Emilia sedeva sola nella sua camera. Il signor Graham era andato a
un'assemblea dei direttori delle banche. La signora Ellis mondava
dell'uva passa nel salotto da pranzo. Gertrude s'intratteneva
ancora con Guglielmo nella piccola biblioteca a pianterreno. Ed
Emilia s'abbandonava al corso de' suoi pensieri mentre il lume della
luna invadeva la stanza non meno buia per lei. Ella appoggiava la
fronte sulla mano; il suo volto abitualmente placido e sereno aveva
un'espressione di profonda mestizia, la sua persona era accasciata in
un'attitudine di dolore e di scoramento. E man mano che i ricordi le
si affollavano nella mente, e i passati affanni le si ridestavano nel
cuore, ella veniva reclinando il capo sui cuscini dell'agrippina, e
lente lacrime stillavano di tra le sue dita.
D'improvviso una manina leggera la toccò. Ella diede un sobbalzo, come
sempre quand'era sorpresa, perchè, tutt'assorta nella sua meditazione,
non aveva udito i passi di Gertrude.
— Avete qualche dispiacere, signorina Emilia? — domandò la fanciulla. —
Desiderate che vi lasci sola, o mi permettete di rimanere? —
Il tono affettuoso, la delicatezza della domanda, commossero la cieca.
— Oh, sì, rimani! — le rispose traendola a sè e cingendole con un
braccio la vita. — Ma tu che hai? — soggiunse, poichè in quell'atto
aveva sentito che ella era violentemente agitata. — Tremi tutta, sei
scossa da singhiozzi.... Che t'è accaduto? —
Gertrude proruppe:
— Ah, cara signorina! Mi sembrava che piangeste quando sono entrata,
e speravo che mi lascereste piangere con voi.... Sono in tanta
desolazione! Non posso far altro. —
Emilia si calmò dinanzi all'intensa angoscia della sua piccola
protetta, evidentemente cagionata da una nuova e grave afflizione.
Ella volle conoscerla. E seppe questo: Guglielmo era venuto a dirle
che partiva, che lasciava l'America, per andare, diceva lei, «in capo
al mondo»: nell'India. Il signor Clinton essendo cointeressato in una
casa commerciale di Calcutta, aveva offerto al giovane Sullivan di
mandarvelo in qualità di commesso a condizioni vantaggiosissime. Gli
si schiudeva così un avvenire ben più splendido di quello che poteva
sperare in patria: già fin d'ora lo stipendio assegnatogli era tale
da bastare non solo a tutte le sue spese personali, ma altresì al
benessere de' suoi che d'anno in anno avevano maggior bisogno del suo
aiuto; ed anche le probabilità d'avanzamento erano grandi. Pertanto,
sebbene l'amoroso suo cuore sanguinasse al pensiero del distacco dal
paese nativo e da coloro che amava, egli non esitò un momento a seguire
il consiglio datogli a un tempo dal suo dovere e dal suo interesse.
Accettò la proposta, e per fiere che fossero le sue intime lotte nel
prendere questa risoluzione che lo condannava a un esilio di cinque
anni almeno, di dieci forse, vi si mantenne con virile fermezza, e ne
parlò gaiamente a sua madre ed al nonno.
— Signorina Emilia, — disse Gertrude quando si fu quetata alquanto —
come sopporterò io la partenza di Guglielmo? Come potrò vivere senza
di lui? È tanto buono, mi vuol tanto bene! Sempre è stato per me più
che un fratello, e da quando lo zio True è morto, che non ha fatto
per confortarmi? Io credo che la morte dello zio True non l'avrei
sopportata, se non avessi avuto Guglielmo.... E ora ho da rassegnarmi a
lasciarlo andar via?
— È un gran dolore — fece benevolmente Emilia — ma, senza dubbio,
si tratta della sua fortuna. Tu devi pensare a questo, e farti una
ragione.
— Lo so, lo so, sarà un vantaggio per lui.... Ma voi non potete
immaginarvi a qual segno io lo ami.... Siamo stati tanto tempo insieme;
eravamo noi due soli, e si viveva l'uno per l'altro.... Egli è molto
più grande, e mi proteggeva, aveva cura di me.... No, è impossibile che
vi facciate un'idea della nostra amicizia.... —
Gertrude aveva inconsciamente toccato una corda che faceva vibrare
tutta l'anima d'Emilia.
— Io, figliuola mia, _non potermelo immaginare_? — cominciò questa. —
Ah, comprendo meglio che tu non te lo figuri, quanto egli ti sia caro!
