La mattina seguente Gertrude non fu svegliata da un gaio cinguettìo di
fratellini e sorelline, o dal bacio della mamma, come i bimbi felici,
i bimbi che mani amorose aiutano a vestirsi e che sanno che una buona
colazione li aspetta. Ma un suono di voci rudi, giungendole dal piano
di sotto, l'avvertì che gli uomini d'Annetta Grant, cioè suo figlio
e due o tre dozzinanti, si mettevano a tavola per il pasto mattutino,
del quale ella non poteva sperare una qualche parte se non trovandosi
presente quando essi avevano finito, per prendere quella porzione
d'avanzi che alla padrona piacesse di gettarle o spingerle davanti.
Scese furtivamente, e si tenne nascosta, finchè non sentì l'odore
delle pipe ed i passi degli uomini nel corridoio. Tosto che tutti se ne
furono andati, schiamazzando, ella entrò quatta quatta nella stanza,
volgendo in giro uno sguardo pieno di paura e di sospetto. Annetta
Grant l'accolse male:
— Ah, sei qui?... Faresti meglio a non mostrarla, quella brutta faccia
agra.... Se hai fame, mangia un boccone, e poi levati di tra i piedi.
Bada bene di non venir a gironzare intorno al fuoco e a seccarmi mentre
lavoro, se non vuoi toccarne di nuovo, e peggio di iersera.... —
Gertrude non s'aspettava un'accoglienza migliore, sicchè non ebbe a
soffrire un disinganno. Contenta di trovare il meschino cibo lasciato
sulla tavola per lei, lo trangugiò avidamente, e senza provocar
una seconda intimazione di tenersi al largo, prese il suo vecchio
cappuccetto, s'avvolse in uno scialle sbrindellato, già di sua madre,
il quale da anni era l'unico indumento che servisse a ripararla dal
freddo, e quantunque l'aria frizzante del mattino le gelasse le manine
e i piedini nudi, scappò di corsa per la strada.
Dietro la casa dove abitava Annetta Grant c'era un cantiere di
legname e carbone, e di là da questo uno scalo, e l'acqua densa e
melmosa d'un bacino. In quei paraggi la piccola Gertrude avrebbe
potuto trovare numerosi compagni per fare il chiasso. Qualche volta
infatti si mescolava ai branchi di monelli dei due sessi, cenciosi
come lei, che si trastullavano nel cantiere; ma di rado, perchè fra i
ragazzi del vicinato c'era una lega contro la disgraziata creatura.
Poveri essi pure, e, la maggior parte, tenuti male, la sapevano
però più negletta ancora, e assai più maltrattata che qualunque di
loro. Spesso avevano veduto menarle bòtte spietate, spesso avevano
udito chiamarla brutta e maligna, e dirle ch'ella non apparteneva a
nessuno, che nessuna casa era la sua. Bambini com'erano, sentivano
nondimeno il proprio vantaggio, e disprezzavano la reietta. Forse non
sarebbe stato così se Gertrude si fosse messa fra loro francamente e
avesse cercato di farseli amici. Ma sua madre nel breve tempo ch'era
vissuta in casa d'Annetta Grant aveva avuto cura di tenerla lontana
da quella marmaglia; e, morta lei, la bimba resa schiava, forse un
po' dall'abitudine ma più dalla sua stessa natura, continuava ad
astenersi dal partecipare ai rozzi loro spassi, benchè nulla glielo
impedisse. Non aveva dunque dimestichezza co' suoi coetanei. Nè essi
s'arrischiavano a dimostrarle la loro ostilità se non a parole, perchè
non uno avrebbe osato affrontare da solo la piccola Gertrude che,
animosa, impulsiva, violenta, si faceva temere quanto odiare. Una
volta, tutta una banda di maschi e femmine s'era accordata per darle
noia e soverchiarla; ma appunto nell'atto che una delle ragazzette
lanciava nel bacino le scarpe tratte a forza dai piedi della vittima,
era sopraggiunta Annetta Grant, la quale aveva picchiato di santa
ragione la monella e posto in fuga i suoi compagni. Da quel giorno
Gertrude andava scalza; però, caso unico, doveva alla megera un
benefizio: la ragazzaglia la lasciava in pace.
Era freddo ma splendeva il sole, quando la bambina, cacciata, corse a
cercare un ricovero nel cantiere. In un angolo che dalle case vicine
rimaneva quasi fuori della visuale, s'inalzava un'enorme catasta di
legname da costruzione. Le assi, di lunghezze diverse ed irregolarmente
collocate, offrivano da una parte una serie di scalini grazie ai
quali riusciva agevole arrampicarsi fino su in cima, dove alcune delle
più lunghe sporgevano in guisa da formare una specie di nicchia ben
riparata, che dal lato aperto dominava il bacino.
