SOLNESS. (_con emozione_) Di formare delle piccole anime di bambini,

Hilda, delle anime di bimbi forti, nobili e belli, che potessero

diventare più tardi anime d’uomini retti ed elevati. Questa era

la vocazione di Alina... E tutto ciò adesso giace sotto terra...

inservibile... inutile per sempre.... come le macerie d’una casa

bruciata.

HILDA. Sì, ma se anche fosse così....

SOLNESS. Ah! è così. Lo so! lo so!

HILDA. Va bene; ma il colpevole non è lei.

SOLNESS. (_guardandola fissamente e scuotendo lentamente la testa_)

Appunto là sta la terribile questione, il dubbio che mi tormenta giorno

e notte.

HILDA. Cioè?

SOLNESS. Supponga per un momento ch’io sia colpevole... per un modo e

per l’altro.

HILDA. Lei?... lei colpevole dell’incendio?...

SOLNESS. Di tutto ciò che è accaduto.... E forse.... innocente anche...

HILDA. (_lo guarda preoccupata_) Oh, signor Solness! Per parlare

così.... è d’uopo pur troppo che ella sia malato!

SOLNESS. Hem!... credo, che sotto questo rapporto, non mi rimetterò

giammai. (_Ragnar Brovik apre con precauzione la porticina dell’angolo

a sinistra... Hilda va su e giù per la stanza_)

SCENA V.

RAGNAR BROVIK E DETTI.

RAGNAR. (_scorgendo Hilda_) Oh... domando scusa, signor Solness... (_fa

l’atto di ritirarsi_)

SOLNESS. No, no, aspettate un po’. È meglio finirla.

RAGNAR. Oh.. lo vorrei bene!

SOLNESS. Vostro Padre non va dunque meglio, a quanto sembra?

RAGNAR. Il povero vecchio va indebolendosi sempre più. E ciò m’obbliga

a supplicarla con ogni insistenza, perchè scriva su uno di quei disegni

qualche buona parola!... qualcosa ch’io possa mostrare a mio padre,

prima ch’egli....

SOLNESS. Non voglio che mi si parli più di quei disegni.

RAGNAR. Non li ha guardati lei?

SOLNESS. Sì, li ho guardati.

RAGNAR. E non valgono proprio nulla? Pure io non valgo più nulla?

SOLNESS. (_evitando di rispondere_) Ascoltatemi, Ragnar, restate presso

di me. Sposerete Kaja. Non avrete pensieri e sarete forse anche felice.

Rinunziate all’idea di voler lavorare per vostro conto.

RAGNAR. Va bene: vado a portare la sua risposta a mio padre. Gliel’ho

promesso... Debbo veramente dir questo a mio padre, prima ch’egli

muoia?...

SOLNESS. (_agitato_) Eh, ditegli... dite quel che volete. Fareste però

meglio di non dirgli niente. (_con scatto_) Non posso fare altrimenti,

Ragnar!

RAGNAR. In tal caso, posso prendere i disegni con me?

SOLNESS. Prendeteli pure! Son là, sulla tavola.

RAGNAR. (_dirigendosi alla tavola_) Grazie.

HILDA. (_posando la mano sulla cartella_) No, no, li lasci.

SOLNESS. Perchè?

HILDA. Voglio vederli.

SOLNESS. Ma se li ha visti di già. (_a Ragnar_) Bene, lasciateli.

RAGNAR. Volentieri.

SOLNESS. E ritornate subito da vostro padre.

RAGNAR. Poichè mi permette...

SOLNESS. (_con disperazione_) Non bisogna domandarmi l’impossibile. Mi

capite, Ragnar, non bisogna..

RAGNAR. Va bene — scusi; (_saluta e si ritira dalla porta di lato,

Hilda siede su una sedia, vicino allo specchio_).

HILDA. (_guardando Solness con aria malcontenta_) È molto male quello

che ha fatto.

SOLNESS. Ah, lo crede?

HILDA. È stato cattivo, molto cattivo, crudele e duro.

SOLNESS. Ah, lei non può vedere quel che si passa dentro di me!

HILDA. Fa l’istesso... oh, non doveva agire in quel modo!

SOLNESS. Ma se lei stessa diceva poco fa, ch’io solo avevo il diritto

di fabbricare.

HILDA. Io lo posso dire, lei no.

SOLNESS. Al contrario, io più di tutti. Pensi al prezzo che m’ha

costata la mia posizione.

HILDA. Lo so bene! le è costato la gioia della casa, come dice lei, ed

anche dippiù.

SOLNESS. Senza contare la pace dell’animo mio.

HILDA. (_alzandosi_) La pace dell’animo suo. (_d’un tono penetrante_)

Ha ragione, povero signor Solness; è vero. Lei immagina che...

SOLNESS. (_ridendo dolcemente_) Ritorni a sedere, dunque, Hilda. Le

racconterò qualcosa di ridicolo anche.

HILDA. (_siede meravigliata ed attenta_) Che dunque?

SOLNESS. Di primo acchito sembra infatti una cosa ridicola. Perchè non

si tratta che di un crepaccio nel tubo del camino.

HILDA. Nient’altro?

SOLNESS. Per incominciare, sì. (_avvicina una sedia a quella di Hilda e

siede_)

HILDA. (_con impazienza e suonando il tamburo colle dita sulle sue

ginocchia_) Ha detto un crepaccio nel tubo del camino?

SOLNESS. Me ne ero accorto da tanto tempo, molto prima dell’incendio.

Ogni volta che salivo sul granaio, andavo sempre ad osservare se non

fosse scomparso.

HILDA. E lo ritrovava sempre?

SOLNESS. Sì, perchè lo conoscevo solo io.

HILDA. Non aveva dunque prevenuto alcuno?

SOLNESS. No.

HILDA. E non ci pensò mai di far riparare il camino?

SOLNESS. Sì, ci avevo pensato, ma poi l’ho lasciata lì. Ogni volta che

volevo occuparmene, pare, ci fosse qual cosa, che me lo impedisse a

viva forza — per oggi no, dicevo, domani. E così non fu mai accomodato.

HILDA. Ma perchè quell’indolenza?

SOLNESS. Per una mia idea, (_lentamente, frenando la voce_) Per quel

crepaccio poteva entrare la fortuna.

HILDA. (_guarda davanti fissamente_) Oh, ciò doveva essere emozionante.

SOLNESS. Mi era impossibile... oh sì impossibile di agire altrimenti!

Lo trovavo sì semplice e naturale. Io avrei voluto che l’incendio fosse

avvenuto di inverno... un po’ prima di mezzogiorno. In quel momento io

sarei stato fuori di casa ed Alina a passeggiare in slitta. La servitù

in casa avrebbe riscaldato troppo le stanze.

HILDA. Sì, a causa della giornata molto fredda....

SOLNESS. Freddissima. La servitù avrebbe dunque preparato un buon

fuoco, pel ritorno di Alina...

HILDA. Che naturalmente è freddolosa.

SOLNESS. Appunto così. E così rientrando avremmo visto un fumo...

HILDA. Del fumo soltanto?

SOLNESS. Sulle prime. Ma appena alla porta del giardino tutta la casa

in fiamme. Ecco come avrei voluto che avvenisse.

HILDA. Mio Dio! perchè non è successo così?

SOLNESS. Sì, HILDA, perchè?

HILDA. Ma è ben sicuro lei che è stato il crepaccio del camino la causa

dell’incendio?

SOLNESS. Al contrario. Quello non ci ha niente a che vedere; ne sono

sicurissimo.

HILDA. Come?

SOLNESS. È assodato indubbiamente che il fuoco è scoppiato in una

guardaroba, posta all’estremità opposta della casa.

HILDA. Ma allora che mi va contando lei, col suo crepaccio nel camino.

SOLNESS. Mi permette d’arrivare sino in fondo, HILDA?

HILDA. Avanti, purchè dica delle cose ragionevoli.

SOLNESS. Mi proverò. (_avvicina di più la sua sedia a quella di Hilda_)

HILDA. Dunque, parli!

SOLNESS. (_confidenziale_) Non crede lei, come me, HILDA, che vi siano

uomini eletti, speciali, che hanno ricevuto la grazia, la potenza, la

facoltà di desiderare, ambire, volere una cosa, con tanta forza e così

spietatamente — che finiscono per ottenerla? Ci crede a questo?

HILDA. (_con un’espressione indefinibile negli occhi_) Se così è, si

vedrà un giorno... se io sono del numero degli eletti.

SOLNESS. Da soli non si possono creare grandi cose. Oh no! Ci vogliono

anche gli aiutanti ed i garzoni per arrivarci. Questi non vengono mai

da loro. Bisogna chiamarli con insistenza, internamente si intende.

HILDA. E che aiutanti, che garzoni sono questi?

SOLNESS. Ne parleremo più tardi. Per ora fermiamoci all’incendio.

HILDA. Crede che l’incendio sarebbe avvenuto in ogni modo, se non

l’avesse desiderato?

SOLNESS. Se la casa fosse appartenuta al vecchio Knut Brovik, non

si sarebbe mai e poi mai abbruciata tanto a proposito. Ne son certo,

perchè quello lì non sa chiamare aiutanti e tanto meno garzoni. (_si

alza agitato_) Vede dunque, HILDA, che è stato per mia colpa, che i

piccini perdettero la vita. E non è pure colpa mia, che Alina non è

divenuta quella che doveva e poteva divenire? E ciò che avrebbe voluto

essere?

HILDA. Ma perchè ci sono questi aiutanti, questi garzoni? chi li ha

chiamati?

SOLNESS. Chi li ha chiamati? Io! È alla mia volontà che si sottomisero.

(_con agitazione crescente_) Ed ecco quello che la buona gente chiama

aver «fortuna». Ma voglio dirle, che si sente, quando si ha questa

fortuna! È come si avesse una piaga viva in petto. E allora gli

aiutanti ed i garzoni van strappando pezzi di pelle di altra gente, per

coprire la mia piaga! Ma non ostante essa non guarisce mai, mai! Oh! se

sapesse lei come talvolta brucia, brucia!

HILDA. (_guardandolo attentamente_) Lei è malato, signor costruttore;

molto malato.

SOLNESS. Dica, pazzo. Perchè già è a questo che pensa.

HILDA. No, non mi pare che abbia lo spirito sconvolto.

SOLNESS. E che dunque?... Sentiamo!

HILDA. Chi sa; forse lei è nato con una coscienza debole.

SOLNESS. Debole coscienza? che nuova diavoleria è questa?

HILDA. Intendo dire che la sua coscienza è tanto sensibile, tanto

delicata, che non può sostenere assolutamente nessun urto. Essa è

incapace di sopportare il menomo peso.

SOLNESS. (_borbottando_) Hum. E come dovrebbe essere la coscienza,

secondo lei? Vorrebbe dirmelo?

HILDA. Per lei ci vorrebbe una coscienza... come dovrei chiamarla?...

SOLNESS. Ah, robusta? E la sua coscienza è robusta? Dica.

HILDA. Sì, lo credo bene. Finora non mi sono accorta del contrario.

SOLNESS. Probabilmente essa non ha dovuto subire grandi prove, penso.

HILDA. (_con una contrazione agli angoli della bocca e tremando un

po’_) Non è stata poi una cosa così indifferente l’aver abbandonato mio

padre, cui voglio molto bene.

SOLNESS. Gran cosa! per un mese o due....

HILDA. Non ritornerò probabilmente mai più presso di lui.

SOLNESS. Mai? Quale è stata dunque la causa della partenza?

HILDA. (_fra il serio e il canzonatorio_) O che; ha dimenticato di

nuovo che son passati dieci anni?

SOLNESS. Oh! sciocchezze! dica piuttosto che in casa sua tutto non

andava liscio, eh!

HILDA. (_molto seria_) È qui, nel mio interno, quel che mi ha cacciato.

Mi son sentita chiamare, spinta fin qui. Era così seducente, del resto!

SOLNESS. (_vivamente_) Ecco! Ecco! Hilda! In lei c’è una misteriosa

forza, precisamente come in me. Ed è questa forza misteriosa, che fa

agire le potenze di fuori. E bisogna cedere, si voglia o no.

HILDA. Mi par quasi che abbia ragione.

SOLNESS. (_passeggiando su e giù per la stanza_) Oh! C’è al mondo un

numero così infinito di demoni che non si vedono, Hilda!

SOLNESS. (_fermandosi_) Sì, demoni, buoni e cattivi, dai capelli biondi

e neri. Se si sapesse sempre da quali demoni si dipende! (_cammina in

su e in giù_) Ah! allora sarebbe facile aggiustare la cosa.

HILDA. (_seguendolo cogli occhi_) Oppure se si avesse una coscienza

forte e sana, se si avesse quel che si vuole!

SOLNESS. (_Fermandosi davanti alla tavola_) Io credo che la maggior

parte degli uomini, sotto questo rapporto, sono deboli come me.

HILDA. Può darsi!

SOLNESS. (_appoggiandosi alla tavola_) Nei libri delle leggende. Ha

letto libri di leggende?

HILDA. Oh sì! nel tempo che leggevo ancora dei libri.

SOLNESS. Nei libri delle leggende si parla dei _vikings_, che facevano

vela verso paesi lontani, saccheggiavano, incendiavano e uccidevano gli

uomini.

HILDA. E rapivano le donne...

SOLNESS. Che tenevano con loro prigioniere... sui loro battelli, e che

conducevano a casa, comportandosi da veri malandrini.

HILDA. (_guardando avanti a sè con uno sguardo mezzo velato_) Mi sembra

che questo doveva essere emozionante!

SOLNESS. (_Con un piccolo riso gutturale_) Di rapire le donne? Non è

vero?

HILDA. Esser rapita!

SOLNESS. (_Fissandola un momento_) Oh! così va bene!

HILDA. (_troncando_) Ma a che vuol venire con questi _vikings_.

SOLNESS. Quelli sì, che avevano una coscienza robusta! e quando

tornavano a casa avevano la forza di poter mangiare e bere. Ed erano

anche contenti come bimbi. E le donne poi! spesso non volevano più

lasciarli. Lo comprende, Hilda?

HILDA. Quelle donne? Oh come le capisco benissimo!

SOLNESS. Oh, avrebbe forse fatto lo stesso?

HILDA. E perchè no!

SOLNESS. Avrebbe consentito a vivere con un uomo così violento?

HILDA. Se avessi imparato ad amarlo, quest’uomo brutale...

SOLNESS. Potrebbe amare lei un tal uomo?

HILDA. Signor Iddio, non si può sempre sciegliere ciò che si vuole in

amore.

SOLNESS. (_Guardandola pensieroso_) Oh! no, ciò dipende dalla forza

misteriosa che è in noi.

HILDA. (_con un mezzo sorriso_) E di tutti questi demoni che lei

conosce tanto bene... siano essi biondi o bruni.

SOLNESS. (_dolce e penetrante_) E allora desidero che essi facciano una

buona scelta per lei.

HILDA. La loro scelta è fatta, definitivamente.

SOLNESS. (_guardandola profondamente_) Hilda, ella rassomiglia

precisamente ad un bell’uccello di bosco.

HILDA. Tutt’altro, non mi nascondo nei cespugli.

SOLNESS. Infatti. In lei c’è piuttosto qualche cosa dell’uccello di

rapina.

HILDA. Questo piuttosto. (_con gran violenza_) E perchè no? Perchè

non dovrei cercare anch’io la preda che mi piace? Se potessi solamente

afferrarla coi miei artigli ah, se potessi carpirla...!

SOLNESS. Hilda, sa che cosa è lei?

HILDA. Sì, una specie di uccello strano.

SOLNESS. No, un giorno nascente e quando la guardo mi pare di vedere il

levare del sole.

HILDA. Dica, signor costruttore, è ben certo di non avermi mai

chiamata... così, in pensiero?

SOLNESS. (_piano a mezza voce_) Credo quasi d’averlo fatto.

HILDA. Che cosa vorrebbe da me?

SOLNESS. Lei è la gioventù, Hilda.

HILDA. (_sorridendo_) La gioventù di cui ha tanta paura?

SOLNESS. (_accenna leggermente dì sì col capo_) E alla quale in fondo,

io aspiro. (_Hilda si alza, s’accosta al tavolino e prende la cartella

di Ragnar Brovik_)

HILDA. (_Stendendo verso di lui la cartella_) Erano dunque questi i

disegni....

SOLNESS. (_bruscamente_) Lasci lì quella roba; ne ho abbastanza.

HILDA. Sì, ma deve scriverci su qualche cosa.

SOLNESS. Scriverci sopra? Mai!

HILDA. Ma se quel povero vecchio sta per morire! Perchè non fare un

piacere a lui ed a suo figlio, prima che si separino? E poi, forse

questi disegni potrebbero giovargli a costruire una casa. Chi sa!

SOLNESS. Lo credo bene. Egli si servirebbe di questi piani. È

un’occasione che si è riservata... quel signore!

HILDA. Ma, Dio mio, se è così, non potrebbe lei dire una piccola

menzogna?

