I due amici passarono la prima metà della notte a strologare insieme
sul da fare, ed il signor Fulgenzio fu terzo nella consulta. Nella
fitta tenebra che avvolgeva il passato di Maurizio, questo almeno
sembrava farsi chiaro: che il cuore era buono. Il dottor Parenti ne
era sicuro, e giungeva a tal sicurezza per una via di argomentazioni
non forse molto stringenti, ma avvalorate dall'accento e dai modi
dell'argomentatore. Quand'egli diceva: «quell'uomo ha il cuore buono»
appuntava i gomiti al tavolino, corrugava le sopracciglia e fissava gli
occhietti indagatori nello spazio vuoto in una certa maniera singolare,
come se «quell'uomo» gli stesse dinanzi col petto scavato e col cuore
allo scoperto. Del rimanente Mario e Fulgenzio non desideravano se non
di credergli.
Quanto al da far, si erano intesi senza molte parole. Al domani il
giovine doveva recarsi in casa di Maurizio, fargli credere d'aver
parlato alla figliuola ed indurlo a seguirlo, intanto che il dottore
e Fulgenzio l'avrebbero preceduto ad A... per prevenire Donnina ed i
due vecchi. Il dottor Parenti non solo affrettava quell'incontro per
troncare una situazione penosa, ma ci contava come sopra una medicina
eroica.
— Il mio amico Maurizio non è veramente pazzo, diceva al suo amico
Fulgenzio; ha un po' di confusione di idee nel capo, e guarirà...
— Ma tu non l'hai visto, osservava l'altro.
— Non importa: la sua condotta mi basta; le parole che egli ha
proferito non sono da vero pazzo; e bada che la sua idea fissa non è
nel falso, ma obbedisce ai suoi sentimenti ed ai suoi bisogni; questo
è ottimo indizio; da due giorni si reca ad A... per vedere la figlia
e non osa mostrarsele; ritornerà domani, e forse non oserebbe ancora
senza la spinta di Mario; ci è dell'ordine nella sua pazzia, ci è
uno scopo determinato, giusto, corrispondente ai moti del cuore; e la
scelta dei mezzi è la più logica: vuol vedere la propria figlia, che è
ad A..., e va ad A.... Un savio farebbe forse altrimenti?
H signor Fulgenzio sorrideva di questa singolare maniera di fare la
diagnosi, ma in fondo vi scorgeva qualche cosa di vero. Ed il dottore
continuava:
— Prova a farti ragione di tutti gli atti di quell'uomo e lo vedrai
sempre logico; il suo ravvedimento lo riconduce alla figlia dimenticata
da tanti anni; è un bisogno ed egli obbedisce: ma giunto ad A.... gli
vengono meno le forze... perchè?
— Perchè non è più padrone della sua volontà e non sa mantenere quel
che propone.
— Non per questo, ma perchè ragiona; un pazzo sbaglia strada, o si
svia a metà cammino, o passa la meta, ma non vi si trattiene dinanzi
a riflettere. Il mio amico Maurizio, quando si trova in faccia alla
casicciuola dove sta Camilla, pensa a tutto il suo passato; numera gli
anni dell'abbandono; si vede col pensiero in faccia alla figlia che
forse non riconoscerà nemmeno, sconosciuto egli stesso, comprende di
venir tardi a domandare un posto nel cuore della fanciulla che altri ha
già occupato intero; teme di apparire in quella casa come una minaccia,
e non ci va, e ritorna indietro, per rifar la stessa via al domani. Più
ci penso e più mi persuado che quel pazzo è savio come noi, anzi che ha
fior di criterio nel cervello.
Il signor Fulgenzio non ribatteva sillaba, ed il dottore faceva da sè
stesso e per sè stesso la tara alle proprie argomentazioni.
Venne il domani.
Il dottor Parenti, incontrando l'amico Fulgenzio, gli avea dato una
mezza dozzina di buone notizie; prima di tutto splendeva un magnifico
sole, e poi avrebbero avuto una buona carrozza ed un eccellente
cavallo, e infine tutti i dozzinanti stavano benissimo, il che
permetteva di rimanersene una mezza giornata assenti senza alcun danno;
tutte cose che il signor Fulgenzio sapeva a memoria; ma il signor
Fulgenzio non sapea che da quel cumulo di cose liete si doveva a rigor
di logica dedurre, come pronostico infallibile, la buona riuscita dei
disegni fatti la vigilia.
Intorno alle dieci ore i due amici voltavano le spalle alla città, e
Mario saliva le scale dell'abitazione di Maurizio.
La via è breve e pare lunga all'impazienza del dottore.
— Pensa, dice egli al suo compagno, pensa alla gioia di Donnina
quando la piglierò in disparte per dirle: «Piccina mia, il tuo babbo
è trovato, e ti cerca e verrà a momenti.» — Gran brava bestia! chi
direbbe che è un animale da nolo? è lo Spartaco della sua razza; vedi
come sopporta nobilmente la sua miseria!
Queste ultime parole sono rivolte al cavallo, il quale veramente fa di
tutto per meritarsi quegli elogi senza riuscire a togliere loro ogni
carattere d'adulazione.
Ma il dottore è in buona fede e mortifica così la propria impazienza.
Fulgenzio non risponde; pensa al dolore profondo dei due vecchi,
all'amarezza dei loro cuori dissimulata sotto un sorriso straziante,
e intanto che il dottor Parenti mena la frusta sulle groppe dello
Spartaco della razza cavallina, per poco non obbedisce all'istinto
di appoggiarsi colla schiena ed appuntare le gambe e far forza per
ritardare quella corsa niente affatto sfrenata.
Ma il tempo corre più veloce del cavallo; tre quarti d'ora sono
passati; ecco il noto filare di gelsi, ecco l'unica via di A..., ecco
l'insegna della _Salute_, e la scuola comunale, e la scolaresca che
esce chiassosa dalla lezione del mattino, ed il melanconico sorriso di
maestro Ciro, il quale indovina tutto e s'ingegna di fare accoglienze
festose ai nuovi arrivati.
Il dottor Parenti premette, in forma di preambolo, che i preamboli sono
inutili; si fa venire innanzi Donnina, le piglia le mani, e le domanda
ridendo se sarebbe contenta di ritrovare il suo padre vero.
Il padre falso, il quale non era molto lontano, nè molto occupato a
sfogliare un libro, come voleva far credere, a questo punto si ricorda
d'aver dimenticato qualche cosa e corre di sopra frettoloso. E mamma
Teresa, che non lo ha perduto di vista un momento, dietro.
Il povero maestro Ciro, giunto nella sua camera, si butta colle braccia
protese sul letto matrimoniale, e nasconde la testa fra i guanciali,
di modo che la faccia sparisce e la canizie si confonde con lieve
disuguaglianza di tono nel candore delle lenzuola. Ma la formidabile
mamma Teresa lo raggiunge, gli afferra un braccio, lo scrolla, una
volta, due, finchè il poveretto è costretto a rialzarsi ed a mostrare
la faccia rigata da due grosse lagrime.
Mamma Teresa si prova due volte ad avventare la sua terribile collera,
ma un importuno singhiozzo le toglie le parole — alla terza riesce.
— Ti pare questa la maniera? Proprio questa? Venire qui solo?... perchè
poi?... per piangere.... come un fanciullone?... Già tu credevi di
farla franca... e che io non ti avessi a vedere? Che dirà Donnina?
Ma mentre così parla, la sua voce è rotta dall'affanno, e quelle parole
di rimbrotto le vengono fuori tenere e dolci come una carezza.
— Hai ragione, dice il signor maestro, asciugando gli occhi e rizzando
il corpo; hai ragione; che dirà Donnina? Io sono un egoista, un ingrato
verso la Provvidenza, un cattivo amico della mia creatura; ho in petto
un cuore feroce.... non dire di no.... ho in petto un cuore feroce,
che invece di rallegrarsi del bene di Donnina se ne addolora... Tu
non crederesti che io sono giunto fino a desiderare che quel babbo non
s'avesse a ritrovare, ebbene, sì, io ho desiderato questo!
La confessione, che dovrebbe far inorridire la vecchia, le fa solo
crollare il capo melanconicamente.
— Povero Ciro! mormora come parlando a sè stessa.
Poco dopo, mutando tono e maniere, ripiglia a dire:
— Bisogna essere uomini; bisogna farsi forti; io sono forte, io! e non
lo sarai tu?
Ma questo argomento, invece di rinfrancare il povero uomo, sembra
togliergli un'altra volta ogni vigore.
— Per te la cosa è diversa, dice lasciandosi cadere sopra una seggiola;
tu sei sua madre ancora e sempre; Donnina non ritroverà le carezze
d'un'altra madre; io solo non sarò più nulla per essa, io solo non avrò
più figlia!
— Padre! padre mio!
È Donnina! Donnina, la quale, non vedendo i suoi vecchi amici, si è
sciolta dal dottor Parenti, ed è corsa di sopra ed ha udito le ultime
parole.
Maestro Ciro se la stringe al cuore, poi la scosta lievemente da sè e
la guarda in viso. La fanciulla non batte ciglio, ha la fronte serena,
il labbro sorridente.
— Non darmi retta, le dice il maestro di scuola, lisciandole i capelli
colle mani tremanti, non darmi retta, non ti affliggere per me, bambina
mia.
E il disgraziato si prova a ridere.
— Vedi, è passato, è stato un momento di debolezza; alla mia età non
si ha la forza di resistere alle prime impressioni, che sono di solito
bugiarde.... domandalo a Teresa; questo giorno l'ho tanto sospirato....
non è vero?... l'ho sempre detto che tu dovevi essere figlia di un
ricco sfondato, il quale avrebbe finito coll'accorgersi che il suo più
bel tesoro era fuori di casa e sarebbe venuto a domandarmelo. Ho fatto
il babbo come ho fatto il maestro di scuola; ora esco di carica; sarò
un babbo a riposo.
Maestro Ciro parlava guardando in volto ora Donnina ora mamma Teresa;
ma l'accento scherzoso pigliava ogni tanto inflessioni tenere e cadenze
lagrimose. Donnina, senza titubanza, getta le braccia al collo del
vecchio, e gli ripete sottovoce:
— Tu solo! tu solo!
— Che dici mai? È tuo padre, bisogna amarlo, fanciulla mia, bisogna
amarlo molto.
La fanciulla sorride melanconicamente.
— Mi proverò.
— Non basta, mi devi promettere che l'amerai, e che lo amerai più di
me; a lui devi la vita.
— A te quella del cuore, risponde Donnina.
Mamma Teresa non può dignitosamente stare testimonio di tante
fanciullaggini, e se ne va da basso brontolando.
Il dottor Parenti, rimasto solo col signor Fulgenzio, avea da prima
provato a parlar di cose indifferenti, ma vedendo che il suo compagno
se ne stava taciturno, diede un'occhiata alla scala di legno per cui
erano spariti prima i due vecchi e poi Donnina, ed esclamò: «povera
gente!» come per avvertire che si cacciava anch'egli nello stesso
melanconico sentiero delle meditazioni.
All'apparire di mamma Teresa, uscì però di botto dalla sue fantasie,
per mostrare alla vecchia tutta la luminaria del suo volto sorridente.
— Ecco, disse, tenuto conto del tempo che Mario deve avere impiegato
prima di salire in carrozza, fra venti minuti al più dovrebbe esser
qui, e siccome ho le mie ragioni per credere che oggi tutto debba
andare senza inciampi, così vi annunzio che Mario e Maurizio saranno
qui fra venti minuti.
Ma aveva appena finito di dire queste parole, che si udì un rumore
di ruote sul lastrico della via; una carrozza si arrestò dinanzi alla
porticina della scuola comunale, ed apparve Mario, solo!
Il giovine narrò come avesse trovato il signor Maurizio in peggior
stato che non fosse alla vigilia; lo dipinse colla faccia stravolta,
coi capelli arruffati e coll'occhio fisso, e disse come, introdotto
da una vecchia donna nella camera dove l'infermo se ne stava soletto,
dapprima non fosse stato riconosciuto, e come finalmente il povero
delirante, venutogli incontro e guardatolo negli occhi, fosse stato
a rimirarlo un pezzo curiosamente prima di sorridergli. Mario aveva
nominato Camilla per dar contezza di sè, e non era bastato; quando
finalmente ogni diffidenza era scomparsa dal volto del signor Maurizio,
allora egli aveva ripetuto un'altra volta il nome di Camilla, ed
il disgraziato padre s'era posto l'indice attraverso le labbra,
raccomandando il silenzio.
«Dorme!» gli aveva detto. Ed aveva soggiunto che la sua creatura era
venuta nella notte a perdonargli tutto, e ch'egli aspettava fosse
desta. Il giovine aveva pur cercato di toglierlo dal suo inganno e
ricondurlo a poco a poco al vero, ma il povero demente s'era ostinato
nella sua idea. Allora Mario s'era accomiatato, ed avea lasciato quella
casa, raccomandando il pover'uomo alla vecchia governante, perchè, se
fosse possibile, lo inducesse a mettersi a letto e gli facesse sapere
che la sua Camilla sarebbe venuta a trovare il babbo.
La vecchia levando al cielo due occhi pieni di lagrime aveva promesso
di così fare, ed egli aveva sceso le scale a precipizio, era balzato
in una carrozza da nolo ed aveva fatta la strada di galoppo, col cuore
commosso, con un tumulto d'idee nel cervello, ed ora era lì a chiedere
che cosa bisognasse fare... o piuttosto non dava più retta a nessuno,
perchè in quella due volti amorosi apparvero sul limitare, e maestro
Ciro aprì le braccia al giovine, ed il giovine si buttò nelle braccia
di Donnina.
A Mario riuscì finalmente di dire che non sapeva se avesse fatto
bene o male promettendo che la fanciulla sarebbe andata in persona
in casa del babbo; ma il dottor Parenti, dall'alto della cattedra in
cui s'era accomodato, sentenziò che aveva fatto benissimo, ed aperta
la discussione in proposito, prese la parola per conto proprio, parlò
sempre lui senza lasciarsi interrompere e finì col dichiarare che
l'assemblea aveva votato all'unanimità quanto segue:
«Donnina doveva andare dal babbo accompagnata da mamma Teresa,
mentre maestro Ciro sarebbe rimasto per non far perdere la lezione
agli studiosi di A..., e, dovendo starsene solo, avrebbe alloggiato
all'albergo della _Salute_; l'oste, suo buon amico, si sarebbe fatto
premura di dargli la miglior camera dell'albergo e di servirlo di tutto
il necessario.»
Mamma Teresa si provò a ribattere, ma il medico protestò che non
si poteva ritornare sulla votazione, ed aggiunse che la presenza di
Donnina era necessaria per la guarigione del padre, che la compagnia di
mamma Teresa era indispensabile a Donnina e che maestro Ciro avrebbe
fatto per un paio di giorni la vita dello scapolo allegramente. La
terribile mamma borbottò, per non perdere l'abitudine, e domandò almeno
un giorno per i preparativi della partenza; il dottore volle fare il
generoso ed accordò un quarto d'ora. E tutti a ridere, compresa la
mamma, la quale mezz'ora dopo era in carrozza allato di Mario; costui,
dovendo stare in mezzo per tenere le redini, aveva al fianco Donnina.
Maestro Ciro, rimasto solo, accompagnò collo sguardo melanconico le due
carrozze, ma invece di lagrime trovò un sorriso tutto paterno, ed un
bacio niente affatto magistrale per salutare l'allievo che venne primo
alla scuola.