SECONDA TAPPA DEL VIAGGIO DI SCOPERTA.

Non è luogo più acconcio alla meditazione di una carrozza chiusa. Vi

si entra col cervello vuoto, se ne esce iniziati alle dolcezze del

mestiere di filosofo.

Il signor Fulgenzio ed il dottor Parenti, seduti l'uno a fianco

dell'altro, indifferenti alla bellezza della pianura nevosa che si

stendeva dai due lati dietro gli sportelli, pensavano. Vi hanno cose

che si pensano e non si dicono, ve n'ha che si direbbero, ma non si

gridano: ciò che passava in capo ai due compagni di viaggio era di

questa seconda natura, e le ruote del carrozzone facevano tanto rumore,

da rendere impossibile l'intendersi senza gridare.

Il signor Fulgenzio ed il dottore pensavano adunque ciascuno per

proprio conto.

Evidentemente col dire la scoperta del padre di Donnina una bazzecola,

il dottor Parenti aveva detto troppo, e domandando, per condurre a

buon fine l'impresa, una settimana, aveva domandato poco. Tutti gli

ostacoli intravveduti appena e tolti di mezzo con un atto baldanzoso di

buona volontà, riapparivano ora ad uno ad uno; e più il pensiero vi si

accostava e più li vedeva grandeggiare e farsi irti di difficoltà non

prima sospettate.

Andare in traccia dell'atto di nascita di Donnina per le ventisette

parrocchie di Milano, era bensì una bazzeccola per un uomo della

fatta del dottore, a patto però che Donnina fosse veramente nata in

quel tratto di tempo indicato ed in Milano. Vero è che le probabilità

gli parevano favorevoli a queste due condizioni, ma di certezza non

ne aveva l'ombra. Quanto al ritrovare il padre, ora non gli sembrava

più una bagattella; poteva essere andato in paese straniero, in modo

che se ne fossero smarrite le pedate, ed allora... Questi pensieri,

avvicendati con altri mille, angustiavano visibilmente il dottore.

Non tanto però che nello smontare dalla carrozza egli non avesse il

suo magnifico sorriso per aiutare a discendere il vecchio amico. A

costui si vedevano in volto più fitte le nebbie delle nere fantasie di

viaggio.

Non s'erano detti una parola, e non erano in vena di dirsene; il signor

Fulgenzio si ritrasse meditabondo nel gabinetto, il dottore continuò il

suo sorriso per non darsi una mentita ed andò a visitare gli ammalati.

Ritornò poco dopo.

— Non si è più padroni di muoversi, disse con un accento tra

melanconico e scherzoso, senza che ce ne facciano qualcuna.

— Che c'è di nuovo? domandò il direttore.

— Quel fanciullone di Paoluccio, il quale approfitta proprio del

momento ch'io non ci sono per ammalarsi...

— Gravemente?

— A quell'età ed in quello stato, ogni malanno è grave.

Il signor Fulgenzio era in tale disposizione di spirito che ogni

novella non lieta gli pareva un aggravio di più al proprio fardello;

crollò il capo e non disse nulla.

— Delira, dice qualche corbelleria più del solito; gli ho ordinato del

ghiaccio, non sarà niente... non vi è pericolo...

Il signor Fulgenzio si levò in piedi e passeggiò a gran passi.

— Che pensi? gli chiese il dottore.

— Lo sai pure...

— Lo so... a Donnina ed a Mario, ci ho pensato anch'io; poveretti,

bisognerà farli felici...

— Lo speri tu?

— Ne sono sicuro; in fine due anni non sono eterni quando si ha la loro

età, ed amandosi _col permesso dei superiori_ possono parer brevi.

— Dunque tu disperi di scoprire?

— Al contrario... sono certo di scoprire ogni cosa, ma dico per dire...

— Sei certo? Non hai pensato che Donnina potrebbe non essere nata a

Milano?