Anch'io ebbi.... —
La voce le tremava; s'interruppe bruscamente, s'alzò da sedere, mosse a
rapidi passi verso la finestra, e premette la fronte bruciante contro
il gelido cristallo; poi ritornò alla fanciulla dicendo con un tono
ridivenuto calmo:
— O Gertrude! Nel dolore che t'opprime tu non vedi il gran conforto che
ti è concesso.... Pensa, cara, che Guglielmo potrà darti di frequente
sue notizie e ricevere le tue.... È una felicità questa di cui devi
render grazie a Dio.
— Sì, m'ha detto che scriverà spessissimo alla sua mamma ed a me....
— Inoltre tu dovresti esser lieta della buona opinione che il signor
Clinton ha di lui. La piena fiducia che mostra nella sua intelligenza
e nella sua probità scegliendolo per quel posto così importante, è un
grande onore.
— È vero; non l'avevo considerato.
— E voi due siete stati sempre felici insieme, e vi separerete in
perfetta pace. O, Gertrude, Gertrude, una separazione come la vostra
non deve affliggerti così: ve n'hanno di ben più crudeli.... Sii
paziente, figliuola mia, fa' il tuo dovere, e forse il giorno che vi
rivedrete vi recherà tanta gioia, da compensarvi ampiamente di quanto
v'avrà fatto soffrire la lontananza. —
Nel proferir queste parole la voce d'Emilia di nuovo tremava. Gli occhi
di Gertrude erano fissi nel suo viso con un'espressione di maraviglia.
— Signorina Emilia, — ella disse — comincio a credere che tutti abbiano
le loro pene.
— Certo, cara. Come potresti dubitarne?
— Non lo credevo, una volta: io, sì, ne avevo molte, ma stimavo gli
altri più fortunati. M'immaginavo che i ricchi, poi, non avessero
niente da desiderare; benchè voi siate cieca, e che questa sia una cosa
terribile, vedendovi sempre di buon umore e tranquilla avevo finito
col persuadermi che essendovici assuefatta non ne soffriste più, e
che adesso nulla mai vi tormentasse. E Guglielmo! Era sempre così
allegro ch'io non potevo nemmeno figurarmelo con un viso triste; ma un
giorno, quando non riesciva a trovare un'occupazione, lo vidi piangere
a calde lacrime; e così per la morte dello zio True; e stasera, mentre
mi diceva che sarebbe andato via, i singhiozzi gli facevano nodo alla
gola. Sicchè se anche voi, anche lui, avete i vostri dolori, e in certi
momenti non rattenete il pianto, vuol dire che il mondo è pieno di
triboli e che ad ognuno ne tocca la sua parte.
— È questa la sorte dell'umanità, Gertrude, e non dobbiamo lusingarci
di sfuggirvi.
— Ma allora chi può essere felice?
— Soltanto coloro che hanno imparato a sottomettersi; coloro che
perfino nelle più gravi afflizioni vedono la mano d'un Padre amoroso, e
obbedienti al suo volere baciano la verga che li castiga.
— Dura prova, signorina Emilia!
— Sì, molto dura, e perciò ben pochi in questo mondo possono veramente
chiamarsi felici. Ma se in mezzo alle nostre miserie leviamo lo sguardo
a Dio con fede ed amore, ci è dato, mentre tutto s'oscura intorno a
noi, gustare una pace foriera della beatitudine celeste. —
Emilia aveva ragione. Chi, tra quelli che tendono con sincero sforzo
verso la mèta d'una vita cristiana, non ha provato, volgendo nelle ore
di supremo sconforto il cuore amante e fidente a Colui dal quale ogni
nostra virtù deriva, commozioni di gioia estatica, di sublime speranza,
ignote ai gaudenti che il mondo chiama felici? Il cristiano che ha così
sognato un sogno di pace eterna, può farsi un qualche concetto di ciò
ch'è serbato al popolo di Dio, se l'anima con amore indiviso, con fede
immacolata, si riposa nel suo Creatore.
Spesso Gertrude aveva trovato nell'influsso delle credenze religiose un
sollievo alle sue pene; ma non aveva ancora come quella sera sentito
uno spirito non terreno sorgere dal medesimo turbine di dolore che la
travolgeva e accendere in lei la fiamma della più nobile, della più
pura sensazione che mai l'avesse commossa.
