— Babbo, — disse la signora Sullivan al vecchio Cooper, il quale,
pronto per uscire, raccoglieva i vari oggetti che gli occorrevano in
chiesa il sabato sera — perchè non fate venire con voi Gertrude? Vi
porterebbe una parte di quella roba che non potete pigliare tutta in
una volta, e le farebbe tanto piacere.
— Non mi sarebbe che d'impaccio, — rispose egli. — Io posso benissimo
portare ogni cosa da me. —
Ma quando ebbe una lanterna e un secchietto da carbone in una mano, una
piccola accetta e un paniere di trucioli nell'altra, e una scaletta a
piuoli in ispalla, dovette riconoscere che non trovava modo di prendere
anche il martello e l'involto dei chiodi.
La signora Sullivan dunque chiamò Gertrude e le domandò se voleva
andare in chiesa col signor Cooper e aiutarlo a portare i suoi arnesi.
La bambina fu lietissima della proposta, e presi i chiodi e il martello
s'incamminò allegramente.
Giunti alla chiesa, il vecchio sagrestano la lasciò libera dicendole
che poteva baloccarsi a suo talento purchè non facesse chiasso e non
sciupasse nulla; e passò nella sagrestia dove principiò il suo lavoro
di spazzatura e spolveratura e preparò i fuochi. Gertrude intanto,
rimasta sola, si divertì qualche tempo a girellare per le navate
deserte e tra le panche, osservando da vicino tutto quello che fino
allora non aveva veduto che da un angolo della galleria; poi salì nel
pulpito e s'immaginò di tenere un bel sermone a un numeroso uditorio.
Tuttavia cominciava ad annoiarsi, quando l'organista, entrato senza
che ella se n'avvedesse, si mise a sonare una musica sommessa e dolce;
allora scese, sedette sugli scalini, e ascoltò con attenzione e piacere
vivissimo. Ma di lì a poco la porta in fondo alla navata maggiore si
aperse, e una coppia di visitatori venne a distrarre Gertrude attirando
tutta la sua curiosità. L'uno era un uomo anziano vestito come un
ecclesiastico, piccolo, smilzo, con capelli grigi e radi, fronte alta,
lineamenti piuttosto aguzzi, ma quantunque di poca appariscenza,
notevole per l'espressione serena e benigna della sua fisonomia;
l'altra una giovane signora sui venticinque anni, la quale s'appoggiava
al suo braccio. Ella indossava un abito semplicissimo, di colore bruno
scuro come il cappellino chiuso nel quale spiccava soltanto, intorno
al viso, una guarnizione di nastro celeste. L'unica parte del suo
vestiario che fosse ricca ed elegante era un boa di zibellino fermato
sotto la gola da un prezioso anello d'oro smaltato. Di statura alquanto
inferiore alla media, aveva però un personalino grazioso e ben tornito;
i lineamenti erano fini e regolari, la carnagione fresca sebbene un
poco pallida, i capelli d'un castagno chiaro e acconciati con gusto.
Ella non alzava mai gli occhi mentre veniva lentamente avanzandosi
nella navata, e le lunghe ciglia quasi le toccavano le gote. I due
passarono davanti al pulpito senza notar la bambina seduta sugli
scalini.
— Sono lieto che l'organo vi piaccia, — disse il signore. — Io non
posso chiamarmi giudice competente in fatto di musica; ma dicono che
lo strumento è di rara eccellenza e che Hermann lo suona con somma
perizia.
— Neppure l'opinione mia è di molto valore, — rispose la signora. —
La musica è per me un gran diletto senza ch'io ne abbia cognizioni
profonde. Ma questa sinfonia è davvero deliziosa: da lungo tempo non
avevo sentito melodie che mi commovessero così il cuore. Forse è anche
perchè le voci dell'organo risuonano tanto dolcemente nella quiete
solenne della chiesa. Io amo la solitudine delle grandi chiese nei
giorni feriali. Vi ringrazio d'esser venuto a prendermi stasera. Come
mai ci avete pensato?