SOLNESS. (_con veemenza_) Mentire io?

HILDA. (_ritirando la cartella_) Via, via, non mi vorrà mordere per

questo. E parla di potenze misteriose? Mi pare che lei stesso operi

come se fosse una di queste potenze. (_Guardandosi intorno_) Dov’è la

penna e l’inchiostro?

SOLNESS. Qui non ce n’è.

HILDA. (_dirigendosi verso la porta_) Ma di là dalla signorina ne

troverò.

SOLNESS. Resti, Hilda! Lei dice, che dovrei mentire. Oh sì! potrei

farlo pel vecchio che io ho schiacciato, demolito....

HILDA. Come gli altri?

SOLNESS. Mi occorreva spazio... Ma quel Ragnar non deve a nessun costo

salire in alto.

HILDA. Povero giovane, non ci arriverà di certo, se non è buono a

nulla...

SOLNESS. (_si avvicina, la guarda e bisbiglia_) Se Ragnar Brovik

arrivasse, mi getterebbe a terra. Egli mi demolirebbe precisamente,

come feci io con suo padre.

HILDA. Demolir lei? Ne è capace dunque?

SOLNESS. Oh! sì, stia pur sicura! Egli è la gioventù, pronta a battere

alla mia porta per finirla col grande costruttore Solness.

HILDA. (_guardandolo con muto rimprovero_) E pertanto lei vorrebbe

impedirgli il cammino. Vergogna, signor Solness!

SOLNESS. Io ho pagato la vittoria col mio sangue! E poi temo di perdere

i miei aiutanti ed i miei garzoni.

HILDA. Ebbene lavorerà solo. Non c’è altro mezzo.

SOLNESS. Sarebbe vano Hilda. Il cambiamento di fortuna verrà un momento

o l’altro, prima o dopo non conta. L’espiazione è inevitabile, creda!

HILDA. (_in grande angoscia, turandosi gli orecchi_) Non parli così!

Ma vuol dunque uccidermi.... togliermi quello che mi è caro più della

vita?

SOLNESS. Cioè?

HILDA. Vederla grande, con una corona in mano, molto in alto, sopra

una torre di chiesa (_calmandosi_) Ed adesso presto una matita! Avrà,

spero, un lapis?...

SOLNESS. (_tirando fuori un portafogli_) Eccone uno.

HILDA. (_posando il portafogli sul tavolo davanti al sofà_) Bene. Segga

(_Solness si siede davanti la tavola_)

HILDA. (_dietro di lui chinandosi sulla spalliera della sedia_) Ed ora

scriva qualche cosa proprio di gentile e d’affettuoso. Poichè questo

antipatico Roar... non è così che si chiama?

SOLNESS. (_Scrive alcune righe, volge la testa e guarda Hilda_) Dica un

po’, Hilda...

HILDA. Che?

SOLNESS. Durante i dieci anni di attesa...

HILDA. Ebbene?

SOLNESS. Perchè non mi ha scritto? avrei risposto.

HILDA. (_rapidamente_) No! no! no! È appunto questo che non volevo.

SOLNESS. Perchè?

HILDA. Questo m’avrebbe potuto mandare tutto in aria... Ma adesso si

tratta di scrivere una parola sopra i disegni.

SOLNESS. Sì, sì...

HILDA. (_Si piega in avanti e lo guarda mentre scrive_) Gentile e di

tutto cuore. Oh! come lo odio questo Roald.

SOLNESS. (_Scrivendo_) Non ha mai amato, lei?

HILDA. (_con durezza_) Che dice?

SOLNESS. Le domando se non ha mai amato qualcuno.

HILDA. Qualche altro, vorrà dire.

SOLNESS. (_guardandola_) Sì, qualche altro. Giammai?

HILDA. Ah, sì! alle volte, quando era furiosa contro di lei, che lei

non veniva.

SOLNESS. E così ha amato altri?

HILDA. Un pochino. Per una quindicina di giorni. Mio Dio, sa bene, come

vanno queste cose.

SOLNESS. Hilda — perchè è venuta?

HILDA. Non perdiamo tempo in chiacchiere. Quel povero vecchio forse

muore nel frattempo.

SOLNESS. Risponda, Hilda, che vuole da me?

HILDA. Voglio il mio regno.

SOLNESS. Hum! (_guarda alla fuggita verso la porta a sinistra e

continua a scrivere sopra i disegni. Nello stesso tempo entra la

signora Solness, porta con sè alcuni involti_).

SCENA VI.

LA SIGNORA SOLNESS E DETTI.

SIG. SOLNESS. Ho portato alcune cosette per lei, signorina Wangel.

Gl’involti più grossi li manderanno più tardi.

HILDA. Oh! come è gentile, signora Solness.

SIG. SOLNESS. Ho fatto semplicemente il mio dovere, nient’altro.

SOLNESS. (_rileggendo ciò che ha scritto_) Alina!

SIG. SOLNESS. Che vuoi?

SOLNESS. Hai visto se lei... la contabile è di là?

SIG. SOLNESS. Sì, c’è. Naturalmente.

SOLNESS. (_mettendo i disegni nella cartella_) Hem!..

SIG. SOLNESS. Stava allo scrittoio come sempre..... quando io traverso

la stanza.

SOLNESS. (_alzandosi_) In questo caso vado a darle questo e...

HILDA. (_togliendogli la cartella_) Oh! no, lasci a me questo piacere!

(_va alla porta, ma poi si volta, prima d’aprirla_) Come si chiama

essa?

SOLNESS. Signorina Fosli.

HILDA. Puah! Ciò sente troppo di freddo. Il nome intendo.

SOLNESS. Kaja, mi pare..

HILDA. (_aprendo la porta e chiamando_) Kaja! venga qui, presto, il

signor Solness vuol parlare con lei. (_Kaja Fosli compare sulla porta_)

SCENA VII.

KAJA E DETTI.

KAJA. (_guardandolo timidamente_) Eccomi...

HILDA. (_porgendole la cartella_) Kaja, prenda questo qui, il signor

costruttore vi ha scritto sopra quel che abbisognava.

KAJA. Oh! Finalmente!

SOLNESS. Lo dia al vecchio al più presto possibile.

KAJA. Vado subito a casa.

SOLNESS. Sì, sì. Adesso Ragnar potrà costruire.

KAJA. Oh! Permette ch’egli venga a ringraziarla per tutto ciò...?

SOLNESS. (_duramente_) Non voglio ringraziamenti. Glielo dica da parte

mia.

KAJA. Sì, io...

SOLNESS. E gli dica nello stesso tempo che da ora in poi non ho più

bisogno di lui, e nemmeno di lei.

KAJA. (_piano e tremando_) Neanche di me!...

SOLNESS. Ella adesso dovrà occuparsi di altre cose, tutto pel meglio

del resto. Dunque, vada a casa coi disegni, signorina Fosli. Presto, ha

inteso?

KAJA. (_come sopra_) Sì, signore (_via_)

SCENA VIII.

DETTI MENO KAJA.

SIG. SOLNESS. Dio, che aria da sorniona ha quella ragazza!

SOLNESS. Essa! Povera bestiolina!

SIG. SOLNESS. È vero quel che vedo, Halvard? E così li licenzi davvero?

SOLNESS. Sì.

SIG. SOLNESS. Anche lei?

SOLNESS. Non volevi tu forse così?

SIG. SOLNESS. Ma come farai senza di lei? Ne avrai sicuramente qualche

altra sotto mano, Halvard.

HILDA. (_allegramente_) Se si tratta di me, non sono buona di stare

allo scrittoio.

SOLNESS. Via, via, Alina... si aggiusterà tutto... Adesso bisogna

affrettare lo sgombero. Stasera appenderemo la corona sulla nuova

casa... (_volgendosi a Hilda_) Sull’alto della torre. Che ne dice

signorina Hilda?

HILDA. (_fissandolo con sguardo raggiante_) Come sarà bello riveder lei

a tanta altezza!

SOLNESS. Me!

SIG. SOLNESS. Dio mio... signorina Wangel, qual pensiero è il suo! mio

marito!... che soffre tanto di vertigine!

HILDA. Vertigine! No, è impossibile.

SIG. SOLNESS. Ma sì, sì.

HILDA. Ma se io stessa l’ho visto su, su in cima ad una torre altissima!

SIG. SOLNESS. Sì, me l’hanno detto. Ma è impossibile.

SOLNESS. (_violentemente_) Impossibile, impossibile. Ma ciò non ha

impedito ch’io salissi!

SIG. SOLNESS. Ma come puoi dire una cosa simile, Halvard? Tu che non

osi nemmeno di andar sul balcone d’un secondo piano. Sei sempre stato

così.