Quand'ella uscì dalla camera d'Emilia era serena, di quella serenità
ch'è una forza; e se l'anima dello zio True, guardandola dalla
fulgida stella a lei tanto cara, sospirò nel veder le lacrime che le
imperlavano le ciglia, la consolò il sorriso della luce divina che
splendeva nel suo volto, e che quando ella ebbe chiuso gli occhi al
sonno, v'impresse il suggello della pace.
La partenza di Guglielmo fu così affrettata, che la signora Sullivan
ebbe appena una settimana per fare tutti i preparativi che la sua
previdenza materna stimava indispensabili. Ella era sopraccarica di
lavoro, e Gertrude, alla quale Emilia aveva dato libertà di passare
quel tempo da lei, le fu di grande aiuto. Guglielmo, occupatissimo
durante la giornata, tornava a casa tutte le sere per stare qualche ora
con loro.
Una volta rincasò sull'imbrunire. Sua madre e il nonno Cooper erano
fuori; e poichè Gertrude aveva appunto terminato il suo lavoro di
cucito, egli le disse:
— Se non hai paura di pigliar freddo, vieni a sedere con me sullo
scalino dell'uscio, come facevamo in passato: oggi la temperatura è
abbastanza mite, ma non c'è da sperare che duri.... E chi sa se avremo
più occasione di sederci insieme su questa soglia e guardar la luna
sorgere sopra la vecchia casa all'angolo della strada....
— Oh, Guglielmo, — ella l'interruppe — non parlare di non ritrovarci
più insieme qui! Mi fa tanta pena la sola idea.... Non c'è una casa in
tutta Boston che possa mai piacermi come questa!
— E neanche a me.... Ma non credo a una probabilità contro cento che
al mio ritorno tra cinque anni io non trovi al suo posto un bel blocco
di magazzini, quando verrò a cercarla.... Vorrei che non fosse, perchè
sento che avrò la nostalgia della nostra antica dimora....
— Ma se la demoliscono, che faranno tua madre e tuo nonno?
— Non è facile dire che farà uno qualsiasi di noi a quel tempo; ma
se saranno costretti a sgomberare, mi confido d'essere in grado di
provvederli di un'abitazione migliore.
— Però tu non ci sarai, Guglielmo.
— Lo so, ma ci scriveremo sempre, e potremo parlarne e regolare ogni
cosa per lettera. Il pensiero degl'inevitabili mutamenti è ciò che più
mi turba nel lasciarli; temo che si risentano della mia assenza, che
abbiano bisogno di me.... Gertrude, tu avrai cura de' miei cari, non è
vero?
— _Io!_ — esclamò ella, sbalordita. — Una bambina come me che può fare?
— Se rimarrò lontano da cinque a dieci anni, tu non sarai sempre una
bambina, e in molti casi vale più l'appoggio d'una donna che quello
d'un uomo; specie d'una buona e brava donna quale tu diverrai senza
fallo. Io non ho dimenticato l'ammirabile assistenza che prestasti allo
zio True; e quando mi figuro la mamma e il nonno vecchi ed infermi,
penso a te sperando che ti saprei accanto a loro; perchè sono certo che
tu li potresti aiutare meglio assai che non possa io. E però li lascio
affidati a te, Gertrude, benchè tu non sia che una bambina _ora_.
— Grazie, Guglielmo, della tua fiducia ch'io farò per loro tutto ciò
che starà nelle mie forze. E lo farò finchè avrò vita. Ma è possibile
ch'_essi_ siano vegeti e sani durante tutto il tempo della tua assenza,
e che invece io, sebbene tanto giovane, mi ammali e venga a morire.
— Ahimè, non è che troppo vero! — disse egli con accento di tristezza.
— E potrei morire anch'io. Ma è inutile pensare a questo.... Mi
pare che non avrei il coraggio d'andarmene se non mi confidassi di
ritrovarvi tutti in buona salute e contenti, al mio ritorno. Tu devi
scrivermi ogni mese, perchè sarebbe un compito assai più faticoso per
la mamma che per te, e, sicuro, essa t'incaricherà quasi interamente
della corrispondenza; sarà tutt'uno che le mie lettere siano dirette
all'una o all'altra.... E tu, Gertrude, non mi scordare, sai....
voglimi sempre bene come se fossi presente.... Me lo prometti, cara?
— Scordarti, Guglielmo!... Io non penserò che a te, e t'amerò più che
mai.... Come potrebb'essere diversamente? Ma tu sarai lontano in un
paese straniero, dove tutto ti sarà nuovo, tutto ti distrarrà.... e non
penserai di certo a me, altrettanto.
