«_G. Garibaldi_».
Subito Elia metteva assieme un buon numero di marinari volontari, ai
quali, oltre il Burattini, si unirono alcuni capitani della marina
mercantile che si offersero come marinari; e tutti partirono per Milano,
ove giunti Elia informava subito il Generale chiedendo ordini.
Il 16 di giugno il «Monitore Prussiano» pubblicava la dichiarazione di
guerra, mentre le truppe incominciavano le ostilità. Il 17 il telegrafo
ne dava notizia all'Italia e La Marmora fedele ai suoi impegni partiva
pel Quartiere generale, ed il 20 inviava la dichiarazione di guerra
all'Austria.
Se la flotta italiana fosse stata affidata al comando di un uomo come
Garibaldi, con la certezza di dominare con la stessa l'Adriatico,
tenendo obbligata la flotta nemica a stare riparata sotto i cannoni di
Pola, il miglior piano di campagna sarebbe stato quello d'impossessarsi,
con un energico colpo di mano di Trieste per farne base di operazione
dell'esercito, che sbarcato su quel punto avrebbe girato tutte le difese
accumulate per tanti anni sul territorio Veneto, trasportando di primo
slancio la guerra nel suolo nemico; disgraziatamente prevalse altro
criterio, e la flotta italiana fu data in mano a persona mancante di
energia e di quella capacità superiore, che richiedevasi in momento così
grave e decisivo per la nazione.
Per maggiore sventura, nella fissazione e nella esecuzione del piano di
campagna, si urtarono due pareri contrari.
La Marmora non ammetteva altra offesa possibile se non dal Mincio colla
base di Alessandria e Piacenza. Cialdini invece aveva capito essere
folle impresa l'attacco di fronte al quadrilatero; essere indispensabile
girarlo, facendo base a Bologna e dirigendo le operazioni di attacco su
Padova per Pontelagoscuro e Rovigo. L'attacco dal Mincio conduceva per
necessaria conseguenza agli assedi di Peschiera e di Verona che
bisognava assolutamente evitare.
L'aggressione invece da Bologna a Rovigo non presentava grandi
difficoltà. La marcia dal Po all'Adige, comeche brevissima era
tutt'altro che difficile, tanto più che gl'italiani potevano contare sul
simpatico concorso delle popolazioni.
Concentrate le maggiori forze italiane fra Badia e Rovigo, con la
sinistra, forte da poter reggere ad un'energica offesa proveniente da
Legnago facile sarebbe stata la riduzione dei quattro piccoli forti di
Rovigo col gran materiale di artiglieria rigata di cui si disponeva;
così con Rovigo in mano era assicurato il passo dell'Adige e l'arciduca
comandante le forze austriache veniva obbligato o a dar battaglia con
tutti gli svantaggi d'inferiorità numerica nei pressi di Padova, o
chiudersi in Verona, o retrocedere verso il Piave.
Così la campagna ci sarebbe iniziata nel modo il più brillante.
La Marmora rifiutò recisamente di operare nel Po; adottò invece un mezzo
termine che doveva infine condurre a cattivi risultati. Fu quindi
stabilito che i primi tre corpi di armata eseguirebbero una seria
dimostrazione sul Mincio onde attrarre da quel lato le forze
dell'arciduca, mentre il 4º Corpo, varcato il Po marcerebbe su Rovigo di
cui s'impadronirebbe, attendendo per inoltrarsi oltre l'Adige, di essere
raggiunto dal grosso dell'Esercito, che vi si porterebbe mediante una
marcia di fianco, utilizzando la ferrovia dell'Emilia. Se la
dimostrazione accennata non fosse riuscita e che l'arciduca avesse
opposti gravi ostacoli al passaggio del basso Po, era allora Cialdini
che sarebbe andato a raggiungere La Marmora sul Mincio.
Fissato dal La Marmora questo piano, nella mattina del 19 giugno, dal
comando supremo dell'Esercito fu ordinato che all'alba del domani il 1º
Corpo si avanzasse a prendere posizione sulle alture tra Pozzolengo e
Volta in modo da poter chiudere il passo ad ogni sortita da Peschiera
sulla destra del Mincio; che il 3º Corpo d'armata si avanzasse su Goito
legandosi a sinistra col 1º sotto Volta e a destra col 2º per Rivalta;
che il 2º Corpo si appressasse a Mantova, senza passare il confine, ma
in modo da potere al rompere delle ostilità, impadronirsi subito di
Curtatone e minacciare Borgoforte; che la divisione di cavalleria
muovesse nella notte per porsi tra Castiglione delle Stiviere, San
Cassiano, Guidizzolo e Medole.
La riserva generale d'artiglieria si collocasse attorno a Cremona.
Il fronte dell'armata del Mincio era per tal modo collocato su una
distesa di 42 chilometri.
Disegno del comando supremo dell'Esercito era il seguente: al mattino
del 23 impadronirsi dei passi del Mincio tra Monzambano e Goito con
truppe del 1º e 3º Corpo, porre piede sulla sponda sinistra e spingere
la cavalleria verso l'Adige; e, nel tempo stesso, colle truppe pel 2º
Corpo impossessarsi dei fortini avanzati di Curtatone e Montanara
dinanzi a Mantova, entrare nel Serraglio, tagliare le comunicazioni tra
quella fortezza e Borgoforte, e assalire questa ultima posizione dalle
due sponde del Po e costringere con un rapido fuoco di numerosa
artiglieria, il presidio alla resa o allo sgombro.
Nel mattino del 23 il passaggio del Mincio fu effettuato come era stato
ordinato senza contrasti da parte degli austriaci.
Il 1º Corpo passò il Mincio a Monzambano colla brigata Pisa e si ritirò
al di là ed a cavallo del fiume; la quinta divisione lo passò a
Borghetto ed occupò Valleggio; la 3ª lo valicò ai mulini di Volta ed
occupò l'altipiano di Pozzuolo; la 2ª restò nella sua posizione di
Pozzolengo osservando Peschiera; una forte riserva si situò a metà
strada tra Volta e Borghetto.
Il 3º Corpo valicò il fiume al ponte di Goito, alla presenza del Re.
Vi passarono la 7ª, 16ª e 9ª Divisione mentre l'8ª gettava un ponte
più in alto, a Ferri; le divisioni 16ª e 7ª si collocarono in prima
linea, fra Belvedere e Roverbella, le altre due rimasero in seconda
linea.
Il 2º Corpo non passò il Mincio; ma con la 6ª Divisione ed una brigata
della 4ª varcò la frontiera delle Grazie ed occupò Curtatone e
Montanara; l'altra brigata della 4ª Divisione fu posta sulla destra del
Po, osservando Borgoforte.
Le divisioni Longone e Angioletti rimasero nei pressi di Castelluccio.