— Ci ho pensato, ma ho conchiuso che... dev'essere nata a Milano.

— E che il padre potrebbe non essere qui, che i sussidii mandati a

maestro Ciro potrebbero venire da altri...

— E che il padre potrebbe essere andato agli antipodi... Ho pensato

anche a questo; ma, grazie al modo con cui è ordinata la nostra

polizia, grazie ai consolati, grazie alle navigazioni transoceaniche,

alle vie ferrate, ai telegrafi ed alle poste, se pure quell'uomo, dopo

aver messo al mondo una creaturina adorabile come Donnina, non se n'è

andato nelle foreste della Papuasia o nelle terre incognite dell'Africa

australe, in mezzo ai selvaggi, è facile scoprirlo e fargli pervenire

una lettera e riceverne la risposta. Ma io preferisco che quell'uomo

non si sia mosso dall'Italia e da Milano, e vedrai che sarà in Italia

ed in Milano per farmi piacere... senza contare...

Non pare che tutto il rimanente avesse molto rassicurato il signor

Fulgenzio, perchè a questa reticenza dell'amico si affrettò a

incoraggiarlo a proseguire.

— Senza contare?...

— Senza contare che da tutto il romanzetto di Donnina, argomento

che ella non ha padre legittimo di cui le bisogni il consenso per il

matrimonio. Se l'atto di nascita dirà che quel bottoncino di rose non

è frutto di giuste nozze, non avremo più altro a fare, e lo dirà...

spero.

— Lo spero anch'io, disse il direttore, sebbene questa speranza mi paia

una colpa.

— Non entriamo in sottigliezze, interruppe il dottore; per non perder

tempo, io corro da don Alfonso, il curato della parrocchia più vicina.

Già... potrei incominciare dalla più lontana, e sarebbe meglio, perchè

sono sicuro che non ritroverò il fatto mio prima di aver visto la sacra

polvere dei registri di tutte le ventisette basiliche di Milano.

Un po' dell'anima del dottore era passata nell'anima del signor

Fulgenzio, il quale rise allegramente.

Il dottore aggiunse serio serio:

— Ma, se cominciassi dalla più lontana, allora la fede di nascita di

Camilla X, figlia dei coniugi X, nata nel giorno X del mese di maggio

dell'anno 185... si troverebbe nella parrocchia più vicina.

E, senza attendere oltre, volse le spalle all'amico, infilò l'uscio e

scomparve.

Don Alfonso, don Michele, don Alessandro, e successivamente un altro

paio di reverendi, avevano permesso al dottor Parenti di frugare colle

sue mani profane nei registri dei nati del 185..., ed aiutato essi

stesse le ricerche senza frutto alcuno. Il dottor Parenti gli aveva

pagati largamente con cinque dei suoi sorrisi, ed aveva rimandato al

giorno successivo la visita al sesto parroco.

Al signor Fulgenzio, il quale lo aveva interrogato in proposito, aveva

risposto che tutto andava a meraviglia, che, avvezzo a non fare fidanza

colla fortuna, era certo di non poter risparmiare nè un passo nè una

parrocchia, e che infine quello era un viaggio di nuovo genere, e

voleva farlo in tutte le ventisette tappe...

Il curato della parrocchia di San... (si tace il nome del santo, perchè

l'ottimo reverendo non amerebbe di vedere la sua persona sacra in un

libro profano) il curato della parrocchia di San... è uomo faceto, e

sta volontieri allo scherzo. Vide alla prima il lato vulnerabile della

singolare dimanda del dottore, e si offerì pronto «ai suoi comandi»

con una lieve tinta d'ironia, pregandolo, intanto ch'egli finiva di far

colazione, di aspettarlo in sacristia.

Il dottor Parenti non aveva niente più di quello che si meritava; era

venuto troppo di buon mattino, e non voleva mettersi sulla coscienza il

digiuno d'un reverendo. Questo almeno pareva significare l'inchino con

cui rispose alle parole del curato, e l'accento con cui lo scongiurò

di fare i suoi comodi. Rientrò in sacristia e vi rimase un buon quarto

d'ora che spese, poichè una simile occasione non gli si era mai offerta

in vita, a studiare l'_Oratio dicenda a sacerdote cum lavat manus_.

Quando il curato entrò, il dottore, il quale aveva acquistato un'aria

liturgica tutta sua, lo salutò come uomo ben intenzionato, capace di

fargli gli onori di sacristia.

Il reverendo si piegò appena, quanto permetteva la delicata condizione

d'uno che si levava allora da tavola, andò diritto ad un antico armadio

di legno di noce lavorato ad intagli ed a bassorilievi, lo aprì e

mostrò una schiera di enormi libri venerandi, coperti di carta pecora,

coll'indicazione dell'anno scritta sul dorso.

— La persona di cui lei fa ricerca è nata?... chiese il curato col suo

risolino evangelico.

— Nel 185...

— Nel mese?

— Di maggio.

— E si chiama?

— Camilla...

Il reverendo intanto s'era messo dinanzi il registro del 185... e lo

sfogliava senza interrompere il risolino incominciato...

— Lei dice che si chiama?

— Camilla..... rispose il dottore imperturbabile, null'altro che

Camilla...

— Capisco... capisco... ed è nata nel giorno...

— Nella prima settimana del mese...

— I genitori si chiamavano...

Il dottore non rispose; la malizia del curato diveniva maligna.

— Si chiamavano? insistè.

Ma il dottore zitto.

«N. 181... _è nato alle ore 3 antimeridiane del giorno 1_, incominciò

a borbottare il curato leggendo nel registro, _un bambino maschio..._

niente... N. 182... _alle ore 8 antimeridiane del giorno 1, e fu

battezzata nello stesso giorno, Teresa Giovanna Maria..._ niente

Camilla... N. 183... _alle ore 7 pomeridiane, e fu battezzata nello

stesso giorno, Margherita Camilla..._ — Camilla! interruppe il dottore,

e curvandosi sul registro proseguì: _Margherita Camilla legittima; da

Maria Longhi e Giovanni Bergoni, cattolici, padrini Marianna S. e Luigi

V..._ Se permette, trascrivo questi nomi, mi pare di aver trovato...

E senza aspettare altra risposta, levò di tasca il taccuino e si

accinse a copiare tutta la dicitura, intanto che il curato, facendo

correre l'indice di colonna in colonna, seguitava a leggere come se

nulla lo avesse interrotto:

«N. 184... _alle ore 9 pom. del giorno 3, e fu battezzato al giorno 4

un bambino..._

«N. 185... _alle ore 5 ant. del giorno 5, e battezzata nello stesso

giorno Camilla..._

— Camilla! interruppe un'altra volta il dottore arrestandosi di botto

nello scrivere.

«_Camilla Maria Luigia, legittima, di Teresa Altani e di Giorgio Boli,

cattolici..._

Quelle due Camille gettavano un po' di scompiglio nella mente del

dottore; nondimeno egli s'affrettò a trascrivere le indicazioni di

entrambe, seguendo paurosamente cogli occhi ogni movimento delle labbra

del reverendo, il quale continuava a leggere ed a sorridere, come se le

due cose non facessero in realtà che una sola.

Finalmente il curato tacque; era giunto al giorno 10, e di Camille non

ne aveva trovato altre.

Era un orizzonte nuovo per il dottore; gli venivano in bocca cento

domande, ma comprese che il curato non avrebbe avuto risposta per

nessuna, serrò il taccuino fra le mani, ringraziò caldamente, fece un

saluto profondo, sorrise con una devozione esemplare, ed uscì fuor del

sacrato per darsi dell'asino con l'entusiasmo di un vero credente.

«Asino! Asino! E non avere pensato prima! Ma se in questa sola

parrocchia di Camille ce n'ha due, quante non ne incontrerò io prima

di essere arrivato all'ultima? Se dura la proporzione posso far conto

sulla dozzina...»

E s'avviava a passi affrettati, come per togliersi più presto dal campo

della sua sconfitta. Poco dopo si fermò e disse:

«A Milano, su per giù, nascono venti milanesi il giorno, il che in una

settimana dà un totale di 140 milanesi. Così, o all'incirca, doveva

accadere anche vent'anni sono. Di questi 140, la metà sono maschi; e

di settanta tra Caroline, Clotildi, Amelie, Marie, ecc., quante possono

essere le Camille?»

La cosa pigliava un aspetto tutto differente; ora, tra la certezza di

dover visitare ad una ad una le 27 parrocchie e l'impazienza d'aver

finito di raccogliere tutte le Camille, per poi accingersi al difficile

còmpito di sceverare la buona, il meglio era di balzare in una carrozza

da nolo.

E così fece, a dispetto della sua igienica abitudine di camminare a

piedi.

«A Sant'Alessandro! ordinò al cocchiere.»

E via di galoppo.

Quattro giorni dopo, quelle peregrinazioni erano finite, ed i

risultati, stando all'opinione del dottore, non potevano essere più

soddisfacenti, però che egli fosse andato in cerca d'una Camilla e ne

avesse invece incontrato sette.

Il signor Fulgenzio non prese la cosa ridendo come il dottore gliela

aveva detta, ma tolse di mano all'amico il taccuino e ne lesse le

annotazioni, tentando il mestiere dell'indovino. Se il cuore fosse la

buona pasta di consigliere intimo che tanti vogliono che sia, fra le

sette Camille avrebbe indicato Donnina con una martellata di quelle

famose nel petto del vecchio; ma, o la regola è sbagliata, o il cuore

del signor Fulgenzio faceva eccezione.

— E come faremo?... parve dire costui restituendo il taccuino senza dir

parola.

— Tu non farai nulla, farò io, rispose il dottore alla stessa maniera,

ed aggiunse forte: «tutte queste Camille sono legittime; tanto meglio,

e tanto peggio; ma di queste sette io ne ho già messe da banda tre...

_Camilla Margherita_, figlia di Maria Longhi e di Giovanni Bergoni,

_Eugenia Maria Camilla_, figlia di Concetta Lavini e di Tommaso Gori;

_Fortunata Camilla_, figlia d'Innocenza Baldi e di Rocco Sani, ed a

queste non voglio nemmeno pensare o ci penserò in ultimo.»

Il direttore seguiva attentamente il filo del sistema d'indagini che

doveva guidare sulle tracce del padre di Donnina; al dottor Parenti

splendeva in faccia il genio inquisitorio.

— E lo ho escluse, proseguì egli a dire, perchè i signori Giovanni

Bergoni, Tommaso Gori e Rocco Sani sono venuti in terra il primo per

fare il cenciaiuolo, il secondo il fabbro ed il terzo il calderaio,

tre mestieri onorati, che non mi paiono corrispondere alle indicazioni

avute circa il padre di Donnina...

— E quali indicazioni abbiamo che si possano dire certe e si

riferiscano proprio al padre di Donnina?

— D'indicazioni certe e che si riferiscano proprio al padre di Donnina,

ne abbiamo una sola: Donnina, e mi pare che basti! Oh! vorresti credere

quel capolavoro di fanciulla uscita dalle mani di un calderaio?

L'argomento non aveva di stringente altro che la fede dell'oratore,

ma doveva bastare ad un uditorio desideroso di credere come il signor

Fulgenzio.

— Rimangono le altre quattro: _Grazia Maria Camilla..._

Due colpi frettolosi battuti all'uscio ruppero le parole in bocca al

dottore, ed un infermiere entrò a dire che mastro Paolo era stato côlto

da un nuovo accesso di febbre e di delirio.

Il tesoro di Donnina · 第 62 / 103 题