Una visita.
Flora da quel giorno famoso in cui Ezio l'ebbe tre volte baciata sui
capelli, cominciò a discorrere con la mamma e colla Regina del suo
dovere di regalare un nuovo manto alla Madonna del Soccorso per
ringraziare la Benedetta d'averla salvata dal fulmine.
La saetta era caduta poco fuori del giardino e aveva scavezzato un
antico olivo vecchio forse di duecento anni: ma questo era nulla al
paragone di quei tre fulmini che erano discesi nel suo cuore.
Ezio l'amava, Ezio l'amava, Ezio l'amava!
La Madonna meritava non un manto solamente, ma una corona d'oro
tempestata di diamanti. Qualche cosa bisognava ch'ella facesse dal
momento che il restar rinchiusa in casa era diventato per lei quasi un
supplizio.
Quel troppo di assoluto e quasi di asciutto, che era nell'espressione
del suo volto fatto di linee sottili e lunghe, dalle labbra tumidette,
dagli occhi pungenti, si spianò, si allargò, per così dire, in una
grazia di pensieri soddisfatti e fioriti, di benevolenza tenera, di
bontà amorosa, piena d'indulgenza e di carezze. E non il volto
soltanto, ma tutta la persona, si abbellì d'una mollezza più
femminile, che faceva comparir meglio i vestiti e toglieva al suo
portamento quel non so che di rigido e di soldatesco, che ricordava
troppo la figlia del colonnello.
Ora che tra lor due s'era fatta una luce solare temeva ch'egli avesse
a veder meglio le macchie della sua povertà morale. Non si sentiva più
così forte come prima. Una gran scossa interna aveva spezzato il
macigno della sua vita arida, senza verde e senza fiori e dal fondo
scaturivano in lei ruscelli da tutte le parti.
Anche le cose di fuori avevano tutt'altri colori. Il lago pareva
diventato più azzurro, più d'accordo con lei, le montagne più
trasparenti: le campane dicevano cose nuove e commoventi: i gridi dei
bambini sulla piazzuola, così noiosi prima, facevano eco adesso ai
cento fanciulli allegri che giocavano in lei. Perfino il trombone del
sarto, quel terribile trombone che urtava continuamente colle sue note
lacerate le case del piccolo golfo, era diventato anch'esso più
sopportabile dacchè vi sentiva il soffio d'un uomo felice. Solamente i
conigli del povero Cresti non ebbero grazia.
Per vedere la Regina usciva spesso a piedi o in barca e andava a
cercarla alla Villa Carlotta. Una volta trovò il vecchio Bortolo che
stava rattoppando una rete all'ombra dei grandi platani.
--È in casa Regina?--disse Flora al giardiniere.
--Credo che sia al ponticello.
--E quando si faranno queste nozze?
--Sento parlar della Madonna di settembre: ma i padroni son loro.
Amedeo vorrebbe prima lasciar passare le Regate e cercar di vincere
qualche premio. Quest'anno quei di Tremezzo voglion vincere.
--È un bravo figliuolo, siete fortunati.
--È un ragazzo a cui non pesa il remo.
--E per la casa avete potuto combinare?
--La mamma di Amedeo andrà a stare con sua sorella a Mezzegra e cederà
la sua casetta al torrente. Così Regina potrà avere la scuola
dell'Asilo in casa.
--È stato ben pensato. E voi Bortolo?
--Ci faremo compagnia io e la mia vecchia--disse Bortolo rassegnato--e
poi non vorranno tardar molto quegli altri.
--Certo: e saranno il balocco del nonno.
--La natura è un giro--finì col conchiudere il giardiniere che amava
entrare nello spirito delle cose.
--E lei, contessina, non pensa a trovare il suo Amedeo anche lei?
--Oh, oh...--protestò con enfasi la signorina del Castelletto--Chi
volete che si occupi de' fatti miei?
--Io no, poverina--rispose Bortolo buffonchiando--la mia rete non
piglia più pesci. Ma ho visto pescar delle anguille anche più furbe.