Tutti questi movimenti, come si disse, non incontrarono alcuna
resistenza. L'assenza di forze austriache nella pianura avanti Verona,
indusse il generale La Marmora a ritenere che il nemico avesse
rinunziato a difendere il terreno fra l'Adige e il Mincio, e che si
sarebbe limitato a contrastare il passo del primo fiume. Perciò venne
nel concetto di gettarsi arditamente fra le piazze di Verona, Peschiera
e Mantova, per separarle una dall'altra, ed occupare una forte posizione
che, richiamando l'attenzione del nemico, favorisse il passaggio del 4º
Corpo d'Armata, concentrato fra Bologna e Ferrara. In conseguenza di
questo presupposto diede gli ordini perchè il 1º Corpo occupasse Castel
Nuovo, S. Giustino e Sorra. Il 3º, prolungando questa linea, avesse
occupato Somma-Campagna e Villafranca.
Ordinava infine che il 2º Corpo, passando il Mincio a Goito, avesse
occupato quel paese, Marmirolo e Roverbella, quale riserva generale.
Tutti questi movimenti dovevano farsi nelle prime ore antimeridiane del
giorno 24.
*
* *
Garibaldi aveva accettato con gran cuore, che Trento, fosse l'obbiettivo
delle sue operazioni; ma v'erano altre vie per giungervi oltre quella
all'ovest del Garda. Scalare le sue truppe a Bergamo, accennando a nord
per richiamare gli austriaci ai passi del Tonale e del Caffaro; poi
correre a gran passi al Po Cremonese, e, per l'Emilia, al basso Po,
dietro il corpo del generale Cialdini; entrare con questo nel Veneto,
sopravanzarlo, e per la Val Sugana lanciarsi su Trento. Questo era il
piano che egli aveva in mente. La Val Sugana era infatti la più facile
per la impresa del Trentino; ma tale disegno non combinava colle idee
del Comando Supremo ed a questo dovette sottomettersi.
Il generale il 23 giugno contava di avere con sè seimila uomini circa, e
con questi si metteva in marcia per la via che gli era stata tracciata,
mentre sapeva che il generale Kunn gli opponeva una forza superiore ai
18 mila uomini.
Elia aspettava da tre giorni a Milano la chiamata di Garibaldi, quando a
mezzo del tenente colonnello Francesco Cucchi dello Stato Maggiore,
riceveva l'ordine di portarsi con tutti i suoi a Salò.
Ivi arrivato Elia presentava al generale i volontari che lo
accompagnavano. Questi lo informò che suo intendimento era di affidare a
lui il comando della minuscola flottiglia del Lago di Garda; ma Elia gli
fece osservare che avendo già il maggiore Sgarallino Andrea di Livorno,
arrivato prima, presa la consegna ed il comando della flottiglia stessa,
per ordine del Capo di Stato Maggiore, era suo desiderio di
lasciarglielo; solo chiedeva il comando dell'unica barca cannoniera
pronta ed armata «Il Torione», se il generale avesse risolutamente
deciso di lasciarlo nella flottiglia. Il generale pregò Elia di rimanere
nella flottiglia e gli diede il comando desiderato.
Questa flottiglia si componeva di cinque barche cannoniere armate con un
cannone da 24 mm. a prua, difese da un parapetto di corazza e da 2 da 5
1/3 mm. nei fianchi; ma quattro di esse erano in riparazione e solo dopo
alcuni giorni furono pronte all'azione.
La flottiglia austriaca sul lago era composta delle cannoniere ad elica
«Speinthenfel» «Wildfang» «Scharfschiutez» «Raufbold» «Wespe» e «Nikoke»
e dei vapori a ruote «Francesco Giuseppe» e «Hess».
Il 23 il generale aveva ordinato ai volontari che aveva sottomano, di
marciare avanti e di occupare con audaci colpi di mano il Caffaro e
Montesuello; e i garibaldini non perdettero tempo.
Il colonnello Spinazzi, comandante del 2º reggimento, messosi subito in
marcia si spingeva fino ad Anfo; il maggiore Castellini faceva avanzare
il suo battaglione di bersaglieri in due colonne di due compagnie
ciascuna e da una compagnia del 2º reggimento, per la strada di Bagolino
verso Montesuello e vi riusciva mettendo in fuga il nemico che si
ritirava. Così i nostri si erano stabiliti sul Montesuello e sul
Caffaro, con drappelli di fianco a Bagolino da un lato ad Hano e Monte
Stino dall'altro, quando arrivava allo Spinazzi l'ordine di retrocedere
su Lonato e Desenzano; e ciò in seguito all'ordine che il generale
Garibaldi aveva ricevuto dal Comando Supremo, di recarsi a proteggere
l'eroica Brescia.
*
* *
Si credeva, secondo notizie avute, che a Villafranca fosservi due
squadroni di cavalleria nemica. S. A. R. volendo sorprenderli ordinava
al Capitano di Stato Maggiore Taverna di porsi alla testa dello
squadrone d'avanguardia e di attraversare di gran galoppo quella città,
per la strada diritta e larga che la taglia nel mezzo, e ai due
battaglioni di bersaglieri di seguirlo a passo di corsa. Intanto la
Divisione sostava a breve distanza.
L'avanscoperta fu eseguita con prontezza, ma fu trovata la città sgombra
di nemici.
Il conte Taverna spinse la ricognizione sulla strada di Verona e
Povegliano e vi scoperse le vedette nemiche; erano Ussari Wurtemberg
della brigata Radakowschi in marcia. Avviso ne fu dato al grosso della
Divisione che già aveva traversato Villafranca; questa spiegò subito la
brigata Parma in prima linea con due batterie a cavallo della strada
Regia e della ferrovia, tendenti a Verona. Era tempo perchè l'attacco
della cavalleria austriaca, si sviluppò immediato, energico e violento.
Gli squadroni Usseri si slanciarono a galoppo serrato contro lo
squadrone italiano inseguendolo fino sulle catene dei bersaglieri che
coprivano la brigata Parma; lì si arrestarono accolti da viva fucilata,
batterono in ritirata e si ridussero presso le due brigate comandate dal
Pulz e dal Radakowschi, le quali spiegati i propri cavalieri in
battaglia, gli Ussari Imperatore a diritta, gli Ulani di Trani a
sinistra, la batteria al centro, si lanciano contro Villafranca.
Gli Ulani preso il galoppo sopravanzarono gli Ussari; oltrepassato
Canova incontrarono le fitte catene dei bersaglieri. Caricare queste ed
i sostegni fu l'affare di un momento, ma al di là diedero di cozzo
contro gli otto quadrati della brigata Parma, appoggiati da una potente
artiglieria che vomitava mitraglia. Il principe Umberto aveva avuto
appena il tempo di gettarsi in un quadrato del 49º, comandato dal
maggiore Ulbrich. Lo spettacolo era imponente; da una parte una giovane
fanteria, cui non intimidivano gli _urrak_ dei cavalieri lanciati a
briglia sciolta, dall'altra una brillante cavalleria che si gettava
impavida contro quella muraglia di ferro e di fuoco. Ma i quadrati del
49º rimasero immobili come torri e la cavalleria austriaca vide
spezzarsi tutti i suoi sforzi contro la muraglia di ferro della brava
fanteria, superba di mostrare il suo sangue freddo e il suo eroismo al
figlio primogenito di Vittorio Emanuele il quale, con serenità d'animo
dava l'esempio del coraggio e della devozione al dovere.