— Se tu lo credi, Gertrude, vuol dire che _non mi conosci_ abbastanza.
Tu qui avrai dintorno tanti buoni amici, io mi troverò solo laggiù in
mezzo a gente estranea; ma il mio cuore sarà sempre con te e con la
mamma, e vivrò più tra voi, che dove sarò in persona. —
Furono interrotti dal ritorno del signor Cooper e non riannodarono
più il discorso su questo soggetto. Ma la mattina della partenza,
mentre nella stanza attigua la signora Sullivan, china su un baule ben
riempito, cercava di nascondere le sue lacrime, e il vecchio stava a
testa bassa più del solito, con in mano la pipa spenta, Guglielmo disse
sottovoce a Gertrude che ritta sopra una cassetta di libri ne premeva
il coperchio affinchè egli potesse chiudere il lucchetto:
— Cara, per amor mio, abbi cura di _nostra_ madre e del _nostro_
nonno.... Sono _tuoi_ quasi quanto miei. —
Nel momento che il giovanetto lasciava così, la prima volta, la
sua casa, e andava a sostenere fra gli uomini la lotta per la vita,
il signor Cooper, il quale nel suo scetticismo non poteva crederlo
capace di vincere contro la fortuna, lo ammonì ripetutamente di non
vagheggiare speranze che non si sarebbero mai avverate, e gli rammentò
con insistenza quanto fosse inesperto del mondo.
La signora Sullivan invece non si diffuse in consigli al figliuolo
che partiva, ma fidando negli insegnamenti da lui ricevuti fin dalla
più tenera infanzia si contentò di riassumere il suo monito materno in
queste semplici parole:
— Ama e temi Dio, Guglielmo, e fa' ciò che tua madre s'aspetta da
te! —
La sera innanzi ella aveva recitato con lui la preghiera usata; quella
mattina, lo aveva ancora una volta benedetto. Dopo la colazione, a cui
Gertrude prese parte, furono scambiati gli ultimi abbracci, gli ultimi
addii. E Guglielmo s'imbarcò.
La pia e amorosa donna, che da diciott'anni riponeva le sue speranze,
il suo orgoglio, la sua tenerezza in quell'unico figliuolo, mantenne
anche nel sacrificio supremo il suo spirito d'abnegazione, si separò
da lui senza un lamento. Nessuno sapeva con quali sforzi penosi ella
domasse il cuore spasimante che si ribellava, nè donde le derivasse
la virtù che la sosteneva. E nessuno quindi le attribuiva la forza
d'animo di cui diede prova. I vicini rimasero vedendo la piccola vedova
attendere tranquillamente come di consueto alle sue faccende il giorno
innanzi che il suo figliuolo s'imbarcasse per l'India, e riprenderle il
giorno dopo, con la calma e la paziente umiltà che la caratterizzavano.
Oggi che l'emigrazione offre ai giovani l'allettamento di straordinarie
speranze, non v'è nella Nuova Inghilterra città nè villaggio, per
quanto minuscolo e remoto, dove non sanguinino cuori di madri separate,
forse per sempre, da figli adorati. Speriamo, _crediamo_ anzi, che tra
questi erranti cercatori di fortuna, ve ne sia più d'uno mosso non
da brama d'oro, o d'avventure, o di mutamento, ma dall'amore stesso
della mamma che lasciano, dal desiderio ardente di toglierla da una
vita di travagli e di povertà. Sia benedetto e prosperi colui che
varca il mare con questo fine! E se perisce, non sarà vissuto invano;
perchè, soccombendo alla malattia o cadendo colpito da mano violenta,
nel fervore della lotta e del lavoro, egli attesta con la sua morte la
consolante verità che vi sono ancora figliuoli degni dell'amor materno;
l'amore ch'è il più sublime, il più santo, il più puro tipo di Dio
sulla terra.
