I passeri lo hanno detto ai gelsi, alle acacie delle siepi ed ai bassi
virgulti che levano le braccia nude dal letto di neve: il tempaccio è
finito, la bruma è in rotta, i nugoli si disperdono come un esercito
sgominato, ecco il sole.
Ecco il sole! L'immenso piano di neve è tutto uno scintillìo,
interrotto dalle lunghe ombre nere gettate da ogni stelo.
Un'impalpabile nebbia nuota nell'aria, ma così lieve e così
trasparente, che la diresti un polverìo di rose e d'oro; i colori
fanno festa; il poco verde delle foglie pare più verde, la limpidezza
del cielo, da tanto tempo vestito a bruno, sembra cosa nuova ed
allegra oltre l'usato. Da ogni ramo gocciola la neve disciolta, e le
mille pozzanghere improvvisate, in cui si specchia il mattino, hanno
sembianza di pezzi di firmamento caduti sulla via maestra.
A poco a poco l'aria si fa più trasparente, il cielo che pare d'argento
e di porpora per i riflessi della neve e del sole nascente, si tinge
d'un azzurro purissimo, e l'astro radioso si innalza nell'orizzonte.
L'unica via di A... è inondata di luce; l'_Osteria della Salute_ è
tutta tripudio, e non sentì mai così forte l'orgoglio di aver tutti i
suoi vetri intatti; gran dire! la nuova insegna sembra più bella, ed il
signore che vi è dipinto più rosso del solito.
Un venticello lieve stacca dai rami degli alberi le ultime falde di
neve; nè hanno tempo di giungere a terra che già sono squagliate;
l'orizzonte ristretto dalle brume si è allargato sterminatamente, tanto
che dalla finestra di Donnina si vedono splendere al sole le nevi delle
montagne lecchesi.
Ma Donnina ha l'occhio ad un altro cielo, ad un altro orizzonte. Il
suo pensiero corre per la pianura verso Milano, si lascia indietro la
guglia del Duomo e va oltre, e va oltre... poi rifà la via percorsa. Si
ravvede e rilegge la lettera scritta poc'anzi, e le pare di non aver
detto nulla di quanto voleva dire, fino a che il sole, baciandola in
volto, la costringe a togliersi dalla finestra e dal suo Ognissanti per
assettare la cameretta.
Proprio allora che Donnina staccò l'occhio dalla via maestra apparve
all'estremità una carrozza, la quale ebbe in pochi istanti percorso
quel tratto di via e fu innanzi alla porta ospitale dell'_Osteria della
salute_.
Il saluberrimo proprietario del luogo mandò il suo più balsamico
sorriso incontro ai nuovi arrivati, che erano due e salutò in uno di
essi una vecchia conoscenza.
— Ha buona memoria l'amico, disse il dottor Parenti accennando l'oste.
Il signor Fulgenzio pareva sopra pensiero e non rispose.
Poco stante i nuovi arrivati attraversavano il tratto di via che
separa la locanda dalla scuola comunale, e si arrestavano innanzi alla
nota porticina. Li seguiva furtivamente l'oste, ma solo cogli occhi
che teneva appiccicati alle vetrate. Il signor Fulgenzio non voleva
passare per il primo, ed il dottor Parenti si fece innanzi; usciva dal
vano sottile dell'uscio socchiuso il dotto mugolìo che esala da ogni
scientifico banchetto di fanciulli punto punto affamati di scienza.
Il dottore picchiò tre volte colla nocca, e subito ogni rumore cessò;
un istante dopo la testa canuta del signor maestro s'incorniciava nel
vano innanzi ai due visitatori, e si ritraeva con un atto di meraviglia
che ben valeva un saluto, e la porta si spalancava, e i due visitatori
si trovavano innanzi alla scolaresca, la quale balzava in piedi
rispettosamente con molto maggior rumore del necessario.
Tutto ciò, ripeto, in un istante. Maestro Ciro, mal pratico dei
cerimoniali, non domandò «a che cosa dovesse l'onore di quella visita,»
ma era tutt'occhi per indovinarlo, e tutt'orecchi per non farselo dire
due volte.
