L'ULTIMO.

Gli avvenimenti che rimangono sono in gran parte preveduti da chi ha

seguito fin qui la narrazione: formano come un programma che attende

la esecuzione dal tempo, dal tempo che non dimentica, dal tempo che non

falla.

E viene un giorno — un melanconico giorno — in cui il professore Rigoli

deve lasciare i compagni e volgere le spalle al manicomio.

Gli hanno domandato con mille giri di parole se ricorda il suo passato,

ed ha risposto ridendo di sì; gli hanno domandato se amerebbe riveder

la sua casa e ripigliar le sue abitudini di padre di famiglia ed

assidersi a mensa ed andare a letto all'ora che gli accomodasse, ed ha

risposto di sì; e finalmente gli hanno pronunciato il pauroso nome...

_Serena!_ — e collo sguardo intento gli hanno chiesto se serbi rancore

alla disgraziata donna e se le perdonerebbe, ed alle due domande egli

ha risposto col più amabile sorriso di sì. E non l'ha detto, perchè

ripugna alla sua benigna natura, ma tutto quell'interrogatorio lo ha

fastidito, gli è parso inutile ed uggioso; e non ha pensato fuor che

alla gioia di mutar domicilio, di esser libero, di vedere il sole da

una finestra senza le inferriate, e di aver dei lumi alla notte.

Ed è felice, e dice addio ai vecchi amici colla spensierata giocondità

d'un giovinetto che lasci il collegio.

È tutt'uno; quella scena è triste; alcuni dei poveretti, ai quali il

professore stringe la mano coi modi d'un conquistatore, lo guardano

sbigottiti senza comprendere, e vi è chi lo segue alcuni passi,

scongiurandolo di condurlo seco, ed un altro che se ne sta in un canto

a guardare colla faccia scura — babbo Jacopo.

Perfino il dottor Parenti, il quale dà braccio al professore, non

riesce a parer disinvolto quanto vorrebbe, ed Olimpia dalla finestrella

guarda senza sorridere.

Una cancellata gira sui cardini, un'altra, ed un'altra, l'ultima... si

è all'aperto, si sale in carrozza... si parte.

Al rumore delle ruote sul lastrico, il professore batte amichevolmente

sulle ginocchia dell'amico dottore, e gli dice:

— Temevo che voleste farmi uno scherzo... e dove andiamo?

— In casa vostra... vostra moglie vi aspetta.

— È un pezzo che aspetta! osserva il professore.

— Sicuro.

— Ho una casa io?

Nessun pensiero del passato, nessuna inquietudine dell'avvenire.

Si arriva; il signor Fulgenzio apre lo sportello; una donna è con lui,

pallida, cogli occhi smarriti, ma senza lagrime.

— Mia moglie... dice il professore ed ha quasi l'aria di fare una

domanda.

— Vostra moglie.

Il professore si fa innanzi due passi, e saluta con un garbo tutto suo.

— Come sta, signora? Bene? Ne ho tanto piacere... anch'io, grazie.

Serena è forte, non piangerà, ha promesso di non far vedere le sue

lagrime, che le ricadono ad una ad una sul cuore.

Vengono giorni più lieti. Mario è diventato il dottor Mario e nulla

più si oppone a diventar sposo di Donnina. «Gli manca la pratica,» dice

lui. «Ma per fare il marito, risponde il dottor Parenti, la pratica non

è necessaria, per fare il medico ti rimane tempo; e finchè te ne stai

colla teorica avrai la coscienza netta; la teorica è innocentissima, te

lo dice un uomo... che ha pratica.»

E viene il giorno in cui i naturali di A*** leggono sull'albo

municipale i nomi e le qualità di Camilla (Donnina), nubile, e di

Mario (Ognissanti) celibe, dottore in medicina, appaiati col più bel

_rotondo_ del segretario comunale, e finalmente gli sponsali e le

nozze, due cose che fanno con giudizio un giorno solo.