Dopo inutili, ripetute cariche gli avanzi del reggimento Trani
retrocedettero laceri e malconci; quando il Radakowschi li riannodava
appena 200 risposero all'appello.
Al rumore delle cannonate la divisione Bixio era accorsa a spiegarsi
sulla sinistra del principe il generale ordinava al suo capo di stato
maggiore, tenente colonnello di San Marzano di porsi alla testa dei tre
squadroni di cavalleggeri di Saluzzo, muovere in ricognizione e portare
soccorso, occorrendo, a S. A. R. Il tenente colonnello di San Marzano si
slancia alla testa dei suoi bravi squadroni si avventa contro la
cavalleria nemica che tentava sfondare i quadrati della fanteria della
divisione del principe e concorre a decimarla; per questo fatto
brillante Di San Marzano veniva decorato della Croce di Ufficiale
dell'ordine militare di Savoia.
Nel frattempo l'attacco da parte degli austriaci era divenuto generale.
Fino alle 4 pomeridiane si combattè dando i nostri prova di indomabile
resistenza contro un nemico assai superiore in numero, perchè quasi la
metà delle nostre forze, al comando del Cialdini, era rimasta sulla
destra del Po colle armi al piede.
Alle 5 tutto il 7º corpo austriaco appoggiato da una brigata del 5º
corpo, dopo di essersi fatto padrone di Sommacampagna, assaliva le poche
truppe italiane per sloggiarle dalle alture di Belvedere, che
eroicamente difendevano. Ottomila dei nostri, sebbene spossati dalle
marcie e dai lunghi combattimenti, tenevano testa a forze tanto
soverchianti nemiche che ben presto sommarono a più di venticinquemila.
I nostri non cedevano, la lotta continuava sempre più accanita, furiosa,
con gravissime perdite da ambo le parti. Ma nuove forze subentravano e
il nemico ingrossava, premeva sempre più, e i nostri furono obbligati a
ripiegare.
Il 29º reggimento e il 18º bersaglieri assaltarono risolutamente la
Mongabia e il Monte Cricol.
Erano 20 compagnie sostenute dal fuoco di otto cannoni che andavano ad
assalire 25 compagnie austriache con otto pezzi, in fortissime
posizioni. Di contro alla parte orientale del Monte Cricol, il generale
Willarey colla 5ª compagnia del 30º si avanzava tenendo alto il
berretto e gridando _Viva il Re_, quando, colpito da tre proiettili
cadde fulminato. Ma quelle alture con tanto accanimento difese, furono
dai nostri valorosi conquistate; e le truppe della brigata austriaca
furono obbligate ad una ritirata scompigliata, con l'abbandono di due
cannoni e tre carri di munizioni rovesciati.
Il Casale di Mongabia veniva occupato dal maggiore Raiola-Pescarini con
tre compagnie del 29º reggimento.
Il generale Govone che era stato mandato dal Re sulle alture di monte
Torre con la brigata Alpi, vide quanto vantaggio poteva ricavare da
questa posizione, ove aveva raccolto tutta la sua artiglieria. Per primo
scopo si prefisse di conquistare Custoza. Fece piazzare tutte tre le
batterie coi tiri rivolti contro quel villaggio; ordinò che il 34º
bersaglieri (maggiore Pescetto) muovesse ad aiutare i granatieri che
combattevano per riprendere quella posizione.
L'effetto di quel potente fuoco d'artiglieria fu grande. Il 34º
bersaglieri superò con mirabile slancio l'erta scoscesa del poggio di
Custoza, di contro alla testa del Monte Torre, raggiunse i valorosi
della 3ª Divisione, e al suono delle trombe si slanciò insieme a
quelli, entro il villaggio, impegnando contro gli Austriaci lotta
accanita.
In quel momento arrivava dalla parte di Villafranca, inaspettato
rinforzo, la seconda batteria a cavallo comandata dal valoroso maggiore
Ponzio-Vaglia.
Giungendo sull'alto del poggio all'entrata sud-occidentale del
villaggio, la testa della batteria urtava in un forte drappello di
cavalleria Austriaca e ussari di Baviera; il maggiore Ponzio-Vaglia
riuniti intorno a sè i serventi dei pezzi, cui si aggiunsero gli
ufficiali della batteria, carica furiosamente la cavalleria austriaca,
la rompe, la mette in fuga, facendone alcuni prigionieri.
Infine gli austriaci sono obbligati a ritirarsi in rotta verso il
Belvedere.
Rimasti padroni di quella posizione, bersaglieri e granatieri
impegnarono il fuoco contro i nemici appostati in Val Busa, nel
cimitero, nella chiesa, nel palazzo Maffei e sul poggio soprastante.
Il maggiore Ponzio-Vaglia ordinava al capitano Perrone di condurre i
suoi cinque pezzi in aiuto dei combattenti nel villaggio di Custoza
contro il nemico, appostato fortemente a Belvedere.
Appena impadronitosi di Custoza il generale Govone mandava avviso al
generale della Rocca, cui diceva di inviare colà altre truppe per
fronteggiare quelle assai numerosa del nemico che sempre più ingrossava
e col quale il combattimento era seriamente impegnato.
Digraziatamente la 3ª divisione (Brignone) assalita da forze
preponderanti, era stata costretta ad abbandonare le importantissime
posizioni del Monte della Croce e di Monte Torre. L'annunzio fu doloroso
assai pel generale La Marmora il quale, vista l'importanza di esse,
ordinava al generale Cugia di affrettarsi a portare soccorso a quella
divisione, muovendo verso le alture ed ordinava al colonnello Ferrari,
comandante del 64º fanteria, di seguire senz'altro la mossa.
Intanto il generale Govone che aveva obbligato gli austriaci ad
abbandonare non solo Belvedere ma anche le posizioni di Monte Molimenti
e Cavalchina, ordinava alle sue brave truppe di marciare alla conquista
di quelle posizioni, che alle 2 1/4 pom. furono in mano dei nostri.
20 compagnie stavano ora su quelle alture dinanzi a Belvedere sino a
Bagolino. Urgeva apparecchiarsi a gagliarda difesa su quelle
importantissime posizioni e sopratutto coprirle di artiglieria; ma tempo
e mezzi mancavano.
Il generale austriaco Moroicic riceveva ordine dell'arciduca di muovere
le sue due brigate di riserva ed impadronirsi nuovamente di Custoza.
Erano passate le 3 pom. e le nostre truppe non avevano alcun sentore di
quella mossa che doveva dare il crollo alla battaglia. Alle 3 1/4
ricominciava il fuoco dell'artiglieria nemica più violento che mai.
