WORDSWORTH.

Gertrude aveva il suo gattino da circa un mese, quando in conseguenza

del rimanere esposta alle intemperie si buscò una fortissima

infreddatura. Allora Annetta, per tema delle noie che una seria

malattia della bambina avrebbe cagionato a lei, le ingiunse di non

uscire all'aperto, e perfino di starsene nella stanza riscaldata

dov'essa lavorava.

Certo, con quella tosse terribile, sarebbe stato buono sedere tutto

il giorno accanto alla stufa, e tenersi calduccina, se non l'avesse

tormentata il pensiero del micio, che innanzi ch'ella fosse in grado

di ritornare nel cantiere a custodirlo poteva sperdersi, o perire

d'inedia, o, pericolo non meno grave, dare una corsa nella casa in

cerca della sua padrona.

Passò la giornata, senza che la bestiola si facesse vedere. Ma verso

sera, proprio nel momento che gli uomini venivano a cena, capitò tra

i piedi d'uno di essi, là, sulla soglia della stanza dove Gertrude si

trovava con la vecchia Grant ed era preparato il grossolano loro pasto.

— Accidenti! — esclamò l'uomo che tutti chiamavano Iacopino. — È un

gatto! O Annetta! Credevo che li odiaste i gatti, voi.

— Non è mica mio, — disse ella. — Cacciatelo fuori. —

Iacopino s'accinse a farlo. Il micio balzò indietro e, girando largo,

andò a precipitarsi tra le braccia di Gertrude, la quale trepidante per

il suo fato spiava con ansia gli eventi.

Annetta gli domandò:

— O cotesto gatto, di chi è?

— Mio, — rispose coraggiosamente la bambina.

— Tuo? E da quando tieni gatti? Come l'hai avuto? Parla! —

Gli uomini le guardavano. Gertrude aveva paura degli uomini. Essi

qualche volta le facevano dispetti e sempre erano per lei una sorgente

d'apprensioni. Ella non osava dire a chi dovesse quel regalo, ben

sapendo di peggiorare le cose, perchè Annetta Grant non aveva mai

perdonato al lampionaio le sue dure rimostranze contro la crudeltà di

picchiare una bimba per aver avuto la disgrazia di versare un bricco

di latte; nè la soccorreva in quel momento tanta prontezza d'animo

da inventare qualche fandonia che spiegasse altrimenti la presenza

del gattino. Del resto non avrebbe esitato punto a mentire. La sua

deficiente educazione non le aveva inculcato l'amore e l'abitudine

della verità a segno ch'ella potesse preferirla quando la menzogna

le faceva più comodo o la salvava da un castigo. Tacque e ruppe in

lacrime.

— Via, Annetta, — disse Iacopino — dateci la cena e lasciate stare

cotesta mocciosa fino a poi. —

La donna accondiscese, non però senza brontolare minacciosamente.

La cena fu presto finita. In quella un sonatore d'organetto venne

a fermarsi davanti alla casa e intonò un'aria popolare. I pigionali

scendevano e gli si affollavano intorno, attratti dalla scimmietta che

ballava in cadenza con la musica. Gli uomini andarono a raggiungerli.

Gertrude impedita di uscire corse alla finestra. I grotteschi sgambetti

dell'animale la divertivano un mondo; finchè sonatore e scimmia non si

furono allontanati, ella stette a guardare intensamente assorta nello

spettacolo, così intensamente da non accorgersi che non teneva più il

micio, il quale, sfuggitole dalle braccia, era saltato sulla tavola e

cominciava a divorare gli avanzi del pasto. Ella seguiva ancora con gli

occhi l'uomo dall'organetto, quando vide apparire in fondo alla strada

il vecchio lampionaio. Mentre si proponeva di trattenersi finch'egli

avesse acceso il lampione, un urlo di rabbia la fece sobbalzare.

Spaventata si volse giusto in tempo per vedere Annetta abbrancare il

suo caro gattino. Si slanciò alla riscossa, balzò sopra una seggiola,

afferrò un braccio della donna; ma costei la respinse vigorosamente con

una mano e con l'altra scaraventò la bestiola attraverso la stanza.

Gertrude udì un tonfo in un liquido, e un grido straziante. Annetta

aveva gettato il povero micio in un gran catino pieno d'acqua calda

a bollore pronta per qualche uso domestico. La piccola vittima si

contorse un momento e morì in uno spasimo.

Tutto il furore di cui l'impetuosa natura della bambina era capace,

divampò. Senza titubare, ella raccolse un pezzo di legno che giaceva lì

presso, e lo scagliò contro la megera. Aveva mirato bene. La vecchia

Grant era stata colpita alla testa e il sangue grondava dalla ferita;

ma ella quasi non sentiva il colpo tanto era eccitata dall'ira dinanzi

all'audacia di Gertrude. Fremente, s'avventò su lei, la pigliò per le

spalle, aperse l'uscio di strada e la spinse sul marciapiede dicendo:

— Fuori, spirito maligno, e guai a te s'io veggo la tua ombra sulla

soglia della mia casa! —

Poi rientrò a precipizio abbandonando l'orfanella sola in mezzo alla

notte fredda e buia.

Quando Gertrude era adirata o afflitta piangeva forte, ma di rado

singhiozzava come gli altri bambini; invece emetteva a brevi intervalli

strilli acutissimi fino a rimanere qualche volta esausta di forze.

Ella prese a strillare così, tosto che Annetta Grant l'ebbe lasciata

là sulla strada; ma non già per la paura d'essere irremissibilmente

espulsa dal suo unico ricovero e di doversene andare, sola sola e di

notte, errando per la città, a rischio di cadere assiderata, innanzi

l'alba, con quel gran freddo: no, non pensava affatto a sè stessa.

L'orrore e il dolore della tragica morte inflitta all'unico essere

ch'ella amasse al mondo empivano tutta la sua piccola anima. Ella

s'accosciò contro il muro della casa, e si coperse la faccia con le

mani, inconsapevole del chiasso che faceva, e del trionfo di quella

monellaccia che le aveva un giorno tratto le scarpe dai piedi, e che

ora stava spiandola dall'uscio dirimpetto. D'improvviso si sentì

sollevare da terra, e si trovò seduta su una delle traverse della

scala di True appoggiata ancora sotto il lampione. Il buon uomo che,

reggendola saldamente, l'aveva collocata giusto tant'alto da trovarsi

con lei a viso a viso, riconobbe la sua piccola amica, e con la stessa

benevolenza dell'altra volta le domandò che le fosse successo.

Ma Gertrude, tutt'ansimante, potè rispondere soltanto:

— Oh, il mio gattino! Il mio gattino!

— Come? Il gattino ch'io ti diedi? L'hai smarrito?... Non piangere,

via, non piangere.

— Oh no, non l'ho smarrito!... Ah, povero micino mio! —

E la bimba ruppe in un pianto più clamoroso che mai, tossendo nel

medesimo tempo con tale violenza che il lampionaio ne fu spaventato.

Egli si sforzò di calmarla, e riuscitovi in parte le disse:

— A star qui fuori tu t'infreddi a morte.... Bisogna rientrare in

casa....

— Oh, non mi lascerà rientrare! — ella rispose. — E se anche volesse

lei, non vorrei io....

— Chi non ti lascerà rientrare?... Tua madre?

— No.... Annetta Grant....

— Chi è Annetta Grant?

— Un'orrida, una perfida donna, che ha affogato il mio gattino

nell'acqua bollente!

— Ma la tua mamma dov'è?

— Io non ce l'ho, la mamma.

— A chi appartieni tu, povera creatura?

— A nessuno, e nessuna casa è la mia.

— Con chi vivi dunque? Chi ha cura di te?

— Vivevo finora con Annetta Grant, ma è troppo cattiva, e io l'odio....

Le ho scagliato dianzi un pezzo di legno nella testa.... Magari

l'avessi accoppata, l'avessi....

— Zitta, zitta! Non devi dire di coteste cose.... Ora vo a parlarle

io.... —

True mosse verso l'uscio della casa cercando di tirarsi dietro

Gertrude; ma questa resisteva così energicamente ch'egli la lasciò

fuori. Andò difilato nella stanza dove Annetta stava fasciandosi la

testa con un vecchio fazzoletto, e senza preamboli le disse che doveva

richiamar dentro la bambina perchè lasciandola in istrada rischiava di

farla morire assiderata.

— Non è mia, — rispose la donna — e qui c'è rimasta abbastanza. Non

esiste al mondo una creatura malvagia come quella: mi maraviglio io

stessa d'aver trovato la pazienza di tenerla tanto tempo. Spero che non

mi venga mai più sotto gli occhi, o per meglio dire non voglio. M'ha

rotto la testa.... meriterebbe d'essere impiccata, meriterebbe! Se mai

qualcuno ha avuto in corpo uno spirito maligno è di certo lei!

— Ma che sarà della povera piccina? — insistette il buon True. —

La notte è fredda, terribilmente.... Che vi sentireste in cuore se

domattina la trovassero morta gelata sulla soglia della vostra casa?

— Che mi sentirei? È forse cosa che vi riguardi? Incaricatevi piuttosto

di lei voi stesso. Tanto scalpore menate per quell'insettucciaccio?

Portatevela a casa e provatela un po'.... È la seconda volta che

venite a parlarmene, e basta.... non voglio ascoltare una parola di

più. Ci pensi qualcun altro, oramai; io per me n'ho avuto più che la

mia parte.... Quanto al rischiare che muoia gelata o non gelata, lo

rischierò.... Eh, i bambini ch'entrano nel mondo di soppiatto sono i

meno pronti ad uscirne! Quella lì appartiene al comune. Se ne occupi

chi deve. E voi andatevene per i fatti vostri e non v'immischiate in

quello che non vi concerne. —

True non se lo fece ripetere. Egli non era uso a trattare con donne,

e nulla gli pareva più formidabile d'una femmina irata. Ora gli occhi

fiammeggianti e il minaccioso atteggiamento d'Annetta erano forieri

d'una tale tempesta che il buon uomo s'affrettò saviamente a ritirarsi

prima che scoppiasse sul suo capo.

Gertrude, la quale aveva intanto cessato di piangere, gli alzò gli

occhi in faccia con curiosità ansiosa.

— Ebbene, — egli disse — non vuol riprenderti.

— Oh, che piacere! — ella esclamò ingenuamente.

— Sì, ma dove andrai?

— Non so.... Forse con voi, a veder accendere i lampioni.

— E dove dormirai stanotte?

— Non so.... Io, non ho casa. Bisognerà che dorma fuori, ma così avrò

il lume delle stelle. Non posso soffrire l'oscurità, io.... Sarà freddò

però, non è vero?

— Corbezzoli! Freddo da morirne, bambina....

— E allora che succederà di me?

— Dio soltanto potrebbe dirlo! —

Il lampionaio guardò Gertrude, tutto perplesso ed angustiato. Egli,

punto pratico di bambini, stupiva della sua semplicità. Lasciarla lì,

esposta, al rigore di quella gelida notte, non poteva; e dall'altro

canto non sapeva come se la sarebbe cavata se l'avesse portata a casa

sua, perchè viveva solo ed era povero. Ma un altro violento insulto di

tosse da cui fu còlta lo fece risolvere a un tratto di dividere con lei

il suo ricovero, il suo fuoco e il suo pane, per una notte almeno. La

prese per mano e disse:

— Vieni con me. —

Gertrude si mise a correre al suo fianco, fiduciosa, senza domandare

dove la conducesse.

True doveva accendere ancora una dozzina di lampioni prima di giungere

all'estremità della strada dove il suo giro finiva. La bambina stette

a contemplare l'accensione di ciascuna fiammella con un piacere

altrettanto vivo e schietto che se si fosse trovata in compagnia del

lampionaio unicamente per questo. Appena quando, svoltato il canto,

ebbero camminato un pezzo senza fermarsi, domandò:

— E ora dove si va?

— A casa, — rispose True.

— A casa vostra? Anch'io?

— Sicuro. Eccoci arrivati. —

Egli aperse una porticina che metteva in una stretta corticella estesa

per tutta la lunghezza d'una decente casa di due piani, dove abitava

nella parte posteriore. Attraversarono la corte, passarono davanti

a parecchie finestre e all'ingresso principale, ed entrarono da un

piccolo uscio sul di dietro. Gertrude tremava dal freddo. Aveva i

piedini tutti azzurrognoli a forza di camminare scalza sul lastrico

diaccio. V'era una stufa, nella camera in cui erano entrati, ma senza

fuoco. La camera era spaziosa e abbastanza ben fornita, ma tenuta male.

Il lampionaio s'affrettò a deporre in uno sgabuzzino adiacente la scala

portatile, l'accenditoio e il resto, poi tornò con un fastelletto di

legna ed accese la stufa. In pochi minuti un'allegra fiammata brillando

e scoppiettando diffuse intorno un gradevole tepore. Egli trasse

accanto al fuoco un antico seggiolone di legno, vi stese sopra il

suo grosso e peloso gabbano che lo trasformò in una comoda poltrona,

e sollevata delicatamente la bimba ve la pose a sedere. Dopo di che,

allestì la cena. True era un vecchio scapolo uso a farsi ogni cosa da

solo. Preparò il tè, poi mesciutolo per Gertrude in una gran ciotola,

con zucchero a profusione e tutti i suoi venticinque centesimi di

latte, prese da una credenzina una pagnotta, ne tagliò una bella fetta,

e invitò la sua piccola ospite a mangiare e bere quanto più potesse,

giudicando dal suo aspetto ch'ella non doveva essere stata sempre ben

nutrita. E nel vederla assaporare con sì evidente godimento la miglior

cenetta che mai le fosse toccata, la sua sodisfazione fu tale, da

farlo rimanere a contemplarla intenerito dimenticandosi di prendere la

propria parte.