Il dottore fu il primo a parlare.
— Lei, se non isbaglio, è il signor maestro della scuola comunale di
A...
— Da sei anni sono io quello, per servirla.
— Il signor Ciro Neri...?
— Appunto...
— Noi abbiamo bisogno di parlarle di cose che riguardano la sua
famiglia...
Ed aggiunse, additando prima il compagno, poi facendosi innanzi egli
stesso: «Il signor Fulgenzio, il dottor Parenti.»
Maestro Ciro s'inchinò profondamente, ed intanto colla coda dell'occhio
guardava se mai gli venisse fatto di vedere due seggiole, le quali
non ci erano mai state, e pensava che una cameretta decente, dietro la
scuola, avrebbe servito tanto bene a ricevere i visitatori.
Il dottor Parenti si avvide alla prima dell'imbarazzo del signor
maestro, e gli disse col più amabile sorriso:
— Se lei potesse lasciare i suoi allievi alcuni istanti e volesse
seguirci a due passi, nell'osteria della Salute qui rimpetto... vi ha
una stanzetta in cui si starebbe soli... Ed è sempre meglio... le pare?
A maestro Ciro pare di sicuro; e poi quella visita inaspettata,
la benevolenza del dottore e la contegnosa taciturnità del signor
Fulgenzio gli hanno messo innanzi tanta folla di fantasia, che non sa
più raccapezzarsi.
Ed ecco, Donnina, la quale ha finito di dar sesto alla sua camera,
scende appunto da basso; il vecchio babbo le va incontro, la chiama e
se la fa venire dietro nella scuola. Stamane la fanciulla è così lieta,
che pare le stia ancora sulla fronte il raggio di sole che la baciava
poc'anzi; entra senza titubanza, vede i due sconosciuti e si arresta un
tantino, mentre maestro Ciro le dice:
— Ti affido i miei scolari; se Teresa domanda di me, io sono alla
_Salute_ coi signori...
E si volge per mettersi a disposizione _dei signori_, i quali non sanno
staccar gli occhi di dosso alla giovinetta.
— È Donnina, la mia creatura, balbetta allora.
— È lei! aggiunge il dottore tentando il gomito del signor Fulgenzio.
Ma Donnina s'è già accostata ad uno dei suoi allievi per avvertirlo
che il sillabario non è propriamente fatto per lacerarne i margini e
masticarli; intanto il dottor Parenti ha infilato l'uscio, e il signor
Fulgenzio dietro, ed il signor maestro in coda, ruminando un sospetto
nuovo ed un timore antico.
«È Donnina... la mia creatura!...» aveva detto. Oh! perchè non aveva
detto semplicemente «la mia figliuola!» Ohimè! E se l'altro, quel
vecchio taciturno e severo, gli avesse risposto: «non è vero, non è
tua, tu mi hai rubato un affetto che è cosa mia; son io suo padre!» Ah!
qual gioia infinita e quale infinito dolore!
Nei venti passi che separano la scuola dall'osteria, babbo Ciro non
stacca un istante gli occhi di dosso al signor Fulgenzio, come per
trovargli nel naso e nel mento le prove autentiche della paternità.
Il dottor Parenti, persuaso che uno scherzo è la via più spiccia
per arrivare alla domestichezza d'un colloquio intimo, dice: «quanta
filosofia nella vita paesana! il nutrimento del corpo ed il nutrimento
dello spirito a poche spanne; e le due cose si fanno dirimpetto, perchè
nessuno ne dimentichi la necessità.»
Il signor maestro tira il fiato lungo ed assicura che del nutrimento
dello spirito i filosofi del luogo se ne dimenticano volontieri; ed
avrebbe aggiunto, ma sta zitto, che dimenticherebbero, a lasciar fare,
anche di nutrire il corpo del signor maestro.