Nell'udire il forte rumore della battaglia sulle alture di Custoza il
generale Bixio mandava il suo capo di stato maggiore colonnello di San
Marzano, a chiedere al comandante del corpo se poteva muoversi in
soccorso. Anche S. A. R. Umberto mandava a prendere ordini, e ricevevano
quello di rimaner fermi nelle loro posizioni. Infatti il generale della
Rocca interpretando gli ordini ricevuti dal La Marmora nel più stretto
senso, non si credette autorizzato ad un atto spontaneo di vigorosa
controffensiva.
Vedendo addensarsi rapida tanta massa d'armati attorno a Belvedere, il
generale Govone fa scendere dal Monte Torre il 27º bersaglieri e lo
spinge contro la sinistra del nemico; ordina al generale Bottacco di
fare avanzare il 36º reggimento sulla destra ad est di Custoza. Il
combattimento infuria; le nostre quattro batterie dal Monte Torre,
tirando a mitraglia, fanno strage dei nemici; ma il numero di questi è
stragrande e i vuoti si riempiono in un attimo. I nostri sono esausti di
forze, e vengono meno le munizioni; il nemico ingrossa e preme sempre
più; non è possibile resistere più a lungo, le nostre perdite sono
enormi; il maggior Fezzi cade ferito a morte, sono feriti gravemente i
tenenti Salini e Tornaghi, il capitano Alberi è ucciso, il capitano
Serratrice e il maggiore Lavezzeri feriti. Anche il capitano di stato
maggiore Biraghi è ferito gravemente. Gli Austriaci occupano l'altura
sovrastante a Valle Busa; i nostri, sempre combattendo, sono costretti a
scendere verso la chiesa e il cimitero; i due cannoni della batteria a
cavallo rimangono nelle mani del nemico.
Intanto il generale Moroicic aveva fatto piazzare sulle alture di
Belvedere e di Monte Molimenti le batterie delle due sue brigate e tre
altre della riserva e, d'accordo con quelle del 9º corpo batteva
furiosamente Custoza, monte Torre e il Monte della Croce, quindi
ordinava un attacco generale che divenne formidabile per la gran massa
degli assalitori.
I difensori di Custoza si sforzano di tener fronte al nemico col fuoco e
con cenni di contrattacco sotto la tempesta dei proiettili, tramezzo
alle case che ardono e minacciano rovina. Il colonnello Marchetti eccita
i suoi a resistere; la batteria a cavallo ha finito le munizioni; il
tenente Polloni ne protegge la ritirata. Granatieri, bersaglieri e
fanteria del 51º e del 35º combattono furiosamente; il generale Bottaco
dirige impavido il combattimento; ma ogni più lunga resistenza non è
possibile; troppo è grande la soverchiante forza nemica.
Frattanto il generale Govone ha avuto risposta da Villafranca che nessun
soccorso può essergli mandato; la sua artiglieria è all'ultimo colle
munizioni; il capitano Gatti, del suo seguito, è ucciso al suo fianco,
il capitano Nasi ferito gravemente.
Le sue truppe non possono più reggere il peso della battaglia divenuto
enorme. Non gli rimane un momento da perdere se vuole salvare la sua
Divisione dalla terribile conseguenza degli attacchi di fronte e di
fianco. Comanda la ritirata su Villafranca. Manda ufficiali a fare
riordinare dietro la casa Coranini i retrocedenti per avviarli in
colonna di marcia sulla strada; i colonnelli Cravetta e Di Salasco sono
ordinati sui fianchi della strada per agevolare e coprire la ritirata
dell'artiglieria e della fanteria.
Il movimento si eseguisce con tanto ordine, quanto è possibile in simili
casi, sotto il micidiale tiro delle artiglierie situate nelle alture; e
qualche centinaio di valorosi rimasti a contatto col nemico in Custoza e
nel bosco, assicurano, con un ultimo sforzo di difesa, la ritirata.
Così finisce verso le 6 pom. la battaglia di Custoza combattuta con
straordinario valore.
*
* *
Mentre questo avveniva a Custoza e nelle alture di Belvedere e di Monte
Croce, il comandante del 7º reggimento bersaglieri, maggiore Giolitti,
segnalava la comparsa di grosse masse di truppa nemica sulle alture di
là di Val di Staffolo. Il generale Cugia spediva avviso al Comandante
del 3º corpo della minaccia d'imminente attacco di forze preponderanti,
facendogli presentire l'impossibilità di mantenersi in quella posizione.
Il generale Della Rocca gli mandava ordini di ritirarsi in direzione di
Villafranca.
Il generale Della Rocca comprendendo che il momento finale era giunto,
dava le disposizioni per la ritirata verso il Mincio; la divisione Bixio
e la cavalleria di riserva doveano coprirla.
La fermezza del generale Bixio e delle sue truppe assicurarono la
ritirata del 3º Corpo di armata ed egli stesso si affrettò poi ad
occupare Quaderni, per impedire al nemico di penetrare tra Villafranca e
Valleggio.
Il combattimento del 24 giugno non fu affatto disonorevole per le truppe
italiane. Il campo di battaglia rimase in parte agli austriaci, in parte
a noi, e se noi ci ritirammo, si ritirarono essi pure.
Le nostre perdite furono sensibili, ma quelle del nemico furono
maggiori. La maggior parte dei nostri combattenti fecero prodigi di
valore, tanto è vero che gli austriaci, persuasi che l'armata italiana
non è inferiore ad alcun altra, si astenne dal cimentarsi a molestare e
ad impedirne la ritirata. Nove divisioni non avevano potuto prender
parte a quel combattimento; due rimaste per ordine superiore a
Villafranca; quella comandata da S. A. Reale il principe Umberto e
l'altra comandata dal generale Bixio; e sette divisioni con 176 cannoni
rimaste sul Po, sotto gli ordini del generale Cialdini.
La giornata di Custoza non ebbe la grande importanza che, gli si volle
attribuire; tanto è vero che il 17 luglio le truppe sotto agli ordini di
Cialdini passato il Po, costringevano la guarnigione di Borgoforte ad
abbandonare quella forte piazza per ritirarsi in Mantova.
*
* *
Per i volontari comandati da Garibaldi l'ordine di ritirarsi dalle
posizioni conquistate era stato doloroso, ma bisognava ubbidire.
Il generale senza esitare, con la sua abituale rapidità, ordinò alle sue
truppe di abbandonare i posti occupati e con tanto valore difesi, e li
disponeva fra Brescia e Lonato.
Nella notte del 25 il comandante della flottiglia ordinava ad Elia di
sbarcare tutto il materiale di guerra della sua cannoniera e di
avvertire di non lasciare a bordo palle esplodenti; poichè dovevasi dar
fuoco alla flottiglia e distruggerla.
Elia ubbidì quanto allo sbarco del materiale, che poteva essere stato
richiesto dal Generale come necessario alla difesa di Brescia, ma
credette di non poter egualmente permettere si abbruciasse la sua
cannoniera. Raccomandò ai marinari del «Torrione» di fare buona guardia
e, coll'autorità che gli dava il suo grado superiore, ordinò ai
comandanti delle altre cannoniere di non dare esecuzione ad alcun
ordine, che potesse compromettere la salvezza del naviglio loro
affidato. Fatto ciò egli si diresse alla residenza del Capo di Stato
maggiore e, trovato il generale Fabrizi ed il colonnello Guastalla,
chiese loro quali erano gli ordini per la flottiglia e saputili, domandò
carta bianca, ripromettendosi d'impedire che essa cadesse in mano agli
austriaci, senza che vi fosse bisogno d'incendiarla e di distruggerla.
Sua intenzione era di adoperare il sistema, che ebbe a riuscirgli così
bene a Marsala col «Lombardo» di aprire all'ultimo estremo i rubinetti
alle macchine per farle affondare. Avuta tale facoltà, mantenne una
attivissima sorveglianza per non essere sorpreso dal lato del lago,
mentre il colonnello Bruzzesi prendeva le sue precauzioni dal lato di
terra, e non essendo accaduto nulla di straordinario, la flottiglia fu
salvata con soddisfazione grandissima del generale Garibaldi, che alla
notizia avuta della sua distruzione era andato su tutte le furie.
Venuto il giorno dopo a prendere il comando di Salò il generale
Avezzana, questo con insistenza pregava Elia di accettare il comando
della flottiglia, e sebbene a malincuore, perchè gli doleva lo stato di
quasi inazione a cui era condannato, pur nondimeno dovette ubbidire,
perchè alle istanze del generale Avezzana vi si aggiunse il comando del
generale Garibaldi, che, venuto a bordo della cannoniera _Torrione_ gli
faceva elogio per la salvata flottiglia e gli ordinava di prenderne il
comando. L'Elia non poteva rifiutarsi e chiese ed ottenne per suo Capo
di Stato maggiore il capitano, amico suo carissimo, Alberto Mario.
Ebbe poi delle segrete ed importanti missioni di fiducia d'ordine del
generale Garibaldi e da lui personalmente. La prima affidatagli fu
quella di recarsi in incognito ad esplorare se erano vere alcune mosse
del nemico riferite al Capo di Stato Maggiore, e nel tempo stesso di
vedere se era fattibile impossessarsi di un vapore che gli Austriaci
avevano in costruzione a Desenzano, ciò che fu impossibile perchè il
vapore non era ancora interamente allestito: ecco la lettera con la
quale gli dava l'incarico.
«Caro Colonnello,
«Ecco le due guide di tutta confidenza. Ho già detto loro qualche cosa.
Quando crederete voi direte il resto. La vettura sarà alla vostra porta
tra pochi minuti. Buon viaggio e felice ritorno con più buone notizie.
Il sotto Capo di Stato Maggiore. E. Guastalla».
Altre missioni di Garibaldi al Ministero con lettere e con istruzioni
riservate l'Elia condusse a termine con soddisfazione del generale.
Come si è già visto la battaglia del 24 non portò conseguenze gravi come
sulle prime dava a temere.
Il generalissimo austriaco non si sentì abbastanza forte da
arrischiarsi ad altri attacchi dopo la ben contrastata vittoria (se pur
vittoria poteva chiamarsi) e, salvo qualche piccola ricognizione, si
tenne nel quadrilatero.
*
* *
Il 1º luglio ricevuto il rinforzo di tre dei cinque reggimenti che si
stavano organizzando, il generale Garibaldi, lasciato buon presidio a
Brescia ed a Lonato, disponeva il movimento in avanti per riprendere,
con nuovo sangue dei suoi, le posizioni che gli era stato ordinato dì
abbandonare.
Il giorno 2 di luglio il colonnello Corte ebbe l'ordine di muovere verso
Rocca d'Anfo. La sera pernottava a Vestone ed alla mattina riprendeva la
marcia. Verso il mezzogiorno veniva avvertito che una compagnia di
bersaglieri, comandata dal capitano Evangelisti e sotto la direzione del
capitano di Stato Maggiore Bezzi aveva ricevuto ordine di girare attorno
alla Rocca e di piombare dalla cima dei monti sugli austriaci che
occupavano S. Antonio e le falde orientali di Monte Suello.
Arrivata la colonna in prossimità di S. Antonio venne attaccata dai
Cacciatori austriaci, appostati sulle falde del monte e distesi lungo
lo stradale. Ma non per questo i nostri rallentavano la marcia. Arrivati
sulle alture vi prendevano posizione e piazzati 4 cannoni aprivano
contro gli austriaci un fuoco così ben nutrito da obbligarli a ritirarsi
sul Monte Suello. Nel fatto mostrarono valore e sangue freddo il tenente
colonnello Bruzzesi e il maggiore Mosto; si comportò da valoroso il
sottotenente Coralizzi che veniva decorato al valore militare.
A mezzanotte dal 8 al 9 la brigata Corte si mise in marcia per i monti
del Tirolo; giunta sull'erta del Monte Poino vi fece l'alto e furono
prese disposizioni per il combattimento.
Il 3º reggimento fu mandato in ricognizione verso Storo, ove si sapeva
accampato un corpo austriaco forte di 4000 uomini.
Sull'albeggiare del giorno 9 una colonna di 2000 austriaci con
artiglieria si mosse contro i nostri attraverso la via che mena a Rocca
d'Anfo.
Queste mosse vennero segnalate a Garibaldi che montato tosto in carozza
arrivò fra le file dei volontari; egli stesso li dispose pel
combattimento mettendoli in avanzata, ben fiancheggiati e protetti dal
cannone; giunti i garibaldini a contatto col nemico il generale ordinava
senz'altro la carica alla baionetta che eseguita brillantemente
sbarragliava e travolgeva a precipitosa fuga, gli austriaci, inseguiti
dai nostri fin sotto ad Arzo.
Il giorno 10 gli austriaci vollero prendere la rivincita, ma anche
questa volta furono bravamente respinti e, costretti ad abbandonare Arzo
si ritirarono su Storo.
Si procedeva allora dal generale Garibaldi all'espugnazione del forte
d'Ampola.
La notte del 18 con ardimento rarissimo un battaglione del 9º
reggimento, comandato da Menotti Garibaldi, dopo avere marciato più ore
in silenzio e con ogni sorta di cautele occupava Monte Burelli e Monte
Giove. Colla occupazione di quelle alture il forte d'Ampola rimaneva
completamente circondato.
Alle 2 pomeridiane dello stesso giorno il forte si arrendeva senza
condizioni.
Anche in Val Camonica ebbe luogo un fatto d'armi molto onorevole pei
pochi volontari che vi presero parte.
