COMUS.

Era questa una prova non conosciuta fino allora da Guglielmo, e la più

dura per lui a sostenersi. Eppure la sostenne, e strenuamente: nascose

le più aspre sue lotte alla madre ansiosa, al nonno scorato, e con

virile risoluzione sperò contro la speranza, Gertrude era adesso il suo

maggior conforto. A lei confidava le sue pene, e quantunque non fosse

che una fanciulletta, ella sapeva essere una mirabile consolatrice.

Presentandogli sempre le cose nella luce più favorevole, predicendo

un domani più fortunato, faceva molto per ravvivare la sua fiducia,

per fortificare il suo proposito. Dotata d'uno spirito pronto, sagace,

osservatore, ella vedeva, assai meglio che non sogliano i fanciulli,

le diverse vie per cui poteva esser condotta a termine una faccenda;

e spesso dava a Guglielmo utili consigli di cui egli volentieri

approfittava. Un giorno gli domandò se non avesse mai pensato a

ricorrere ad una agenzia d'informazioni. Egli infatti non ci aveva

pensato, e se ne maravigliò seco stesso. Lo fece senza indugio. Gli

furono date lusinghiere speranze che per qualche tempo lo rianimarono,

ma riuscirono fallaci. E oramai cominciava a disperare, quando gli

cadde sott'occhio un annunzio in un giornale che parve offrirgli una

probabilità di buon successo. Lo mostrò a Gertrude. Era proprio il

fatto suo. Non aveva che da presentarsi. Si chiedeva appunto un ragazzo

come lui: quindici anni, svegliato, capace, fidatissimo, disposto ad

entrare come socio nella ditta, dopo acquistata la necessaria pratica

degli affari. Ella era sicura che nessuno poteva meglio di Guglielmo

convenire al richiedente.

Tanto n'era sicura, che la mattina appresso Guglielmo si presentò

al recapito indicato, franco e fiducioso come mai per l'innanzi. Il

principale, che aveva l'aria d'un uomo assai fine e scaltro, lo fissò

con uno sguardo penetrante, lo tempestò di domande, lo sconcertò

manifestando qualche dubbio sulla sua capacità e la sua onestà; e dopo

averlo fatto discorrere un pezzo, concluse col dichiarargli che anche

nel migliore dei casi e con le più valide raccomandazioni, egli non

poteva accettare se non un giovanetto la cui famiglia acconsentisse

a interessarlo negli affari della Casa investendovi per conto suo una

piccola somma.

Questa condizione chiudeva a Guglielmo l'adito a quel posto, quando

pure l'uomo gli fosse piaciuto: ma non gli piaceva punto, perchè

sentiva in cuor suo ch'era un furfante o giù di lì.

Finora egli non s'era mai perduto d'animo; ma quest'ultimo disinganno

l'avvilì per modo che, ritornato a casa, gli mancò il coraggio di

trovarsi faccia a faccia con sua madre. Entrò dunque direttamente nella

camera di True.

Era la vigilia di Natale. Dagli sportelli aperti della stufa il

riverbero d'un bel fuoco di carbone veniva a confondersi coi riflessi

del tramonto in una luce purpurea che rischiarava fievolmente la

stanza.

Guglielmo trovò Gertrude sola ed occupata a preparare una certa

focaccia per il tè, la quale era uno dei pochi prodotti dell'arte

culinaria in cui fosse giunta a farsi onore. Ella giusto usciva dalla

dispensa con in mano un ramaiuolo colmo di farina, quando lo vide

entrare. Egli gettò il suo berretto sulla panca e sedette alla tavola

nascondendo il volto tra le palme, con un atto di sconforto che le fece

subito indovinare la nuova disfatta patita dal povero ragazzo nella

sua lotta contro l'avversa fortuna. Era tanto contrario all'indole di

Guglielmo l'entrare così senza dir parola, tanto strano vedere quella

radiosa testa giovanile curvarsi sotto il peso del dolore, quel corpo

agile e gagliardo accasciarsi, come fosse d'un tratto invecchiato,

ch'ella comprese che il valoroso suo cuore cadeva infine vinto.

Posò il ramaiuolo, e pian piano venne a lui, gli toccò un braccio,

alzandogli in faccia i grandi occhi ansiosi. La compassione ch'egli

sentì nella timida carezza, nello sguardo amoroso, gli diede l'ultimo

crollo. Chinò la faccia sulla tavola, e un momento dopo Gertrude udì

uno scoppio d'angosciosi singhiozzi che si ripercotevano ad uno ad

uno nel più profondo dell'anima sua. Ella piangeva spesso e le pareva

una cosa naturale: ma Guglielmo, il gaio, l'animoso Guglielmo, non

l'aveva veduto pianger mai: credeva ch'_egli non sapesse_ piangere. Si

arrampicò sulla seggiola del giovanetto e cingendogli il collo con le

braccia mormorò:

— Io non mi rammaricherei di non averlo ottenuto quel posto: credo che

non sia un posto _buono_.

