MILTON.

Il giorno seguente era una domenica. True aveva per costume di

trattenersi buona parte della domenica in chiesa con la famiglia del

sagrestano; ma Gertrude non avendo cappello non poteva andarci, ed egli

non volle lasciarla sola. Ella dunque s'appuntò in capo il suo vecchio

scialletto, e passarono la mattinata insieme passeggiando lungo le

banchine e guardando i bastimenti. Nel pomeriggio True dormì accanto

alla stufa, e la bambina si trastullò con la gatta. Guglielmo venne

la sera, però soltanto per accomiatarsi prima di ritornare dal signor

Bray. Aveva gran fretta, non poteva nemmeno sedere un momentino: in

casa del suo principale si faceva vita assai morigerata, e la porta

era chiusa di buon'ora, specie le domeniche. Il vecchio Cooper fece la

consueta sua visita. Quand'egli se n'andò, il lampionaio trovò Gertrude

immersa in un sonno beato, e pensando ch'era peccato destarla, la mise

a letto così come stava.

Ed ella non si destò, infatti, fino al mattino. Grande fu allora la

sua maraviglia vedendosi bell'e vestita. Esilarata da questo caso

bizzarro saltò su e corse a domandare a Trueman come fosse successo.

Egli stava accendendo il fuoco, e Gertrude, avute sodisfacenti risposte

alle sue numerose interrogazioni, s'applicò ad aiutarlo del suo

meglio preparando la colazione e assettando la stanza. Ella seguiva

appuntino gl'insegnamenti della signora Sullivan, rammentandoli tutti,

e dimostrava notevole capacità in ogni cosa che intraprendeva. Nel

corso di poche settimane, a forza di perseveranza era giunta a rendersi

utile in mille maniere. Prometteva davvero di far onore alla profezia

della sua maestra, diventando un'ottima piccola massaia. Certo i suoi

servizi erano lievi; ma quei piedini agili e pronti risparmiavano molti

passi al vecchio True, e segnatamente ella prestava un aiuto essenziale

nella pulizia delle camere, sua particolare ambizione. Adesso che la

polvere e i ragnateli non c'erano più, la signora Sullivan s'aspettava

da lei che non s'accumulassero daccapo. Ella lo sentiva. E bisognava

vederla quando, la mattina, mentre il lampionaio era fuori a nettare e

riempire i suoi lampioni, accudiva alle faccende munita d'una vecchia

granata il cui manico era stato accorciato a fine d'agevolargliene

l'uso! Con che zelo, con che diligenza l'adoprava! Spesso la buona

vicina dava una capata nel quartierino per lodarla ed assisterla. Nulla

rendeva più felice la piccola Gertrude che l'imparare qualche cosa di

nuovo. Beninteso, dovette anche lei pagare il noviziato. Vi furono

due o tre casi di completa carbonizzazione dei crostini; e, peggio

ancora, ell'ebbe a versare copiose lacrime sui frantumi di una tazza

da tè dipinta, sgusciatale di mano. Ma lo zio True non la rimproverava

mai; sicchè ella scordava presto queste disgrazie che d'altronde

l'esperienza le insegnava ad evitare.

Caterina Mc Carty, la quale l'aveva in concetto della più svegliata e

destra bambina del mondo, veniva di tanto in tanto a lavare i pavimenti

e far altri lavori troppo gravi o difficili per lei.

Animata dal desiderio di rispondere all'aspettazione della signora

Sullivan, e soprattutto di essere utile al suo benefattore, di

manifestare nel miglior modo il grande affetto che gli portava,

Gertrude era di solito buona, paziente, compiacente, quanto solerte.

Invero l'indulgenza di True verso la piccina era tale, che di rado egli

le imponeva la sua volontà. Ella rimaneva dunque libera di seguire il

proprio talento; ma per indisciplinata che fosse, obbediva volentieri

ad uno che mai la contrariava, e però non le accadeva di mostrare

dinanzi a lui la violenza della sua natura che una volta eccitata non

conosceva più freno. Tuttavia, se nella vita tranquilla di cui godeva

adesso tra le pareti domestiche, mancava ogni causa d'irritazione, si

diedero talora occasioni nelle quali fu palese che covava sempre il

fuoco sotto la cenere.