— M'immaginavo che vi farebbe piacere. Sapevo che Hermann sonerebbe
a quest'ora; e poi, vedendovi così pallidina, m'è parso che un po' di
moto vi dovesse giovare.
— Infatti. Non mi sentivo bene, e l'aria aperta e frizzante era proprio
quello che mi ci voleva. Desideravo perciò fare una passeggiata, ma la
signora Ellis era occupatissima, e io non posso uscire sola.
— Credevo di trovar qui il sagrestano.... Ho da parlargli circa
la luce; i giorni sono corti ora, e fa buio presto; bisogna che lo
preghi d'aprire un po' più le gelosie, altrimenti domani non ci veggo
a leggere il mio sermone. Forse è nella sagrestia.... C'è sempre
in qualche parte della chiesa, il sabato. Sarà meglio ch'io vada a
cercarlo.... —
In quella entrò appunto il signor Cooper, il quale, visto il
pastore, venne a lui, e dopo ricevuti i suoi ordini, gli parlò piano
chiedendogli senza dubbio d'accompagnarlo in un luogo, perchè questi
esitò, guardò la signora e disse:
— Già, sarebbe opportuno ch'io ci andassi oggi, tanto più che ci siete
anche voi. Peccato perder l'occasione.... Ma.... non so.... —
Poi, rivolgendosi alla giovane, soggiunse:
— Emilia, il signor Cooper vorrebbe ch'io mi recassi con lui dalla
signora Glass, e, certo, dovrei rimaner fuori qualche tempo. Vi
dispiacerebbe aspettarmi qui fino al mio ritorno? È vero che abita
nella via attigua, ma può darsi ch'io debba trattenermi un poco,
perchè si tratta di quei volumi della biblioteca così maliziosamente
sfregiati; io ho gran paura che il suo figliuolo maggiore c'entri per
molto in questa birbonata. Sarebbe necessario chiarire la cosa prima
di domani; e difficilmente io potrei stasera ritornare così lontano.
Altrimenti non avrei pensato a lasciarvi.
— Andate, signor Arnold, — rispose Emilia — e quanto a me siate
pur tranquillo. Starmene seduta qui in chiesa e ascoltare la musica
dell'organo non sarà che un piacere. Il signor Hermann suona ch'è un
incanto; il tempo non mi parrà lungo, ve l'assicuro. Dunque non abbiate
fretta per causa mia, ve ne prego. —
Il signor Arnold, acquetati i suoi scrupoli, risolse d'andare. Condusse
la signora a sedere accanto al pulpito, e uscì col vecchio sagrestano.
Durante tutto questo tempo Gertrude, ritiratasi quatta quatta
sull'ultimo scalino in alto, e mezzo nascosta dalla cattedra, era
rimasta inosservata. Ma non appena udì la porta chiudersi con un
colpo fragoroso dietro i due uomini, si rizzò e cominciò a scendere.
Al primo suo passo la giovane diede un sobbalzo ed esclamò piuttosto
bruscamente:
— Chi c'è? —
Gertrude si fermò e non rispose. Cosa strana, la signora non aveva
guardato in su quantunque dovesse pur avere percepito che il rumore
veniva di sopra il suo capo. Seguì un momento di silenzio. Poi la
bambina continuò a scendere, correndo. Questa volta l'altra balzò in
piedi, e stendendo un braccio dinanzi a sè, ripetette vivamente la
domanda:
— Chi c'è?
— Sono io, — disse Gertrude guardandola in viso — io sola.
— Volete fermarvi un poco e parlare con me? —
Gertrude attratta dalla voce più soave che mai avesse udita, venne a
fermarsi proprio accosto ad Emilia, la quale le pose una mano sul capo
e la trasse a sè chiedendole:
— Chi sei tu, bambina?
— Gertrude.
— E poi?
— Niente.
— O l'altro tuo nome l'hai dimenticato?
— Io non ho nessun altro nome.
— Con chi sei venuta in chiesa?
— Ci sono venuta col signor Cooper. L'ho aiutato a portare i suoi
arnesi.