L'oste della _Salute_ non sa discendere dalle regioni iperboliche
della sua meraviglia, vedendo babbo Ciro coi due ospiti, e quando gli
si domanda un boccale del suo miglior vino bianco, ed egli lo reca e
lo depone sopra una tavola nella cameretta solitaria, non sa come fare
per non andarsene. Ma il dottor Parenti lo spinge fuor dell'uscio con
un'amorevolezza tutta sua, e dice mettendosi a sedere:
— Poveraccio! questo camerino sembra fatto a posta per mortificare la
curiosità d'un oste.
Bisogna fare una certa violenza a maestro Ciro per indurlo a sedere fra
i due; quando la cosa è riuscita, e l'unanime consenso ha dichiarato
il vinello bianco molto salutifero, il dottore, parendogli il momento
buono, entra addirittura in materia senza ombra di preambolo.
— Caro signor maestro, noi siamo qui per parlare della sua Donnina,
della sua figliuola...
Maestro Ciro si sente venire i sudori, e per rinfrancarsi vuota d'un
sorso ciò che gli rimane nel bicchiere; il dottore si affretta a
colmarglielo, non ostante la resistenza, poi prosegue:
— Il signor Fulgenzio qui presente, ha bisogno di sapere qualche cosa
su quel tesoro di giovinetta...
— Lor signori sanno?... balbettò il vecchio.
— Che Donnina non è propriamente sua figlia; non è un segreto, lo
devono saper tutti in paese, posto che lo sa l'oste...
Il povero padre ha un esercito di domande che gli sfilano nella mente,
gli arrivano a fior di labbro e si inabissano in gola; fa cenno al
dottore di proseguire e non dice nulla.
Ma il signor Fulgenzio, a cui non è sfuggita la lotta che si combatte
in quel petto, entra a dire:
— Non le paia curiosità importuna la nostra; abbiamo gravi ragioni...
si fa pel bene della sua figliuola...
— Benedetti! risponde maestro Ciro, perchè vuole che mi paia curiosità?
Un giorno o l'altro già io me l'aspettava... mi ci ero preparato. Lor
signori conoscono dunque il padre?...
Il maestro di scuola ha smozzicato l'ultima domanda con due colpi di
tosse, che sono in realtà due singhiozzi belli e buoni. Fulgenzio e
l'amico si guardano in viso, coll'aria di dire: «a questo non avevamo
pensato.»
— Ci è un equivoco, osserva il signor Fulgenzio; noi non veniamo per
ciò che lei suppone. Una domanda ci farà intendere: Conosce Mario?
— Mario! dice il maestro fra sè, e lo ripete due volte senza che gli
venga in mente dove ha udito quel nome.
— Conosce Ognissanti? interroga sorridendo il dottor Parenti.
— Se conosco Ognissanti! se lo conosco!... è vero, lo chiamano anche
Mario.
— Mario è mio figlio, dice il signor Fulgenzio; e senza dar tempo
al vecchio di riaversi dalla meraviglia, prosegue: Mario ama la sua
Donnina, si è promesso a lei, io so tutto;
— Quand'è così, la saprà che i due poveretti si erano promessi da
bimbi, si può dire... e che...
— E che Donnina ha un cuore d'angelo, e farà un'ottima moglie come ha
fatto un'ottima figlia... aggiunge il signor Fulgenzio.
I pomelli lucenti delle gote di maestro Ciro ricevono un insolito
lustro da due grosse lagrime che è impossibile trattenere.
— So tutto, prosegue a dire l'altro; e non domando di meglio che di
fare la felicità di mio figlio, se lei non ci ha nulla in contrario.
A questo punto la porta si spalanca con impeto, ed entra mamma Teresa.
La terribile donna, dal fondo del suo enorme cappellino, guarda come
inorridita lo spettacolo di quell'orgia e si arresta sulla soglia. Il
dottor Parenti le va incontro cavallerescamente, le offre una seggiola
e la invita a sedere; la vecchia non si fa pregare ed apre bocca per
parlare, ma il signor maestro si mette un dito in croce sul labbro, ed
il dottor Parenti dà all'oste, il quale ha creduto opportuno di venire
a prendere gli ordini dei signori, il consiglio di recare un altro
bicchiere.