Una domenica Gertrude, che ora possedeva un bel cappuccetto comperatole

dallo zio True, aveva assistito con questi al servizio divino della

sera, e ritornavano a casa accompagnati dal signor Cooper e da

Guglielmo. I due vecchi erano ingolfati in una delle loro consuete

discussioni, e i fanciulli, rimasti un po' indietro, discorrevano

vivamente della chiesa, del ministro, dell'uditorio, della musica, che

per la bambina erano tutte cose nuove ed avevano destato in lei gran

maraviglia.

Cominciava a farsi buio nelle strade. Guglielmo l'osservò, e chinando

lo sguardo verso la sua piccola compagna che teneva per mano,

soggiunse:

— Di', Gertrude, vai qualche volta con lo zio True a vederlo accendere

i lampioni?

— Non ci sono andata mai, dopo la notte che mi portò a casa sua, — ella

rispose. — Io ne avevo una voglia matta, ma era sempre tanto freddo che

lui non me lo permise: diceva che mi sarei buscata di nuovo la febbre.

— Oggi non è punto freddo; sarà una bellissima notte: se lo zio True

è contento, si va tutt'e due con lui. Io ci andai più volte.... Ci si

diverte un mondo a guardare dentro dalle finestre nei salotti dove i

signori stanno a prendere il tè o a conversare in circolo, davanti al

fuoco....

— E io godo di veder accendere quei grandi lumi che fanno tutt'intorno

una luce così bella, così allegra! Spero che dirà di sì.... Lo

pregheremo.... Vieni, — proseguì tirandosi dietro Guglielmo —

raggiungiamolo, diciamoglielo subito....

— No, aspetta, ora sta ragionando col nonno.... Glielo diremo poi,

quando saremo a casa. Già poco ci manca. —

A stento però il ragazzo poteva contenere l'impazienza di Gertrude. Non

appena furono giunti al cancello della corte ella si strappò da lui,

si precipitò verso Trueman, fece la sua richiesta che fu benevolmente

accolta. E i tre partirono per il loro giro.

Da principio l'attenzione della piccina si concentrò tutta nelle

fiammelle che via via s'accendevano. Non aveva occhi per altro. Ma

svoltato il canto della strada si trovò di faccia alla vetrina d'una

grande farmacia che la fece rimanere incantata. I vivi colori dei

liquidi brillanti nei vasi di cristallo che per la prima volta vedeva

di sera, così illuminati, cattivarono la sua fantasia. Ed avendole

Guglielmo detto che la bottega del suo principale era simile a quella,

pensò che doveva essere una delizia passar la vita in un luogo tanto

bello. Si maravigliò poi che fosse aperta la domenica mentre tutti gli

altri negozi erano chiusi. Egli si fermò per spiegargliene la ragione e

appagare la sua curiosità su varie coserelle; sicchè quando si mossero

s'avvide che True li precedeva d'un buon tratto. Sollecitò allora

Gertrude dicendole che si trovavano adesso nella più signorile delle

vie per cui dovevano passare, e che bisognava far presto se volevano

vedere a loro agio la casa che più gli premeva di mostrarle. Infatti

il lampionaio nel momento che lo raggiunsero già appoggiava le sua

scala a un lampione di fronte a un'isola di bei fabbricati. Molte delle

finestre avevano le tende chiuse, dimodochè i fanciulli non potevano

guardar dentro; ma in alcune le tende non c'erano, o non erano ancora

tirate. In un salotto si vedeva un bel fuoco di ceppi e davanti al

caminetto signori e signore che conversavano: Gertrude non si sarebbe

più staccata di là. In un altro era accesa una splendida lumiera, e

sebbene non ci fosse nessuno, la sontuosità del mobilio, l'appariscenza

di tutto l'insieme la rapirono. Ella battè le mani dall'allegrezza, e

non s'indusse a seguire Guglielmo se non dopo ch'egli l'ebbe assicurata

che un po' più oltre c'era una casa non meno stupenda, dove forse

avrebbe anche veduto certi bellissimi bambini.