— E t'ha lasciata qui ad aspettarlo come sono stata lasciata io. Dunque
dobbiamo tenerci compagnia, non ti pare? —
La bambina rise.
— Dov'eri? Sulla scaletta del pulpito?
— Sì.
— Bene, siedi su questo scalino basso, vicino alla mia seggiola, e
discorriamo un poco. Voglio vedere se mi riesce di trovare il tuo
secondo nome. Con chi abiti?
— Con lo zio True.
— True?
— Sì: il signor True Flint. Adesso abito con lui perchè mi portò a casa
sua la notte che Annetta Grant mi cacciò fuori, sul marciapiede.
— Che? Sei tu quella? Ho dunque già inteso parlare di te! Il signor
Flint mi raccontò tutta la tua storia.
— Voi conoscete mio zio True?
— Sì, moltissimo.
— E come vi chiamate, voi?
— Emilia Graham.
— Oh, — esclamò la bambina rizzandosi con un salto e battendo le mani
— so, so chi siete! Voi gli avete raccomandato di tenermi seco, lo
disse lui, ed io lo sentii.... Voi m'avete dato i miei vestiti....
E siete buona, e siete bella, ed io vi voglio bene.... tanto, tanto
bene! —
Mentre Gertrude proferiva queste parole con voce commossa,
un'espressione strana, di viva ed inquieta curiosità appariva nel volto
della signorina Graham come se i toni di quella voce facessero vibrare
una corda della sua memoria. Ella non parlò, ma passando un braccio
intorno alla vita della piccina se la trasse ancor più accosto. Il suo
aspetto riprese la serena compostezza abituale. Gertrude la guardava
con l'aria di maraviglia che aveva da quando era incominciato il loro
colloquio; e ad un tratto uscì a dire:
— Avete sonno?
— Punto. Perchè?
— Perchè tenete gli occhi chiusi.
— Sono chiusi sempre, bimba mia.
— Sempre! O per qual ragione?
— Io sono cieca. Non posso veder nulla.
— Non potete vedere! Proprio nulla nulla? Sicchè, me non mi vedete?
— No.
— Ah! — proruppe Gertrude facendo un respirone. — Quanto ne sono
_contenta_!
— _Contenta!_ — esclamò la cieca con l'accento più doloroso che mai
fosse udito.
— Oh sì, sono contenta che non mi vediate, perchè così forse mi
amerete! — disse la bambina.
— E non t'amerei se ti vedessi? — domandò Emilia strisciandole
lievemente la mano sul viso.
— No di certo! — ella rispose. — Sono tanto brutta! E però mi fa
piacere che non possiate saper come io sia.
— Ma pensa, Gertrude, — riprese la signorina Graham con immensa
tristezza — che proveresti se tu non potessi vedere la luce, nè le
cose, nè le persone?
— Ma voi dunque non vedete neppure il sole, le stelle, il cielo?...
Siete nel buio?
— Nel buio, sempre, notte e giorno. —
Gertrude dette in un violento scoppio di pianto.
— Oh! — fece quando potè ritrovare un fil di voce tra i singhiozzi. —
L'è troppo dura! Troppo, troppo, troppo! —
La sua disperazione fu contagiosa. Per la prima volta la giovane cieca
versò amare lacrime sulla propria sventura.
Ma fu un breve momento. Si dominò subito e cercò di calmare la piccina.
— Chetati! Non piangere! Non dire ch'è troppo dura la mia sorte....
Io, sai, la sopporto benissimo.... Essendo avvezza così, sono felice lo
stesso.
— Io invece nel buio sarei infelicissima. Lo _odio_. Non sono
_contenta_, no, che siate cieca.... _Me ne dispiace_ anzi _assai_....
Vorrei che vedeste ogni cosa, e me pure.... O non ci sarebbe un qualche
modo d'aprirveli, gli occhi?
— No, non c'è. Ma non parliamo più di questo; parliamo di te,
piuttosto. Dimmi perchè ti figuri d'essere tanto brutta.
— Perchè la gente lo dice. E i bambini brutti nessuno li ama.