Dopo la partenza di Guglielmo, Gertrude si stabilì definitivamente
in casa Graham. Cominciò subito a frequentare la scuola, e fino alla
primavera s'applicò allo studio con somma diligenza. La sua vita
era piuttosto uniforme, perchè Emilia riceveva, per costume, poche
persone, anzi, l'inverno, in città, quasi punte, ed ella non aveva
stretto amicizia intima con alcuna delle sue condiscepole. Ma con la
sua protettrice passava molte ore felici, facevano insieme piacevoli
passeggiate, leggevano buoni libri, conversavano. Attraverso gli
occhi penetranti di Gertrude che tutto osservava, e le sue vive e
pittoresche descrizioni delle cose che le cadevano sotto lo sguardo,
la giovane cieca andava rinnovellando la propria conoscenza del mondo
esteriore. Nelle opere di carità e di misericordia la fanciulla era la
sua compagna o la sua messaggera. Tutti i dipendenti della famiglia,
dalla cuoca al ragazzino che veniva a prendere, sull'uscio, i rimasugli
di pane, s'accordavano nell'amare e lodare la piccola Gertrude, la
quale non era bella, a rigore, nè vestita con eleganza; ma aveva
un'aerea leggerezza nel passo, una grazia nelle movenze, una dignità
nel portamento, tali da farli certi che in lei non albergava l'anima
d'una pitocca, qualunque fosse la sua nascita o il suo stato; infatti,
rivolgendole la parola, la chiamavano sempre «signorina».
I pregiudizi della signora Ellis contro «l'intrusa» non erano vinti:
nondimeno, essendo Gertrude sempre manierosa, e tenendole Emilia
prudentemente distanti l'una dall'altra quanto più era possibile, non
avvenivano conflitti.
Il signor Graham, da principio, vedendola pensierosa e mesta, non
s'occupò di lei; ma dopo che ebbe parecchie volte ritrovato il suo
giornale accuratamente ripiegato, e veduto miracolosamente ricomparire
i suoi occhiali rimasti irreperibili per lui ad onta di lunghe
ricerche, cominciò a pensare che ella era una ragazza svegliata: e
quando poi un giorno, prendendo in mano l'ultimo numero del _Buon
Agricoltore_, vide che le pagine della rivista erano già tagliate e
ben cucite insieme, egli, immaginandosi che Gertrude l'avesse fatto per
proprio uso, la dichiarò una ragazza _davvero intelligente_.
Ella visitava spesso la signora Sullivan. La primavera s'avvicinava, ed
esse oramai attendevano notizie di Guglielmo; ma non ne erano tuttavia
venute al tempo che i Graham andarono in campagna per passarvi la
stagione estiva. Dalla villa, Gertrude scrisse all'amico lontano una
lunga lettera che dava un'idea della sua condizione e del suo modo di
vita.
Dopo avergli diffusamente espresso il proprio dispiacere di non saper
ancora nulla di lui, e raccontato l'ultima visita da lei fatta a sua
madre prima di lasciare la città proseguiva:
«Ma tu mi facesti promettere, caro Guglielmo, di parlarti di me,
dicendomi che desideravi conoscere tutto ciò che mi concerne in casa
del signor Graham. E però se la mia lettera è più noiosa del solito, la
colpa è tua, perchè ho molti particolari da riferirti circa il nostro
soggiorno a D***.
«Qui si vive in tutt'altro modo che a Boston.... Ma a questo punto mi
par di sentirti esclamare: «Ohimè, Gertrude si rimette a descrivermi
la villa Graham....» No, non temere: mi rammento sempre come l'ultima
volta, non appena incominciato, tu mi ponesti una mano sulla bocca per
interrompermi, e m'assicurasti che il luogo t'era già familiare quanto
se tu ci avessi abitato fin da bambino, posto ch'io dagli otto anni
in su te lo descrivevo almeno una volta la settimana. Ti costrinsi
allora a chiedermi perdono della tua inciviltà: ma, devo confessarlo,
t'ho parlato tanto della mia prima visita qui, che tu sei scusabile se
il soggetto t'è venuto a noia. Voglio dirti solo la disillusione che
ho provata: tutto nella villa de' miei ricordi mi sembra più piccolo
e meno bello; l'ingresso e il portico non sono così spaziosi come me
li figuravo, nè le stanze così alte, nè il giardino e i chioschi e le
serre così grandi. No, no, non ti ridescrivo nulla.... Giorni sono la
signorina Emilia mi domandò se il luogo mi piacesse e corrispondesse
all'impressione che ne avevo serbata. Io le dissi la verità, ed ella
non se n'ebbe a male: rise anzi di quelle mie immagini fantastiche
della casa e delle sue adiacenze, ed osservò che questo succede sempre
quando si rivedono cose vedute nell'infanzia.