— O come sai che ci saranno? — domandò ella mentre s'incamminavano.

— Io non lo so positivamente, ma credo. C'erano sempre alla finestra

quando andavo con lo zio True, l'inverno passato.

— Quanti?

— Tre, mi pare. Ricordo una bellezza di bimba coi ricci biondi e un

visino dolce eppure furbetto. Sembrava una bambola di cera, ma molto

molto più carina.

— Oh, spero che la vedremo! — esclamò Gertrude ballando sulle punte de'

piedi, tanto era eccitata dal piacere.

— Eccoli! — disse Guglielmo. — Ci sono tutti e tre, come allora!

— Dove? dove?

— Là, dirimpetto, in quella grande casa di pietra. Su, attraversiamo la

strada.... Ma c'è una mota!... Aspetta, ti porto. —

Prese la ragazzetta in collo e la portò fino al marciapiede opposto.

True doveva ancora arrivare. I bambini aspettavano lui, alla finestra.

Gertrude non era la sola che si divertisse a veder accendere i

lampioni.

Oramai faceva notte, e le persone che si trovavano nelle stanze

illuminate non potevano distinguere quelle ch'erano fuori; ma così

Guglielmo e la sua compagna avevano maggior opportunità di guardare

nell'interno della casa. Una bella casa davvero: senza dubbio v'abitava

gente assai ricca. Il salotto era gaiamente rischiarato dalla viva

luce d'un gran lume sospeso e dal riverbero del fulgido fuoco di

carbone che ardeva nel caminetto. I sontuosi tappeti, le tende di

stoffe smaglianti, i quadri in cornice dorata, i grandi specchi che

riflettevano l'insieme da ogni lato, diedero a Gertrude la sua prima

idea del lusso. E le comodità che si combinavano con quell'eleganza

conferendole un'aria di piacevole intimità la rendevano ancor più

affascinante per la povera creatura cresciuta nella miseria. Una tavola

era squisitamente apparecchiata per il tè; la tovaglia damascata,

candidissima, la lucida argenteria, e soprattutto la teiera di famiglia

col suo placido ronzio, avevano un aspetto seducentissimo. Un signore

in pantofole ricamate stava adagiato in un'ampia poltrona accanto al

fuoco; una signora con una cuffietta riccamente guarnita invigilava la

cameriera che finiva d'apparecchiare; i bambini, tutti sorridenti come

sono i bambini felici, s'erano radunati davanti alla finestra e, ritti

sopra un panchetto, guardavano in istrada.

Guglielmo li aveva descritti bene. Erano tre belle e graziose

creature, specie una ragazzina, la maggiore, che toccava circa l'età

di Gertrude. I capelli biondi scendenti in folti ricci lungo il collo

d'una bianchezza nivea, gli occhi azzurri, le guance pienotte e rosee,

i lineamenti gentili, la facevano somigliare a un cherubino. Gertrude

non trovava modo d'esprimere la sua ardente ammirazione che con grida

di gioia, e risa, e salti, o indicando a Guglielmo or questa cosa or

quella, in confuso.

— Di', non è un amore di bimba?... Guarda che splendido fuoco!... E

la signora com'è bella!... O le scarpe del signore, le hai vedute?...

Che sarà quella roba sulla tavola? Qualche cosa di buono, sicuro....

C'è uno specchio sterminato.... Ah Guglielmo, che cari bambini! Vere

bellezze!... —

E sempre cominciava e finiva con le lodi dei bambini. Guglielmo

era sodisfatto. La sua piccola amica si divertiva quanto egli s'era

ripromesso.