Flora rise alto, sentendosi paragonare a un'anguilla; e passando per
la cucina della fattoria, entrò nel giardino della villa, chiamando
Regina. Non sentendo rispondere, si avviò per il viale che s'inoltra
in un fitto boschetto di abeti, sicura di trovarla al ponticello.
* * * * *
La Villa Carlotta, famosa in tutto il mondo per quel che ne dicono le
Storie del lago e le Guide dei viaggiatori, ha intorno a sè un
giardino vasto e profondo, in cui non sai dire fin dove l'arte
corregga la natura e fin dove questa colla sua potenza rigogliosa
nasconda i limiti dell'arte. Seguendo le sinuosità un po' erte della
montagna, su cui si appoggia, il giardino è tutto una selva di piante
di raro valore, antiche e folte, che nella dolcezza lusinghiera del
clima, nel lento e non trascurato lavorìo degli anni continuano a
mescolare i loro amplessi e i loro verdi diversi, in cui domina il
bruno fisso e cupo delle conifere colossali. La mano dell'uomo non le
disturba, se non in quanto vuole raddoppiarne le ombre, rimuovere gli
ostacoli morti, aprire nelle macchie che sarebbero inaccessibili,
qualche ombroso recesso asilo alle ninfe che ci passano, aumentarne
gl'incanti con improvvise aperture sopra lo specchio luminoso del
lago, con qualche grotta di tufo piangente, con scalinate rozze e
muscose che menano a chioschi isolati e taciturni, in cui dorme anche
il silenzio nella frescura della solitudine.
La Villa, che fu già dei Sommariva, è oggi nelle mani d'un principe
tedesco che fa pagare il piacere di visitarne le gallerie, in cui
trionfano _Amore e Psiche_ del divino Canova. Le mancie che
fruttano i tesori dell'arte nostra sul lembo azzurro del nostro lago,
servono a ingentilire i servi del principe tedesco, che nelle lunghe
assenze del padrone, inselvaticherebbero in una oziosa sonnolenza.
Così l'Italia continua l'opera sua di liberale educatrice dei popoli,
dietro la tenue tassa d'una lira per la villa e d'una lira per il
giardino.
Flora, per l'amicizia sua colla figlia del giardiniere poteva passare
senza pagar nulla alla Germania e considerare il giardino come suo. Vi
andava spesso, specialmente nei giorni più caldi del luglio e
dell'agosto quando l'estate arroventa le roccie e fa dormire anche le
acque del lago.
Regina, natura semplice e modesta, amava la compagnia della contessina
del Castelletto, da cui aveva sempre a imparare qualche cosa di bello.
E Flora da parte sua, nella sua superiorità morale sempre un po'
incomoda da portare, amava di riposarsi nella bontà alquanto ignorante
d'una ragazza del popolo, priva di concetti e quasi senza idee, per la
quale era nuova e fresca ogni impressione che non uscisse dal paiolo,
dalla calza e dal libro da messa.
Flora, che aveva letto, i suoi trecento volumi tra inglesi e tedeschi
e che da un mese si storpiava lo spirito coi drammi dell'Ibsen, si
rifaceva una non ingrata ingenuità e una specie di curiosità nuova e
primitiva nelle senzazioni infantili della figlia del giardiniere, su
cui tentava spesso delle piccole esperienze morali a sua propria
istruzione come un medico curioso farebbe sulla vita d'un coniglio.
Nelle ore in cui rimanevano sole nel giardino le insegnava qualche
ricamo sui modelli della _Mode illustrée_, le faceva ripetere le
canzonette che poi Regina insegnava ai bambini dell'asilo, schizzava
nella sabbia dei disegni geografici per darle un'idea di quel mondo
che la ragazza non avrebbe mai conosciuto: e in compenso si faceva
insegnare da lei oggi il modo di cucire un paio di sandali di corda,
domani quello di intrecciare un punto a rete o di cuocere una torta di
castagne. Eran poi compagne indivisibili in tutte le spedizioni di
montagna che non aveva più segreti per loro e di cui conoscevano tutti
i fiori e tutte le erbe lunghe e corte, che hanno un nome in botanica.