Il maggiore Caldesi comandante del 1º battaglione del 4º reggimento,
aveva preso posizione nella stretta di Incudine sopra Edolo e vi si era
afforzato con opere di difesa campale, valendosi di due pezzi di
artiglieria del 44º battaglione di Guardia Nazionale Mobile della
legione Guicciardi forte di circa 450 uomini, d'un drappello di
doganieri e di alcuni carabinieri.
Il 1º luglio giungeva a Breno il luogotenente colonnello Cadolini cogli
altri tre battaglioni del 4º reggimento e il 2º battaglione bersaglieri;
e la mattina del 2 si recava ad Incudine; visitava le posizioni e dava
altre opportune disposizioni di difesa; ordinava un miglior collocamento
dell'artiglieria e la costruzione di un ponte nell'Oglio per poter
padroneggiare anche il versante sinistro della Valle, prescrivendo al
maggiore Caldesi di tenere quella posizione ad ogni costo, e ad ottenere
tale effetto gli annunziava l'invio del 2º battaglione bersaglieri.
Predisposto ogni cosa ripartiva per Edolo onde fare avanzare le altre
sue truppe. Ma camin facendo gli venne avviso che un corpo di 5 mila
austriaci irrompeva pel passo di Croce Domini su Breno. Arrivato ad
Edolo spediva ordine telegrafico a Breno perchè i tre battaglioni
occupassero subito Campolare nella Valle delle Valli di contro allo
sbocco di Croce Domini, e dopo di aver spedito il 2º battaglione
bersaglieri ad Incudine e dato ordine al Castellini che lo comandava di
porsi alla dipendenza di Caldesi, lasciava Edolo e alla mattina del 3
era a Campolare; visto che nessun nemico era calato da Croce Domini ed
avendo saputo che di là del monte eravi buon nerbo di nemici, decise di
lasciare a Campolare un battaglione, il 4º, e ricondusse gli altri due a
Breno.
Frattanto il maggiore Caldesi aveva collocato il 2º bersaglieri nel
Casale di Davena, a mezza via tra Incudine e Vezza, con ordine di
assicurare la ritirata alla sua compagnia che stava agli avamposti a
Vezza e, se il nemico si fosse avanzato con grosse forze, ritirarsi
tutti alla posizione di Incudine.
Nel corso della notte vi fu qualche allarme; si disse al Caldesi che 7
mila austriaci stavano per piombargli addosso, ed egli chiedeva per
telegrafo rinforzi al Cadolini mentre ordinava al Malagrida di
abbandonare il posto avanzato di Vezza e di ritirarsi assieme al
maggiore Castellini su Incudine.
Il Malagrida ubbidì, non così il Castellini che gli ordinava invece di
rioccupare la posizione abbandonata; senonchè nel frattempo gli
austriaci si erano avanzati, e trovato sgombro il villaggio di Vezza, lo
avevano occupato fortemente e piazzati in batteria i loro cannoni.
Quando il Malagrida, ubbidendo agli ordini del Castellini si presentava
avanti il villaggio, veniva accolto da vivo fuoco nemico; non si scosse
per questo il bravo ufficiale, ma ordinò ai suoi di distendersi in
catena e di muovere arditamente avanti; intanto sopraggiungevano i
rinforzi dei bersaglieri comandati dai capitani Adamoli e Frigerio; il
combattimento divenne allora accanitissimo; il nemico si addensava
sempre più e il Caldesi visto che la posizione era insostenibile mandava
ordini di ritirata. Ma il prode Castellini non volle darsi per vinto.
Comandata la carica alla baionetta si slanciò per primo; impetuoso fu
l'assalto, ma una grandine di fuoco di fucile e di mitraglia arrestava
la foga dei nostri bravi che venivano decimati. Il prode Castellini
cadeva colpito nel braccio, nel volto e nel petto; il bravo Frigerio
cadeva egli pure colpito per non più rialzarsi. Gli assalitori si
ritrassero alquanto per riprendere fiato; erano stanchi si, ma non
iscoraggiati; si appostarono rispondendo colpo a colpo; ma, ultimate le
munizioni, dovettero cedere e ritirarsi dietro ordine del capitano
Oliva, che per la morte del Castellini aveva assunto il comando. Anche
il maggiore Caldesi erasi ritirato da Incudine e si era fermato a
Cedegolo, dietro ordine del tenente colonnello Cadolini, ove venne
raggiunto dall'Oliva coi suoi bravi che nel combattimento impari,
avevano mostrato grande valore e fermezza.
Il 10 luglio il tenente colonnello Bruzzesi rafforzato dal 2º
battaglione del 9º reggimento e da una batteria del maggiore Dogliotti,
cacciava gli austriaci da Lodrone e si spingeva ad Arzo posizione
migliore.
Padroni del forte d'Ampola i garibaldini mossero in avanti verso la
gola, sulla sommità della quale si trova il villaggio di Tiarno di
sopra, mentre più in basso vi è l'altro che si noma Tiarno di sotto.
Avanti a quest'ultimo si apre la stretta valle alla cui sinistra si
trova Bezzecca, oltre la quale la valle si stringe ancor più,
chiudendosi da monti e dal villaggio di Pieve al di là del quale
comincia il Lago di Ledro.
La mattina del 20 due compagnie del 2º reggimento, tre del 7º, un
battaglione del 6º ed il 1º bersaglieri occupavano Tiarno di sopra;
poco dopo vi prendeva posizione pure il 9º comandato dal colonnello
Menotti Garibaldi. Il 5º reggimento si collocava a Tiarno di Sotto,
spingendo i suoi avamposti fino a Bezzecca.
Era necessario impedire al nemico che si trovava dietro i monti,
d'avanzare per la valle di Concei, giacchè superando Bezzecca avrebbe
tagliato fuori il 2º reggimento, respinto probabilmente gli altri alle
gole d'Ampola, e ponendosi nelle montagne fra questa e Lardaro, avrebbe
minacciato seriamente i fianchi delle due linee di operazione.
L'attacco del giorno seguente provò che tale appunto era il progetto
tattico del nemico.
Il generale Haug prevedendo questo disegno piantò il suo quartier
generale a Bezzecca, incaricando Pianciani di portare a Garibaldi il suo
rapporto.
Il generale Garibaldi arrivava in fretta e poneva il suo quartier
generale a Tiarno e subito ordinava che un battaglione del 5º occupasse
i villaggi della valle di Concei, e si collocasse nelle case onde meglio
respingere l'avanzarsi del nemico. Ordinava che un altro battaglione
prendesse buona posizione sul Tratt e sull'altura di faccia a Bezzecca
per chiudere lo sbocco verso Pieve; gli altri due battaglioni del 5º
pronti al far del giorno per guarnire i monti a dritta ed a sinistra
della valle di Concei: queste disposizioni, però, non furono eseguite
colla prontezza e coll'esattezza necessarie, per cui il battaglione
mandato sul monte di destra, trovata la posizione occupata dal nemico fu
sperso e molti restarono prigionieri.
La giornata del 21 cominciava così con triste preludio.
Gli austriaci con grosse forze comandate dallo stesso generale Kühn si
accingevano a furioso attacco.
Il generale Haug comprese subito che la sua diritta era insostenibile,
sebbene vi avesse fatto collocare dal Pianciani tutto quello che vi era
di disponibile: mandava quindi il Pianciani stesso ad informarne
Garibaldi e lo incaricava di ordinare a Menotti di portarsi col suo 9º
reggimento rapidamente sul monte di sinistra, e che il 2º reggimento
avesse avanzato dal Pieve circa un chilometro e mezzo in appoggio della
destra. Se questo movimento si fosse effettuato come era ordinato, il
nemico ne sarebbe rimasto accerchiato. Ma il 2º reggimento non si mosse
e l'esito mancò.
Si dovette però alla fulminea esecuzione della disposizione datagli, e
al coraggio insuperabile del colonnello Menotti Garibaldi, se la
vittoria finì per essere dei garibaldini.
Il colonnello Chiassi per porre riparo al tardato movimento del 5º ed
alla mancata mossa del 2º reggimento si avventò contro il nemico con
furia irresistibile; alla carica fulminea il nemico s'arresta, cede ed
accenna a ritirarsi in disordine, quando nel momento decisivo l'eroico
Chiassi è colpito a morte.
Al vedere caduto il loro comandante i nostri rallentano l'offesa,
ondeggiano, incominciano a dare indietro e a disordinarsi. In quel
momento giungeva sul posto il generale Garibaldi in carozza, ed
abbracciato col suo colpo d'occhio sicuro il campo di battaglia, mandava
avviso a Menotti di scendere dall'altura col suo 9º reggimento, per
approntarsi a disperato attacco.
In pari tempo ordinava che si raccogliessero gli avanzi del 5º
reggimento e con quante altre truppe può avere sotto mano, e coi
bersaglieri che avevano fatto prodigi di valore, dava le disposizioni
per una disperata e decisiva lotta affine di sloggiare gli austriaci.
Intanto questi non solo si erano resi padroni di Bezzecca, ma, sbucati
fuori dal villaggio, avevano coronate le alture della loro artiglieria e
si preparavano ad un formidabile attacco contro l'estrema linea
garibaldina.
Il pericolo era gravissimo, la strada di Tiarno era tempestata dal
nemico e Garibaldi stesso veniva fatto bersaglio ai loro colpi. Le palle
guizzavano, rimbalzavano e ravvolgevano in un nembo di polvere la sua
carrozza; uno dei cavalli era ferito a morte, una delle guide che la
scortava (Giannini) cadde morta, altre hanno feriti i cavalli; i suoi
aiutanti volevano strapparlo da quel posto mortale e salvare lui, se non
è possibile vincere. Ma Garibaldi aveva sul volto la calma di
Calatafimi! «Qui si vince o si muore» e comandava, incoraggiava, spediva
ordini, secondato dagli ufficiali del suo quartiere generale, sopratutto
da Canzio, dal Miceli, dallo Stagnetti, dal Damiani e dalle guide tra le
quali l'Amadei che in tutta quella giornata si era moltiplicato per
trovarsi sempre presente dove maggiore era il pericolo; i carabinieri
genovesi condotti dal Mosto, sempre primo nei replicati attacchi,
seguito dai suoi valorosi Burlando, Stallo, senza cessare di combattere,
facevano cerchio attorno al generale per coprirlo dalla furiosa pioggia
di proietti che tempestava la posizione.
Intanto il maggiore Dogliotti aveva mandato ordine che si portassero sul
posto la batteria di riserva e gli altri pezzi che si erano dovuti
ritirare; appena arrivati il generale ordina che al galoppo vadano a
piazzarsi su una posizione che esso stesso indica, ed il maggiore
eseguisce l'ordine; in un baleno i cannoni sono a posto ed aprono il
fuoco convergente su Bezzecca. Le dieci bocche dirette mirabilmente dal
Dogliotti produssero il loro terribile effetto. Il nemico sfolgorato
dentro Bezzecca, incalzato dal 9º reggimento guidato da Menotti
Garibaldi che fa miracoli di valore, dal 7º, dai resti del 5º e da
quanti altri eransi ivi raccolti per ordine del generale, incalzano
furiosamente il nemico e lo costringono a cedere, e a disperdersi. Per
tanto eroismo il colonnello Menotti Garibaldi e la bandiera del suo 9º
reggimento venivano decorati della medaglia d'oro al valore militare.
Ma nulla valeva finchè Bezzecca non era presa. Questo il Duce voleva e
quanti sono intorno a lui lo comprendono e più che altri, Menotti,
Canzio, Missori, Mosto, Damiani, Cariolato, Guerzoni, Bedischini,
Miceli, Stagnetti, Amadei, Politi, Tosi, Ficola, Stangolini, Proia,
Buratti, Dubois, Bonacci, Gattoni, Popovich, Nani, Lizzani, Giorgi,
Fallani, Gatti, Giammarioli, Luperi, Galletti, Restivo ed altri, che
formano una falange votata alla vittoria od alla morte; di questa
falange si pone alla testa Ricciotti Garibaldi che fa da prode le sue
prime armi; il bravo giovanetto degno figlio del padre, afferra la
bandiera del 9º reggimento comandato dall'eroico suo fratello Menotti, e
con questa in pugno, mentre i cannoni del Dogliotti mandano in fiamme
Bezzecca, a testa bassa, lui e tutti i valorosi che si erano stretti
attorno al generale, a passo di carica, si slanciano sul villaggio e con
lotta terribile, corpo a corpo rompono, sgominano gli austriaci, li
mettono in fuga precipitosa e li inseguono colla punta della baionetta
alle reni fin al di là di Lesumo.
Così la vittoria, con tanto accanimento contrastata fu violentemente
strappata su tutta la linea.
*
* *
Il 5 luglio, il generale portava il suo quartiere Generale da Rocca
d'Anfo a Bagolino.
Il 7 luglio i garibaldini respingevano una forte ricognizione della
brigata Thoun, che si era spinta fino a Lodrone, e tre giorni dopo
ributtavano brillantemente un secondo attacco di quella brigata, e sotto
gli occhi di Garibaldi, la mettevano in fuga.
Intanto la flottiglia del Lago di Garda non stava inoperosa.
La flottiglia austriaca, che poteva considerarsi padrona assoluta del
lago perchè molto poderosa, tenevasi tra Bardolino e Garda alla punta di
S. Vigilio sotto la protezione di quei forti. Elia con la sua cannoniera
«Torrione» si portava a molestarla sotto il tiro dei forti, prendendola
a bersaglio col suo cannone, ritirandosi quando vedeva che le navi
austriache abbandonavano le àncore per inseguirlo, tenendo avanti il
nemico diritta la prua corazzata, ordinando macchina indietro a poco a
poco, con la lusinga di poterle attirare sotto i forti di Salò.
