Bizzarre cose aveva detto il cuore a Donnina. Al primo vedere i due
sconosciuti che cercavano del babbo, ed il babbo che se n'andava con
essi, ella aveva sentito come il segnale di uno scampanìo di festa,
e rimasta sola per accudire ai piccoli scolari, non ci fu verso di
mettersi sul serio a far la maestra. Le passavano in mente cento
fantasie, sentiva in petto cento sussulti nuovi; era proprio la donna
più disadatta in quel momento a tener in freno una brigata di monelli.
Le bisognava la pace, e parevale di poterla trovare altrimenti che
nelle cure della scolaresca. Dal canto suo la scolaresca metteva a
profitto quegli istanti di ozio coll'entusiasmo di chi li immagina
troppo brevi. Donnina salì sulla cattedra del babbo, e raccomandò il
silenzio, accordando a questo patto dieci minuti di riposo: avvertì che
se non sapessero tacere, farebbe dire a tutti la lezione; e se invece
sapessero, ella ne avrebbe tanto piacere.
Tutte queste considerazioni messe insieme dovevano avere un gran peso,
perchè ognuno tacque o all'incirca, e nel primo quarto d'ora il sordo
mormorìo che quegli studiosi spacciavano per silenzio non fa rotto se
non da uno scapellotto che un piccolo signore diede al suo vicino di
destra e che costui restituì scrupolosamente al suo vicino di sinistra.
Donnina intanto aveva levato di tasca la lettera preparata per
Ognissanti e vi aggiungeva in coda il seguente poscritto:
«_P. S._ Riapro la lettera per dirti che il cuore mi batte forte, che
io sono sola nella cattedra del babbo innanzi alla scolaresca, e che
il babbo è all'osteria rimpetto con due signori venuti poco fa, e che
mamma Teresa è uscita a fare alcune spesuccie e che io penso a te...
ah! il cuore mi batte forte!
«Non so perchè, o piuttosto lo so benissimo, ma ho timore d'ingannarmi;
dei due signori uno l'ho già veduto vestiva altrimenti, ma mi è
sembrato di riconoscerlo; il giorno in cui tu fosti da noi l'ultima
volta, pochi minuti prima di veder te, avevo visto lui che entrava
nell'osteria della _Salute_.
«Oh! perchè allora non venne dal babbo ed ora ci viene?
«L'altro è un uomo più maturo, ha la barba grigia, l'aspetto severo; e
mi ha guardato fisso ed a lungo; io gli volgeva le spalle, ma ho visto
tutto. Che diranno essi in questo momento?
«Mi passa un gran pensiero in capo, e invano lo caccio, ed esso
ritorna; ed ho riaperto la lettera per dirti l'animo mio a costo di
dovermi pentire della mia credulità. È così ingannevole il desiderio!
«Te lo voglio dire, a patto che tu ne rida poi se avrò errato; ho in
mente...»
Donnina ebbe appena tempo di nascondere la lettera, e mamma Teresa
entrò; appena la vecchia seppe dove era il marito, via di galoppo...
ma il filo era spezzato, la prima titubanza riprese vigore, e insieme
colla titubanza il dubbio più forte. Donnina non aggiunse una sillaba
al poscritto ed aspettò una buona mezz'ora. Ci fu un momento in cui
era così pentita di aver dato fede ad un sogno, che voleva cancellare
quanto aveva scritto e copiare tutta la pagina prima di mandarla.
Per resistere alla tentazione esaminò i saggi calligrafici dei suoi
allievi, e le parvero perfetti. Quanto tempo passò a quel modo? Un
tempo lungo, penoso. Ma alla fine la porta di strada si aprì, mamma
Teresa comparve la prima sulla soglia, e senza dir parola si buttò
nelle braccia della fanciulla. La quale comprese, guardò maestro
Ciro ed i due sconosciuti che le sorridevano, e infine spinta dalla
terribile mamma si trovò quasi senza avvedersene fra le braccia del
signor Fulgenzio.
Un'ora dopo la scolaresca, tumultuando per l'allegrezza, usciva dallo
stretto varco, e Donnina riattaccava il filo del suo poscritto così:
«Ognissanti mio! Non è più sospetto, è certezza: quanto sono felice
di essere la prima a darti questa notizia! erano proprio essi, come
avevo pensato, il tuo babbo e l'amico tuo, il dottore! E sappi anche
che il tuo babbo mi ha baciata in fronte per te e che non è vero che
sia cattivo, nè superbo. Vorrei dirti un mondo di cose; ma le compendio
tutte in un pensiero, Ognissanti mio!»