Flora, non trovando Regina al ponticello, sedette sulla solita
panchina ad aspettarla. Ivi il monte scende quasi a perpendicolo con
una spaccatura, in cui scorre e salta dopo le piogge un piccolo
torrente tra fitte boscaglie di rovi e di felci; e sulla spaccatura è
buttato un ponticello di legno rustico. Era il luogo dove le due
ragazze portavano i loro lavori, i libri, la merenda. Vi rimanevano le
mezze giornate a parlar dei piccoli casi del paese, tacevano spesso
insieme volentieri, cantavano sottovoce le canzonette delle filande,
mescolavano le loro intime confidenze fin dove lo spirito umile
dell'una poteva salire alle altezze alquanto vertiginose in cui si
sbizzarriva spesso lo spirito dell'altra.
Regina era una pia e sottomessa figlia di Maria. La sua religione era
quella del signor curato. Aveva imparato a credere dalla sua mamma,
come questa alla sua volta aveva imparato dalla nonna. Di questa
scienza fatta coscienza, non che dubitare, Regina non credeva nemmen
possibile che si potesse aver un dubbio, come non si dubita del sole
che porta il giorno.
Invece la contessina metteva forse nella sua fede troppi capelli
rossi. Ribelle alle convenzioni di quaggiù, dal suo spirito indomito
era spesso trascinata a rompere anche qualche convenzione di lassù.
Quel benedetto eterno paradiso, per esempio, con tutte le sue sedie
d'oro in fila gli faceva l'effetto d'un sito noioso.--Se ci
vado--diceva per bizzarria di spirito--la prima cosa è di cambiar
posto a quegli sgabelli che non si muovon più dalla creazione del
mondo...
Ma a giorni di eresie succedevano facilmente moti di grande fervore,
in cui la signorina del Castelletto sentiva l'anima allargarsi fino a
toccare gli orli del cielo. La felicità l'avvicinava facilmente a Dio.
Nella gioia profonda del suo cuore sentiva che era poca una vita, e
volentieri abbandonavasi verso una santa dolcezza in cui non le
sarebbe dispiaciuto di morire.
Ezio l'amava. A questo pensiero provava una gioia che le faceva quasi
paura, Bea conosceva la dolcezza infinita dell'amare, ma questa
soavità dell'essere amata le arrivava nuova, immensa e in gran parte
ancora incomprensibile. Per quanto nobile o sublime sia l'idea che una
ragazza o una donna si formi dell'amore, l'idea è un fuoco dipinto in
paragone della fiamma vera o viva che penetra in tutto l'essere e
morde le fibre più sottili dell'anima.
Oggi per Flora non c'era più dubbio che Ezio l'amasse. Egli stesso
aveva voluto dirglielo non richiesto col più eloquente linguaggio che
sia concesso alle labbra dell'uomo. Quei tre baci avevano rivelato un
Ezio buono, un Ezio tenero, un Ezio rispettoso, come non era mai
stato, nemmeno quando giocavano insieme nelle ombre del giardino o
guardavano insieme i torrenti della montagna o vogavano insieme nella
stessa barchetta.
Che cosa grande (pensava) che cosa divina la bontà di un uomo che ti
ama! la donna non saprebbe mai che cosa è l'immensità e l'infinito se
un uomo non la trasportasse colla sua forza al di là di questa povera
riva. Era ancora sulle braccia di Ezio che essa faceva il passaggio
del mistico oceano. Essa era felice. Dopo una lunga esistenza piena di
piccole angoscie e di piccinerie vane dipinte sul nulla, sentivasi
finalmente rapita da un fiotto di calda giovinezza in cui
rigermogliavano tutti i fiori appassiti e si schiudevano le più
segrete essenze della vita.
