UN ALTRO VIAGGIO ED ALTRI VIAGGIATORI.

Sono trascorsi otto giorni da quello che negli annali del bel mondo

segna la fuga di Serena e del banchiere Redi, ed in questo tempo sono

avvenute incredibili cose sulla faccia del Creso seduttore. Salvo gli

occhi, che si sono ostinati a non voler rientrare nel loro guscio, ed

i capelli rimasti fedeli all'intonaco odoroso che li appiccica sulle

tempie, tutto il resto pare mutato; l'enorme bocca sgangherata si è

come ricomposta per tener stretto fra le labbra un sorriso ironico;

gli sguardi cadono spesso di sotto le palpebre e di sbieco, come al

domani di un trionfo; le gambe, sempre bonariamente frettolose, si

muovono con una certa indolenza piena di mistero; tutta la persona dice

cose sì nuove e bizzarre tanto, che le orecchie sembrano protendersi

innanzi sul viso per ascoltare, ed il naso ha l'aria d'un punto

d'interrogazione nel mezzo d'una superficie carnosa.

È probabile che a tale metamorfosi del suo Plutone, la bella Proserpina

non avrebbe neanche posto mente, dove l'accento e le maniere non ne

l'avessero fatta accorta. Non era più in fede mia quell'ossequioso

e riverente imbecille, che aveva quasi l'aria di offrire i suoi

milioni come si stende la mano all'elemosina; era un uomo sicuro

di sè, impertinente quanto era stato umile, sprezzante quanto era

stato desideroso. Aveva modi da gentiluomo colla sua dama; ma da un

piccolo gesto, da una lievissima sbadataggine, da un tono di voce più

alto o più basso, la sua dama era avvertita che l'usar quei modi era

degnazione o galanteria di abitudine.

Sulle prime, come fu detto, Serena non si avvide; fatta accorta,

continuò a mostrare di non avvedersi fino a tanto che le fu possibile

senza ostentazione; e quando dovette deporre quello scudo ed uscir

dalla sua indifferenza e guardare alle nuove sembianze con cui le

si offriva l'avvenire, allora si armò di disprezzo e combattè a

viso aperto. Fu una lotta muta, tenace, in cui il banchiere portava

l'astuzia del non parere e Serena la schietta sicurezza di chi legge in

cuore all'avversario.

La posta era palese; il banchiere, avendo trionfato della cortigiana,

voleva ora trionfare della donna e farla docile ai propri voleri; la

donna, più convinta nel disprezzo, e sprezzante tanto da non curarsi di

mantenere alcun imperio, si accontentava di resistere.

Quella scherma di tutte l'ore senza frutto alcuno venne a noia al

banchiere prima dell'ottavo giorno. Per uscirne egli fece un errore

di tattica. Aveva detto fin dalla vigilia che avrebbe avuto bisogno

di trovarsi a Rouen presto, altro non attendere se non un avviso per

lasciare Parigi. In quel mattino ordinò venissero preparate le sue

valige e «quelle della signora.»

La _signora_ seduta in un canto non mostrò di aver udito e lasciò che

il _signore_ uscisse senza nemmeno guardare dalla sua parte. Quando il

banchiere tornò, le sue valigie erano pronte, non quelle della signora.

— Avevo pur detto...! gridò incollerito alla cameriera.

— La signora non ha voluto, rispose costei.

Il banchiere ebbe il torto d'aspettare che Serena entrasse a dire

qualche cosa, ma l'indolente non disse verbo. Era una mezza sconfitta,

a cui non mancava nemmeno la ritirata, poichè il disgraziato sentì

improvvisamente il bisogno di andare nelle sue stanze.

Ritornò quasi subito, del tutto mutato nelle maniere. Serena non s'era

mossa.

Questa volta la _signora_ fu avvertita in bel modo della necessità

della partenza.

— Vi duole? aggiunse il banchiere, radunando in questa interrogazione

tutto il fascino della sua galanteria.

— Prepara le mie valige, disse Serena alla cameriera.

Tre ore dopo partivano alla volta di Rouen.

Per via il banchiere fu taciturno fuor dell'usato; chiudeva gli occhi

fingendo di dormire e pensava. A che pensava? Evidentemente la partita

era perduta od almeno non rimaneva speranza di vittoria; quella donna

non sarebbe mai divenuta uno strumento nelle sue mani. Non era però tal

cosa da doverlo rendere inquieto, come ad ora ad ora si mostrava. A che

altro pensava egli dunque?

Il domani, a Rouen, nel movimento incessante di quella città

manifatturiera, il banchiere ritrovò la vena del suo prezioso buon

umore.

Erano i primi giorni di febbraio, ma splendeva un magnifico sole, che

anticipava alla natura ancora arsiccia i gai colori della primavera.