Ma True arrivava, e il lume della sua torcia scorreva lungo il

marciapiede. Allora essi furono alla lor volta osservati e divennero

il soggetto di un'animata conversazione. La ricciutella li vide e

li additò agli altri due. Sebbene Gertrude non potesse indovinare

che dicessero, l'idea d'essere sottoposta all'esame e ai commenti

di qualcuno le dispiaceva forte. Lesta lesta si nascose dietro la

colonna del lampione, e non volle più muoversi nè alzar gli occhi

alla finestra, per quanto Guglielmo la canzonasse e le dicesse che ora

_toccava a lei_ d'essere guardata.

Quando il lampionaio ripigliò la sua scala e proseguì il cammino, ella

si slanciò dietro a lui di corsa per isfuggire agli sguardi curiosi;

ma tosto che il ragazzo la richiamò dicendole che i bambini s'erano

ritirati, non seppe resistere alla tentazione di gettare ancora

un'occhiata nel bel salotto e fece giusto a tempo per vederli prender

posto alla tavola del tè. Un momento dopo la cameriera venne a tirar

giù le tende, Gertrude prese la mano di Guglielmo e affrettarono il

passo per raggiungere True.

— Non ti piacerebbe vivere in una casa come quella? — domandò egli.

— Oh sì! — rispose lei. — Non è una magnificenza?

— Io ne vorrei una così. E l'avrò un giorno o l'altro. —

Questa presunzione sbalordì Gertrude.

— L'avrai? E in che maniera?

— Lavorerò, diverrò ricco, e me la comprerò.

— Impossibile. Ci vuole un monte di quattrini.

— Lo so. Ma io ne guadagnerò dimolti. Il signore che abita in quel

magnifico appartamento era un ragazzo povero quando arrivò a Boston: o

perchè non ho da potere anch'io arricchire al pari di lui? E ne ho la

ferma intenzione.

— Come avrà fatto a guadagnare tanto?

— Come abbia fatto _lui_ non so. Ci sono parecchi modi. Certuni dicono

che tutto dipende dalla fortuna.... ma secondo me la bravura non è meno

necessaria.

— Sei bravo, tu? —

Egli rise.

— Non ti pare? Bene, se non verrà il giorno che mi vedrai ricco potrai

dire di no.

— Io lo so che farei se fossi ricca.

— Che faresti?

— Prima di tutto comprerei una bella poltrona grande per lo zio True,

con dentro cuscini e sopra splendidi fiori, come quella dove sedeva

quel signore; e poi per me una gran lumiera, con tanti tanti lumi tutti

in un mazzo, da far nella stanza una luce.... la luce più chiara che ci

possa essere.

— Mi sembra che tu vada pazza per la luce, Gertrudina.

— Io sì! Odio le case vecchie, nere, buie.... A me piacciono le stelle,

il sole, e i fuochi, e la torcia dello zio True....

— E a me gli occhi fulgenti. I tuoi appunto brillano come due stelle,

stasera. Non ci divertiamo, di'?

— Oh, molto! —

Gertrude non faceva che saltare e ballare lungo il marciapiede, e

Guglielmo partecipava al suo giubilo, tutto lieto e superbo d'aver a

proteggere la strana e fiera bambina nel tempo stesso che le procurava

un tale godimento. Cammin facendo seguitarono a intrattenersi sull'uso

delle ricchezze che con balda speranza l'uno e l'altra contavano

di possedere prima o poi: giacchè la fidente audacia del giovanetto

s'era comunicata alla sua piccola compagna, e anch'ella si proponeva

di lavorare e diventare facoltosa. Egli le descriveva gli agi ed il

lusso di cui avrebbe circondato la sua mamma, il suo nonno, e perfino

lo zio True e lei. Era quanto di più sontuoso egli avesse mai veduto o

sognato. Tra altro, la mamma doveva portare una cuffietta guarnita come

quella della signora che avevano veduta dalla finestra. Gertrude ruppe

in una franca risata. Il buon gusto è innato, ed ella, che ne aveva,

sentiva che la modesta vedovetta dall'aspetto placido e grave sarebbe

stata ridicola con in capo un'acconciatura di fiori gai. Qualunque

eleganza meno sobria della semplice lindezza non poteva che snaturare

la signora Sullivan. Quanto a sè medesimo, il generoso figliuolo non ci

pensava affatto. Nessuna sodisfazione di desiderî egoistici entrava ne'

suoi disegni. Egli intendeva di lavorare per i suoi cari, e in loro e

da loro aspettava la sua ricompensa.