— Neppur io lo credo; — disse egli sollevando la testa — ma come fare?

Non ne trovo _nessuno_, e non posso star qui senza far _nulla_.

— Noi siamo ben contenti d'averti a casa.

— Oh, essere a casa è una gran bella cosa.... Godevo di venirci quando

stavo col signor Bray, e guadagnavo un po' di quattrini, e sentivo che

tutti mi vedevano con piacere....

— Ma anche adesso tutti ti vedono con piacere.

— Non però come _allora_, — replicò Guglielmo alquanto impazientito.

— La mamma mi guarda sempre come se s'aspettasse l'annunzio che

finalmente ho trovato un'occupazione; il nonno ha l'aria di pensare

ch'io non sarò mai buono a nulla.... Ah, proprio nel momento che

cominciavo a guadagnare e ad aiutarli, mi tocca la disgrazia ti perdere

il mio impiego!

— Non è colpa tua se il signor Bray è morto; tu non potevi mica

guarirlo. Mi sembra impossibile che il signor Cooper ti biasimi perchè

_ora_ sei disoccupato....

— Non mi _biasima_, no.... Ma se tu fossi ne' miei panni proveresti

quello che provo io nel vederlo là, seduto nella sua poltrona, tutta

la sera, gemendo e borbottando, e guardandomi come se volesse dire: «A

cagion tua mi dispero».... Egli pensa che il mondo è tristo, che lui

non ci ha mai avuto sorte, e che così non nè avrò io....

— Tu ne avrai.... Sono sicura che sarai ricco un giorno. Allora sì che

il nonno rimarrà stupito!

— Gertrude, tu sei una cara bambina.... Hai fede in me.... Se mai

divento ricco, ti prometto di farti partecipare alla mia fortuna.

Ahimè, — soggiunse, scorato — non è tanto facile! Io m'immaginavo che

quando sarei grande, guadagnerei subito dimolto denaro.... Invece veggo

che ce ne vuole per arrivarci! —

Chinò di nuovo il capo, volle nascondersi la faccia tra le mani;

ma Gertrude gliele afferrò e non gli permise d'abbandonarsi alla

malinconia.

— Via, Guglielmo, — ella disse — non fissarti più in questo pensiero.

Non c'è chi non abbia i suoi dispiaceri, ma tutti li superano, infine.

Forse la settimana ventura ti troverai in una bottega anche meglio che

quella del signor Bray, e sarai più contento di prima. Sai, — fece, per

mutare discorso, tattica che i fanciulli sanno usare quanto gli adulti

— oggi compiono due anni da che sono venuta qui.

— Davvero? Lo zio True ti portò a casa sua la vigilia di Natale?

— Precisamente.

— Vale a dire che Santo Claus portò te verso le buone cose, invece di

portartele, non è vero? —

Gertrude non sapeva nulla di Santo Claus, il grande amico dei bambini;

e Guglielmo, il quale aveva ultimamente letto la leggenda del buon

vecchio che la vigilia di Natale distribuisce balocchi a piene mani,

prese a raccontargliela, per esteso.

Quand'ella vide che, infervorato nella sua storia, egli si distraeva

senza volerlo, ritornò alla focaccia, pur non cessando d'ascoltarlo

con attenzione mentre lavorava la pasta. Giusto nell'atto che stava

infornandola, Guglielmo fece punto. Inginocchiata davanti alla stufa,

aprendo e chiudendo macchinalmente lo sportello del forno, ella

rimaneva pensosa, con un sì vivo sfavillìo negli occhi, che egli le

domandò:

— Gertrudina, perchè hai cotest'aria maliziosetta?

— Pensavo — ella rispose — che Santo Claus potrebbe forse venire per

te, stanotte; giacchè viene per chi ha bisogno di qualche cosa e porta

ai bravi figliuoli ciò che desiderano, spero che ti porti un buon posto

dove tu abbia occasione di farti ricco.

— Sicuro! — disse Guglielmo. — Mi ficcherà nel suo sacco, e mi

strascinerà fino a un palazzo per offrirmi come dono natalizio a un

vecchio Creso, il quale mi regalerà un patrimonio, in contraccambio....

Ci fo assegnamento, perchè se non mi capita una fortuna prima di capo

d'anno, devo darmi per disperato. —

In quella i due ragazzi furono interrotti da Trueman che entrò portando

trionfalmente un magnifico tacchino, regalo del signor Graham, e un

libro per Gertrude, regalo d'Emilia.