Quel recesso era per Gertrude il porto di sicurezza, l'asilo di pace,
il solo luogo donde non venisse mai espulsa. Là, durante le giornate
estive la povera creatura solitaria sedeva meditando sulle sue
afflizioni, le sue malefatte, la sua bruttezza, e talvolta piangendo
ore ed ore. Quando, di tanto in tanto, accadeva che per alcuni giorni
consecutivi avesse avuto la fortuna di non irritare nessuno, di
non attirarsi gravi castighi come l'essere picchiata o rinchiusa al
buio, l'animo suo in quella tregua si rasserenava alquanto, ed ella
si divertiva a guardare gli uomini d'una goletta ancorata lì presso,
mentre lavoravano a bordo, o vogavano di qua e di là, in una barchetta.
La calda luce del sole infondeva nelle vene un tale benessere, le voci
dei marinari erano tanto allegre, che la piccola derelitta obliava per
un poco i suoi dolori.
Ma l'estate se n'era ita; la goletta col suo equipaggio che serviva
a Gertrude di così piacevole compagnia, se n'era ita anch'essa. Era
venuta la cattiva stagione, e ultimamente il tempo burrascoso aveva
costretto la bimba a rimanersene tappata in casa. Non le pareva dunque
vero quella mattina di poter tornare al suo caro nascondiglio. Con viva
gioia trovò che il sole c'era arrivato prima di lei e aveva asciugato
le travi per modo ch'ella se le sentiva tutte calde sotto i piedini
nudi, il sole che splendeva sempre fulgido e gaio anche nel cielo di
novembre e le faceva dimenticare Annetta Grant, e il freddo sofferto, e
il terrore del lungo inverno!
I suoi pensieri vagarono un po' senza mèta, poi si raccolsero sullo
sguardo benevolo e sulla voce del vecchio lampionaio; infine le si
affacciò, per la prima volta, alla mente la promessa da lui fatta di
portarle qualche cosa quando sarebbe venuto la sera prossima. Se ne
ricorderebbe? Ella non credeva.... Eppure, forse sì, perchè quell'uomo
aveva l'aria d'esser tanto buono, e tanto s'era rammaricato della sua
caduta....
Che mai le porterebbe allora? Qualche cosa da mangiare? Oh, fosse
piuttosto un paio di scarpe! Ma no, egli non poteva aver pensato a
questo.... Forse non s'era nemmeno accorto che ella non ne aveva....
Gertrude risolse d'andare in ogni caso per il latte prima dell'ora
d'accendere il lampione, al fine d'esser di ritorno in tempo, senza che
nulla dovesse impedirle di vederlo.
La giornata le sembrò lunghissima; ma, quando Dio volle, la notte
venne, e con la notte, True, o meglio, Trueman Flint: così si chiamava
il lampionaio.
Ella si trovava sul posto ad aspettarlo, badando però di non dar
nell'occhio ad Annetta Grant.
True era in ritardo quella sera, e aveva gran fretta. Potè appena
dire alla bambina poche parole, nel suo linguaggio semplice e rozzo,
ma erano parole che venivano dall'intimo del cuore più generoso ed
onesto che mai palpitasse nel petto d'un uomo. Le ripetè, posandole
sul capo con atto benevolo la mano grande e tutta nera di fumo, che gli
dispiaceva assai ch'ella si fosse fatta male, poi soggiunse:
— E per soprassalto ne buscasti, poverina.... Vergognaccia! Gran danno,
un po' di latte versato! Era una disgrazia, mica un delitto.... —
Levò la mano dal capo di Gertrude, per isprofondarla in una delle
vastissime sue tasche.
— Ma eccoti — proseguì — la creaturina che ti promisi ieri. Abbine cura
e non tormentarlo.... Scommetto che se è come la sua mamma che ho io a
casa, ti piacerà, e presto presto gli vorrai bene. Addio, mimma! —
E presa in ispalla la sua scala portatile, se n'andò lasciando nelle
mani della ragazzina un gattino bianco e grigio.
Ella fu così sbalordita nel trovarsi tra le braccia quella cosa viva,
tanto diversa da tutte le cose da lei immaginate, che per un minuto
rimase irresoluta, non sapendo che avesse a farne.
C'erano molti gatti, d'ogni grandezza e d'ogni colore, là nel vicinato,
sia appartenenti ad inquilini delle case, sia rifugiati nel cantiere:
povere bestie spaurite le quali, come Gertrude, solevano andare attorno
a passi furtivi o scappando, a gambe levate, e spesso si nascondevano
tra il legname e il carbone, quasi si sentissero al pari di lei
malsicuri del diritto di stare in un qualche luogo. Ed ella aveva
anche provato più volte una certa simpatia per loro, ma non le era mai
venuta la voglia di pigliarne uno, portarselo a casa e addomesticarlo,
perchè essendo il nutrimento e il ricovero tanto avaramente concessi a
lei stessa, ben sapeva di non poterli ottenere per un suo beniamino a
quattro zampe.
La sua prima idea fu pertanto di deporre il gattino a terra, e
lasciarlo andare. Ma la bestiola si raccomandò in maniera tale, che
ella non fu capace di resistere. Dalle braccia le salì fino al collo,
vi si aggrappò, e spaventato com'era dall'imprigionamento e dal lungo
viaggio nella tasca del lampionaio, prese a miagolare con una voce
sommessa e flebile che sembrava implorare la compassione. L'eloquenza
di quella vocina vinse la paura della collera d'Annetta Grant. E
Gertrude; stringendosi al seno il micio, risolse, nel suo cuore di
bimba, d'amarlo, di nutrirlo, e di tenerlo ben lontano dagli occhi
della vecchia.
