PADRE DELLA PATRIA

E il Pantheon rimarrà sempre luogo di pellegrinaggio per i veri e

sinceri patriotti.

Vittorio Emanuele fu fedele mantenitore delle franchigie concesse al

popolo da Carlo Alberto; e mai s'oppose ai progressi richiesti dai nuovi

tempi di civiltà e dal bene del paese; supremo fine dei suoi desideri.

Nella storia del regno di Vittorio Emanuele si racchiude la storia

d'Italia di trent'anni; giacchè alla grand'opera della redenzione egli

si era accinto fin dai primordi del suo regnare e mai si arrestò,

mantenendo le libertà giurate, ricevendo nel piccolo Piemonte gli esuli

d'ogni parte d'Italia, resistendo alle minaccie ed alle prepotenze

straniere e, giunto il momento desiderato, sguainando la spada per

l'indipendenza ed unità della patria.

La memoria di Vittorio Emanuele sarà sacra in eterno nel cuore degli

Italiani.

*

* *

Fu fortuna per la patria nostra, da poco sorta a nazione, che Umberto I

successore al Gran Re nel trono d'Italia fosse degno figlio del Gran

Genitore, e che le sorti della nazione non corressero con lui nessun

pericolo, sapendosi come immenso fosse in lui l'amore all'Italia e il

sentimento di volerla prospera e grande.

=CAPITOLO XXIX.=

=Ultimi giorni e morte del generale Garibaldi.=

Della morte di Vittorio Emanuele Garibaldi fu inconsolabile.

Esso da tempo viveva a Caprera intento a trarre qualche partito dalla

parte dell'isola suscettibile ad essere coltivata.

Nel 1875 apriva la campagna per la sistemazione del Tevere.

Nell'inviare al tenente colonnello Domenico Cariolato l'appello agli

Italiani per la sottoscrizione ai grandi lavori del Tevere, così gli

scriveva:

«Mio caro Cariolato,

«Vi accludo l'appello che io faccio agli Italiani per la sottoscrizione

a favore dei lavori del Tevere. Sarebbe utile che la prima firma fosse

quella del Re, ma temo che anche in quest'opera umanitaria vorranno

ficcarvi la politica. Minghetti mi si è dimostrato favorevole, ma temo

che altri metteranno i bastoni fra le ruote, e si farà in modo che il Re

non firmi.

«Parlatene a Dezza e venite presto a Villa Casalini. Sempre vostro

_G. Garibaldi_»

Roma, 10 gennaio 1876.

Era intento a questo nobile scopo ed a quello non meno nobile e grande

della bonifica dell'Agro Romano, quando avvenne il triste fatto del

trattato del Bardo. Garibaldi ne fu colpito più di ogni altro patriota

perché lui non si aspettava dalla Francia quest'atto che umiliava

l'Italia.

Palermo si preparava in quei giorni a festeggiare la data della

ricorrenza dei Vespri Siciliani, e, invitato a recarsi nell'Isola da lui

tanto amata, acconsentiva a fare il faticoso viaggio sebbene sofferente

di salute e sebbene sconsigliato dai figli e dagli amici.

*

* *

Lasciata Caprera, sbarcava il 21 di gennaio a Napoli ricevuto con

delirio da quella popolazione che non l'aveva più riveduto dopo il 1860.

Sente il bisogno di un po' di riposo e va a passare giorni tranquilli

per circa due mesi nella villa del sig. Maclean a Posillipo.

Da Napoli si dirige in Calabria; riposa una notte a Catanzaro, segue

poi il viaggio, parte in vettura, parte in ferrovia; pellegrinaggio per

lui micidiale, accolto dovunque passa con vera frenesia; arrivato allo

stretto, ricevuto a Reggio da quel popolo delirante, passa alla sua

Messina che s'accalca per salutarlo, per toccarlo, per baciarlo come se

fosse cosa santa, e il 28 marzo entra a Palermo. Non è possibile dire

delle deliranti accoglienze di quella popolazione, essendo più facile

immaginarle, che descriverle.

A quel popolo, che freneticamente lo acclamava e voleva sentire la sua

parola, diceva:

«Ricordati, o popolo valoroso, che dal Vaticano si mandavano benedizioni

agli sgherri, che nel 1282 cacciasti con tanto eroismo.

«Forma quindi nel tuo seno, dove palpitano tanti cuori generosi,

un'associazione _Emancipatrice dell'intelligenza umana_, la cui missione

sia quella di combattere l'ignoranza e svegliare il libero pensiero».

*

* *

Il 31 marzo, anniversario del terribile eccidio, il Generale per le

tristi condizioni di salute non potè assistere alla grande cerimonia: e

l'indomani suo figlio Menotti alla folla radunata sotto le sue

finestre, leggeva un'addio affettuoso del padre, nel quale si protestava

figlio di Palermo, e il 17 aprile sul _Cristoforo Colombo_ ripartiva per

Caprera.

Tra l'aprile e il maggio lo stato di salute del Generale erasi fatto più

grave, e la notte del 1º giugno i telegrammi si correvano l'uno dietro

l'altro. Garibaldi è aggravato, Garibaldi è moribondo!

Nelle prime ore del mattino del 2 giugno lo stato del Generale appariva

disperato, il respiro diveniva sempre più lento ed affannoso, e si

vedeva che il terribile momento della sua scomparsa dal mondo era pur

troppo vicino. Da Menotti furono mandati avvisi telegrafici a Canzio ed

a Ricciotti. Fu pure telegrafato al dottore Albanese; ma ormai non

poteva più giungere a tempo.

L'abbandono delle forze faceva a tutti comprendere che la catastrofe era

imminente. Egli si spegneva tranquillo; solo si vedeva che avrebbe

desiderato la consolante notizia dell'arrivo del dottore Albanese, di

Ricciotti, di Canzio e Teresita.

Nel meriggio--due capinere vennero a posarsi sul balcone aperto della

camera del Generale, cinguettando--La moglie signora Francesca, temendo

disturbassero l'ammalato fece un gesto per allontanarle; ma il Generale

con un fil di voce soave, sussurrò: «lasciatele stare, sono forse le

anime delle mie due bambine che mi portano l'ultimo saluto. Quando non

sarò più mi raccomando di non abbandonarle» e non disse più altro. Solo

più tardi chiese del suo piccolo Manlio. Volle vedere il suo cielo, il

suo mare, e placidamente fra le braccia della dolce famiglia presente,

alle 6 e 22 pomeridiane esalava la sua anima grande!

Alla notizia--Garibaldi è morto--l'Italia sussultò--e si sentì

sbigottita dall'immensità della perdita. La Nazione si mise in lutto

come nel funebre giorno della morte di Vittorio Emanuele.

Il Re Umberto scrisse di proprio pugno a Menotti, figlio del Generale,

così:

«Mio padre m'insegnò nella prima gioventù ad onorare nel generale

Garibaldi le virtù del cittadino e del soldato.

«Testimone delle gloriose sue gesta, ebbi per lui l'affetto più

profondo, la più grande riconoscenza e ammirazione.

«Mi associo quindi al supremo cordoglio del popolo italiano, e prego

d'essere interprete delle mie condoglianze, condividendole coll'intera

nazione.

_Umberto_»

Sentimenti veramente patriottici e gentili, degni del figlio del Gran

Re, padre della patria.

La morte del generale veniva constatata dal certificato seguente:

Caprera, 3 giugno 1882.

Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. II · 第 60 / 74 题