Beati i fanciulli! Beati come essi soli possono essere! Che bisogno

hanno della ricchezza? Che bisogno di qualsiasi bene più materiale

e tangibile dei beni che posseggono? Questi valgono assai più

dell'oro o della fama. Sono la candida fede, la speranza ingenua

dell'infanzia. Con tutta la potenza immaginativa d'una fantasia non

frenata da disinganni e delusioni, ogni fanciullo fabbrica gli stessi

castelli in aria che milioni e milioni d'altri hanno fabbricato

o fabbricheranno fino alla fine dei secoli. Veggono splendere in

lontananza vaghe figure, e non sanno che sono fantasmi. Le veggono

adergersi e rifulgere, e i loro occhi affascinati si fissano in quelle,

sorvolando sugli spazi tenebrosi che si frappongono, senza scorgere i

perigli dell'aspra via, senza sospetto dei precipizi e delle insidie

in cui molti dovranno cadere. Fiduciosi di guadagnare la gloriosa

mèta, imprendono l'arduo cammino esultando. Sia benedetta l'illusione

infantile, se pure è illusione! Non togliete d'inganno quei credenti, o

uomini savi! Non soffocate quella buona speranza che è un dono di Dio,

e che forse nel suo aereo volo li porterà a salvamento sopra qualche

passo scabroso, qualche abisso della vita. Ahimè, già dura poco, e una

volta spenta, la via si fa più dura!

Certo la gioia che faceva brillare il cuore a Guglielmo e Gertrude

derivava in gran parte dalla generosità del sentimento che li

commoveva. Nei loro sogni ambiziosi essi vagheggiavano solo la

consolazione d'allietare i vecchi giorni di coloro che amavano. Era un

nobile spirito di carità filiale, di tenera gratitudine quello che li

animava: naturale in entrambi, ma in lui tanto alimentato dalla pia

educazione ricevuta da aver assunto il carattere d'un principio, in

lei mèro impulso. E guai alla misera natura umana quando è governata

unicamente dalle sue passioni! La povera bambina aveva altri impulsi

meno felici (chi non ne ha?), e se il primo meritava d'essere

incoraggiato e fortificato, era necessario sradicare e distruggere i

secondi.

True, acceso l'ultimo lampione di quella strada, svoltò in un'altra

seguito dai due fanciulli. Ma dopo una dozzina di passi Gertrude si

fermò di botto, risoluta a non proseguire, e tirando Guglielmo per la

mano, tentò di farlo tornare indietro.

— Che hai, Gertrudina? — domandò egli. — Sei stanca?

— Oh no! Ma non posso andar più oltre.

— Perchè mai?

— Perchè.... perchè.... — e abbassando la voce la piccina accostò le

labbra all'orecchio del suo compagno — qui ci sta Annetta Grant. Vedo

la casa.... M'ero dimenticata che lo zio True deve andarci.... E io ho

paura.