Come al calore del sole di aprile si squagliano le nevi e scendono a
precipizio i bei ruscelli chiari, mentre il sole si purifica dalle
nebbie, mentre le rondini fabbricano i nidi sotto le gronde e va per
tutta la natura una contentezza intima che fa fremere le foglie degli
alberi e delle siepi, così pareva anche a lei d'essere tutta una
primavera,
Avrebbe voluto parlar alto e cantare ai tronchi la sua felicità. Fin
la sua stessa ombra le era diventata cara, perchè era l'ombra d'una
creatura felice.
Sollevando gli occhi alle cime degli alberi tra le punte verdi
oscillanti sotto l'azzurro del cielo, stava a lungo colla testa
appoggiata alle mani, colla bocca schiusa ad aspirare la contentezza
che le faceva parere così bello il cielo e così buono il Signore che
vi abita.
A questa contentezza di tutti i sensi si accompagnava un senso
d'orgoglio d'aver saputo attendere con pazienza l'ora sacra e
predestinata del suo trionfo. Da un pezzo essa considerava il suo Ezio
come uno di quei traviati peccatori, colpevoli di spensieratezza che è
un onore e insieme una delizia per una donna di condurre al bene. In
questa lunga speranza aveva vegliato molte notti, e pregato a molti
altari, coltivando il suo amore nel giardino chiuso della
immaginazione respingendo ogni altro idolo, piangendo sopra di lui
come sopra un figliuolo del suo pensiero.
Ecco, Dio aveva voluto che essa raccogliesse il premio della sua
fede.--Tu sai, buon Dio, che io sarei rimasta contenta d'essere la sua
umile ancella; ma tu hai voluto ch'io fossi qualche cosa di più.
Grazie! che tu sia lodato per sempre! Tu hai fatto sonare nell'anima
mia molte corde che sarebbero state mute per sempre: tu mi dai una più
viva forza spirituale, una più piena coscienza di me? quest'amore mi
viene da te, o Signore, parche non può venire che dal cielo quel che
fa felice una creatura.--
Aveva ragione la sua mamma di dire che c'era molto della nonna Celina
in questa sua figliuola rivoluzionaria: e che bisognava darle marito.
Tanta era la contentezza e la persuasione che Flora aveva della sua
felicità che non diede nemmeno molta importanza al fatto che Ezio, dal
giorno fatale della saetta, non si era più lasciato vedere al
Castelletto, nemmeno sotto le spoglie di Pomponio Labeone. La
dissertazione era rimasta al capitolo del «_Manutengolismo_» ma
Pomponio Labeone non pareva già più quell'uomo diligente che aveva
promesso di essere.
Che importava a Flora se da sei o sette giorni non dava più segno di
essere vivo? Ezio, il suo Ezio essa l'aveva vivo e grande nel suo
piccolo cuore, lo portava con sè, nè c'era bisogno ch'egli si facesse
vedere. Oppure spiegava quest'assenza troppo lunga nel modo più
semplice e naturale. Ezio aspettava d'essere incoraggiato. Toccava a
lei forse di farsi vedere non offesa a Villa Serena e dare un segno di
grazia a quel brutto impertinentello. E l'avrebbe fatto: certo, essa
doveva andarci appena il suo cuore si fosse sentito pronto ad
affrontare per la seconda volta la prova della mitraglia.
E l'occasione venne a tempo nell'invito a colazione che il Cresti
portò al Castelletto in nome della zia Vincenzina e di Ezio per
festeggiare il ritorno dello zio d'America.
* * * * *
--Ecco il gran giorno!--andava ripetendo Flora in cuor suo--Bisogna
che io ci vada con tutte le armi.--Volle per quella mattina essere
bella, ben vestita, raggiante di quel poco di buono che Dio le aveva
dato. Mai aveva sciolto tanto amido azzurro nella catinella come
questa volta per dare consistenza e splendore alla sua gonnella di
mussolina. Al collo volle mettere le due fila di corallo rosso che
facevano brillare il candore di cigno della sua carnagione; nei
capelli bastava che ci fosse un nastro che li stringesse forte nel
mezzo e li lasciasse cascare liberi alla greca.
