Prima di scegliere la forma epistolare, l'ottimo dottore aveva
lungamente almanaccato se per avventura non gli convenisse trattare
il negozio a quattr'occhi nell'intimità d'un colloquio, coll'eloquenza
della parola e del gesto. E si sentiva in petto un paio di polmoni da
oratore ed al bisogno una faccia tosta corrispondente. Certo sarebbe
stato più spiccio e più sicuro, secondo egli diceva, ma diffidò della
forma d'una domanda a bruciapelo, la quale non dà tempo a pensare, ed
ebbe timore che la soggezione, od il dispetto, o qualunque altra delle
tante meschinità del cuore pigliasse la mano al sentimento di padre a
cui voleva fare appello. In fondo, a dar tempo al rimorso, era meglio
scrivere.
Quanto alla forma della lettera, da prima non ne vide che una:
commovente _esordio_, concisa esposizione del fatto, lunghissima
_mozione degli affetti_. Poi ne vide cento, e facendo l'inventario
della propria rettorica, trovò ch'era meglio sopprimere l'esordio, e
poi la perorazione, e si domandò se non fosse più conveniente scrivere
pacato e grave, esponendo le condizioni legali della fanciulla;
finalmente si attenne alla forma d'ufficio, scevra insieme da ogni
affettazione e da ogni indiscretezza. Quando ebbe finito la sua lettera
credette d'aver fatto un capolavoro.
Rispetto al modo per cui era venuto a scoprire che Maurizio era il
padre di Donnina, la cosa fu facile quanto era sembrata e quanto poteva
essere difficile; appena ebbe intraprese le indagini, seppe che delle
quattro Camille rimastegli, una era morta, un'altra era andata a nozze
l'anno prima e la terza aspettava marito nel tetto paterno. La quarta
era figlia di Maurizio — era Donnina.
Se il dottore non isbagliava la prognosi, si preparavano tali cose, per
cui era necessaria la presenza di Mario in Milano, e volendo lasciare
in tutte le faccende del cuore la parte all'improvviso e non guastare
gli effetti con importune riflessioni anticipate, senza fiatarne parola
a Fulgenzio, scrisse nello stesso giorno a Mario, raccomandandogli di
venire subito, perchè Paoluccio era forse in fin di vita.
La cosa era vera, ma in altra occasione il dottore non si sarebbe fatto
alcuno scrupolo di lasciar spegnere quel misero avanzo di vita, senza
darne il triste spettacolo al giovane studente.
Ed oh! il triste spettacolo!
Quando Mario arrivò, corse difilato alla casa paterna, ma trovò il
signor Fulgenzio assente; poco dopo gli venne innanzi il dottore,
il quale contro il consueto non ebbe per salutarlo nè lo splendido
sorriso, nè le replicate strette di mano; si mostrava invece frettoloso
ed affannato.
Mario, commosso da quanto gli pareva d'indovinare in quegli atti,
appena osò domandare:
— È morto?
— Non ancora.
Non ancora!...
Il dottore si avviò frettoloso, e Mario dietro.
Attraversarono il cortile, salirono le scale, e percorsero un lungo
corridoio, in capo al quale era la camera del disgraziato Paoluccio;
solo quando furono all'uscio, il dottore si arrestò, tese l'orecchio un
istante, e ripetè, volgendosi al giovine:
«Non ancora!»
Mario fece per andare oltre, ma il dottore lo trattenne e stringendogli
per la prima volta la mano, così gli parlò pacato:
— Ha chiesto di te, voleva vederti, diceva d'aver gran cose a dirti.
Il pensiero del giovane lesse nel desideroso pensiero del dottore.
— E credete che prima di morire riacquisterà il senno? chiese Mario.
— Questo avviene raramente; è il rimedio ultimo, e non è in mano degli
alienisti...; lo spero per te.
Il giovane tentennò il capo melanconicamente, ma senza amarezza, e
disse, additando l'uscio socchiuso:
— Se _egli_ sa qualche cosa del mio albero genealogico, meglio è che
porti il mio segreto nella tomba.