Tentativi vani!
Il 15 di luglio si addivenne alla formazione regolare delle brigate,
come alla proposta del generale Garibaldi portata al Ministero dal
colonnello Elia.
Vennero formate così:
lª Brigata 2º e 7º reggim. magg. gen. Haug
2ª » 4º e 10º » » Pichi
3ª » 5º e 9º » » Orsini
4ª » 1º e 3º colonn. brigad. Corte
5ª » 6º e 8º » » Nicotera
Al comando di Salò il ten. gen. Avvezzana.
Capo di Stato maggiore Augusto Vacchi.
Fu ordinato che l'8º reggimento movesse da Vestone per raggiungere a
Condino il 6º col quale doveva formare brigata.
Nella stessa mattina del 15 il brigadiere Nicotera aveva occupato
Condino col 6º reggimento e l'8ª batteria del 5º reggimento
d'artiglieria (capitano Afan di Rivera). Nella giornata ricevette
l'ordine di portarsi a Cimego; per cui il luogotenente colonnello
Sprovieri muoveva a quella volta da Condino col 3º e 4º battaglione del
6º reggimento e una sezione dell'8ª batteria.
Il brigadiere Nicotera avevagli ordinato di porre un battaglione a
Cimego e coll'altro occupare le alture che signoreggiano il ponte sul
Chiese e farvi piazzare i cannoni.
Si aveva notizia che a Cimego non vi erano austriaci, ma passato appena
lo sbocco della valle Averta, verso le 10, la colonna Sprovieri fu ad un
tratto investita da fucilate dalle alture soprastanti che ferivano
alcuni senza che si potessero scoprire i feritori; fu continuata la
marcia e nella notte lo Sprovieri giungeva a Cimego ove riuniva il suo
piccolo corpo in ordine ristretto.
All'alba del 16 il brigadiere Nicotera mosse da Condino col rimanente
della colonna. Nella stessa ora gli austriaci con grandi forze movevano
ad assaltare le nostre posizioni avanzate da tre parti convergenti, da
Cologna, da Val di Daone, da Pieve per Tiarno e Monte Giove verso
Condino, coll'intendimento di attorniare i nostri e distruggerli.
Erano le ore 8 ant. quando cominciò il combattimento. Il brigadiere
Nicotera aveva ordinato al 4º battaglione di slanciarsi ad occupare le
alture di la del Chiese; prima però che il battaglione giungesse al
ponte, l'artiglieria nemica cominciò a fulminarlo e una grossa colonna
di austriaci si distendeva di corsa sulle alture di faccia al ponte ed
al villaggio di Cimego.
Il maggiore Lombardo comandante il 1º battaglione del 6º reggimento,
destinato alla riserva, visto il pericolo che correva il 4º, corre di
moto proprio al 3º battaglione che stava allo sbocco del villaggio e
gridando «avanti» trasse seco i volontari e primo si lanciò sul ponte
ove cadde fulminato. Una palla gli aveva traversato il cuore.
Il Nicotera volle ad ogni costo allontanare il nemico da quelle alture;
a questo scopo ordinava al 4º battaglione di scacciarnelo. Si mise alla
testa del battaglione il valoroso tenente colonnello Pais-Serra, il
quale ordinava si attraversasse il fiume a guado e con grande ardimento,
i bravi si slanciano sulle alture sotto il fuoco micidiale del nemico.
I garibaldini fecero sforzi eroici per snidare il nemico dall'elevata
posizione, ma dovettero cedere a forze tanto prevalenti e sempre
combattendo ritirarsi protetti dall'artiglieria.
Intanto altre masse austriache venivano ad assalire le alture di Narone,
per battere la nostra sinistra; il capitano Bennici sostenne con grande
valore il combattimento sulla vetta del Narone, ma visto il pericolo di
essere avviluppato da forze tanto superiori, dovette ritirarsi colla
sua compagnia volante e la 3ª compagnia bersaglieri. Il colonnello
Guastalla e il maggiore Lobbia dello Stato maggiore, che assistevano al
combattimento, visto il pericolo che correvano le compagnie distaccate
sulla sponda sinistra del Chiese ordinarono un cambiamento di fronte a
destra indietro sempre combattendo. Il generale Garibaldi accorso in
vettura mandava un battaglione del 9º reggimento ad occupare Condino ed
ordinava all'artiglieria di piazzarsi dinnanzi al villaggio a mezza
costa delle alture di Brione; il fuoco di 10 pezzi trattenne il centro e
la sinistra degli austriaci. Intanto i generali Garibaldi e Fabrizi
provvedevano alla riscossa, e con forze combinate e con grande valore,
cacciavano gli austriaci da quelle alture e li mettevano in fuga tale,
che più non si arrestarono.
Ormai Garibaldi non temeva più ostacoli, e con le sue mosse progrediva
sempre per raggiungere l'obbiettivo dell'azione affidatagli;
l'occupazione del Trentino; per cui serrava d'appresso Riva, portava il
suo quartier generale a Cologna e incominciava l'investimento di
Lardaro.
Padrone delle due valli principali, che dal Garda salivano a Trento,
era ormai libero di spiegare tutte le sue forze e di marciare in
battaglia contro un nemico, che aveva esperimentato il valore
garibaldino. Intanto Medici alla testa di una forte colonna di truppe
regolari, si era avanzato vittoriosamente sino a Levico ed a Perzine,
per cui la vittoria finale e la presa di Trento era ormai sicura.
Senonchè il mattino del 25 luglio, quando tutto era pronto pel
bombardamento di Lardaro giungeva l'annunzio della sospensione delle
ostilità, preludio della pace.
Il 10 di agosto Garibaldi riceveva dal generale La Marmora il seguente
telegramma:
«Considerazioni politiche esigono imperiosamente la conclusione
dell'armistizio pel quale si richiede, che tutte le nostre forze si
ritirino dal Tirolo.
«D'ordine del Re».
Quale scossa abbia provato in quel momento il cuore dell'Eroe e dei suoi
compagni si può indovinare. Il Trentino perduto, Trieste abbandonata! Ma
Garibaldi non tradì neppure con un segno la tempesta che aveva nel
cuore, e rispose egli stesso al La Marmora: «Obbedisco».
La campagna per la liberazione del Veneto era finita ed i garibaldini si
accingevano a ritornare alle loro case.
Anche la flottiglia del Lago di Garda si scioglieva. Essa, sebbene in
condizioni immensamente inferiore alle forze austriache del Lago, seppe
compiere il proprio dovere durante la campagna, e se avesse avuto alcuni
altri giorni di tempo e ricevuto dal Ministero i cannoni richiesti per
armare una zattera ormai a termine di costruzione, avrebbe certo messo
tutto l'impegno per vincere la flottiglia nemica e per rendersi padrona
del Lago.
Che non mancò al suo dovere lo dicono i due ordini del giorno seguenti
del generale Garibaldi e del generale Avezzana comandante divisionale di
Salò: