Come fuggì ratta quella domenica! Ognissanti era venuto in carrozza
per far più presto, e fidandosi al desiderio aveva tanto anticipato
il viaggio da giungere ad A... assai prima che non promettesse la sua
lettera, e tuttavia non prima che Donnina si fosse affacciata dieci
volte alla finestra ed avesse sentito martellare il cuore a dieci
nugoli di polvere che aveva visto levarsi in fondo in fondo, sulla via
maestra.
Maestro Ciro se ne stava alle vedette da basso, sul limitare della
scuola, nel piccolo vano della porta come in una cornice, e non
usciva dalla sua immobilità se non per fregarsi le mani e sorridere
benignamente ai passanti. L'oste della _Salute_ gli rimandava quel
sorriso illeggiadrito dalla più prepotente smania di attaccar discorso
che abbia travagliato il petto d'un oste, ma il maestro di scuola non
ci badava nemmeno.
Mamma Teresa andava e veniva dai fornelli alle spalle del marito, tanto
più impaziente quanto più non voleva parere, e poneva nel mentre le
fondamenta di uno splendido desinare, il calderino per lessare un pollo
nato e domiciliato ad A..., cresciuto sotto gli occhi della scolaresca
e morto la vigilia.
Finalmente Ognissanti venne; anticipava di un'ora e ritardava d'un'ora.
Maestro Ciro se lo strinse al petto per il primo, e non lo avrebbe
lasciato se mamma Teresa non glielo avesse tolto di mano per ispingerlo
contro Donnina.
La cara fanciulla non ebbe parole; Ognissanti la baciò in fronte ed
ella gli restituì quel bacio senza rossore. La gioia su quei volti
ravvicinati aveva una serenità profonda, che contrastava colla febbrile
ardenza di maestro Ciro. Costui intendeva l'allegria un po' alla
maniera dei suoi scolari, e se il decoro magistrale e le gambe glielo
avessero permesso, avrebbe fatto a saltare le panche di scuola anche
sotto gli occhi della terribile mamma Teresa. Al contrario, Ognissanti
aveva come una lieve nube di mestizia, e dagli occhi di Donnina spirava
quella dolcezza pacata e tranquilla che pareva esserle compagna nelle
maggiori commozioni.
A spicciar le cose, mamma Teresa concesse al giovine un amplesso
pieno di dignità, poi spinse in cucina i tre fanciulli, maestro Ciro
compreso, e sbattacchiò l'uscio di scuola per impedirne l'ingresso
a due sguardi curiosi, in cui si era concentrata tutta la vitalità
dell'oste della _Salute_.
Incominciò la festicciuola di ciance. Donnina ed Ognissanti avevan
tante cose da dirsi, anche a non dirsi nulla che già non sapessero.
E poi gran cose erano avvenute: la visita del signor Fulgenzio,
il colloquio all'osteria, le indagini sul padre della giovinetta.
Tutto ciò fornì al signor maestro occasione d'un lucido racconto che
mamma Teresa ascoltò a bocca aperta all'ora del desinare, ben inteso
protestando quello essere il momento di far bocconi e non chiacchiere.
Anche Ognissanti aveva le sue novelle da dare, ed una melanconica,
che non avrebbe fatto bella figura a tavola — la morte di Paoluccio.
Questa, naturalmente, tenne per sè; e parlò del signor Fulgenzio, della
vita universitaria, del tempo che ancora gli rimaneva per pigliar la
laurea, e guardava Donnina, mentre maestro Ciro si fregava le mani
ridendo del suo meglio per far capire alla moglie che la laurea e
Donnina erano tutt'uno.
La fanciulla ascoltava tenendo gli occhioni fissi nel volto
d'Ognissanti; essa non aveva nessuna novella da dare, e l'avvenire le
parlava sulle labbra del futuro sposo. Ma si sentiva felice quanto non
era mai stata, perchè per la prima volta Ognissanti le appariva come lo
aveva in cuore, senza quell'inquieta ansia dell'avvenire, senza quello
sconforto di sè medesimo, non più in lotta tra i proprii sentimenti ed
il proprio orgoglio. Poteva essere buono, poteva mostrarsi affettuoso,
riconoscente, poteva svelare il tesoro della sua anima gentile; era
come restituito a sè medesimo. Egli, di solito chiuso e taciturno,
diveniva verboso, non per abbondanza di parole, ma per trabocchevole
onda di sentimenti e di affetti; e non bastandogli la lingua, favellava
cogli occhi, col sorriso. Pareva impaziente di apparire a Donnina
come egli si sentiva di essere; ad ogni motto che svelava una riposta
pagina del suo cuore, fissava l'occhio in Donnina per vedere come essa
accogliesse la nuova rivelazione. E continuava a dire, ad interrompersi
per dar luogo ad una improvvisa idea, ad un improvviso ricordo,
rifacendosi indietro col pensiero nel cammino della vita, ripetendo il
già detto, o tornandoci su per dargli valore con una considerazione
fresca fresca, con un episodio nuovo. E quando finalmente gli parve
d'aver mostrato di sè ogni aspetto, allora tacque, e ricompose il volto
a quel dolce e melanconico entusiasmo d'innamorato che ha come paura
della propria felicità.
Quando il desinare fu al termine («un desinare luculliano» disse
maestro Ciro, ammiccando degli occhi ai fidanzati perchè facessero lo
stesso complimento alla cuoca), quando il desinare fu al termine, i
commensali stettero ancora a tavola.
Maestro Ciro non aveva mai finito d'interrogare, sebbene da un pezzetto
Donnina ed Ognissanti si stringessero le man sotto la tovaglia e non
parlassero altrimenti che cogli occhi; l'intervento della formidabile
mamma era necessario.
— Non vorrai finirla colle tue chiacchiere? Non vedi? essi hanno altro
per il capo che badare a te; lasciali in pace e vattene a far due
passi...
Ed in così dire la vecchia si levò da tavola e si tirò dietro il
marito, che non potè, tenersi dalle risa.
I due giovani, rimasti soli, continuarono a guardarsi in volto senza
dir nulla, prova evidente non già che non avessero nulla a dire, ma che
quel muto linguaggio diceva abbastanza.
— Fra tre mesi! disse finalmente Ognissanti, stringendo, più forte la
mano della fanciulla.
— Fra tre mesi, ripetè Donnina senza chinar gli occhi con falso pudore.
— E saremo sempre felici? domandò il giovine quasi pauroso del
contrario.
— Sempre, rispose la fanciulla con accento fermo, come se ne fosse
sicura.
— Sempre, sempre, sempre! entrò a dire il signor maestro, che era
sfuggito dalle mani della sua tiranna, ed aveva inteso ogni cosa, e si
allontanò subito «per non dar soggezione.»
Ognissanti si accostò vie più a Donnina, e, lisciandole con una mano i
capelli, disse:
— Saremo poveretti; io non voglio costar molto a mio padre; ha
già troppo fatto per me, voglio vivere con quanto ora mi dà fino a
che basti l'opera mia. Vorrei pure esser ricco per circondarti di
agiatezze! Ma dì un po', mi ameresti egualmente s'io fossi ricco, e
vorresti esser mia?
— Ti amerei lo stesso, e vorrei esser tua egualmente; tua, non delle
tue ricchezze. Non mi vorresti tu se io fossi ricca?
Ognissanti non rispose, e portò alle labbra la mano della fanciulla.
— Siamo entrambi poveretti, ripetè poco dopo; saremo poveretti.
— Saremo ricchi, perchè avremo pochi bisogni; io so come si conduca
una casa; chiederemo al cielo il necessario soltanto, e faremo che il
necessario nostro sia il meno possibile; ci rimarrà sempre abbondanza
d'amore, e sarà il nostro lusso. Alla città vi è tanta gente che vive
di rendita, noi vivremo di risparmio.
Come tenersi da faro un bacio su quella bocca tanto savia, e tanto
leggiadra!
Mamma Teresa, che giungeva allora, s'era, per buona sorte, voltata
proprio in quella da un'altra parte, e maestro Ciro, il quale non
aveva perduta una sillaba, si allontanava, contando con gli occhi le
quattromila e seicento lire custodite _negli scrigni_ della Cassa di
risparmio di Milano per conto di Donnina, della poveretta piena di
giudizio... e di scudi!
Fuggì ratta quella domenica!