— Oh, non è curioso? — esclamò la bambina. — Guglielmo diceva appunto

che voi, zio True, siete il mio Santo Claus.... Pare anche a me,

davvero! —

Così parlando apriva il libro. E nel frontespizio le si presentò il

ritratto del leggendario personaggio. Ella proruppe, giubilante:

— O, guarda, guarda, Guglielmo, come gli somiglia! È tutto lui! C'è

il berretto di pelliccia, e la pipa, e il buon viso ridente proprio

come il suo.... Ah, zio True, se soltanto aveste invece del tacchino e

della lanterna un sacco di balocchi in ispalla, sareste un Santo Claus

perfetto!... A proposito, per Guglielmo non avete nulla?

— Sì, una cosuccia... Ma temo che non gliene importerà molto. Non è che

un bigliettino.

— Un biglietto per me? — domandò il ragazzo. — Di chi può essere?

— Questo non so dirtelo, — rispose il lampionaio frugando nelle

capaci sue tasche. — Svoltavo il canto quando un uomo m'ha fermato

domandandomi dove abita la signora Sullivan. Io gli indico la casa.

Allora, veduto che ci abito anch'io, mi consegna questo pezzetto di

carta, e mi prega di rimetterlo al signorino Guglielmo Sullivan, che,

m'immagino, siete voi. —

Guglielmo prese con una mano il biglietto e con l'altra l'accenditoio

di True, e sollevando il foglio all'altezza del lume, lesse forte:

«R. H. Clinton desidera vedere Guglielmo Sullivan giovedì mattina, tra

le dieci e le undici, al numero 13. Panchina....»

Egli era sbalordito.

— Che vorrà mai? — disse. — Io non conosco nessuno di questo nome.

— So io chi è, — fece True. — È il signore che abita nella grande casa

di pietra, in via ***; un riccone. Il recapito dato nel biglietto è

proprio il suo banco....

— Che? Il babbo di quei bellissimi bambini che vedevamo spesso alla

finestra?

— Precisamente.

— O che cosa può desiderare da me?

— Probabilmente ha bisogno de' tuoi servizi, — disse il vecchio.

— Ma dunque è un posto! — gridò Gertrude. — E un posto buono! Santo

Claus è venuto e te l'ha portato.... Lo dicevo io! Oh, come sono

contenta! —

Guglielmo tuttavia non sapeva se dovesse rallegrarsi o no. Gli sembrava

assai strano quel messaggio da parte d'un signore che non lo conosceva

affatto. Certo sarebbe stato naturale sperare con la sua piccola

amica e con lo zio True che fosse l'alba d'una nuova fortuna; ma egli

aveva ragioni particolari, da loro ignorate, per credere che di questa

fortuna, se pur gli si offriva, non avrebbe potuto approfittare. E però

si fece promettere da entrambi di non far cenno della cosa nè a sua

madre, nè al signor Cooper.

Il giovedì, ch'era il giorno dopo il Natale, egli si presentò

puntualmente nel luogo indicatogli. Il signor Clinton, uomo di maniere

finissime e d'aspetto benevolo, l'accolse con molta gentilezza, gli

diresse poche domande, non chiese nemmeno se avesse raccomandazioni,

o attestati del suo antico principale, ma senz'altro gli disse che

aveva bisogno d'un giovanetto per le mansioni di secondo commesso nel

suo banco, e gli offerse il posto. Guglielmo esitò, perchè quantunque

l'offerta fosse molto vantaggiosa per il suo avvenire, non era

accettabile per il presente, se, come pareva, il signor Clinton non gli

assegnava uno stipendio. Questi, vedendolo titubante, gli domandò:

— Forse la mia proposta non vi conviene, o avete già qualche impegno?

— No, — rispose egli prontamente. — Mi dimostrate una gran bontà

onorando me, estraneo, di tanta fiducia da essere disposto ad

ammettermi nella vostra Casa, e la proposta mi giunge gradita quanto

inaspettata; ma io, finora, avevo servito in un negozio di spaccio al

minuto, dove percepivo un regolare salario sul quale mia madre e mio

nonno facevano conto.... Certo, preferirei di gran lunga un banco quale

il vostro, e credo, signore, che imparerei presto a rendermi utile:

se non che, lo so, molti giovanetti di famiglie ricche si stimerebbero

fortunatissimi d'essere impiegati da voi senza alcuna rimunerazione, e

quindi io non potrei sperare uno stipendio, almeno per i primi anni.

Comprendo bene che in capo a un certo tempo mi troverei compensato

ad usura dalle cognizioni acquistate nella pratica degli affari

mercantili: disgraziatamente non sono in istato di procurarmi questo

vantaggio, più che di proseguire gli studi. —

Il signor Clinton sorrise.

