_L. Frapolli_».
E a Roma si andò per la breccia di Porta Pia e il sacro voto dei
liberali italiani omai era compiuto.
*
* *
Il 7 settembre 1870 il Ministro degli Affari Esteri spediva una
circolare con la quale si rendevano noti i pericoli che minacciavano la
patria e la chiesa, concludendo con queste parole:
«S. M. il Re, custode e depositario dell'integrità e dell'inviolabilità
del suolo nazionale, interessato come sovrano di una nazione cattolica a
non abbandonare alla mercè di qualche sorpresa il capo della chiesa,
prende, come è suo dovere, con fiducia in faccia della cattolicità e
dell'Europa, la responsabilità del mantenimento dell'ordine nella
penisola e della tutela della Santa Sede.--Il governo di S. M. non può
aspettare a risolversi, avvenimenti che conducano all'effusione del
sangue tra i romani e le forze straniere.--Noi occuperemo pertanto,
allorquando le nostre informazioni lo dimostrino opportuno, i punti
necessari per la sicurezza comune, lasciando alle popolazioni la cura
della loro propria amministrazione».
Fu quindi ordinato che fossero pronte le truppe destinate
all'occupazione di Roma, sotto il comando del generale Cadorna.
Dato l'ordine, le truppe italiane dopo di avere occupato Viterbo,
Civita-Castellana, Frosinone, Civitavecchia e le terre dell'Agro, il
giorno 17 settembre il 4º corpo d'armata si mosse su Roma; da altre
parti muovevano le divisioni Bixio e Angioletti, e tutte queste truppe
furono disposte intorno alla città in modo da accerchiarla.
Nella mattina del 20 settembre fu ordinato l'attacco. La Porta Pia
veniva sfondata a colpi di artiglieria, e accanto ad essa, aperta una
breccia nella cinta delle mura. Ottenuto questo risultato, fu ordinata
la sospensione dei fuochi d'artiglieria e le truppe furono mandate
all'assalto. I battaglioni dei bersaglieri e di fanteria si avventano a
passo di carica sulla barricata della porta [Illustration: GIUSEPPE
MAZZINI] e dentro l'apertura della breccia, non arrestati dalla
mitraglia e dal fuoco di fucileria dei mercenari pontifici che facevasi
sempre più vivo ed intenso. Mentre questo avveniva a Porta Pia, il
generale Bixio, dopo essersi impadronito di villa Panfili e del Casino
dei quattro venti, aveva affrontato e sperso il nemico a Porta S.
Pancrazio.
L'ingresso delle truppe italiane fu accolto con segni di vivissima gioia
e di entusiasmo da parte del popolo di Roma.
Il giorno 2 di ottobre si procedeva al plebiscito che riusciva
imponente, poichè i voti affermativi sommarono a 135,291 mentre i
negativi furono 1507 soltanto.
*
* *
Non erano trascorsi due mesi da questo avvenimento felice per la nazione
italiana, che la Casa di Savoia riceveva un grandissimo attestato della
fiducia che godeva in Europa.
Le Cortes di Madrid assicurate del consenso di Vittorio Emanuele e del
principe reale, proclamavano Amedeo duca d'Aosta Re di Spagna.
Il 3 di dicembre giungeva a Firenze la deputazione che portava al nuovo
Re la fausta notizia.
Al palazzo Pitti erano presenti al ricevimento i grandi dignitari dello
Stato, i ministri della Corona e la rappresentanza delle due Camere del
Parlamento Nazionale.
Al discorso del signor Ruiz Zorilla il Re rispose con brevi parole,
accordando all'amato figlio il consenso di accettare il glorioso trono a
cui lo chiamava il voto del popolo spagnolo.
Il Duca d'Aosta, con voce commossa significava la sua accettazione, e
l'atto solenne, che proclamava Amedeo Re di Spagna, veniva rogato; e
poco appresso egli si recava alla capitale del suo regno, animato da
sentimenti liberali e d'amore pel popolo che lo aveva prescelto a suo
Re.
Ma ben presto si manifestarono nelle provincie spagnole ed anche nella
stessa capitale segni di non dubbia ribellione.
Il 18 luglio del 1872 si attentava alla vita del giovane Re ed a quella
della regina ed i due sposi furono miracolosamente salvi.
Mentre assieme alla regina attraversava in carozza una delle più
popolose vie di Madrid, vennero tirate addosso ai reali parecchie
fucilate.
Non si sgomentò per questo il figlio di Vittorio Emanuele e continuò
nella incominciata impresa di ricondurre la pace, imprimendo un regime
liberale, fra quelle popolazioni.