Donnina fin dalla vigilia ha provato la veste bianca di sposa, e s'è

mostrata in quell'acconciatura al babbo, a maestro Ciro ed a mamma

Teresa; ad Ognissanti no, chè non era ancora il momento. Ma la notte

misurata da mille fantasie gioconde, sorride a tante impazienze e se ne

va veloce; e giunge l'alba serena che schiude le porte dell'avvenire

sognato... Eccoli nelle braccia l'un dell'altro, eccoli sposi, eccoli

uniti per sempre. Per sempre. La cara minaccia!

Quanto al contratto di nozze, la quistione dotale diede molto da fare

al notaio, il quale prima di _sottoscriversi colle parti_, come di

prammatica, ed apporre la impronta del suo tabellionato, non dovette

numerare meno di 12 paragrafi da capo. Il signor Fulgenzio faceva

donazione ai due sposi _in comunione di beni_ della somma di 30,000

lire (dico _trentamila_) in cedole del Debito pubblico; Maurizio,

radunando le reliquie delle proprie ricchezze, faceva alla figlia

una dote di lire 16,000 (dico _sedicimila_) in titoli della Banca

Nazionale, e maestro Ciro aumentava la dote aggiungendovi lire 4600

(dico _quattromila e seicento_) in libretti della Cassa di Risparmio di

Milano.

Senza dire che Maurizio faceva conto di lavorare e di far vita comune

coi figli, e che Mario intendeva, fatta la pratica, di bastare ai

bisogni della sua nuova famiglia; in tutto una ricchezza da Cresi; più

l'amore infinito e la stima profonda.

Quello fu un bel giorno! Domandatelo a mamma Teresa se quello fu un

bel giorno! ed a maestro Ciro, il quale per l'occasione straordinaria

aveva messo un cappello nuovo a staio! Peccato che al mezzodì piovesse

un momento, e che, cessata la pioggia, quando l'ottimo maestro Ciro

ed il suo cappello si fidavano bonariamente, le gronde di Milano

facessero il tiro di lasciar cadere goccioloni pesanti come tegole, e

dove?... proprio sul cappello nuovo di maestro Ciro, quasi volessero

sfondarlo!... Ma tanto tanto, provate a domandargli se quello fu un bel

giorno!...

E il tempo fugge a Camilla e Mario che si amano...

Una notte giunge un triste messaggio dal paesello; la mamma Teresa sta

male assai, vorrebbe abbracciare le sue creature. E come è l'alba, i

due sposi partono.

Maestro Ciro è sul limitare, ha udito il rumore delle ruote nella via

maestra ed ha indovinato che erano essi, e li aspetta per avvertirli

che mamma Teresa dirà molte stravaganze, non le pongano mente, non si

affliggano invano; non è vero che ella stia per morire, egli lo sa, non

è vero. Mamma Teresa si ostina a dir di sì, ma finirà col far di no,

come ha sempre fatto.

Ma così dicendo il povero maestro Ciro ha gli occhi gonfi di lacrime

che non vogliono uscire, ed il petto travagliato da un singhiozzo

represso.

Mamma Teresa è nel lettuccio, un po' abbattuta, un po' più scarna e

più ossea del consueto, ma conserva negli occhi una luce ribelle, e le

rimane tanta forza da sorridere e tanto senno da allontanare il marito

con un pretesto, per rimanere sola con Donnina e con Mario. Allora

si rizza sul guanciale, bacia tremando per commozione le guance della

fanciulla inumidite di lagrime, e dice carezzevole:

— Non ti ho visto molte volte piangere; ebbene no, non bisogna

piangere..., che ci è da piangere? avrei forse da vivere in eterno? E

poi è tempo che qualcuno porti lassù le buone novelle, e vada a dire a

tua madre, Donnina, ed anche alla tua, Mario, che voi vi amate e siete

felici... andrò io... Solo mi affanna il lasciare quel fanciullone di

maestro Ciro: così come lo vedete, è un fanciullone, ed ha bisogno

d'essere curato molto, perchè egli non si cura niente affatto; a te

tocca, Donnina, gli farai da mamma.... Eccolo che ritorna.... non gli

dite che io morrò questa sera, non glielo dite; ci soffrirebbe troppo,

e tu asciuga le lagrime e sorridi...»

Maestro Ciro entra col passo leggiero e l'occhio fisso come un

fantasma. Mamma Teresa lo guarda con un lungo sguardo che pare una

carezza, poi chiude gli occhi e sembra dormire...

«Non è vero, sapete, non è vero che ella debba morire...»

Ma in quella, Mario, il quale non si era scostato dal lettuccio,

appoggia la mano sulla fronte della vecchia, e poi sul cuore, e ne

ricerca i polsi, ed infine si rialza pallido come il lenzuolo di quel

letto di morte.

Donnina ha compreso tutto, e trova la forza di non piangere per

allontanare con dolce violenza il povero babbo Ciro, il quale continua

a dire, guardando al letticciuolo:

«Dorme tranquilla; non le credete... ha sempre fatto così... si ostina,

si ostina, ma infine fa sempre a modo mio...»

E se interrogassimo il tempo che non falla, il tempo che non dimentica,

esso ci mostrerebbe forse in una bella cornice il banchiere Redi,

reduce dal Nuovo Mondo con qualche annetto di più sulle spalle, ma

sempre colla bocca sgangherata, coi capelli appiccicati sulla nuca,

col sorriso da milionario; e lo vedremmo, per un felice rivolgimento

della sua carriera, novellamente riverito ed ammirato ed invidiato, a

capo d'una nuova casa bancaria, farsi promotore di cento imprese che

tirano gli azionisti, dimentico del passato, ed incrollabile come prima

nella sua massima sacrosanta di «arrischiare il denaro degli altri come

cosa propria; e custodire il proprio denaro come un deposito sacro.»

Questa postulato semplicissimo è il segreto della sua vecchia e della

sua nuova fortuna e di tutte le fortune che assomigliano alla sua.

Perchè, via, che altro è la Banca se non l'arte di collocare al più

alto interesse i capitali altrui per farsene una rendita di moltissime

migliaia di lire?

Il banchiere Redi, il quale ne sa un dito più di me, scaverna il suo

più grazioso sorriso per dirvi che non è altro.

E vi ricordate del leggiadro luogotenente delle guide, dell'amabile

cugino Ferdinando?

Il tempo, che nulla dimentica, gli recherà la nomina di capitano, e più

tardi, quando le rughe non gli consentano più di aver le mogli degli

amici, gli darà una moglie propria, e farà trovare al marito capitano

un luogotenente giovine e leggiadro... che gli sia molto amico.

Ma non passiamo innanzi agli eventi; ritorniamo indietro, sono solo

passati pochi mesi dal matrimonio di Mario e di Donnina, e tre mesi

appena dalla morte di mamma Teresa... ed ecco l'alba d'un altro giorno

sospirato — il Natale.

. . . . . . .

Ancora il Natale!

Ancora il sorriso che illumina le rughe della vecchiaia, ancora i

confetti ed i balocchi che empiono di tante fantasie gioconde lo

testoline dell'infanzia; ed ecco il cortile ingombro dai mucchi di

neve, ed i diacciuoli delle gronde che aspettano un raggio di sole

dal cielo annuvolato; ed ecco, la voce dell'enorme orologio brontola

il mezzodì, la processione dei pazzerelli attraversa il cortile e

s'avvia alla sospirata mensa comune; ed ecco il saluto di Olimpia dalla

finestrella. E poi l'immenso silenzio, la pace immensa.

Entriamo nella casa del signor Fulgenzio, già così melanconica, ora

tanto lieta... Laggiù, in fondo, come raccolta in sè stessa, perchè

l'eco della festicciuola non esali di fuori, è una mensa imbandita ed

un focolare in cui arde un fuoco patriarcale, ed intorno a quel fuoco

le ciancie di quattro uomini e d'un patriarca vero — maestro Ciro. Sì,

maestro Ciro, che è venuto a fare una casa sola cogli sposi novelli,

con Maurizio e col signor Fulgenzio...

Per quelle stanze paurose, già misurate dai passi solitarii del padre

dei pazzerelli, ora è un continuo via vai che mette allegria.

Negli angoli oscuri, ognuno dei quali aveva un brutto fantasma, se

ne stanno rannicchiati sereni e vispi spiritelli, amici di casa, e

le pieghe delle cortine non scendono più come lunghe rughe di faccio

imbronciate; dov'era la tetra, uggiosa solitudine del cuore, ora è una

brigatella di affetti che si raduna intorno agli sposi novelli.

Oggi è Natale; ed a quella brigata si è aggiunto l'affetto sincero

dell'amico, il cuore tanto fatto, il perenne sorriso e gli occhi

dardeggianti del dottor Parenti. Fa freddo fuori di casa; ma, curvi

dinanzi al focolare, quei cinque volti sereni, come lambiti dai rossi

bagliori della fiamma, spiranti in vario modo le tepide esalazioni

d'una stessa gioia, provano che fa caldo in cuore! E quando tace per

poco la ciancia, ecco giunge all'orecchio l'allegra squilla di due

voci che si avvicendano e di due risate che si confondono... Donnina

ed Olimpia dànno mano a Semplicetta perchè affretti... perchè si ha

appetito.

«Ah! se mamma Teresa non si fosse ostinata! pensa maestro Ciro, o

se almeno potesse tornare un istante, e rizzargli innanzi, là, in

quel vano, quant'era lunga e formidabile, ed ancora una volta lo

minacciasse, tenendo alta la mano che dava tanto spavento!...

Ma no, non è ora di melanconie; a che giova piangere? Ella non se ne è

già andata per sempre, è solo arrivata prima, aspetterà...

E, pensando a questo, maestro Ciro si curva a guardare la bragia perchè

nessuno veda la lagrima solitaria che gli scende nel solco d'una ruga

profonda.

Ma no, non ò ora di melanconie; ecco, il sole ha vinta la partita, si

affaccia tra nugolo e nugolo e manda un raggio curioso nella stanza.

Il dottor Parenti leva il capo, tocca col gomito il signor Fulgenzio e

non dice nulla. Quel raggio scende per un vano della finestra e disegna

una striscia dorata che si allunga sul pavimento, si arrampica per la

tovaglia e si arresta ad accarezzare il collo di una bottiglia.

I due amici si guardano, si sono intesi, si sono incontrati in una

medesima idea: il professore Rigoli che avrebbe fatto tanta festa a

quel raggio di sole. E lo vedono col pensiero nella sua casa modesta,

sempre lieto ad un modo, immemore del passato, felice di avere una casa

propria, un pezzo di giardino da coltivare ed un bel volto di donna

che si prova a sorridergli, ed una mano industre ed operosa che lavora

tuttodì e parte della notte a nascondergli la povertà. Poichè sì,

il professore è povero, sebbene abbia una casetta propria e dei lumi

alla notte, è povero e non ne sa nulla; Serena ha fatto dono di quanto

potesse parere acquistato male ad un ospizio; più non le rimangono se

non le reliquie della dote ed il lavoro delle proprie mani...

— A quest'ora, dice il dottor Parenti, rompendo il fascino di quelle

melanconie, a quest'ora i nostri commensali hanno avviato le loro

ciancie, mi pare di sentirli, peccato che il professore non sia là

meditando di nascosto il brindisi da improvvisare alle frutta!

— Peccato! ripete sbadatamente il direttore.

Ma siccome continua a stare meditabondo, il dottor Parenti non è

contento e domanda a bruciapelo:

— A che pensi?

— Penso che il mondo ha l'aria di un manicomio, e che un po' pazzi lo

siamo tutti.

— Di' che lo siamo molto, interrompe il dottor Parenti, di' che siamo

pazzi da legare; e che a far bene i conti i più savi sono i matti.