— Come mai, giovanotto, siete così informato di queste cose?

— Ho inteso dire da parecchi ragazzi miei condiscepoli, ora commessi

in case commerciali, che non ricevono paga, e ho sempre giudicato equo

cotesto trattamento; ma per tale ragione appunto mi sono sentito in

obbligo di contentarmi del posto che occupavo in una farmacia, perchè

sebbene non fosse di mio gusto, mi dava modo di bastare a me stesso e

di venire in aiuto a mia madre ch'è vedova, e a mio nonno ch'è vecchio

e povero.

— Il vostro nonno, chi è?...

— Il signor Cooper, sagrestano nella chiesa del signor Arnold.

— Ah sì, lo conosco! — disse il signor Clinton; e dopo una pausa

soggiunse: — Quello che avete detto, Guglielmo, è esattissimo: non

è nostro costume assegnare un qualsiasi stipendio ai nostri giovani

commessi, e ciò nonostante siamo tempestati di profferte; ma ho avuto

ottime informazioni sul conto vostro, ragazzo mio (non vi dirò da

qual fonte per quanto io vegga la vostra curiosità), e inoltre voi

mi piacete: credo che mi servirete fedelmente. Ditemi dunque che

cosa avevate dal signor Bray: io vi darò altrettanto il primo anno,

e in seguito andrò aumentando la vostra paga, se lo meriterete. Siete

contento? Allora potete entrare nel mio banco al principio del gennaio

prossimo. —

Guglielmo lo ringraziò il più concisamente possibile, e s'affrettò ad

accomiatarsi.

Il commesso principale, chino su' suoi registri, ascoltava il dialogo,

e pensò che il ragazzo avrebbe dovuto esprimere maggiore riconoscenza

dinanzi a una così insolita generosità. Ma il negoziante, osservando

Guglielmo mentre gli parlava, ben aveva scorto nei mutamenti del suo

viso il succedersi della maraviglia allo scoramento, e della speranza,

della gioia alla maraviglia; una gioia piena di gratitudine sincera

e così profonda che, egli lo comprendeva, non trovava parole per

manifestarsi. E s'era ricordato del tempo in cui, giovanetto e figlio

unico di una povera vedova, egli era venuto solo nella grande città,

in cerca d'un impiego, e trovatolo dopo lunghi stenti, aveva subito

scritto alla mamma per dirle che sperava di poter presto guadagnare

abbastanza da provvedere a sè ed a lei.

Da vent'anni cresceva l'erba sulla tomba ove ella dormiva l'eterno

sonno, laggiù nella lontana campagna natia, e la faccia del negoziante

era solcata dalle rughe che vi avevano impresse i pensieri e le cure;

ma quando, ritornato a sedere, egli tracciò quasi inconsciamente su

un foglio bianco, con la penna asciutta, le parole: «Cara mamma», ella

rivisse per lui e rivisse egli stesso nella propria giovinezza. Quelle

parole invisibili incominciavano la lettera che le recava la buona

novella.

No, Guglielmo non era ingrato, altrimenti non avrebbe destato nel

signor Clinton i ricordi del tempo in cui il suo cuore provava le

stesse commozioni.

E tutte le madri che hanno pianto e pregato e ringraziato Dio ricevendo

simili notizie da figliuoli teneramente amati, possono intendere qual

fosse la felicità della buona piccola signora Sullivan quando Guglielmo

le annunziò l'insperata fortuna. Il signor Cooper e Gertrude hanno

pure i loro prototipi in tanti vecchi ne' cui occhi smorti e stanchi si

riaccende il bagliore della speranza, che sebbene sia stata fallace per

essi, vagheggiano ancora per i nipotini; in tante sorelline superbe e

liete di vedere il nobile fratello apprezzato alfine dagli altri come

fu sempre da loro. Nè in tali occasioni deve mancare l'amico cordiale

che, come il bravo True, entra d'improvviso e battendo una spalla al

ragazzo esclama:

— Avevo ragione, io? Non c'era bisogno che si rammaricassero tanto,

i tuoi.... Glielo dicevo sempre al nonno che le cose si sarebbero

accomodate, e bene! —

Ma un punto rimaneva misterioso. Da chi il signor Clinton aveva udito

parlare di Guglielmo? La signora Sullivan passò in rivista le sue non

numerose conoscenze, e fece mille supposizioni, una più inverosimile

dell'altra. E però, visto che il congetturare non serviva a nulla,

finirono con l'attribuire, come Gertrude, tutto il merito a Santo

Claus.

Il lampionaio · 第 29 / 100 题