Ma i torbidi crebbero talmente di gravità che Amedeo di Savoia, vedendo
di non poter governare senza venir meno alla costituzione, piuttosto che
mancare al suo giuramento o far versare in una lotta civile sangue
spagnolo, decise di rinunziare spontaneamente alla corona.
E così fece: e il dì 11 febbraio 1873 ritornava, non più Re di Spagna,
ma principe di Savoia acclamato in seno alla patria sua.
=CAPITOLO XXVII.=
=Morte di Mazzini.=
Il 10 di marzo 1872 moriva a Pisa, quasi profugo nella sua patria che
amò tanto, dopo quasi mezzo secolo di lotte titaniche e di ineffabili
amarezze, Giuseppe Mazzini.
Fin dal 1835 egli aveva incominciata la sua vita di agitatore col nobile
scopo di vedere l'Italia libera tutta, libera per sempre, pronto a dare
il suo concorso a chiunque avesse assunta la santa impresa del riscatto
nazionale. A tale effetto istituì la grande associazione della
_Giovine_ _Italia_, a riscontro della Società dei Carbonari ridotta
all'impotenza per difetto di capi.
Nel finire del 1831 pubblicava la famosa lettera a Carlo Alberto.
In essa, istigava il Re di Piemonte ad iniziare l'impresa
dell'emancipazione nazionale, dipingendogli lo stato dell'Italia, gli
ideali e le speranze del popolo italiano; suggerendo al Re quello che
doveva fare per la nazione.
Coi suoi scritti tenne vivo l'amore della patria. Col lavoro indefesso
di 17 anni, dal 31 al 48, col suo apostolato di fede e d'amore, si
acquistò la simpatia non solo degli Italiani ma dell'Europa, che vide in
lui, l'incarnazione dei tempi nuovi e l'apostolo della redenzione.
Quando Pio IX salì al Pontificato, Mazzini levava un'altra volta la voce
ricordando al Papa le sventure d'Italia ed invocando il suo intervento
per farle cessare.
Caduto in Francia il Regno di Luigi Filippo nel febbraio del 1848,
radunati quanti più potè esuli che si trovavano a Parigi; fondava
l'Associazione nazionale italiana a scopo unitario.
L'Italia si svegliava colla gloriosa rivoluzione di Palermo, Messina e
Catania e colle 5 giornate di Milano, seguite dall'eroica Brescia, dai
moti dell'Italia centrale e dall'intimazione di guerra all'Austria da
parte di Carlo Alberto.
Nella guerra del 48 seguì la legione dei volontari capitanati da
Garibaldi, finchè sfinito di forza dovette rifugiarsi a Lugano.
Alla notizia dolorosa della rotta di Novara l'assemblea Romana elesse un
triumvirato che pensasse alla difesa della proclamata repubblica e
Mazzini fu eletto triumviro con Saffi e Armellini.
Contro Roma si erano unite Austria, Spagna, Francia e il Re di Napoli,
ma la gloria di distruggere la repubblica Romana, che seppe difendersi
con tanta gloria, doveva spettare tutta alla repubblica francese.
Mazzini credette sempre essere indispensabile all'Italia l'unione di
tutti i suoi figli per diventare e conservarsi libera, gloriosa e
potente; e quando nel 59 fu intimata dal Re Vittorio Emanuele la guerra
contro l'Austria, egli dichiarava che si univa al concetto di Garibaldi,
perchè anteponeva ad ogni cosa, l'unità della patria; il che era la base
dei suoi principi.
Nel campo liberale Mazzini era considerato lo spirito della
rivoluzione, Garibaldi la forza. Senza Garibaldi l'unità d'Italia forse
non si sarebbe fatta; ma senza Mazzini, che fece iniziare i moti di
Sicilia, Garibaldi non avrebbe accettata l'impresa dei Mille e non
sarebbe sbarcato a Marsala.
La morte di Mazzini lasciò un vuoto profondo nel cuore degl'Italiani;
poichè molti riconobbero troppo tardi qual'uomo egli era; quale
l'opera spesa disinteressatamente per la patria redenzione; le lotte
alteramente sostenute fra la santa ribellione e la ancor più santa
abnegazione--l'impulso dato in ogni tempo alla causa nazionale. Con
Mazzini si spense il cuore animante alla rivoluzione, il grande mezzo
che portò l'Italia da Torino a Roma--e alla sua memoria la venerazione
che gli si tributò è inferiore a quanto egli meritasse, a quanto, senza
pompa e senza lenocini, gli tributa dal cuore il risorto popolo
italiano.