L'infallibile istinto dell'infanzia aveva guidato Gertrude quand'ella,

osservando l'uomo che accendeva il lampione, s'era sentita indotta, già

assai prima ch'egli le parlasse, a considerarlo come un buon amico di

tutti, perfino della più derelitta bambina di questo mondo!

Trueman Flint, nato e cresciuto nel Nuovo Hampshire, essendo rimasto

orfano quindicenne appena, era venuto a Boston dove per molti anni

s'era guadagnato la vita esercitando qualsiasi mestiere in cui potesse

trovar lavoro; così aveva fatto a vicenda il giornalaio, il facchino,

il fiaccheraio, lo spaccalegna, insomma di tutto un po'! In alcuni

de' suoi impieghi era anche durato a lungo perchè s'acquistava sempre

stima e benevolenza tanto si mostrava onesto, capace e di buona indole.

Prima di diventare lampionaio aveva servito qualche tempo come facchino

nei vasti magazzini d'un negoziante ricco e generoso. Un giorno,

mentre rimoveva certi pesanti barili, uno di questi, per disgrazia,

venne a cadergli sul petto lasciandolo gravemente malconcio. Il suo

stato dapprima quasi escludeva ogni speranza di salvezza; e quando

alfine egli cominciò a migliorare, la guarigione fu lenta a segno, che

dovette starsene disoccupato un anno intero. La malattia esaurì tutti

i suoi risparmi, ma il negoziante al cui servizio gli era accaduto

quell'infortunio, volle che nessun comodo gli mancasse, lo fece curare

da un medico valentissimo, e gli assicurò una buona assistenza.

Nondimeno da allora True non fu più quello. Quando si levò dal letto

la sua costituzione fisica era invecchiata di dieci anni, sicchè

l'indebolimento delle forze lo rendeva inabile oramai a lavori

faticosi. Il suo antico padrone e benefico amico s'adoperò quindi a

trovargliene uno relativamente leggero, ed ottenne per lui l'impiego

di lampionaio, al quale egli di frequente aggiungeva altri discreti

proventi segando legna o spalando la neve.

Era adesso tra i cinquanta e i sessanta. Alto e membruto, aveva

fattezze delle più rozzamente modellate da madre natura, ma esprimenti

una grande bontà d'animo. Viveva molto appartato, essendo per

temperamento taciturno e ritroso; pochissime persone lo conoscevano,

e l'unica ch'egli frequentasse era un suo vecchio compare, sagrestano

d'una chiesa vicina: uomo d'età assai avanzata e in voce d'essere

oltremodo bisbetico e salvatico.

Ritorniamo a Gertrude. Ella ha terminato la sua cenetta, e ora dorme

profondamente, adagiata nell'ampio seggiolone, tutta ravvolta in

una calda coperta di lana, con la testa sorretta da un guanciale.

True siede accanto a lei, e una delle scarne manine posa sulla sua

larga palma. Ogni poco, quand'ella si muove, le riaccomoda intorno la

coperta. Ma ecco che il respiro della bambina diviene affannoso: ella

dà un sobbalzo, poi parla con rapidità. Che mai turba i suoi sogni?

Egli ascolta, attento. Prima, è una supplicazione ardente:

— Oh, no, no! Non lo affogate il mio micino! —

Poi un grido di terrore:

— Ah, la viene a ripigliarmi!... Ohimè, mi ripiglia! —

Infine, con accento commovente di flebile e tenera preghiera, ella si

raccomanda:

— O buon vecchio, caro, caro, lasciatemi rimanere con voi! Per pietà,

lasciatemi rimanere! —

Grosse lacrime luccicano negli occhi di Trueman Flint, e scorrono nei

solchi delle sue ruvide gote. Egli posa il capo sul guanciale, accosta

la faccina di Gertrude alla sua faccia e, lisciandole i lunghi capelli

scarmigliati, pensa anch'egli ad alta voce.... E che dice?

— Ripigliarti?... No, mai, sta' pur tranquilla.... Vuoi rimanere con

me? Ci rimani, sì, te lo prometto, povera mimmina mia!... Sola in

questo immenso mondo, come son io! Se piace al Signore, noi due si

starà bene insieme.... —

Il lampionaio · 第 7 / 100 题