Intanto che l'oste va e torna, la vecchia, fiutando in aria lo
_straordinario_, dice abbassando la voce, come per farsi scusare: «ero
uscita a far la spesa, torno e non trovo più il mio vecchio; dov'è il
mio vecchio? domando a Donnina; — alla _Salute_ con due signori che
avevano bisogno di lui; se avevano bisogno di lui, dico io, avranno
bisogno anche di me; maestro Ciro non ha mai fatto nulla senza di
me, tranne la scuola; ci vado, e se non mi vorranno ritornerò... Devo
andarmene?»
Il dottor Parenti le sorride amorosamente, il signor Fulgenzio la
guarda con curiosità, ed il marito mette un'altra volta l'indice sul
labbro. Ritorna l'oste col bicchiere. «Grazie, amico mio, gli dice il
dottore; ci farete un regalone, chiudendo l'uscio e badando che nessuno
venga a disturbarci.
L'oste fa un sorriso apocrifo e se ne va, ed il signor Fulgenzio
ripiglia a dire, come se nulla lo avesse interrotto:
— Dunque, se lei non ci ha nulla in contrario, Ognissanti sposerà la
sua Donnina.
— Ma le pare? risponde mamma Teresa, a cui di repente si è chiarita
ogni cosa; la nostra Donnina vuol bene ad Ognissanti, e gli vogliamo
bene anche noi; lo abbiamo conosciuto piccino piccino, alto così; era
un amore, un vero amore, un po' birichino, un po' bisbetico, ma un
amore; se la meritava proprio la fortuna che gli è toccata di trovare
un padre come lei... Dicevamo dunque che non solo non abbiamo nulla
in contrario, ma siamo felici, felicissimi... Via, parla anche tu,
soggiunge, toccando col gomito il marito, devo sempre dirle io le cose?
parla tu, che sai come si fa coi signori...
Il signor maestro si frega le mani, come nelle grandi allegrezze, ed
approva del capo ogni parola della vecchia.
— Facciamo conto che abbia parlato io stesso.
— Dunque, a quando le nozze? domanda mamma Teresa, avanzando il corpo
per modo che il cappello le ricade sulle spalle ed il viso rugoso esce
dal vano enorme.
Il signor Fulgenzio non può trattenere un sorriso a quell'accento ed
a quell'atto, ma il dottor Parenti accorre serio serio in aiuto della
signora, e le riadatta in capo il cupolone, sebbene la vecchia dica che
non occorre.
— Presto, risponde il signor Fulgenzio, se non vi sono altre difficoltà.
— E che difficoltà v'hanno a essere?
— Donnina, che lei sappia, ha padre o madre viventi?
Maestro Ciro, a cui è rivolta la domanda, guarda in faccia mamma
Teresa, la quale ha gli occhi altrove e tende le orecchie per non
perdere una sillaba.
— Ecco, la mamma non ce l'ha più di sicuro, ma il padre, almeno credo,
vive ancora, sebbene non si sia più visto. Anzi, da cinque anni ci
giunge ogni tanto del denaro, che non sappiamo da chi venga, e poco
tempo fa abbiamo ricevuto per la stessa via _mille lire_; quel denaro
lo abbiamo messo alla Cassa di Risparmio di Milano per Donnina... Non è
vero, Teresa?
— Se è vero? lo sai pure che è vero! risponde la vecchia tentennando
il capo per l'impazienza; ma a che serve tutto ciò? Contenta Donnina,
contenti noi, e contenti noi contenti tutti! Quel padre doveva farsi
vivo prima, e non lasciare la povera creatura in abbandono col rischio
di mandarla all'altro mondo. Dico bene?
— Dice benissimo, risponde il signor Fulgenzio, a cui è diretta la
domanda, e per me...
— Ah! interrompe la vecchia, meno male! Non siamo forse noi che
l'abbiamo raccolta, allevata, chiamata figlia? Donnina è cosa nostra,
tutta nostra, lo domandi a lei e sentirà. E se suo padre se n'è
dimenticato, peggio per lui. Mi pare di ragionare, mi pare...