«Non ho bisogno di ripeterti ch'ella m'è prodiga di bontà e di
gentilezza: chi la conosce come te sa bene che non può esservi al
mondo persona migliore nè più amabile. Io non sono in grado di fare
che una minima parte di quello che vorrei per contraccambiar la sua
benevolenza: ma ella gradisce tanto ogni umile dono, è tanto grata
d'ogni piccola attenzione, che par possibile a tutti di procurarle
qualche gioia. Per esempio, ieri, trovate alcune viole mammole
nell'erba, gliele portai: ella mi baciò e mi ringraziò come se fossero
state diamanti. L'altro giorno un bambino, che si chiama Beniamino
Gately, venne a sonare alla porta d'ingresso, con una cappellata di
maceroni, còlti senza gambi, e chiese della signorina Emilia per
offrirglieli egli stesso: e la signorina lo accolse graziosamente
e lo compensò con un dolce sorriso e un «grazie, Ben» che egli non
dimenticherà tanto presto.... Non fu atto gentile, di', Guglielmo?
«Il signor Graham mi ha dato un giardinetto, e mi propongo di
coltivarvi i più bei fiori, per lei: sempre che la signora Ellis non
se ne immischi. Ma ho gran paura del contrario, perchè s'immischia in
tutto. Ah, Guglielmo, caro, la signora Ellis è la mia croce, la mia
_gran croce_! È proprio il genere di donna che io non posso soffrire.
Credo che certe persone siano antipatiche a certe altre per natura; e
quest'è il caso tra me e la detta signora. Non lo direi a nessun altro
perchè so che non sta bene; e forse non dovrei dirlo neppure a te: ma
non so nasconderti nessun mio sentimento. La signorina Emilia ragiona
spesso meco sul proposito della governante e sostiene che io devo
imparare ad amarla e che quando l'amerò sarò un angelo.
«Sicuro tu penserai che qui ricompare il temperamento della Gertrude
d'una volta, e forse è vero, ma tu non sai a che dure prove ella
mette la mia pazienza; gli è in piccole cose che mi sarebbe difficile
raccontare, nè vorrei annoiarti con sì fatti pettegolezzi se anche
potessi; non ti parlo dunque più di lei. Farò ogni sforzo per essere
perfetta ed amarla caramente.
«Non credere che io adesso non andando a scuola me ne stia con le mani
in mano: sono occupatissima invece. La prima settimana della nostra
villeggiatura, tuttavia, le mattinate mi riescivano uggiose. Io, tu lo
sai, mi levo col sole; la signorina Emilia però non può essere tanto
mattiniera, e non la vedo mai prima delle otto, cioè oltre due ore
dopo ch'io sono alzata e vestita. A Boston, questo tempo lo passavo
studiando; ma poichè sul principio della primavera ella s'accòrse
che crescevo in fretta, e udì il signor Arnold osservare ch'ero molto
pallida, giudicò nocivo per me lo stare troppo sui libri, e, venute
in campagna, stabilì che dedicherei allo studio soltanto poche ore
dopo la colazione, nella sua camera. Mi consigliò pure di dormire più
tardi la mattina, se potevo; io proprio non posso, sicchè esco sempre
dal letto prestissimo e scendo in giardino. Un giorno, mentre v'andavo
girellando, trovai il signor Graham già al lavoro; non senza mia
maraviglia, perchè l'inverno, in città, non è questo il suo costume. Ma
egli è un uomo bizzarro. Mi chiamò e mi chiese d'aiutarlo a piantare
semi di cipolle; a quanto sembra me la cavai benino, posto che da
allora pianto tutti i giorni insieme con lui ogni sorta di cose, delle
quali mi fa scrivere i nomi su cartellini attaccati a bastoncelli che
mette sulle rispettive piantagioni; e, infine, con mia viva gioia m'ha
offerto un pezzo di terra per coltivarvi fiori a mio piacere. A lui,
vera _stranezza_, de' fiori non importa affatto; coltiva esclusivamente
ortaggi e alberi da frutto.
«Dunque io avrò un giardino! Ma ti vo facendo una storia lunga, mio
Guglielmo; eppure vorrei prolungarla ancora tanto, se me ne rimanesse
tempo! O potessi vederti, potessi parlarti! A voce ti direi in un'ora
più che non in una settimana scrivendoti. Tra cinque minuti sentirò il
campanello della signorina Emilia che mi manderà a chiamare per farle
un po' di lettura....
«Mi struggo di ricevere tue lettere, caro, e prego Dio mattina e sera
che t'abbia in Sua custodia e mandi presto le bramate notizie alla tua
affezionatissima
«Gertrude.»