Non si vide mai un uomo tanto contento di sè quanto pareva il banchiere

in quel giorno; era come uscito dal contegnoso torpore che gli

irrigidiva le membra, e camminava ancora coi passi frettolosi e brevi

con cui fino a pochi giorni innanzi s'era tirato dietro il carro della

propria fortuna. Rideva forte e per ogni nonnulla, e si adoperava

invano a comunicare un po' dell'anima propria al bel marmo di Paro

che aveva pagato a peso d'oro. L'impassibilità di Serena faceva un

singolare contrasto con quella specie di frenesia gioconda; deposte le

armi della lotta, la bella rientrava nel castello merlato della propria

indolenza, sdegnosa perfino della vittoria. Conveniamone: non si può

avere una innamorata più noiosa.

Il banchiere, non potendo far di meglio, ordinò uno splendido desinare

in una sala appartata, una specie di festino a due, e se ne andò a

spasso per «mettersi in appetito.» La qual cosa gli riuscì benissimo.

A tavola Serena, cui il contegno insolito del suo compagno riusciva

inesplicabile, ne interrogava il volto arrossato dalle libazioni,

parendole di notare un po' di stento in quell'allegria balzana, e

nella pompa di quel banchetto un proposito che non le veniva fatto

d'indovinare. Il banchiere assaggiava di tutto e portava ad ogni tanto

il bicchiere alla bocca, ma in realtà faceva più ciance che bocconi,

e spesso non si avvedeva che il bicchiere era vuoto. Due o tre volte

parve raccogliersi in pensiero ed uscì da quella breve meditazione

con un diluvio di parole. Serena parlava poco ed il più sovente a

monosillabi; ma i suoi sospetti erano divenuti certezza, ed alla

frutte non esitò ad interrompere il verboso commensale per dirgli a

bruciapelo:

— Perchè tante parole? Voi avete qualche cosa da dirmi; dite.

Il signor Redi fu lievemente sbigottito; pur non istette un pezzo in

forse prima di prendere il suo partito, vuotò d'un fiato le poche

goccie di vino che rimanevano in fondo al bicchiere, per darsi un

contegno, spinse la sedia più presso al desco e fissando gli occhioni

spiritati in volto alla sua donna, tentò un risolino ribelle.

— Ho infatti qualche cosa da dirvi, una gran cosa, una cosa bizzarra.

La curiosità di Serena non ebbe testimoni indiscreti nel sangue o nei

nervi, poichè nulla ne parve fuori; il banchiere proseguì:

— Non avete domandato mai a voi stessa, nell'atto di stringere il

negozio che doveva farmi il più felice degli uomini... quanti milioni

possedesse il vostro banchiere? No?... Ebbene, in questo momento a

Milano non si pensa che ai miei milioni: solo invece di domandare

quanti ne ho, si vuol sapere quanti sono quelli che mi mancano.

Serena guardò in volto il banchiere, per questo solo atto accennando

che ella prendeva interesse alle parole di lui.

— Mi spiego. Stamane, alle undici in punto, la banca Redi ha annunziato

la sospensione dei pagamenti, o in altri termini, ha fallito per tre

milioni. Una bagattella, direte, mi avreste creduto più ricco; ma non

ho saputo far di meglio.

Il banchiere ebbe bisogno di attingere nuova disinvoltura e vide

un'altra volta il fondo al bicchiere vuoto. Serena, riavutasi dallo

stupore, non trovava parole.

— Voi siete dunque rovinato? chiese poco dopo con freddo accento.

— Se chiamate rovina il dover rinunziare ai milioni che non ho mai

avuti, il trovarmi qui a tavola colla più bella donna dell'universo ed

il poter dire che quella donna e il mondo mi hanno appartenuto...

Serena lo interruppe ripetendo la domanda collo stesso tono di voce:

— Voi siete dunque rovinato?

— Press'a poco; mi rimangono solo cinquecento mila lire.

— Che non sono vostre...

— Che sono mie. Comprendo quanto vi passa in mente; ognuno ha la

sua propria virtù e voi tenete a quella che chiamate la lealtà dei

negozi; e anch'io ci tengo; solo, per giudicarne, non uso il criterio

delle moltitudini, ma quello della mia coscienza. Dando ascolto a chi

strilla si sostituirebbe il sentimentalismo all'onestà commerciale. Non

sorridete, signora mia; vi spiego il mio pensiero.

Prima di spiegare il suo pensiero, il banchiere Redi ebbe l'aria di

raccogliere le idee.