A qual punto giungesse in breve il suo amore per quell'animaletto le
parole non potrebbero dire. La sua natura fiera, indomita, impetuosa,
non aveva fino allora avuto occasione di manifestarsi che in accessi
di risentimento appassionato, di torva ostinazione, d'odio perfino. Ma
v'erano in quella piccola anima sorgenti di caldi affetti ancor chiuse,
una profondità di tenerezza mai evocata, un ardore di devozione al
quale non mancava che un oggetto su cui espandersi.
Ella prodigò quindi alla creaturina che dipendeva da lei per il suo
sostentamento tutta la dovizia d'amore accumulata nel suo povero
coricino desolato. E tanto più l'amava quanto più era obbligata a
darsene pensiero, quanto più grandi, erano i disturbi e le ansie che
le cagionava. Teneva la bestiola quasi sempre fuori, fra il legname
del cantiere, nel suo rifugio favorito. Trovò un vecchio cappello nel
quale mise il proprio cappuccetto, e fece così una cuccettina per il
micio. Gli portava una parte, degli scarsi suoi pasti, osava per lui
ciò che non avrebbe osato per sè medesima, procacciandogli la cena col
sottrarre tutti i giorni dal bricco un po' del latte che Annetta Grant
la mandava a prendere, ed esponendosi al rischio d'essere scoperta e
punita: solo rischio, solo danno, di cui il furto e la frode potessero
destare il timore nell'animo della misera bambina ignorante, perchè
nessuno s'occupava di sviluppare le sue idee del bene e del male
in senso astratto. Ella si divertiva ore intere a trastullarsi col
suo gattino fra le cataste di legname, a parlargli, a dirgli quanto
le fosse caro. Ma nelle giornate più rigide, non avendo modo di
ripararsi dal freddo all'aperto, ed essendo assai pericoloso portare
il suo protetto in casa, si trovava in un serio impiccio. Nondimeno,
coraggiosamente nascondeva il micino in seno, e correva a rifugiarsi
con lui nella soffittuccia ch'era la sua camera. Là, badando di tener
l'uscio chiuso, riesciva a far sì che la presenza del suo compagno
sfuggisse agli occhi ed agli orecchi della terribile Annetta. Due o
tre volte invero, per sua momentanea distrazione, accadde che la vispa
bestiola scappasse al piano di sotto, nel corridoio e nella cucina,
anzi una volta la donna lo vide e lo cacciò con la granata; ma in quel
popoloso quartiere dove i gatti vagabondi erano tutt'altro che rari, il
caso non poteva parere così straordinario da provocare un'inchiesta.
Sembrerà strano che Gertrude fosse libera di star fuori a baloccarsi
dalla mattina alla sera. I fanciulli delle classi povere sogliono
imparare per tempo a rendersi utili. Sono numerose le creature di
tenera età che, per le strade, davanti alle porte e nelle corti delle
case, vediamo andar curve sotto il peso d'una voluminosa fascina, o
d'un paniere di trucioli, o, più spesso, d'un grosso marmocchio al
quale si deve badare e prestare ogni sorta di cure. E noi compiangiamo
un'infanzia soggetta a cotali fatiche, e giudichiamo troppo dura la sua
sorte. Eppure non è quella, alla perfine, la maggiore delle disgrazie:
stava per tutti i conti assai peggio la piccola Gertrude, che non era
costretta a far nulla, e ignorava la sodisfazione d'_aiutare_ qualcuno.
Annetta Grant non aveva marmocchi, e stimava poco i servigi dei
ragazzi. Donna attivissima, non sentiva punto il bisogno d'impiegare
l'orfanella in qualche faccenda domestica; al contrario, desiderava di
levarsela d'attorno. Sicchè, tolta la corsa quotidiana per il latte,
Gertrude era sempre in ozio: causa feconda d'infelicità e di scontento,
se anche non avesse avuto a soffrire per alcun'altra.
Annetta, una scozzese non più giovane, aveva sortito da natura
un cattivo temperamento, che, con gli anni, era divenuto pessimo.
Conosceva la vita dal suo lato più rude, era gran lavoratora, e godeva
la reputazione di femmina sveglia, ardita, e dominatrice. Ell'aveva
reso al marito così disamena la casa coniugale, che egli, lasciando
il suo mestiere di falegname, era andato piuttosto per mare. Faceva la
lavandaia e teneva alcuni dozzinanti. I suoi proventi sarebbero bastati
a sbarcare comodamente il lunario, se non fosse stata la sregolatezza
del suo figliuolo, giovinastro turbolento, guastato da lei stessa nella
prima età con le intemperanze e le ineguaglianze del suo carattere.
Era un valente operaio quando aveva voglia di lavorare, ma scialacquava
tutti i propri guadagni e buona parte di quelli della madre. Per certe
sue ragioni particolari ella seguitava a tenersi seco la bambina: non
erano però tanto gravi che non pensasse talvolta a liberarsi da quel
peso.