— Sì, anche i bambini brutti sono amati, purchè siano buoni.
— Ma io non sono buona. Al contrario. Cattivissima.
— _Puoi diventar buona_, però, e allora t'ameranno tutti.
— Credete ch'io _possa_?
— Se ti ci sforzi, sì.
— Mi ci sforzerò.
— Lo spero. Il signor Flint aspetta grandi consolazioni dalla sua
bimba, e tu devi fare tutto il possibile per dargliele. —
Emilia le rivolse poi molte domande sulla sua vita in casa d'Annetta
Grant. E il racconto che l'orfanella le fece de' suoi molteplici
patimenti, le prese l'animo a segno ch'ella non avvertì la fuga del
tempo nè la partenza dell'organista il quale, cessato di sonare, aveva
chiuso il suo strumento e se n'era andato.
Gertrude era molto comunicativa. Benchè di primo acchito si mostrasse
ritrosa con gli estranei, bastava qualche buona parola per guadagnarne
la confidenza; e nel caso presente la voce dolcissima d'Emilia, il
suo tono di simpatia, le andavano diritto al cuore. Cosa singolare,
ella, vissuta sempre fra gente d'umile condizione, anzi, fino a
poco addietro, dell'infima plebe, non sentiva punto quel timore,
quell'impaccio, che sarebbero parsi naturali in lei nel parlare per la
prima volta a una vera signora, nata in mezzo all'opulenza, educata con
tutte le raffinatezze del lusso, cólta, di modi eletti. Ella invece
si stringeva affettuosamente alla giovane e accarezzava il suo boa
con altrettanta libertà che se fosse anch'essa venuta al mondo in un
palazzo e le pellicce di zibellino l'avessero avvolta fin nella culla.
Non si peritò neppure di prendere ripetutamente la fine mano inguantata
della signorina Graham e tenerla tra le sue, premendola forte: sua
maniera favorita d'esprimere una calda gratitudine, un'ammirazione
entusiastica. Ma non meno profondi erano i sentimenti destati
dall'eccitabile e strana creatura nel cuore d'Emilia. Questa ben vedeva
a qual segno la povera bambina fosse stata negletta, comprendeva
quanto dovessero essere perniciosi gli effetti dei mali trattamenti
sofferti nell'infanzia su quella natura capace di virtù ma impetuosa,
e quanto importasse combatterli con un'accurata educazione affinchè
non ne distruggessero in germe le felici disposizioni. Le due novelle
amiche s'intrattenevano così, senza pensare all'ora già tarda, quando
il signor Arnold entrò a passi accelerati, un po' trafelato, chiamando
Emilia fin dal fondo della navata.
— Cara, temo che abbiate pensato ch'io vi dimenticassi.... Mi son
dovuto indugiare assai più che non credevo. Non vi ritrovo stanca e
scoraggiata?
— Proprio tanto, siete stato? A me non sembra! — ella rispose. — Gli è
che, come vedete, ho una compagnia.
— Una bimba? O di dove è sbucato cotesto topolino? — fece il pastore,
gioviale e bonario.
— È venuta in chiesa col signor Cooper. Non è ritornato ancora a
prenderla?
— Cooper? No, è andato direttamente a casa, dopo che ci siamo lasciati.
Sicuro, non se ne ricordava per nulla.... E ora che si fa?
— Non possiamo ricondurla a casa noi? È lontano?
— Ci sono da qui due o tre lunghe vie, tutte fuori della nostra
direzione. Voi non dovete camminar tanto.
— Oh, sono già rimessa in forze! Non mi stancherò. E dovessi anche
stancarmi un poco, sarebbe meno male per me che non sapere questa
piccina a casa sua sana e salva. —
Se Emilia avesse potuto vedere in quel momento il viso di Gertrude,
la viva gratitudine che ne spirava l'avrebbe compensata di qualsiasi
fatica.
Il signor Arnold e la signorina Graham accompagnarono dunque Gertrude a
casa, e sulla soglia la signorina la baciò, ed ella fu quella notte una
bimba felice.