— Lei ragiona benissimo; ma la legge...
— Che legge, che legge! Io non so di legge, non so leggere io, non
ne voglio sapere; e maestro Ciro se ne dimenticherà, se occorre, ma
Donnina deve fare quello che vogliamo noi, e noi vogliamo che faccia
quanto le pare e piace.
Maestro Ciro, tra i monosillabi del signor Fulgenzio e le sfuriate
della moglie, non capisce nulla di nulla, ed ha piuttosto l'aria di uno
scolaro, che del signor maestro.
— Vediamo, dice il dottor Parenti, non complichiamo le cose, lasciamo
le querele da una parte; il codice mettiamolo da banda per ora, e
poichè ci siamo intesi circa lo scopo del nostro colloquio, badiamo
d'andare con ordine. Ora, per andare con ordine, si deve incominciare
dal conoscere la storia di Donnina... Maestro Ciro, ci vuol dire lei
quanto ne sa?
— Dall'_a_ fino alla _zeta_, risponde mamma Teresa, lieta di poter fare
quest'allusione al carattere scientifico del marito. E sentiranno loro
se quello è un padre...
Maestro Ciro, posto al cimento di una narrazione, sembra raccogliere
le idee e pigliare in pugno le redini della grammatica; dopo di che,
incomincia con un lieve tono cattedratico:
«Sono quindici anni che Donnina è con noi; ora essa ne ha diciotto
compiti, quasi diciannove, dunque, quando divenne nostra figlia, non
ne aveva ancora quattro. Allora io era maestro di scuola ad S... un
allegro paesello lungo la ferrovia; la scuola era poco frequentata,
una ventina di allievi in tutto; ma l'onorario era proporzionato al
numero degli scolari, non alla fatica nè ai bisogni. Perciò alla prima
occasione, e si fece aspettar molto, mutai residenza.
«Era nel paese una coppia di giovani sposi, Brigida e Tommaso; la
moglie sfrondava i gelsi nella stagione, il marito era cantoniere sulla
ferrovia; s'erano sposati perchè si volevano bene, ma erano tutti e
due soli al mondo e non possedevano se non il loro affetto e le loro
braccia. In paese erano amati molto, vivevano nella solitudine della
campagna, nel piccolo casotto, con quattro spanne di orticello; erano
felici di poco, ma felici davvero e molto.
— Sicuro, interrompe mamma Teresa, e siccome i felici fanno ombra a
quella razza d'invidiosi che manipola le cose di questo mondaccio...
— Teresa...
— Lasciami dire, tanto lo penso, ed è tutt'uno... e così un giorno il
povero Tommaso cade e si fiacca uno stinco, e gli viene la cancrena, e
se ne va all'altro mondo...
Maestro Ciro, sentendosi incapace d'arrestare la moglie intanto che
parla, continua ad approvare col capo ognuna delle sue parole, poi
ripiglia:
«La povera Brigida rimase sola col cuore gonfio dell'affanno, colla
salute affranta dalle veglie e dagli stenti, e per di più madre. Venne
al paese; visse o piuttosto non morì subito; ebbe una figlia, e la
restituì al cielo pochi giorni dopo. Qualche pietoso le consigliò di
recarsi a Milano e di offrirsi per nutrice. Così fece; andò a piedi,
stette via un paio di giorni, al terzo ritornò dando il latte ad una
bambina non sua, a Donnina. La povera creatura aveva perduto la madre
nel venire al mondo; il padre non doveva essere agiato, perchè pagava
un meschino compenso alla Brigida. Come si chiamava la fanciulla?
Camilla. Come si chiamava il padre? Non sapeva dirlo. Sapeva solo che
abitava in una via stretta, in stanze molto piccine, e poste in alto in
alto.
«Ci fu un po' di curiosità in paese per conoscere il padre di quella
creaturina. Un giorno, dopo parecchi mesi, si vide venire a piedi un
giovine tra i ventidue ed i venticinque; era lui; «aveva un'aria molto
patita,» così almeno si diceva. Stette un paio d'ore, se ne andò come
era venuto, a piedi; ritornò un'altra volta parecchi mesi dopo, ed
un'altra; poi nessuno più lo vide. Donnina aveva quasi tre anni ed era
graziosissima; veniva considerata come la figlia del Comune e non le
mancavano i baci; ma le mancò la madre. La povera Brigida, non bastando
al lavoro, ammalò; da qualche tempo non riceveva più ogni mese le
poche lire dal padre di Camilla, e non sapeva a chi scrivere, perchè
quell'uomo non le aveva mai detto il suo nome. Per farla corta, morì
anch'essa; allora la mia Teresa ed io, vecchi e senza figliuoli, si
pensò di far nostra la creaturina. Molti dissero che avevamo fatto una
buona azione; qualcuno sospettò che il padre si fosse nascostamente
rivolto a me, e m'avesse incaricato della sua figliuola, e sparse la
voce essere Camilla la figlia d'un ricco signore, il quale non voleva
farsi conoscere; nessuno indovinò il vero, cioè che noi, la mia vecchia
ed io, ci eravamo tirati in casa la felicità.
— E del padre di Donnina non ebbero più notizie? chiese il dottor
Parenti.
— Una volta sola e da altri, e senza sicurezza d'indizii, seppi che
un giovine alto, _sotto la trentina_, era stato sul far dell'alba ad
informarsi di Brigida, e saputala morta, ed inteso che Camilla era
stata raccolta da noi, non aveva chiesto altro e se n'era andato.
Sperai di ricevere qualche lettera che mi togliesse dall'incertezza;
non ricevei mai nulla. Finalmente, cinque anni sono, mi pervenne da
Milano, entro una busta da lettere, un _vaglia_ in mio nome.
— E chi mandava quel vaglia?
— La signora _Donnina Neri_... il nome che portava la fanciulla. Era lo
stesso come dirmi che quel denaro veniva mandato per Donnina e che il
padre non voleva farsi conoscere.
— E qual prova che fosse il padre e non altri a mandare il denaro?
chiese il signor Fulgenzio.
— Veramente, nessuna... ma noti che Donnina era il nuovo nome venuto
dall'uso alla piccina; e se colui lo sapeva era segno che aveva avuto
informazioni della sua creatura e che non l'aveva dimenticata del
tutto.
— Dunque, secondo lei, il padre di Donnina vive?
— Lo credo.
— E non ha veruna prova che la sua Donnina sia nata fuori di matrimonio?
— Nessuna.
Il signor Fulgenzio stette un istante in meditazione sotto gli sguardi
impazienti e curiosi dei due vecchi, poi riprese a dire crollando il
capo:
«Se il padre vive ed è padre legittimo, Donnina non può prender marito
senza il suo consenso.»
Mamma Teresa fece un balzo sulla seggiola ed appuntò le mani sulla
tavola.
— Donnina non può sposare Ognissanti?
— Nè Ognissanti nè altri...
— Senza il consenso di lui... di quella birba che non ha fatto altro
se non metterla al mondo... E questa è la legge? Ma dove avevano il
cervello quei signori che hanno fatto la legge? Dunque se a quello
sciagurato venisse in mente di non farsi conoscere mai o di non volere
mai, Donnina dovrebbe starsene ad ammuffire in casa in eterno?
— Fino a che non avesse vent'un anno almeno.
— La cosa è diversa, osserva maestro Ciro, il quale ha sempre avuto un
gran rispetto alla legge.
— Non è diversa niente affatto, ribatte mamma Teresa; fino a vent'un
anno! e Donnina, tu lo sai, non ne ha ancora diciannove, e noi siamo
vecchi e non abbiamo gran tempo da aspettare per vederla felice...
— Noi forse, osserva il maestro di scuola, ma Donnina può aspettare un
pezzo!
— Non può, ti dico io che non può, e che questa è una birbonata
della legge; già, l'ho sempre detto, la legge è fatta per favorire
i furfanti, i quali o l'hanno per sè e se ne approfittano, o l'hanno
contro e non ci badano.
Sbollito l'impeto, mamma Teresa tace per non saper più che dire, e
siccome nessuno parla, ella va girando gli occhi dall'uno all'altro dei
tre, ed aspetta che da quel silenzio esca qualche cosa di buono.
Il dottor Parenti è il primo a parlare e lo fa colla sua consueta
sicurezza, togliendo se non altro il pensiero dalla contemplazione
della propria impotenza.
— Bisogna assolutamente trovare il padre di Donnina, e lo troveremo
vivo o morto.
— Meglio morto, osserva mamma Teresa, e se lei lo trova vivo, gli dica
pure da parte di mamma Teresa che se ne muoia, che ci farà un regalone
a tutti.
— Lo troveremo, prosegue il dottore senza badare all'interruzione;
non ci bisogna altro se non sapere in qual parrocchia è stata tenuta a
battesimo Donnina.
— Nemmeno questo non lo sappiamo, dice melanconicamente maestro Ciro.
— Benissimo, nemmeno questo non si sa; benissimo, vediamo un po' che
cosa si sa: l'anno in cui nata?
— 185...
Il dottor Parenti scrive il numero nel suo taccuino.
— Il mese?
— Maggio.
— Il giorno?
— La prima settimana, giorno più o meno.
— Il paese?
— Milano, ma non è certo.
Il dottore legge forte:
«L'anno 185... nella prima settimana del mese di maggio nacque a Milano
e fu battezzata nella parrocchia di... una bambina a cui fa posto il
nome di Camilla...»
— Ecco fatto, prosegue a dire ricacciando in tasca il taccuino; mi
basterà andare in giro per le ventisette parrocchie di Milano; non
domando per questo più d'una settimana. Ed ora che il padre di Donnina
è trovato, amico Fulgenzio, non so che cosa ti trattenga dal fare la
tua domanda ufficiale: maestro Ciro, mamma Teresa, il signor Fulgenzio
ed io abbiamo l'onore di chiedervi la mano di vostra figlia Donnina per
il nostro figlio Mario, ovverosia Ognissanti...
L'accento con cui è fatta questa domanda di nozze, ridona a tutti il
buon umore.
Maestro Ciro risponde colla voce rotta dalla tenerezza, e mamma Teresa
spinge il suo entusiasmo fino a dire che quello è parlare a dovere, e
ch'è un negozio fatto, e non se ne parli altro.
Rimangono ancora quattro buone dita di vino bianco in fondo alla
bottiglia, ed il dottor Parenti ha il pensiero di empire mezzo il
bicchiere di mamma Teresa, e mezzo il proprio e quello di maestro
Ciro. E siccome il signor Fulgenzio è stato dimenticato, egli avanza
sorridendo il bicchiere e chiede la sua parte.
— Alla salute di Donnina ed alla loro salute, dice a mezza voce il
dottore.
— E di Ognissanti, risponde maestro Ciro nello stesso tono.
— E di lor signori, aggiunge la vecchia in un'ottava più alta.
Poi si muovono ed escono.
L'oste della _Salute_ è tutto sorrisi; ne regala un paio a mamma
Teresa, uno a maestro Ciro, uno di prima qualità al signor Fulgenzio e
sciorina i fondi di magazzino al dottore, rimasto ultimo per pagare il
conto.
— Grazie infinite, ed a ben vederla.
— E presto, forse, rispose il dottore.
— Ai suoi comandi (e qui un altro sorriso), tutta la _Salute_ è ai suoi
comandi.
— Vi ringrazio per i miei ammalati.
— Vossignoria è medico? interroga l'oste, felice di apprendere qualche
cosa.
— Sono medico, ma non abbiate paura, le mie visite alla vostra osteria
sono innocenti.
L'oste comprende lo scherzo.
— Già!... noi siamo sani sempre.
— Tranne la vostra insegna; non mi piace dissanguare il mio prossimo,
ma a quel signore ordinerei volontieri una cavata di sangue.
L'oste ride da quell'uomo di eccellente umore che egli è, e rimane
sull'uscio persuaso di non saperne più di prima.