SOLNESS. Forse questa sera potrai avere una sorpresa.

SIG. SOLNESS. (_con apprensione_) No! no! no! Dio me ne guardi.

Scriverò subito al Dottore, egli saprà distoglierti da quest’idea.

SOLNESS. Ma Alina!

SIG. SOLNESS. Sì, perchè tu sei malato, Halvard. Non può essere

diversamente. Oh Dio!... oh Dio!... (_esce presto dalla destra_)

SCENA IX.

SOLNESS E HILDA.

HILDA. (_guardandolo attentamente_) È vero o no?

SOLNESS. Che soffro di vertigine?

HILDA. Che il mio costruttore non osi... che non sia capace di salire

tanto alto quanto costruisce?

SOLNESS. È così che vede le cose?

HILDA. Sì.

SOLNESS. Si direbbe quasi che non le sfugga nulla, neppure la parte più

segreta del mio interno.

HILDA. (_guardando verso la finestra del balconcino_) Lassù, lassù in

alto...

SOLNESS. (_avvicinandosi_) Là, in una stanzetta, nella parte più

alta della torre, potrebbe abitare lei, Hilda. Ci starebbe come una

principessa.

HILDA. (_in modo indefinibile tra il serio e lo scherzoso_) Sì! è ben

questo che lei mi avea promesso.

SOLNESS. Davvero, promesso?

HILDA. Ne dubita? M’ha detto che io sarei diventata principessa, che

m’avrebbe donato un regno. Ed ora... Oh!

SOLNESS. (_guardandola attentamente_) È ben certa che non sia un

sogno... un’allucinazione...?

HILDA. (_provocante_) Che! Non è forse accaduto?

SOLNESS. Non lo so davvero. (_più piano_) Ma ciò che so in questo

momento è che...

HILDA. Che? dica presto!

SOLNESS. Che avrei dovuto farlo.

HILDA. (_con audacia scattando_) No, no, lei non soffre di vertigine!

SOLNESS. Stasera dunque appenderemo la corona... principessa Hilda.

HILDA. (_con fiduciosa audacia_) Sulla nuova dimora.

SOLNESS. Sopra il nuovo edificio, che non sarà mai una dimora. (_esce

per la porta del giardino_)

HILDA. (_guarda innanzi a sè con occhio velato e mormora qualcosa

piano. Si sentono solo le parole_).... terribilmente emozionante!

FINE DELL’ATTO SECONDO.

ATTO TERZO.

SCENA I.

_Una grande veranda attigua alla casa di Solness. A sinistra è

visibile una parte della casa ed una porta che dà sulla veranda.

Una balaustrata a destra. In fondo, sulla parte stretta della

veranda, una scala, che conduce al giardino sottostante. Grandi e

vecchi alberi stendono i loro rami verso la casa sopra la veranda.

A destra tra gli alberi si scorge una parte della nuova villa, con

armature intorno alla torre. Nello sfondo, un vecchio steccato

circonda il giardino. Al di fuori dello steccato, una strada

con basse e malandate casupole. Orizzonte della sera con nuvole,

illuminate dal sole morente. Sulla veranda una panca rustica lungo

il muro della casa. Davanti la panca una tavola lunga; dall’altra

parte della tavola una poltrona ed alcuni sgabelli di vimini. La

Sig. Solness, in un gran scialle di crespo bianco sta riposando

sulla poltrona, guardando fisso a destra. Dopo un momento entra_

HILDA WANGEL, _salendo la scala del giardino. È vestita come

nell’atto precedente ed ha il cappello in testa. Porta sul petto un

mazzettino di fiori di campo._

SIGNORA SOLNESS E HILDA.

SIG. SOLNESS. (_volgendo un po’ la testa_) È stata in giardino,

Signorina Wangel?

HILDA. Sì. L’ho percorso da capo a fondo.

SIG. SOLNESS. Ed ha anche trovato dei fiori, a quel che vedo.

HILDA. Certo; ve ne sono tanti e poi tanti fra i cespugli.

SIG. SOLNESS. Davvero? ancora adesso? Io non ci vado quasi mai in

giardino.

HILDA. (_avvicinandosi_) Come? Al suo posto, correrei tutto il giorno.

SIG. SOLNESS. (_con un mesto sorriso_) Non corro più, da lungo tempo.

Il costruttore Solness · 第 3 / 5 段