Mentre stava nella sua stanza a dar gli ultimi punti a un paio di
stivaletti scuciti, sentì nel salotto da basso risonare una voce
sconosciuta, una voce di donna che parlava il falsetto, ma forse più
che parlare gorgheggiava con una intonazione di testa, framettendo
risate acute ed esclamazioni entusiastiche piene di _oh_, di
_ah_, di _stupendi_, di _splendidi_.
--Chi è e da dove viene questa Cocorita?--domandò facendosi sul
pianerottolo con quelle due scarpette in mano. E stette un poco a
sentire.
La voce continuava a raccontare alla mamma storie non mai sentite di
viaggi, di corse, di matrimoni, di carnevali in Riviera, di gente
incontrata a Parigi, a Nizza al Cairo, a Madera e in cento altri siti
meravigliosi, in cui madama Cocorita era passata ne' suoi inverni, in
compagnia del barone suo marito (madama Cocorita era una baronessa).
Ora eran venuti a passar qualche mese a Cadenabbia, sull'albergo,
nella speranza di poter acquistare una villa in Tremezzina, di cui il
barone suo marito, sovente malaticcio, era innamorato. Parlava quasi
sempre lei, madama la baronessa Cocorita, con un tono di festosa
declamazione, di piena soddisfazione di sè stessa, gorgheggiando,
stridendo sugli acuti come un violino: e solo di tanto in tanto
un'altra voce più bassa e querula andava intercalando una frase a mo'
d'accompagnamento:--_Mio genero el baron l'ha fato--mio genero el
baron l'ha dito_.
Dopo un quarto d'ora di quel concerto, stando in vedetta sul
pianerottolo e spiando dalle gretole delle gelosie, vide uscire una
signora--pallida e molto bella, che aveva in testa un gran cappello
alla Luigi XV, ornato di larghe piume di struzzo, una figura spagnuola
che pareva tolta da un quadro del Velasquez: e accanto a lei vide
girondolare un vecchietto piccolo e secco come un baccalà,
tutt'ufficioso e complimentoso, vestito di un'elegante stifelius di
società che non pareva folto sul suo dosso, da cui uscivano due
solinoni acuti e taglienti come trincetti, stretti in una cravattona
verde più dell'insalata.
Mentre la mamma accompagnava questi non mai veduti visitatori verso il
cancelletto, Flora sentì che la baronessa nominava la bella Vincenzina
e quel caro tesoro di Ezio...
--Che c'entra costei con Ezio? chi è, da dove viene questa baronessa
dalle piume di struzzo?--e appena vide la mamma ritornare, scese le
scale e le andò incontro:--Vuoi dirmi chi è questa Cocorita colle
penne di struzzo?
--È un'antica compagna di scuola della zia Vincenzina e venne a
cercarla qui, credendo che fosse al Castelletto,
--E quel vecchietto che pare un ombrello in una fodera troppo grande?
--È suo padre, il sor Paoletto: un antico sonatore di clarinetto del
teatro Regio.
--E come si chiamano?
--Lei da giovine si chiamava semplicemente Ersilia Baracchi e fu
sempre una povera ragazza come noi: ma trovò qualche fortuna sul
teatro.
--Ah ora capisco..! È un'ex cantante.
--Sposò un ricco banchiere. Oggi è la baronessa Ersilia Hospenthal,
ricca a milioni. Fortuna e dormi, dice il proverbio. È una cara
leggierona che non manca di buon cuore.
--E come ha potuto conoscere Ezio?
--Credo che si sian trovati quest'inverno a Nizza in occasione delle
regate. Il barone è un gran dilettante di nautica.
--E intende di rimanere qui ad appestare l'aria co' suoi profumi
giapponesi?--chiese con un tono rivoltoso la giovine aprendo le
finestre del salotto.
--Peccato che tu non abbia potuto vedere i suoi splendidi brillanti.
--Non me ne importa nulla. Spero che non ci seccherà troppo spesso
colle sue visite,
--Eh... che cosa ti ha fatto?
--Nulla; ma noi non abbiamo poltrone degne dei suoi milioni.