli esitò un momento, poi lo accostò alle labbra. In quella

io gli toccai una spalla. Si volse, mi vide, e subito il bicchiere

gli cadde di mano, e il vino si sparse a terra in mezzo ai frantumi

del cristallo. Gli feci un cenno. Egli si rizzò e mi seguì. L'allegra

compagnia lo richiamava a gran voce; anzi, uno dei commensali gli

afferrò un braccio e tentò di trattenerlo, ma egli si liberò con

una scossa nè volle ascoltare le loro proteste. Non eravamo però

ancora usciti dal palazzo, quando colui ch'io avevo osservato per il

primo e che sapevo essere il più astuto e il più pericoloso della

brigata, sbucò da una stanza vicina al portone dov'era arrivato da

un'altra parte, e sussurrò qualche parola all'orecchio di Guglielmo.

Il mio figliuolo titubò, si voltò indietro, e forse avrebbe ceduto

alla tentazione, s'io non mi fossi piantata di fronte a lui, alzando

l'indice con un gesto di minaccia, e scotendo il capo. Allora egli

respinse risolutamente il tentatore, si slanciò fuori, e scese

a precipizio la lunga scalinata d'ingresso, prima che potessi

raggiungerlo.

«Ma io mi movevo con grande rapidità, sicchè non tardai a ritrovarmi al

suo fianco, e presi a guidarlo attraverso le vie formicolanti di gente.

Molte furono le avventure che incontrammo, e da ogni parte scorgevo

tranelli tesi agl'incauti ed agl'inesperti. Più d'una volta il mio

occhio vigile salvò lo spensierato ragazzo da qualche insidia in cui

senza la sua mamma sarebbe certo caduto. Di tanto in tanto lo perdevo

di vista, e dovevo ritornare sui miei passi: ora lo aveva diviso da

me la folla, ora s'era volontariamente indugiato dove il popolino si

divertiva, per assistere da spettatore a' suoi sollazzi o mescolarvisi.

Però sempre obbediva al mio ammonimento e proseguivamo insieme il

cammino. Intanto calava la sera.

«A un tratto, passando per una via rischiarata da numerosi lampioni,

m'avvidi che Guglielmo non mi accompagnava più. Lo cercai di qua e

di là, ma non riuscii a trovarlo. Ansiosa, corsi un'ora di strada in

strada chiamandolo a nome: nessuna risposta. Alfine, spiegate le mie

ali, m'inalzai sopra la città popolosa e l'esplorai con lo sguardo

nella speranza di scoprirvi il mio figliuolo come già appena arrivata.

«Non fui delusa. Egli m'apparve in una sontuosa sala, illuminata

a giorno, tra un'accolta di gaudenti del gran mondo. Una splendida

giovane s'appoggiava al suo braccio, e io le vedevo nel cuore che la

virile bellezza e le attrattive dello spirito di lui non la lasciavano

indifferente. Allora tremai per Guglielmo! Ella era avvenentissima

e ricca, ed anche molto elegante e corteggiata, come mostravano la

ricercatezza del suo abbigliamento e l'ammirazione che destava intorno

a sè. Ma io penetravo l'anima sua, e sapevo quanto ella fosse vana,

superba, frivola, gelidamente egoista; sapevo che se amava Guglielmo

era perchè la seducevano i suoi pregi esteriori, le sue piacevoli

maniere, il suo radioso sorriso, e non per la nobiltà della sua

natura, che non poteva apprezzare. Mentre essi passeggiavano nella

sala e quella ch'era decantata come la regina della festa dava a lui

solo il suo tempo e i suoi pensieri, io scesi invisibile accanto a

mio figlio e di nuovo gli toccai una spalla. Egli guardò in giro, ma

prima che avesse scorto il volto materno, la voce della sirena cattivò

tutta la sua attenzione, ed ogni mio sforzo per staccarlo da lei fu

inutile, poichè non mi udiva nemmeno. Infine ella disse alcune parole

che svelarono all'alta mente del mio Guglielmo la follia e l'egoismo

di quell'anima mondana. Allora, io, cogliendo il momento in cui ella

stessa aveva indebolito il suo fascino su di lui, me lo strinsi tra

le braccia, e, aperte le ali, volai lontano lontano, portando meco il

premio conquistato. Salendo così nell'aria sentivo il mio figliuolo

abbandonarsi sul mio petto, e il giovane nel fiore della virilità

ridivenire il bambino che soleva posarvi come in un caldo nido la

bionda testolina ricciuta. A rapido volo ritornavamo al luogo natio,

passando su terre e su mari. E non sostammo finchè io non vidi la mia

diletta Gertrude che ci aspettava in un verde prato, sul pendio d'una

collina, all'ombra di grandi alberi. Volavo verso di lei per deporre a'

suoi piedi la preziosa mia creatura, quando mi destai pronunziando il

tuo nome....

