A MIA FIGLIA.

«Sì, queste parole che io scrivo sono per la mia piccina, per te,

Camilla mia, per te sola! Hai tu pensato mai al tuo babbo? E ti hanno

insegnato a pregare per lui? E se hai chiesto perchè non venisse ad

abbracciarti ed a portarti le chicche e la bambola, ti fu risposto che

era un poveretto, e che solo la disgrazia lo teneva lontano dalla sua

creatura? E ti hanno almeno detto che avevi un altro babbo, che non era

il maestro di scuola?

»Ebbene, se non lo sapesti mai, apprendilo ora che tu hai un

babbo vero, un babbo che fu molto infelice se non potè averti al

fianco, un babbo che ancor oggi ti scrive non osando mostrarsi a te

all'improvviso, per paura d'apparirti come uno sconosciuto, o forse

come un nemico dei tuoi affetti.

»E pensa pure le mille colpe per fargliene carico, e poi le confronta

con questa unica immagine d'un padre, il quale non osa mostrarsi alla

sua figliuola, e teme di non ritrovare mai aperto l'ingresso del cuore

di lei, e di' solo allora che egli non merita la beatitudine per tanti

anni rifiutata.

»Tu non sai che io venni ad A... per vederti, per udire la tua voce,

per abbracciarti, e mi mancò il cuore; e che dopo avere sognato per

via il tuo sorriso, la tua parola, le tue lagrime dolci, t'immaginai

fredda, impassibile, muta, ed ebbi paura e fuggii. E che ritornai il

dì di poi, e mi spinsi fino alla svolta del sentiero, e gettai uno

sguardo sulla via sperando il caso te la facesse attraversare allora

perchè io ti vedessi un istante, e che, nascosto dietro una acacia,

da prima contai le acacie che mi separavano da te, ed eran cinque,

e poi cercai cogli occhi la tua finestra, e dissi che doveva esser

quella, quella o nessun altra, e vidi un vetro rotto, e pensai che il

vento avrebbe potuto ammalarmiti; e che immaginai la felicità di poter

attraversare quel breve tratto di via, entrare nella porticina della

scuola, chiedere di te, e condurvi meco te, il maestro Ciro e la mamma,

e spartire fra voi le mie ricchezze, conservandomi solo l'amor tuo — e

intanto non mi moveva, e se qualcuno passava pel sentieruolo, mi davo

l'aria d'un indifferente perchè non si comprendesse quest'orribile

segreto di un padre che non osa mostrarsi alla sua creatura. E quando,

stanco di un'inutile lotta, assalito da mille idee insieme, mi provavo

a fuggire, dicendo a me stesso che il mio passato era un sogno, che non

avevo figli, che non avevo affetti, che altro non mi rimaneva al mondo

se non i miei cumuli d'oro, inutili ed odiosi, pareva che qualche cosa

mi trattenesse, e rifacevo la via indietro, e ti venivo più presso,

più presso, più presso ancora, e finalmente me ne andavo voltandomi

ogni tanto per vedere se mai qualche segreta voce avendoti parlato del

padre tuo, non fossi tu pure venuta a vedermi di nascosto attraverso la

siepe.

»Ma finchè durava il giorno, io era solo; alla notte no, chè allora

tu mi seguivi davvero, e sentivo i tuoi piccoli passi frettolosi,

e rallentavo l'andatura per stancarti meno; ma se mi fermavo ad

aspettarti, e tu pure ti fermavi; e se mi volgevo, ti appiattavi dietro

un gelso della via maestra, ed altro non mi lasciavi vedere se non

i ricci de' tuoi capelli. Erano fantasmi, erano sogni, erano paure;

all'ingresso della città, dov'io ti aveva dimenticato per tanto tempo,

tu mi abbandonavi. Rientravo in casa solo!

»Non oggi per la prima volta mi venne in mente di scriverti, ma

oggi solo mi sento la forza di tornare indietro nella mia miserabile

esistenza, ed il coraggio di guardare nel mio cuore. Anche ieri lo

tentai, e feci prova di radunare le mie memorie, ma non mi parve

di poter resistere alla lenta tortura dello scrivere; le idee mi si

presentavano in folla, l'impazienza mi vinse, e ancora volli parlarti,

ed ancora me ne venne meno la forza. Oggi sono tranquillo. Pure avrei

già dovuto essere lontano, ed incomincio appena.

»Sono molti anni, non so bene quanti; parlo di un tempo in cui io era

un giovinetto baldo, e la tua mamma che ora dorme nel cimitero, una

ingenua sognatrice, la quale nelle mie braccia vedeva ad occhi aperti

un avvenire leggiadro per la sua creatura, per te.

»Poveretti eravamo entrambi, ma ricchi di speranze e d'amore. Ci

eravamo sposati a dispetto d'un mio zio, unico parente rimastomi,

il quale mi dava una misera pensione pur vivevamo lieti in una

cameretta, sotto il soffitto, non d'altro allegri che dei raggi del

sole e dell'ampio spettacolo dei monti. Sopportavamo gli stenti senza

avvedercene; io componeva strofe ed essa le cantava; aspettavamo

l'avvenire, avevamo molto tempo dinanzi.

»Portava il tuo nome — Camilla — e mi amava. Ella era tutto per me;

la mia famiglia incominciava e finiva in lei. Il padre mi era morto

da alcuni anni, e non mi avea lasciato in cuore la memoria delle

sue carezze. Era uomo severo, taciturno; non mi dava dimestichezza,

ed immaginava di essere il migliore dei padri, perchè ingegnoso in

mille modi di provvedere al mio avvenire. La morte lo interruppe

in quell'opera; mi lasciò povero d'oro e di conforti; non mi diede

l'avvenire pensato nè la cara memoria del suo affetto. Lo zio aveva

presa altra via; era rimasto scapolo e s'era arricchito col risparmio;

ma aveva la stessa natura rigida, e voleva facessi non so che, e

sposassi non so chi per fargli piacere. Ma io amava Camilla e la sposai

essa mi fu madre, amica, sorella — fu tutta la mia vita. Facevamo

insieme mille disegni, mille fanciullaggini; dall'alto del nostro

nido guardavamo alla folla che passava sotto con una specie di pietà

sincera; non ci pareva che il mondo avesse due più felici di noi.

D'inverno mancava la legna al focolare, e la neve disciolta gocciolava

nella camera; ma non perciò si soffriva; ci rimaneva il sole; e quando

mancava anch'esso avevamo la giovanile baldanza, inesauribile, ed un

altro cielo senza stagioni, ed un altro sole senza tramonti.

»La mia Camilla era bella, era buona, e mi amava, e l'amavo — morì,

dopo averti dato la vita. Ah! se io avessi potuto anticipare di una

dozzina d'anni il nostro sogno, e darle gli agi che ella fantasticava

meco per farmi piacere, ma senza desiderio; se avessi potuto condurla

ad abitare in una camera molto calda, e farla curare da un medico

non frettoloso, come i medici della povera gente, e nutrirla di cibi

sani!... Ma io era povero, l'inverno rigidissimo — e la mia compagna

mi lasciò solo. Da principio non mi parve vero; la morte le aveva

lasciato la sua bellezza ed il suo sorriso; ma quando, allontanato ogni

estraneo, feci prova di risvegliarla, e compresi che tutto era finito,

mi buttai per terra smaniando, e, come vennero a portarmela via,

lasciai fare sbigottito.

»Si bisbigliava di me che ero pazzo, che mi si erano confuse le idee;

io sapeva d'averne una chiara e mi andavo dicendo che la finestrella

dell'abbaino era alta e metteva sul lastrico sottoposto, e che avrei

potuto per quella via raggiungere la mia diletta.

»A te non pensavo; ti avevo vista appena; quasi mi ero dimenticato

d'esser padre; mi fu ricordato in buon punto un istante di compassione,

non l'amore, mi fece accettar la vita. Ciò che io provava in vederti

era un sentimento angoscioso, indefinibile; invece di rallegrarmi,

davo in ismanie, e se tu, allattata da una vicina, piangevi, forse per

iscarsità di cibo, mi pareva d'udire la voce prepotente d'un tiranno

che avesse voluto venire al mondo camminando sulle rovine del mio

cuore. In fondo era quasi un sentimento d'odio; ti accusavo di avermi

ritolto tutto e di non potermi dare nulla in compenso. Non ti amavo,

no; la paternità non è un sentimento istintivo quanto si dice, e tu non

sapevi se non piangere, come se fossi nel tuo diritto.

»Provando a rendermi ragione di ciò che mi passava in cuore, vi fu

un istante in cui mi accusai d'ingiustizia, e per darmi pace colorai

col pensiero un avvenire con te, una vita consacrata a te, e sorrisi

lacrimando a quell'immagine, e dissi a me stesso che tutto di Camilla

io non aveva perduto, se tu mi rimanevi, e te chiamai Camilla; ti vidi

col pensiero cresciuta, carezzevole, somigliante alla mamma nel volto

e nel cuore, cercai nelle tue sembianze infantili le traccie di quelle

che mi stavano sempre innanzi agli occhi; mi accesi d'un improvviso

entusiasmo e giurai di consacrare a te sola la mia vita; quando venne

l'ora di doverti lasciare colla nutrice, credei di provare una vera

pena, e rimasto solo mi chiusi in camera e piansi, e piansi... ma non

te, colei soltanto che era scesa sotterra, e la terribile solitudine

e l'assoluta vedovanza del cuore! Non ti amavo, no; e poteva io amarti

allora? Sapevo la perduta immensità degli affetti e delle speranze; a

te, piangente, senza lagrime sul cumulo di quelle rovine ed incapace di

conforti, già più non pensavo.

»In quei giorni lo zio, saputo della morte di Camilla, mi scrisse — una

lettera fredda, pacata, in cui, senza dirlo, appariva la contentezza

dell'uomo che vede la via aperta ai primi disegni; di te non parlava

come se non esistessi; incollerito risposi che avrei continuato a

vivere a modo mio, mi togliesse anche ogni suo piccolo soccorso, gli

sarei grato se così potesse affrettarmi la morte; la mia ira santa era

per la morta; di te non dissi parola.

»Venni rare volte a vederti, a lunghi intervalli, e sempre mi trattenni

poco; m'imponevo con giubilo mille sacrifizii per provvedere al tuo

mantenimento; avessi io potuto vivere senza spendere uno spicciolo,

tutto avrei speso per te, ma il mio cuore era uno scrigno vuoto — non

ti amavo. Tu crescevi e ti facevi bella; la tua nutrice ti voleva bene

come a creatura sua, e tu per lei sola trovavi il riso giocondo e le

carezze; me non conoscevi e guardavi appena.

»Fu una nuova ingiustizia la mia, te ne feci carico! il vedere

un'estranea — io così chiamava la tua nutrice, l'unica persona al mondo

che t'amasse — preferita a me, tuo padre, era una crudele ferita alla

mia superbia.

»Intanto le tribolazioni della mia vita crescevano; lo zio insisteva

colle lettere e col silenzio perchè mi ponessi in altro ordine di studi

da quelli che prediligevo, e quando vide ogni suo tentativo vano,

ricorse all'estremo: mi tolse la mesata. Allora per la prima volta

sentii nel cuore una forza nuova; accettai la miseria francamente,

cullandomi d'ambiziosi sogni e vivendo fra indicibili stenti. A te non

pensavo; e pure mi fu forza cessare per qualche tempo di mandare alla

tua nutrice, povera anch'essa, il denaro pattuito.

»Alcuni mesi di poi, venni al paesello con animo di rimediare a quella

dimenticanza; avevo qualche centinaio di lire, mi pareva d'essere

padrone della mia sorte; trovai la nota casicciuola abitata da altri

e seppi che la tua nutrice era morta e che tu eri stata raccolta dal

vecchio maestro di scuola del villaggio. Volli venire a vederti; ma

erano passati tanti mesi, non osai mostrarmi a quella gente; volli

trovare un pretesto per discolparmi, ma la mia fierezza si ribellò;

lottai dentro di me, e finii col volgere le spalle al paesello senza

averti visto.

»Facevo proposito di scriverti e di venir più tardi, quando avessi

prevenuto il maestro di scuola; ma appena fui a Milano pensai ai casi

miei, mi chiesi che avrei fatto di te, inesperto ancora della vita,

povero e solo; temei, svelandomi a maestro Ciro, che egli volesse

ridonare al padre la sua creatura, e feci proposito di tenermi

nascosto. Non si sapeva il mio nome; e mi sarebbe stato facile

soccorrere i nuovi genitori senza svelarmi. Avrei aspettato che tu

fossi cresciuta e ch'io avessi fatto fortuna, poi sarei venuto a

riprenderti... E intanto?

»Intanto io sapeva di vincolarmi a non vederti, a non avere tue

novelle, e lasciarti crescere orfana, a permettere che il tuo cuore si

aprisse a tutti gli affetti senza passare per quello di figlia! Ma di

questo non mi doleva, perchè ti conosceva appena; nel mio cielo eri

come un cirro che si dilegua al più lieve soffio di vento — e già mi

soffiava in petto l'uragano.