— Se vent'anni sono avessi chiesto al mondo qualche migliaio di

lire per porre in atto un mio buon disegno economico, non avrei

probabilmente ottenuto nulla. Supponete ch'io l'abbia fatto, ed abbia

raccolto ciò che da simili credulità infantili si raccoglie, la beffa

e la miseria, e che allora abbia detto: «bada, il mondo vuole essere

ingannato, e mentre non saprebbe perdonarsi d'essersi lasciato gabbare

dal sentimento e diffida della compassione che sente e di ciò in cui

può veder chiaro, ti apre il cuore e la borsa e ti corre dietro per

cacciarla nelle tue tasche sol che tu mostri di andartene per la via

della fortuna; bada, tutti vogliono essere onesti, ma tutti credono

nella sorte e nel danaro, nell'onestà non credono. Pensaci.» Supponete

che io abbia detto tutto ciò in un momento di sfiducia. Questo buon

senso, badate, è molto facile a parole, raro in pratica; ed io l'ho

avuto, mi faccio giustizia da me. Divenni banchiere. Per quali vie,

sarebbe lungo a dire ed inutile, nè mi comprendereste; in questo si

compendiano tutte: il disprezzo del danaro, la fede nella fortuna. A

molti manca o l'una o l'altra delle due cose: io seppi averle entrambe.

In pochi anni la mia riputazione era fatta; cosa difficile nel mio

genere di commercio più che in ogni altro; perchè se ad un fabbricante

basta produrre merce migliore e darla più a buon mercato per trionfare

della concorrenza, a me bisognava ispirare la fiducia col mio solo

nome, cogli atti della mia vita, col mio contegno, colle mie parole.

La Banca non dà che una derrata, la più difficile, la più soggetta ad

avarie — la buona fede. È nulla ed è tutto. Vi tocca dar valore ad un

pezzo di carta che non ne ha, fare che una firma diventi una moneta,

e la parola una caparra. È difficile molto, ma non tanto come l'avere

denaro a prestito da un amico per non morir di fame.

«Non andò molto ed ebbi la soddisfazione di vedere la fiducia pubblica

regolarsi dalle mie azioni; il termometro capriccioso della Borsa

segnò i miei capricci; gente che non mi avrebbe dato uno spicciolo

d'elemosina, per non far la fatica di snodare i cordoni della borsa,

non pareva aver altra ambizione fuor quella di mettere al sicuro

il suo oro nella mia cassa forte; mille piccole fortune timorose si

attaccarono al carro della mia fortuna; fu un'apoteosi. Si commentava

ogni mia parola, si almanaccava intorno ad un mio sorriso; alla Borsa,

dove non hanno fede se non nella fortuna, mi credevano accorto; fuori

mi dicevano sciocco perchè ne avevo un po' l'aria, mi dicevano furbo

perchè non ne avevo l'aria. Ebbi anch'io i miei adoratori come voi,

e come voi li pagai con un sorriso, con una stretta di mano, con

una buona parola; voi colla pompa dei vostri vezzi, io col bagliore

dei miei vasellami d'argento e dei miei scudi d'oro. Siamo schietti:

guardandovi nello specchio, se pure non siete d'una modestia feroce,

dovete confessare a voi stessa che siete bella; io, specchiandomi negli

occhi cupidi della folla, finii col convincermi che qua dentro vi era

qualche cosa di buono.

Il banchiere appuntò l'indice nel mezzo della fronte e guardò in

singolare maniera la sua compagna, la quale sembrava porgere ascolto

sbadatamente.

— Non crediate, ripigliò a dire il fallito, che tutto ciò mi costasse

alcuna fatica; ebbi le mie brutte giornate, i miei pessimi quarti

d'ora, provai gli spasimi d'un'idea che sfugge, d'un consiglio che

non viene. Il mio fu lavoro assiduo, indefesso, senza riposo. Non so

se voi comprendiate che cosa sia lo struggimento affannoso di chi è

costretto a puntellare di continuo un edifizio che può cadere ad un

soffio di mala fede; io so quanto valga e vi posso dire che non è

lusso, compiacenza o potere che lo paghi. Un uomo d'ingegno, dopo aver

faticato tanto, ha diritto, mi pare, agli ozii beati dell'età matura;

ed io sono abbastanza maturo per oziare...

A questo punto della sua argomentazione, il banchiere credette di poter

spendere opportunamente una sonora risata; ma gli echi di quell'ilarità

morirono nello stanzino senza percuotere una sola fibra della statua

indifferente che il Don Giovanni in rovina aveva convitato alla sua

mensa.

— Ma io non intendo che vi sia capitale dove non fu prima l'economia;

ora appunto i cinquecentomila franchi che mi avanzano, rappresentano i

miei piccoli risparmi di ogni annata cogli interessi degli interessi,

accumulati nel tempo felice. Cinquecentomila lire sono una miseria, ne

convengo, ma chi ha saputo sparagnarle sulle spesucce di casa, deve

saper vivere lautamente anche con meno. È il doppio benefizio della

economia domestica, la quale, come tutte le umane virtù, non dà mai un

beneficio solo.