=CAPITOLO XXVIII.=
=Morte di Vittorio Emanuele II.=
Il Re Vittorio Emanuele II nel 31 dicembre del 1870 entrava per la prima
volta in Roma per recarvi generoso soccorso; il Tevere uscito dal suo
letto, apportava desolazione e ruina.
Nel 2 luglio del 1871, accolto prima in Campidoglio dal plauso, dalle
benedizioni e dall'esultanza di 30 milioni d'Italiani, prendeva
gloriosamente possesso del Quirinale, nuova sua Reggia, pronunciando le
memorabili parole «_ci siamo e ci resteremo_».
Roma italiana, dopo la sua proclamazione a capitale del risorto paese,
accolse nel Quirinale parecchi sovrani e principi esteri venuti a
visitare il Re Vittorio Emanuele, riconoscendo con tale atto il nuovo
regime costituzionale: l'imperatore Don Pedro del Brasile, il re ed il
principe di Danimarca, il principe Federico Carlo di Prussia, l'arciduca
Nepomuceno d'Austria, il re e la regina di Grecia, il principe di
Galles, il duca di Edimburgo ed altri. Tutti ebbero a lodarsi delle
festose accoglienze, e l'ammirazione d'ognuno fu grande e completa per
le particolari doti di pensiero e di cuore del nuovo Re d'Italia.
Nel 1873 Re Vittorio visitò Vienna e Berlino, accolto con entusiasmo che
sembrò delirio--egli ovunque personificava il popolo italiano risorto a
vita novella, ed il Re galantuomo sapeva rappresentare un popolo che
aveva diviso e divideva le sue aspirazioni.
Nel febbraio 1874 giunse in Italia la notizia della morte di Nino Bixio,
il soldato intrepido, temerario, di animo bollente e dell'inerzia
sdegnoso. L'ardore di operosità che lo divorava l'aveva spinto, quando
non era più richiesta l'opera delle armi, a correre in lontane regioni
per schiudere nuova via al commercio italiano, ed in selvaggie ed
inospitali contrade la morte crudele, che egli aveva tante volte
affrontata sul campo di battaglia, lo fece sua vittima.
Morendo egli pensò alla patria, alla sua famiglia che raccomandò al Re.
E non fu vana la raccomandazione.
In data 14 febbraio 1874 il Re indirizzava da Napoli--ove pervennegli la
notizia--il seguente telegramma al Ministro Minghetti:
«Ricevetti ieri il rapporto che Ella mi manda [Illustration: RE UMBERTO
I] sulla morte del povero Bixio. La prego di fare per parte del Governo
quello che si potrà per la famiglia. Io pure son disposto aiutare.
Faccia il piacere di dirmi, dopo che Governo e ordine mauriziano avranno
fatto la loro parte, con qual pensione creda che io possa contribuire».
Il 5 aprile 1875 l'imperatore Francesco Giuseppe restituiva a Venezia la
visita fattagli da Re Vittorio a Vienna, e sull'ottobre l'imperatore
Gugliemo di Germania giunse a Milano ospite del Re, accolto con un
entusiasmo veramente commovente.
Intanto Re Vittorio dava impulso al riordinamento della vita pubblica
italiana, prendendo viva parte al rinnovamento della vita nazionale,
conscio e compreso dei suoi doveri di cittadino e di Re. E come alto
fosse in lui questo sentimento lo dimostrano le parole da lui profferite
nel discorso della Corona il 20 novembre 1876:
«Da 6 anni celebriamo in Roma la festa dell'unità nazionale. Dalla
integrata unità avemmo frutti di gloria e prova di sapienza civile.
Molto si è fatto, molto rimane a fare. Rimane l'opera che vuole maggiore
pazienza e lavoro e maggiore concordia d'intento; quello di consolidare
tutto l'edificio governativo, e dove occorre, correggerlo. A questo non
si può riuscire che con una gara sincera di operosità e di costanza. Io
vi addito la via e sono certo che anche in queste battaglie pel riscatto
civile, la mia voce troverà risposta di nobili sacrifizi e di gloriose
vittorie».
Il primo gennaio 1878, Vittorio Emanuele ricevette, senza dare il benchè
minimo sospetto di sofferenza, le deputazioni del Parlamento, i grandi
dignitari dello Stato e molte altre rappresentanze, ed a tutti ricambiò
con volto lieto gli auguri pel nuovo anno.
Alla sera si recò al teatro Apollo; nel tornare a casa si lagnò d'un
gran caldo e fece abbassare i cristalli della carrozza. Giunto nelle sue
stanze volle che il primo cameriere aprisse le finestre; si fece portare
dell'acqua ghiacciata ed accese un sigaro, si mise a fumare sul
davanzale della finestra.