— Oho! — fece Guglielmo rizzandosi con aria dignitosa. — Vorrei un

po' sapere di che hai paura quando io sono con te! Si provi, mo', a

toccarti, se n'ha il coraggio. Te, o lo zio True! Riderei. —

E con parole affettuose e piacevoli prese a persuaderla, dicendole che

secondo ogni probabilità Annetta Grant non li avrebbe veduti, ma che

forse _loro_ avrebbero veduto _lei_; il che appunto egli vivamente

desiderava. I timori di Gertrude furono presto vinti. Ella non era

timida, per natura. L'improvvisa scossa provata rivedendo l'antica

sua casa, aveva ridestato in lei il suo orrore, il suo terrore della

vecchia Annetta; ma non ci vollero gran ragionamenti per dissipare

quello sgomento dimostrandole che oramai ella era al sicuro; e

bentosto vi succedette il desiderio di far conoscere a Guglielmo

la sua persecutrice d'un tempo. Sicchè quando giunsero davanti alla

casa aborrita ella sperava anzichè temere di vederla. E per vederla

l'occasione non poteva essere migliore. Annetta era affacciata alla

finestra e leticava furiosamente con una vicina. Il suo volto esprimeva

tutta la violenza della collera che le bolliva dentro, e, brutto

com'era sempre, offriva in quel momento una così chiara impronta del

suo carattere, che nessuno le avrebbe potuto contrastare il diritto al

titolo di megera, virago, dragone, o altro di simile significato.

— Quale delle due? — domandò Guglielmo. — Quella alta che gesticola con

una caffettiera in mano? Scommetto che or ora, se non ci bada, rompe il

manico....

— Sì, quella.

— O che fa?

— Letica con la signorina Birch. Sempre ce l'ha con qualcuno. Non ci

vede mica, noi, non è vero?

— No, è troppo occupata. Vieni, non ci fermiamo qui. È brutta quanto me

la figuravo. Io per me l'ho veduta abbastanza, e tu pure, credo. Tira

via. —

Ma Gertrude indugiava. Resa coraggiosa dalla certezza che la nemica non

s'accorgeva della sua presenza, la fissava intentamente, e i suoi occhi

scintillavano animati non più dall'eccitazione d'una sana e innocente

allegrezza come poco prima, ma dal fuoco dell'ira e dell'odio, un fuoco

che Annetta Grant le aveva acceso nel cuore da anni e che non ancora

estinto ridivampava in tutta la sua forza alla vista di lei.

Guglielmo, pensando ch'era tardi e vedendo la torcia del lampionaio

già in fondo alla strada, usò, per indurre la bambina a seguirlo,

l'espediente di lasciarla e andarsene dicendole:

— Se tu non vieni, Gertrude, io non posso aspettare. —

Ella si volse, attese ch'egli s'allontanasse alquanto, poi, ratta come

il baleno, si chinò, raccattò un ciottolo sul marciapiede, e lo scagliò

contro la finestra. S'udì un fracasso di vetri rotti e un'esclamazione

della nota voce d'Annetta Grant; ma Gertrude non stette ad osservare il

risultato della sua prodezza. Quel fracasso, quella voce, ridestarono i

suoi terrori; perdutamente, se la dette a gambe, oltrepassò Guglielmo,

nè si fermò finchè non si sentì sicura a fianco di Trueman. Guglielmo

non li raggiunse che vicino a casa.

— Gertrude, — egli gridò correndo verso di lei tutto ansante — sai che

cos'hai fatto? Hai rotto la vetrata della finestra! —

La bambina lo evitò voltando le spalle, fece il grugno, e dichiarò che

questa era stata appunto la sua intenzione.

Il lampionaio domandò di che finestra parlassero. Ella confessò tutto,

senz'ambagi, e soggiunse che l'aveva fatto apposta. True e Guglielmo

tacquero, scandalizzati. Gertrude anch'essa non aperse bocca durante

il resto del percorso. Aveva il visetto rannuvolato e un senso

d'infelicità nel piccolo cuore. Ella non comprendeva sè stessa nè

le proprie sensazioni. Ma l'espressione di quel visetto palesava che

quando il male prevaleva violentemente sull'anima sua, la pace e la

giocondità ne fuggivano. Povera creatura! Hai pur bisogno che ti sia

insegnata la verità! Piaccia a Dio che la luce interiore ti divenga un

giorno cara come t'è oggi la luce esteriore.

Guglielmo s'accomiatò da True e da lei sulla soglia della casa, e,

secondo il solito, non lo rividero per tutta la settimana.

Il lampionaio · 第 17 / 100 题