Serena non diceva nulla, ed il banchiere incominciava a sentire il

bisogno di essere interrotto.

— Persistete in credere che quei cinquecentomila franchi appartengano

di diritto (lasciamo la legge da una parte, che non è sempre tutto uno)

ai creditori del fallimento?

Invece di rispondere direttamente, la bella disse, lasciando cadere ad

una ad una le parole:

— Il vostro è un fallimento doloso?

L'interrogato esitò alquanto a rispondere.

— Non conosco se non due maniere di fallimenti, disse poi; vi è chi

fallisce bene e chi fallisce male; comprenderete che non si nasce col

genio del banchiere per finire la vita in prigione, e che io ho fallito

bene. Non dubitate, i cinquecentomila franchi che mi rimangono non

mi saranno tolti, nè mi manderanno in carcere; i miei registri sono

in regola. Io sono un galantuomo che ha scelto un mestiere costoso ed

ha fatto male i suoi negozi, dopo di aver reso servigio all'umanità.

Che sono i tre milioni consumati in confronto di quelli che passarono

per le mie mani? E chi può fare la somma dei benefizi che il mondo ha

ricavato dalla mia Banca? Domandatelo agli economisti.

Gli occhioni del banchiere mandarono il lampo di due napoleoni nuovi

di zecca e si aguzzarono per leggere in volto alla bella ciò che le

passava in cuore.

Vi fu un istante penosissimo di silenzio. Nessuna domanda diretta era

stata fatta dal Creso rovinato, e pure era evidente ch'egli attendeva

una risposta.

Serena stette alcuni istanti in pensiero, poi disse con voce pacata:

— Se tutto questo mira a liberarvi di me, è una cosa intesa.

Come se la malìa da cui attingeva vigore si sciogliesse di repente

al suono di uno scongiuro cabalistico, il banchiere Redi si scolorì

in volto a quelle parole, e rispose con voce che aveva insieme del

supplice e dello sfiduciato:

— Ho voluto solo giustificarmi in faccia a voi...

— Ed a qual fine? Mi avete ingannata; giungo tardi al banchetto dei

vostri milioni. Che importa? Salvo gli otto giorni della mia vita che

vi ho dato, domani, lontana da voi, sarò la stessa di prima, nè più

stimabile, nè meno.

— Volete lasciarmi?

— Deve essere il nostro comune desiderio; io basto a me stessa, e le

vostre cinquecentomila lire non possono quasi bastare a voi solo.

Sul volto del banchiere passò una nube di mestizia. Aprì le labbra,

protese le mani, nascose in esse il volto e chinò il capo sulla mensa.

La beffa contraeva le labbra di Serena.

Lo sfatato comensale parve lottare alcuni istanti dentro di sè, infine

sollevò la testa lento lento, senza staccare le mani dal volto, appuntò

i gomiti sulla tavola e disse penosamente:

— Io vi amo, io vi ho sempre amata, io per voi ho affrettato la mia

rovina; non mi lasciate; non vi domando amore, nè stima, rimanete

mia; voi non sapete quanto mi costi ora il parlarvi così, e quanto mi

costasse il mascherare la mia febbre sotto il capriccio d'un milionario

per non farmi beffare; non mi guardate in viso, ma lasciatemi dire che

vi amo.

Il banchiere continuò a tener celato il volto. Serena lo guardava con

disdegno e non rispondeva.

— Mi amate, disse poco dopo, senza alcuna commozione nella voce, e che

ne importa a me?

— Tutto quanto mi rimane è vostro, insistè l'innamorato, rialzando il

capo e fissando gli occhi desiderosi nel volto della bella.

— Io ho la mia vergogna, e mi basta, rispose costei, non voglio farmi

complice della vostra.

La fronte del banchiere si curvò vie più e picchiò sulla mensa; Serena

si levò e si ritrasse nella sua camera.

Un'ora dopo il signor Redi la raggiunse, e le venne innanzi con un

contegno insolitamente rude.

— È inutile che affrettiate la vostra partenza, disse; poichè dobbiamo

separarci, sarò io a lasciarvi libera!

— Non prima che vi abbia restituito quanto ebbi da voi... rispose

freddamente Serena.

— Ciò che diedi, rispose ruvidamente il banchiere, è cosa vostra;

a quel tempo non era fallito; lasciate gli scrupoli voi lo avete

guadagnato quel denaro.

— È vero, disse Serena, e volse il capo a guardare alteramente da

un'altra parte.

Il banchiere stette un istante sulla soglia, poi si allontanò in

silenzio.

La bella, rimasta sola, non si mosse, non battè palpebra, fin che il

superbo sguardo non fu oscurato da una lagrima di vergogna.

Poi giunse il tramonto melanconico, e la notte, la tetra notte.

Il tesoro di Donnina · 第 64 / 103 题