TERZO COLLOQUIO DI MAURIZIO E SERENA.

Era il signor Maurizio.

Serena non si dissimulava le conseguenze di quel colloquio; venire

innanzi al severo amatore, udirne per la terza volta la calda e

schietta parola, e resistere colla simulazione non le era più possibile

dopo quanto era avvenuto. Anche volendo, le sarebbero mancate le

armi alla lotta; chè da gran tempo essa aveva cessato d'essere una

_donna_ ed in quel mentre non era ancora rientrata nella sua corazza

di cortigiana. Nè solo di lottare, ma non si sentiva nemmeno la forza

di volere; tacevano le voci della coscienza; guardando agli scrupoli

che l'avevano trattenuta dal venire prima, amante ella stessa, nelle

braccia di così caldo amatore, le parevano singolari e ridevoli, faceto

capriccio del cuore. Pensava, se pure era pensiero la fuggevole schiera

dei fantasmi, pensava che, volendosi concedere un sentimento generoso,

aveva scelto una stravaganza. E poi amava essa Maurizio? In quel

momento no, od almeno dell'amore non aveva la consapevolezza; altro non

era se non una donna, la quale, pur d'uscire da sè stessa, sceglieva di

buttarsi nelle braccia del primo venuto.

Davvero Maurizio indovinava il buon momento.

All'atto di porre il piede nel salotto, la bella chiuse un istante gli

occhi, come per radunare le proprie forze, poi mosse diritta incontro

al nuovo padrone.

Costui se ne stava immobile nel mezzo della sala, gli occhi fissi

in Serena, con una singolare espressione di meraviglia; non profferì

parola.

La bella gli fe' cenno di sedersi e sedette ella stessa; le batteva il

cuore affrettato, ma aveva il pensiero lucido e ritrovò un po' di forza

per non dar tempo all'imbarazzo di porsi di mezzo nel loro colloquio.

— Signor Maurizio, diss'ella con accento fermo, io non immaginava di

rivedervi così presto; voi però vi tenevate sicuro che sarei ritornata?

Maurizio la guardava fisso; e quand'ella tacque, rispose solo con un

cenno del capo. Serena proseguì con un singolare accento, tra il serio

e lo scherzoso:

— A me non è lecito adontarmi di ciò che vi ha d'offensivo in tale

certezza; non voglio parer diversa da quella che sono; se avete creduto

impossibile che io seguissi la sorte d'un fallito, non mi avete fatto

ingiuria, e forse avreste pensato che, non volendo parer complice

di quel fallimento, il mio _onore_ doveva ricondurmi a Milano. Avete

pensato questo?

Maurizio, senza staccare gli occhi dal volto leggiadro, rispose:

— Non so che cosa ho pensato, non lo so proprio. Sono venuto ieri,

e sarei venuto domani se oggi non vi avessi incontrata. Ero io certo

che sareste tornata? Mi pare di sì. Mi avevate detto tante volte che

facevate un negozio. Il banchiere era fallito, ed io sono venuto.

La singolare maniera con cui Maurizio parlava, a periodi rapidi e

concisi, facendo una pausa in fine di ciascuno, come per scegliere

le parole, fermò l'attenzione di Serena, la quale si aspettava altri

modi ed altro linguaggio. Non le stava innanzi un innamorato ardente

ed impetuoso, nè un beffardo giudice, nè un volgare vezzeggiatore di

cortigiane; le maniere di lui non erano nè timide, nè impertinenti,

nè fredde, nè appassionate; la sola insistenza dello sguardo poteva

sembrare indizio di un occulto sentimento. Quello sguardo era fisso e

pareva scrutatore. Serena lo sentiva ardere sul volto e suo malgrado

arrossiva.

— E perchè siete venuto? chiese la bella per uscire dall'imbarazzo.

E l'altro rispose collo stesso accento:

— Sono venuto a prendere il posto vacante, perchè ora io sono ricco, e

posso concedermi il lusso del vostro amore.

Serena non battè palpebra; Maurizio soggiunse:

— Potete fare un buon negozio. I milioni del banchiere Redi gli ho io;

ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito; io

sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete

di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio.

Sempre quello sguardo insistente, quel volto impassibile, quel

linguaggio rotto, e quei brevi intervalli di silenzio misurati

dall'affanno di Serena.

Alla sciagurata donna venne meno la forza di resistere; le passarono

in mente mille fantasie, mille sospetti, mille paure in un baleno;

non le parole di lui l'offendevano, ma quelle sembianze impallidite,

quell'accento monotono e freddo come un destino crudele. Si rizzò in

piedi ed andò a sedersi altrove; Maurizio non mutò positura, non battè

ciglio e continuò a tener l'occhio fisso sulla seggiola rimasta vuota.

E dopo un istante di silenzio, durante il quale Serena, colta da un

nuovo e terribile sospetto, guardava Maurizio paurosamente, la voce

fredda, sommessa, uguale del visitatore ripetè come prima:

— Potete fare un buon negozio. I milioni del banchiere Redi gli ho io;

ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito; io

sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete

di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio.

E da capo quel silenzio, quello sguardo fisso, quell'immobilità

dell'atto. Serena, dopo breve interna lotta, fu d'un balzo presso a

Maurizio, e pigliandogli le mani e mettendo la leggiadra fronte presso

al volto di lui, mormorò con voce spenta e carezzevole:

— Maurizio, Maurizio mio!

E siccome non le veniva risposto, crollò il bel capo disperatamente, e

le anella dei suoi neri capelli sferzarono il volto severo.

A quel contatto Maurizio si scosse e passò lievemente una mano fra i

morbidi ricci, ma senza distrarre l'occhio dalla seggiola vuota, senza

mutar positura.

E dopo un altro momento di silenzio, ripetè non variando un accento,

colla stessa monotona lentezza:

«Potete fare un buon negozio, i milioni del banchiere Redi li ho io...»

Serena non lo lasciò finire, diede un piccolo grido, balzò in piedi

col volto scolorato dal terrore, si guardò intorno stupidamente ed uscì

dalla camera.

Maurizio rimasto solo, continuò:

«Ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito, io

sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete

di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio.»

Poi tacque, continuando a guardare fissamente nel vuoto.

Antonio, il servitore alto sei piedi, era entrato cautamente nella

camera e se ne stava in disparte, mentre la povera Marta, vittima dei

doveri del suo ufficio, si teneva presso alla padroncina, la quale non

voleva rimaner sola.

Maurizio stette lungamente immobile e mutolo; alla fine volse in

giro uno sguardo sbigottito, si levò ed uscì a passi lenti senza mai

profferire parola. Antonio lo seguì sino al pianerottolo, poi venne

a dire alla signora che colui se n'era andato.... E la disgraziata

Marta, rimasta finalmente libera, corse alla finestra per veder passare

_colui_...

Il tesoro di Donnina · 第 72 / 103 题