«Ah, cara, l'amarezza del calice che debbo vuotare è oramai svanita!

Un angelo del Cielo me lo porge. Io non desidero più di rivedere mio

figlio in questo mondo, perchè sono persuasa che la mia dipartita

s'accorda coi disegni d'una misericordiosa Provvidenza. Adesso credo

che nella mia veste mortale sarei forse impotente a salvare Guglielmo

dalle tentazioni, a distorlo dal peccato; ma il puro spirito materno

avrà maggiore virtù. Nella certezza che la mamma veglia su lui dalla

sua dimora celeste, che s'adopra a mantenerlo nel retto sentiero, egli

troverà una più valida difesa contro il pericolo, un più sicuro rifugio

per l'anima insidiata, ch'ella non potrebbe offrirgli se fosse sulla

terra. Adesso, o Padre, io posso dire dal profondo del cuore: «Sia

fatta la Tua volontà e non la mia!» —

Da quell'ora fino alla sua morte, che seguì circa un mese dopo, la

signora Sullivan conservò la stessa tranquillità d'animo, la stessa

perfetta rassegnazione. Come ella diceva, il suo dolore aveva perduto

ogni amarezza. La lettera che dettò per Guglielmo esprimeva la sua

piena fede nella bontà e nella saggezza della Provvidenza divina,

e lo esortava a sottomettersi con reverenza ed amore ai decreti

dell'Onnisciente. Gli ricordava le prime lezioni ch'ella gli aveva

date, la pietà e la padronanza di sè inculcategli fin dai più teneri

anni, e gli rivolgeva come estrema sua preghiera la raccomandazione

che il suo influsso su di lui venisse aumentato anzichè diminuito

dalla morte, che la sua presenza fosse da lui sentita come reale e

continua. Infine ella che fedelmente aveva lottato contro le avversità,

lo ammoniva di guardarsi dai pericoli e dalle insidie che accompagnano

la prospera fortuna, e di non smentire mai, nè screditare l'educazione

ricevuta.

Gertrude piegò la lettera credendola finita, poi uscì per recarsi

alla scuola dove insegnava. Ma tosto che si fu allontanata, la signora

Sullivan la riaperse, e con la sua mano debole e tremante aggiunse sul

foglio già quasi riempito alcune righe che dicevano la disinteressata,

paziente, amorosa devozione della fanciulla, chiudendo con queste

parole: «Figliuolo mio, finchè avrai cara la memoria del tuo nonno e

della tua mamma, non cessar di mostrare tutta la gratitudine di cui

il tuo cuore è capace a colei che le mie forze non mi consentono di

lodarti quanto merita.»

Ella si spense così lentamente, a grado a grado, che la catastrofe

quasi fu un colpo inaspettato per Gertrude, la quale, pur vedendo

l'opera distruttrice della malattia, non poteva risolversi a credere

che sarebbe una volta compiuta.

E fu nel silenzio della notte, senza nessuno fuor della giovane

Giannina tutta sgomenta, per aiutarla e sostenerla, ch'ella assistette

alla dipartita di quell'anima a lei tanto cara.

— Ti fa paura vedermi morire? — le domandò la signora Sullivan circa

un'ora innanzi la sua fine.

— No, — ella rispose.

— Ebbene, volgimi un poco verso di te, — disse la morente — affinchè il

tuo viso, figliuola mia buona, sia l'ultimo aspetto terrestre su cui si

posino i miei occhi. —

Gertrude obbedì. E la madre di Guglielmo spirò, con la mano nella mano

di lei, e uno sguardo di profondo affetto negli occhi che la fissavano

mentre si spegneva.

Il lampionaio · 第 50 / 100 题