Tutto il tuo mondo a cui pensi, se pure vale che ci si pensi, banchetta

oggi in comune, nè più nè meno di quel che fanno i nostri malati.

Domani li ritroverai pazzi come prima: pazzi ambiziosi che sognano

onori e grandezze e camminano sui trampoli della boria; pazzi libertini

che corrono dietro ai piaceri; pazzi fanatici che si arrovellano nella

politica; e pazzi annoiati che si consumano nell'inerzia, — tutta

gente che ha un'idea fissa e le corre dietro finchè non inciampa nella

propria fossa.

— Il tempo è il medico di queste pazzie, dice Maurizio.

— Cattivo medico, ribattè il dottor Parenti, non lo dice per gelosia

di mestiere; cattivo medico che viene sempre troppo tardi, quando il

meglio della vita è passato, quando si comincia ad aver le rughe ed i

capelli bianchi... Un buon medico è la fortuna, vi sto garante; quella

che vi manda fra i piedi, nell'età in cui non avete ancora ubbie per

il capo, un buon esempio, una parola buona, un consiglio sano, o vi fa

incontrare a vent'anni in una fanciulla la quale vi ami davvero, e cura

di sbarazzarvi la via da tutte le incantatrici del giardino fatato,

in cui si entra a vent'anni e da cui si esce solo a cinquanta sonati.

Questa fortuna tocca a moltissimi, ma spesso è rifiutata; i pochi che

chiamano in casa la felicità, e ve la chiudono a chiave e le fanno la

guardia dì e notte, sono i soli savi ed i soli felici... perchè, se

l'ho da dire, non ho punto fede nella felicità dei pazzi.

Si fa silenzio, si porge l'orecchio, si ha come bisogno di udire,

e si ode ancora la voce scherzosa delle giovinette a cui fan capo

tutti quegli affetti, a cui si annoda tanta felicità. Mario, che non

ha mai aperto bocca, non resiste più, si leva, facendo lo sbadato,

dal focolare, si accosta alla finestra, poi alla mensa, e finalmente

sguscia fuor dalla camera e corre a baciare sulle due guance Donnina,

senza un riguardo al mondo per la bionda Olimpia, la quale dà un grido

e si copre il viso col grembiale per non veder quell'orrore!...

«Non vi è un cane che le voglia bene alla poveretta!»

Guardatela ora che non ha più il grembiale sul viso: due occhi del

colore d'un limpido cielo, capelli che mandano i riflessi del sole,

guance ridenti come una primavera, e il corpiccino snello ed elegante

che non sta mai fermo; tutto ciò a sedici anni appena, con un ottimo

cuore, ignaro d'altri affetti fuor quelli del babbo e della bambola.

E dite ora se non si troverà presto chi l'adori come una faterella, o

della faterella aspiri a fare una sposina magnifica?...

Un istante dopo le due giovinette rientrano mandandosi innanzi una

festa di sorrisi, seguite dall'enorme Semplicetta, la quale porta in

trionfo la zuppiera fumante...

Quando si è felici la terra ci fugge sotto i piedi — ecco, è il

meriggio, è il tramonto, è la notte.

Non la paurosa notte popolata da fantasime nere, non la notte dalle

cieche angosce, dagli stolti terrori, ma la notte silenziosa, che

ascolta i battiti dei cuori che amano.

E quando tutti gli occhi sono chiusi dal sonno, quelli di chi misura la

propria felicità, non ancora stanchi, resistono.

E Donnina, la quale ha quasi voglia di piangere perchè è troppo felice,

sente il bisogno di rivedere un prezioso amuleto, apre un cassettino

riposto, e mostra ad Ognissanti il proprio tesoro.

Ognissanti sorride, e dice per la centesima volta a Donnina che il

tesoro di lei è il cuore buono, è l'anima gentile...

Ma Donnina no, non vuole sentirlo, e per la centesima volta ribatte che

il proprio tesoro è il trifoglio dalle quattro foglie.

E lo richiude nel cassetto.

Il tesoro di Donnina · 第 100 / 103 题