Il giorno 2 andò a Castel Porziano per iscuotersi «come egli disse» e ne
ritornò verso il mezzogiorno, chè il malessere andava crescendo.
Il giorno 3 ricevette al Quirinale il presidente del Consiglio dei
Ministri per la firma dei decreti.
--«Vede, Depretis», gli disse: «contrariamente alle mie abitudini ho
fatto accendere il fuoco, perchè sento un grande freddo--. La scorsa
notte l'ho passata male».
--«Bisogna curarsi, Maestà!
--«Mi curo; mi astengo dall'andare a caccia; del resto se di notte non
mi sento bene, di giorno la va meglio».
Ciò detto si diede a firmare.
Aveva letto un decreto che collocava in aspettativa per motivi di salute
un impiegato. Rivolto a Depretis, gli disse sorridente:
--«Anche io avrei bisogno di un po' d'aspettativa per l'eguale ragione.
--«Maestà--gli rispose il Ministro alquanto turbato, ma seguendo lo
scherzo del Sovrano--per i Re i motivi di salute non sono sufficienti
per avere l'aspettativa».
Il Re tacque e continuò a firmare.
Il 4 di mattino, il Re aveva dato le disposizioni di partenza per
Torino, ma la debolezza lo costrinse a cedere al male e a rimettersi a
letto; fece chiamare il medico. Il Saglione, comprese subito che la
cosa era grave, ma non diede a capir nulla al Re; soltanto domandò ed
ottenne che fosse consultato un altro medico. Si telegrafò al Professore
Bruno in Torino e fu chiamato l'on. Baccelli.
La mattina del 5 vi fu aumento di febbre prodotto dalla polmonite. Al
tocco, arrivato il Dottore Bruno, si tenne consulto. I tre dottori si
trovarono d'accordo nella diagnosi della malattia ed ordinarono una dose
di chinino come disinfettante e una buona emissione di sangue, mediante
salasso. Il Re era recisamente avverso a farsi aprire la vena: ma il
professore Baccelli disse risolutamente:
--«Maestà, la nostra responsabilità innanzi a Voi e al paese, è troppo
grande, perchè noi si faccia uso di tutti i nostri diritti. Vostra
Maestà sarà Re finchè vuole; ma in questo momento i re siamo noi e
Vostra Maestà è nostro suddito».
Vittorio Emanuele sorrise, sporse il braccio e si prestò al salasso;
dopo del quale si sentì un po' meglio.
Il quinto giorno della malattia si sperava in una crisi benefica. Da
Firenze venne chiamato il professore Cipriani, da Pisa il professore
Landi, ma la crisi benefica non venne!
Nella mattina del giorno 9 i medici avvertirono un forte peggioramento.
Gli ufficiali di servizio furono mandati ad avvisare i principi reali, i
ministri e i grandi dignitari della Corte.
Il professore Bruno ebbe incarico di chiedere al Re, se era disposto a
ricevere i conforti della religione.
Il Re calmo, si volse al medico e gli disse:
--«Ma dunque la malattia è ben grave?
Il dottore riprese che si trattava di una precauzione--e il Re replicò,
«Facciano pure».
Il Re prese il viatico con grande serenità di spirito e disse:
--«Io speravo di morire sul campo di battaglia: ma pazienza!--Muoio
almeno in questa Roma, in mezzo al mio popolo».
Dopo il Viatico passarono avanti al Re, affranti dal dolore, i ministri
e i dignitari e il Re li salutò tutti.
Al figlio suo disse queste testuali parole:
--«Mio Umberto--caro figlio mio--ti raccomando fortezza, amore alla
patria e alla libertà».
Il principe che era inginocchiato accanto al letto, assieme alla
principessa Margherita piangente, giurava al padre suo che non avrebbe
dimenticati i suoi ultimi comandi e i suoi doveri.
Verso le 11 Vittorio Emanuele--il Grande Re--il Padre della
Patria--entrava in agonia, che durò pochi minuti. Quando il prof. Bruno
disse: «Il primo Re d'Italia è morto» fu uno scoppio unanime di pianto.
E così il dì 9 gennaio 1878 in Roma, nel palazzo del Quirinale cessava
di vivere, dopo breve malattia, il Gran Re a cui l'Italia deve la sua
unità, la sua indipendenza.
La morte di Lui fu cagione di lutto per la intera nazione e del più vivo
dolore per ogni buon italiano.
I suoi funerali furono imponenti--Tutta Italia fu largamente
rappresentata; e sulla sua tomba al Pantheon, asilo supremo della sua
pace immortale, si scrissero le parole--vere--eloquenti--nella loro
brevità: