IN CUI SI VEDE COME MARIO NON RITORNASSE A MILANO SOLO.

Ed ora Mario se ne ritorna verso Milano a piedi non avendo alcuna

fretta di arrivare, ed invece di pigliare la via maestra, infila, senza

avvedersene, una scorciatoia, non già per far più presto, ma perchè da

quella parte può, volgendosi, veder più lungamente la casicciola che

biancheggia in mezzo al verde dei gelsi abbrunati dal crepuscolo.

Cammina a passo lento, ma il suo cuore va di trotto serrato e la

fantasia più che di galoppo.

Passa per lo stretto sentieruolo costeggiato da prunai che gli

afferrano le vesti per trattenerlo; quella muta campagna non ha

una voce; ne avesse mille, non giungerebbero fino a lui, chè la sua

fantasia lo precede o ritorna indietro, ed ora è a Milano, ora non ha

lasciato il povero tetto del maestro di scuola; pensa all'avvenire a

cui muove incontro, pensa a Donnina!

Il sentiero si restringe tanto che appena vi può passare una persona;

ed ecco, senza avvedersene e d'un subito, Mario si trova alle spalle

d'un uomo che lo precede camminando assai più lento di lui. Il giovine,

tolto bruscamente alle proprie fantasie, è costretto ad arrestarsi,

aspettando che l'altro gli ceda il passo, ma colui nè si piega da un

lato, nè affretta, e Mario finisce col toccargli lievemente la spalla.

Lo sconosciuto si volge, e si pianta ritto in faccia al giovine.

L'atto può sembrare arrogante, ma nel volto di quell'uomo è dipinta una

sciagura che toglie le parole aspre di bocca a Mario. E lo sconosciuto,

con un singolare accento misto di fierezza, di umiltà e di mistero,

prende a dire:

— Voi venite da A... non è vero? La conoscete voi, la mia figliuola?

Un amorino, la più cara bambina di A... la conoscete?... Si chiama

Camilla!

E tende l'orecchio come timoroso di non afferrare subito la risposta, e

fissa gli occhi spalancati in volto al giovane, o lo eccita, crollando

il capo e sorridendo amorevolmente, a rispondere.

Mario non sa credere ai propri sensi: quell'uomo che vede, quelle

parole che sente, il pensiero melanconico che gli balena, ed insieme la

grandiosa speranza che gli empie il cuore, gli paiono cose di sogno. Sa

come Camilla sia il nome vero di Donnina, e come Donnina abbia un padre

che non è babbo Ciro!

Allora guarda il volto severo dello sconosciuto, interroga le

vesti ch'egli indossa e tenta di indovinare quell'enigma. Maurizio

(il lettore l'ha riconosciuto), continua a crollare il capo ed a

sorridergli.

— Conosco una fanciulla che si chiama Camilla, ma non so se sia la

vostra figliuola...

— È la mia, vi dico che è la mia...

— Quella che io conosco ha un padre, il maestro di scuola...

Le labbra di Maurizio incominciano un amaro sorriso, che subito si

cancella.

— Il maestro di scuola non è suo padre, ribatte con faticosa dolcezza;

il padre di quell'amorino sono io: quella bambina cara mi appartiene,

vi dico che mi appartiene, che è mia... e posso provarlo.

La voce di Maurizio ha preso a poco a poco l'accento della collera;

ma quella collera è così paurosa e quella paura così straziante, e

quei modi così singolari, che Mario ne è commosso e si affretta ad

interromperlo:

— Non ne dubito, voi dovete saperlo...

Maurizio sembra meditare su questa parola, e prima si rasserena, e poi

si rattrista in volto, ed infine ripiglia a dire melanconicamente:

— È vero, io devo saperlo... ma è passato tanto tempo... dite, credete

voi che quell'uomo... quel maestro di scuola acconsentirà a privarsi

della sua... della mia figliuola? E vorrà restituirmela?

— Io credo di sì...

— Non ne siete sicuro? E perchè non ne siete sicuro?

— Ne sono sicuro.

Ma la profonda nube che oscura il volto dello sciagurato padre non

si dirada. Intanto Mario ha cercato di spingere oltre quell'uomo per

uscir dal sentieruolo che poco più innanzi mette nella via maestra, ma

Maurizio si è ribellato senza dir parola, e non si è mosso un pollice

dal luogo in cui si trovava.

— E se anche il maestro di scuola non me la rifiuta, essa, la

poveretta, Camilluccia mia, vorrà venire? Non mi conosce! — aggiunge

abbassando la voce — non mi conosce!

Mario non sa che rispondere, ed il disgraziato insiste collo sguardo.

— Quali sono le vostre intenzioni? chiede il giovine per uscire da quel

silenzio penoso.

Maurizio crolla il capo melanconicamente e balbetta:

— Non so.

— Perchè siete venuto qui?

— Non so.

— Volevate andare dal maestro di scuola, o presentarvi a Camilla?

— Non so.

E continua a crollare il capo. Poco stante soggiunge:

— Sono venuto perchè avevo bisogno di sapermele vicino; anche ieri

sono venuto; ho cercato di vederla, ho attraversato il paese... ma non

ho visto nessuna bambina che rassomigli alla mia. Oggi sono tornato,

tornerò domani.

Tace un'altra volta, poi soggiunge abbassando la voce e guardandosi

intorno: «Ah! se potessi farle sapere in qualche modo che io sono

ricco, molto ricco, ricco a milioni, che venendo col babbo, ella

avrebbe scudi lucenti per giocare, e se potessi offrire al maestro di

scuola un bel gruzzolo per la vecchiaia!

— Ebbene?

— Ebbene! La bella dimanda! Così fatto è il mondo. La mia figliuola

sarà come tutti gli altri, è come tutti gli altri; non l'ho da saper io

che sono suo padre?

Ah! il cuore del giovine non ribollisce per dispetto, ma si gonfia per

l'affanno! Ha tutto compreso!

Guarda intorno per la deserta pianura; non sa che risolvere, non sa che

fare.

Maurizio se ne sta mutolo, immobile, cogli occhi fissi alla casicciola

che non apparisce più se non come uno sgorbio bianco confuso in mezzo

al verde.

La notte scende rapidamente.

— Ecco, dice Mario, obbedendo come ad un istinto; è meglio che vi

allontaniate di qui: mi piglio io il carico di parlare a maestro Ciro,

di dire alla vostra figliuola che siete ricco...

— Ricco a milioni...

— A milioni, che ella avrà ogni ben di Dio.

— E scudi lucenti.

— Sicuro... le dirò che suo padre la vuole con sè, per farla felice,

per volerle tanto bene... le dirò tutto.

Ed in così dire Mario passa innanzi e prende per mano il povero padre,

che non esita più a seguirlo. Giunti sulla via maestra, si arrestano un

istante.

Il giovine si guarda intorno per vedere se mai non giunga qualche

carrozza vuota, ma per tutta la bianca linea della via maestra, che si

stende lunga lunga alle sue spalle, non si vede nulla. Intanto Maurizio

guarda curiosamente Mario e sembra incerto se o no seguirlo; ma il

giovine medico, che si avvede di quella lotta e ne indovina la cagione,

non gli dà tempo di pensarci, e si muove a passo rapido verso Milano

senza dirgli nulla. E Maurizio gli vien dietro coma un automa.

Fanno così gran tratto di via senza dir parola. Ma improvvisamente

Maurizio accelera il passo e raggiunge il nuovo amico e gli dice:

— Chi siete voi?

— Sono un poveretto, risponde Mario senza arrestarsi, un poveretto che

vuole il vostro bene ed il bene della vostra creatura.

Maurizio sembra aver udito una sola parola e la ripete più volte fra sè

e sè:

«Poveretto! Poveretto!»

— Ebbene, aggiunge poco dopo, raggiungendo un'altra volta il compagno

che accelerava quanto più poteva il passo — ebbene, se siete poveretto,

io sono ricco e basto a tutti; sarete ricco anche voi, purchè abbia la

mia Camilla — voglio che siate tutti ricchi, anche quel dottore che mi

ha scritto...

— Il dottor Parenti?

— Lo conoscete? Anche lui, anche lui... tutti!

L'oscurità a poco a poco si è fatta profonda; gli alberi che

costeggiano la via, a poca distanza sembrano fantasmi; il silenzio è

alto nei campi circostanti, chè le zolle non hanno ancora i loro ospiti

canori, e le prime foglie degli alberi attendono mute le nozze degli

insetti.

— Come vi chiamate? domandò Maurizio dopo un lungo intervallo di

silenzio.

— Mario.

Il disgraziato ripete fra sè quel nome e non dice altro.

Sono giunti alle porte di Milano, Maurizio si arresta di botto, piglia

le mani di Mario, le stringe nelle sue, gli dice _addio_ e si allontana

a passi rapidi, voltandosi indietro come timoroso d'esser seguito.

Il giovine rimane alcuni istanti sbigottito da quella improvvisa

diffidenza e non cerca di vincerla, al contrario finge d'andar da

un'altra parte, poi si volge, e rasentando le muraglie per non esser

visto, segue Maurizio a distanza fino alla sua abitazione. Allora

ritorna indietro, ma non ha fatto dieci passi e si sente battere

sull'omero da una mano larga e pesante. Si volge, e si trova faccia a

faccia col dottor Parenti sempre lieto e giocondo.

— Vi trovo a tempo, dice Mario, ho seguito finora uno che ha bisogno

della vostra scienza.

— Il signor Maurizio, il padre di Donnina.

— Lo sapete? Ed è dunque vero?...

— È verissimo.

— Sapevate anche che era?...

— Ne ebbi un sospetto; da tre giorni io tengo dietro alle fasi della

vita di quest'uomo, e vedo che si compie in maniera molto irregolare.

Oggi sono andato per parlargli di Donnina e di te: non l'ho trovato,

era uscito alle nove del mattino e non s'era più visto; sono ritornato

più tardi; non era rientrato; allora l'ho atteso. Te lo confesso,

mi era venuta un'idea senza senso comune, cioè che, ricevuta la mia

lettera, egli avesse preso la fuga. Sono contento di essermi ingannato;

Donnina ritroverà ancora suo padre!

— Ma quell'uomo è pazzo!

— Può essere, ma meglio pazzo che briccone; qualche volta i pazzi

guariscono; i bricconi sono incurabili.

Il tesoro di Donnina · 第 82 / 103 题