Il dottore spinse lievemente la porta socchiusa e passò oltre; Mario lo
seguì.
Ed oh! il triste spettacolo!
Sopra un piccolo letto, inondato di luce, giaceva il moribondo, col
volto, le mani ed il petto incadaveriti, cogli occhi spalancati e fissi
nell'ampia finestra da cui si vedeva il cielo azzurro, colle labbra
agitate come per mormorare una risposta a qualche domanda segreta.
Gli occhi del giovine si arrestarono subito sul noto volto, in cui
per tanti anni egli aveva letta l'impronta del dolore, e non videro il
signor Fulgenzio, il quale se ne stava in un canto.
Ad un cenno del dottore, Mario si fe' presso al capezzale, e si pose
fra il letticciolo e la finestra per modo di arrestare lo sguardo del
moribondo.
Paoluccio tenne un istante gli occhi fissi sul giovane, poi li
socchiuse e disse qualche parola al suo invisibile interlocutore.
Mario si chinò sul capezzale, toccò la fronte del vecchio e cercò i
polsi che misuravano gli ultimi istanti di quella miserabile vita.
Un sorriso rianimò fugacemente il volto del moribondo, il quale guardò
fisso il giovane e mostrò di riconoscerlo.
— Ti aspettavo, disse finalmente ad alta voce con un accento fermo, che
commosse i tre astanti.
Ma lo sforzo fatto per parlare forte gli cagionò l'affanno; non potè
soggiungere altro.
— Sai? ripigliò a dire poco dopo con voce più sommessa ed
interrompendosi ogni tanto; ho una buona notizia da darti... Non è vero
che siano là sotto, ti ricordi?... là sotto... non è vero. Fu un brutto
scherzo... invece sono là, non ne manca uno, mi aspettano.
Tacque, e per brev'ora si udì solo il rantolo dell'agonia.
Il dottore si accostò al letticciuolo, guardò il moribondo e poi Mario
con un triste sguardo.
Cessò il rantolo... un breve silenzio, poi un lungo sospiro. L'ultimo?
No, tutto non è ancora finito. Improvvisamente il vecchio levò il
braccio e sembrò fare un ultimo sforzo per cercare la mano di Mario,
e quando l'ebbe nella sua la strinse forte, fe' un cenno del capo, e
ripigliò a dire:
— Sai?... fu un brutto scherzo...
Ma non si udì altro, nè una voce, nè un soffio; il disgraziato aveva
finito il delirio e la vita.
Aveva gli occhi aperti, e la mano fredda stringeva ancora la mano del
giovane.
Il quale si svincolò della gelida stretta, chiuse gli occhi del morto
e si ritrasse dal capezzale, senza una lagrima, col cuore impietrito
dall'affanno.
Allora gli venne fatto per la prima volta di scorgere il signor
Fulgenzio, ma non l'ebbe per anco visto, che già il pover'uomo lo
teneva stretto nelle braccia e lo baciava in volto, carezzevole, come
non aveva mai fatto, come non aveva mai saputo fare, e lo chiamava col
nome di «figlio.»
— Padre, padre mio!
Mario non seppe dir altro, ma la tenerezza aprì le vie che il
dolore aveva chiuso; le lagrime bagnarono i due volti riavvicinati
dall'affetto.
Paoluccio, i cui occhi non avevano voluto rimaner chiusi, pareva
guardare dal letto di morte e sorridere, intento che il dottor Parenti,
col cuore grosso, cercava di spingere i suoi due amici fuori della
melanconica cameretta.
Il dottore non veniva mai meno alla sua accortezza naturale, e sapeva,
checchè gliene costasse, mettere in disparte la propria persona quando
era necessario. Comprese che tra padre e figlio, per la prima volta
egli avrebbe fatto la parte dell'importuno, e trovò un pretesto per
lasciarli soli, come due innamorati che si fossero fatti il broncio un
pezzo ed avessero allora riannodato il filo.
Il paragone non parrà capriccioso a chi abbia esperienza della vita;
il cuore non batte in due maniere la corda dell'affetto, nè altro è
l'amore se non affetto misto di desiderio.
Non bastano le lagrime a quei due petti allacciati per la prima volta
nei nodi d'un gagliardo sentimento; non bastano la parola mormorata
ed il fremer delle fibre nella tenerezza del ravvedimento; hanno tutto
detto e non basta, bisogna tornar da capo, rifare colla parola la via
fatta col pensiero, rivedersi riluttanti, diffidenti l'un dell'altro,
rievocare quei tristi giorni in cui erano insieme ed eran soli, in cui
il loro affetto era uno strazio dissimulato, una simulata freddezza,
mentre ora è una gioia così pura!
E dire: «Ti ricordi? Ti ricordi? In quel giorno io ti parlai aspro, e
ti amavo. Ti ricordi? Una volta ti vidi mesto e non ti venni incontro,
e non ti chiesi che avessi, e non ebbi una parola per rasserenarti, e
sognavo ad occhi aperti la felicità di poter fare tutto ciò, perchè ti
amavo! Ti ricordi?...»
Non fu mai confidenza così intera d'amico ad amico, nè tenerezza
di innamorati così schietta, nè entusiasmo più bello di quel che
s'incornicia nei grigi capelli del vecchio, nè così salda sicurezza di
sè come nel baldo aspetto giovanile di Mario.
Sono come due viaggiatori che già si abbiano vôlte le spalle, e dopo
aver camminato sempre dritto, scostandosi sempre più, si incontrino ora
faccia a faccia per rimpiangere la via non fatta insieme.
Si riconoscono e si leggono in petto.
E cianciano amorosamente senza riserve, senza diffidenze; tatto ciò
che viene loro in mente è buono, perchè apre meglio la via del cuore,
ogni sentimento che si mostra è una meraviglia nuova; così essi avevano
sognato il loro affetto; e così era e così lo ritrovano!
Una folla disordinata d'idee, di memorie, di speranze, di propositi,
trabocca dalle loro parole, dai loro atti, dai loro sguardi
intenti. Chiedete il nome della fata che gli ha guidati in quel caro
labirinto... Donnina!
La faterella ha fatto davvero il miracolo, le è bastato mostrarsi per
farsi amare; udite la confessione del signor Fulgenzio: anch'esso è
innamorato della sua futura nuora!
Oh! come batte forte il cuore di Mario!
Intanto la notizia della morte di Paoluccio si è sparsa per lo
stabilimento. Costui che parla sottovoce col reverendo, è stato uno dei
primi a saperla, in grazia del sistema di spionaggio in cui persiste
da dieci anni per la difesa propria e de' suoi compagni; egli vuol
persuadere il reverendo, il quale lo ascolta a bocca aperta, che se
Paoluccio è morto, segno è che non poteva più durare in quella vita,
e che bisognerà in avvenire raddoppiare la vigilanza. Altrove si
vuol sapere di qual malattia è morto, e nessuno lo sa dire: gli uni
escono nel cortile e levano il capo verso la finestra della stanza
mortuaria, altri si accoccolano nel canto più oscuro, e babbo Jacopo
passeggia su e giù senza badare a nissuno, ma col volto rincupito più
del consueto e col passo malfermo. Il solo indifferente è il professore
Rigoli, su cui pare che il dolore non possa assolutamente nulla. Se
alcuna cosa lo tocca da vicino, è il vedere come un avvenimento tanto
naturale, qual è, nell'ordine dei fatti, la morte d'un uomo decrepito,
impressioni tanto quelle teste vacillanti. E siccome nessuno gli
bada e gli cuoce il non veder la solita allegria, spinge le palle a
carambolare sul biliardo, muove le pedine sullo scacchiere, mescola e
taglia i tarocchi, legge forte i giornali e picchia sulla tastiera del
pianoforte.
E in quello stesso mentre, in una camera al primo piano i canarini
ripetono una strofetta spensierata alle orecchie di un grosso micio,
che socchiude ogni tanto gli occhi per non far villania ai concertisti,
e una bionda creatura con un volto che pare un bocciolo di rosa, si
stringe amorosamente al petto del dottor Parenti, il quale ha qualche
cosa che non vuol dire.
Ma tanto fa la fanciulla, che egli è costretto a dirla:
«Paoluccio non è più pazzo!...»
Due lagrime, che la piccola Olimpia aveva sul ciglio da un pezzo,
sgorgano in silenzio e rigano il bel volto.
Il giorno successivo si annunziò con uno splendido mattino. I rami
degli alberelli nudi che crescevano nel cortile del manicomio, parevano
levare in alto le loro gemme per scaldarle ai raggi di quel sole
primaverile; le vetrate scintillavano, ed un magnifico cielo azzurro si
incorniciava nelle quattro ale di muro. E nondimeno, quanta mestizia in
quel luogo!
Una cerimonia lugubre si era compiuta all'alba. Il povero Paoluccio era
stato vestito coi suoi migliori panni, e gli si era presa la misura per
la bara, che aveva dovuto essere molto lunga; il falegname, sapendo di
aver da fare con un collega, s'era fatto scrupolo di servir a dovere
il suo cliente ed aveva scelto assicelle di abete stagionate, e s'era
vantato che il morto stesso non avrebbe fatto meglio; tutte queste
cose, se non erano verissime, formavano l'argomento dei melanconici
crocchi dei pazzi. Quella mattina passò tristamente; si aspettava la
sera, e non si sapeva far altro.
E la sera venne, e finalmente la triste curiosità fu paga: una lunga
bara chiusa attraversò il cortile e fu deposta nella cappella; a quella
vista taluno fuggì pauroso, altri rimase come istupidito a guardare,
senza lagrime e senza parole, i più vennero dietro la bara.
Si udì un lieve bisbiglio come ai preci; poi la bara ruppe un'altra
volta la piccola folla e fu posta sopra un carro. Così Paoluccio lasciò
l'ospizio.
I suoi antichi amici si sbandarono allora e si raccolsero, in vari
capannelli, ma non ritrovarono le liete ciancie; il solo professore
protestava mani e piedi contro l'incomprensibile inerzia dei compagni.
Mario aveva voluto accompagnare il povero vecchio fino al cimitero e
lo vide calar nella fossa a ciglio asciutto, senza dolore, anzi con
una specie di tenerezza profonda, con un sentimento quasi di gioia.
Un istante pensò a rendersi conto di quanto avveniva dentro di sè, e
parendogli colpa il non avere il cuore rotto dall'affanno, provò ad
affliggersi. Ma la sua stessa pietà fu ribelle a quell'ipocrisia. E poi
no, non era luogo a mestizie; guardando il fondo della fossa tranquilla
ed il magnifico azzurro del cielo ampio come una promessa, e sentendo
l'alito fresco del mattino, pensò che quel viaggiatore smarrito aveva
cessato allora solo d'essere meritevole di lagrime.
E poi, poteva egli impedire al cuore di battergli forte e giocondo?
Non si era mai sentito tanta vita nè tanta felicità; ritrovava insieme
l'affetto d'un padre, e nel padre un amico, e sè stesso e la fede dei
primi anni smarrita nella ritrosia dell'amor proprio. E sopra tutto
ciò l'amore per Donnina, l'amore di Donnina ed il carezzevole pensiero
dell'avvenire, ampio tanto quando si hanno ventitre anni e si ama!
Guardata dietro il prisma dei suoi affetti, anche la bara di Paoluccio
gli sembrava sorridente, e quella sepoltura aveva quasi i colori di
una festa. Ebbene, sì, una festa, ora che la terra ha cancellato le
tracce del dolore, se le voci dell'anima non sono una menzogna, se quel
cielo infinito non è un deserto, qualche cosa di colui che fu Paoluccio
rimane ancora... e fa festa!