»Per questa serie di errori, io non sapeva però di perderti per

sempre; non m'ero arrestato ad immaginare tutte le conseguenze della

mia condotta, non avevo misurato le mie forze e non avevo tenuto

conto degli ostacoli che mi avrebbero creato la mia fierezza e la

tua fierezza, ed i tuoi nuovi affetti, e l'aridità del mio cuore, più

tardi, quando fosse giunta l'ora di mettere in atto il bel sogno. Ma

altro era il mio sogno. Fra i molti idoli che formano il trastullo

della vita, me n'ero scelto uno che credevo di non dover infrangere

capricciosamente mai — l'indipendenza. Più tardi fu l'ambizione, più

tardi la ricchezza, e più tardi assai, riconosciuto stolto ogni culto

in cui non abbia parte il cuore, mi arse la febbre di ricostrurre i

vecchi altari colle loro rovine.

»Divenuto ricco — e fu vicenda necessaria che avrei indovinato se

avessi avuto in cuore l'affetto non ingannevole, invece delle bugiarde

passioni — divenuto ricco, arrossii di me stesso, ebbi vergogna di

mostrarmi nel mondo che mi aveva aperto le sue porte con una figlia

apparsa all'improvviso, e t'immaginai indifferente al padre tuo,

rimasto per te un estraneo, amantissima di coloro che ti avevano date

le carezze, aperto il pensiero, ed educato il cuore — mi rassegnai a

perderti.

»Allora incominciò il rimorso, incominciò il dolore; e venne l'angoscia

delle notti insonni, e vennero gli sgomenti dell'età, e le paure della

solitudine; e una smania segreta, indefinibile, tormentosa d'uscir da

me stesso, di soffocare nel piacere la coscienza; e poi la sazietà,

il disgusto, il martello del pensiero e del cuore, e finalmente il

supplizio della ragione che si ecclissa e ritorna a balzi a farmi

accorto e pauroso di me stesso.

»Questo fu lo sciagurato tuo padre; uscendo dalla ignara dimenticanza

in cui ha vissuto lieta finora, per saper d'aver un padre, prima di

respingerlo da te, ecco tu puoi almeno dire a te stessa: «questo fu il

mio padre sciagurato!»

. . . . . . .

Non era qui tutto; seguivano due pagine di fitto carattere, che

apparivano scritte più di recente; in esse il povero padre riepilogava

a stento le proprie idee, e molte volte ripeteva il già detto; e molto

parlava con insistenza delle proprie ricchezze, che pareva voler

mettere in mostra come una tentazione. Quel caos d'idee sconnesse

era rotto a mezzo con uno sgorbio. Era caduta la penna di mano allo

scrittore, e da quel che pareva, insieme colla penna una lagrima...

Ma per quell'una, Donnina ne verserà cento; la poveretta ha il cuore

gonfio, le vengono alle labbra mille tenere parole; le si oscura

la vista ed appoggia il viso, più leggiadro nell'espressione della

tenerezza e del dolore, al volto del padre.

Maurizio ha sentito fremere nella sua la mano di Donnina; il cuore gli

batte...

Ed anche ora che il volto della fanciulla si appoggia al suo volto, e

che sente le lagrime di lei confondersi colle proprie lagrime, anche

ora non osa guardare a viso aperto una felicità a cui non sa credere,

e, come timoroso che il caro fantasma notturno si involi, continua

a tener gli occhi chiusi ed a stringersi al cuore agitato la propria

creatura.

E finalmente apre gli occhi, guarda, sorride, e lagrima di nuovo senza

dir nulla; e quando, passato un tempo lungo, che par brevissimo, in

quella muta contemplazione, schiude le labbra per parlare, un bacio

lungo, insistente, quasi autorevole, gli impone silenzio, ed una vocina

sommessa e dolce come una musica gli mormora all'orecchio:

— Dormi ora, è tardi, babbo mio.

Babbo mio!

Ma il poveretto non ode, ha bisogno di sentire un'altra volta quella

voce e quella parola, e se la fa ripetere; e venuta l'ora dell'ultimo

bacio e dell'ultima raccomandazione, finge di ubbidire, e quando la

lunga veglia ha chiuso finalmente gli occhi della fanciulla, riapre i

suoi clandestinamente, si rizza sui gomiti, come suol fare ogni notte,

e guarda amoroso la propria figliuola e le domanda «perdono, perdono,

perdono» a bassa voce, così che l'oda solo l'orecchio vigile della

propria coscienza pentita.

E più non piange.

Il tesoro di Donnina · 第 92 / 103 题