CIÒ CHE RIMANE A MAURIZIO.

Il suo amore! pensò Maurizio; ambizioso sentimentalismo di cortigiana,

ipocrisia di un cuore di donna che batte fra le braccia di un

compratore!»

Stette lungamente immobile, come istupidito, cogli occhi fissi in quei

caratteri che andava rileggendo a spizzico senza più comprenderne il

significato.

Gli passavano in mente, in folla disordinata, mille fantasie; vedeva

quella donna in cento aspetti, se la immaginava in viaggio, entro la

carrozza, all'albergo, al braccio del banchiere, ora con un triste

sorriso sulle labbra, ora colla fronte annuvolata, carezzevole e

dispettosa, innamorata e cortigiana, pensosa e beffarda. Questa folla

pazza di fantasmi si avviava tutta per una strada, dietro la fuggitiva,

e passava innanzi a lui lasciandolo solo nel mezzo del cammino, a

ghignare in silenzio, senza nemmeno volgere il capo per accompagnarli

un tratto di via. Quelle ombre passavano, si riflettevano un istante

sopra di lui, che se ne stava immobile e non ne serbava alcuna

traccia: pareva che tutti quei pensieri fossero gente frettolosa e

gli domandassero la via per cui Serena era passata, e che il suo cuore

dovesse rispondere: «per di qua» — ma la sua mente era altrove.

Quella donna che fuggiva, quella bellezza di forme che si cancellava

nello spazio, non era più se non una visione; il suo disgraziato amore

una leggenda. Egli si sentiva la forza di strapparsi dal petto ogni

sentimento estraneo; ritrovava sè stesso; il suo orgoglio medicava con

sinistra pietà la sua ferita.

E pensava... A che pensava egli?

Tutte le belle fantasime giovanili gli riapparivano colla beffa sul

labbro; le meditate opere del suo ingegno, le vergini collere e le

ardenze dei primi anni avevano il ghigno della parodia: più oltre erano

le sospirose miserie allietate da un inno e le gagliarde fami contente

ad un pane e ad una strofa, e più oltre... Più oltre i vent'anni, la

balda e ridente stagione della vita... E nondimeno egli ne rifuggiva,

ritornava indietro, rifaceva il suo cammino fino ad arrivare

all'amarezza dell'oggi; allora fissava l'occhio più intento, e lo

spalancava vie più, e dallo sguardo immoto gli balenava una tetra luce.

E pensava... A che pensava egli?

Alla sua credulità beffata dallo esperimento degli uomini, all'intatta

fede d'una volta ed allo scetticismo datogli dalla pratica del mondo.

E forse, pigliando le parti del volgo — volgo oramai egli stesso —

contro le proprie utopie generose, si diceva che tutte le sue ambizioni

erano stolte, tutte le sue speranze sciocche, ridevole ogni sua

chimera; e che l'aver voluto attendere dallo ingegno e dal cuore altra

moneta da quella dell'elemosina era la massima ingenuità. E che in fin

dei conti il mondo è un mercato, e che se ci vai con una moneta che

nessuno conosce, dovrai spenderla per vilissima, e chiamarti fortunato

se non ti si lasci morire di fame. L'ingegno! Tutti ne hanno!...

Ma tu parli del tuo proprio che vale di più... E quanto vale? E chi

ti dice se più valga lo appaiare due endecasillabi ed il mettere in

prosa elegante ciò che ti frulla per il capo, ovvero la speculazione

profetica che ha l'occhio al rialzo ed al ribasso, e la dotta fiducia

che accetta allo sconto una cambiale? E che fan di buono le tue strofe

e la tua prosa, quando non fanno del marcio? E poi, via, perchè questa

sorta d'ingegno, letterario od artistico, pretende di andare innanzi

all'altro? A condurre con garbo un negozio, a stringere i nodi della

borsa quando è il momento buono, si richiede uno squisito acume

d'intelletto; a fare che la lira, invece d'un soldo, ne renda due,

occorre un'arte greca sopraffina. Tu te la intendi benissimo coi numeri

del verso, ma io me la rifaccio coi numeri dell'abbaco; invertiamo le

parti e ti farò ridere, e mi farai ridere; ma io riderò più forte ed

il coro farà eco al mio buon umore. Non è così grand'uomo che non sia

più piccolo del suo portinaio, a sentire il portinaio. «Egli fa libri,

sapesse così fare i conti di casa sua!» «Codesti signori eruditi non

capiscono nulla; hanno il capo nelle nuvole, fossi io nei suoi panni,

questo vorrei fare! o questo! o questo!... un po' di buon senso come ce

lo dà la madre natura vale meglio di tutti i genii dell'universo!»

Conclusione: non è uomo più corto dell'uomo di genio. Invece se tu

entri nel mondo col borsello ripieno, ti basterà mostrarlo perchè ti

si apra ogni rupe; avrai servitori e clienti che ti faranno codazzo,

attratti dalla musica dei tuoi scudi; se distribuisci le mancie,

meglio, ma non occorre nemmeno; ti fuggiranno i parassiti, ma ti

rimarrà la immensa maggioranza, la quale se ne sta contenta a sapere

che, se tu volessi, potresti comprare tutte le loro virtù insieme;

non vuoi, ma è tutt'uno, un milionario è come una cassa forte, e dà

lo stesso religioso stupore: non importa che sia chiusa con mille

congegni, e non ne esca uno spicciolo, e sia a prova di incendio e di

lagrime.

Accuserai tu il prossimo tuo perchè non ammira abbastanza il tuo

ingegno, o la tua prodezza, o la tua virtù, quando il mondo è pieno di

falsi prodi, di ipocriti e di cerretani? Sii schietto: la sola cosa

schietta è il denaro; lo conti e sai il fatto tuo; hai mille lire in

tasca e le mostri al tuo vicino; se il tuo vicino frugando in tutte le

sue tasche non vi trova una lira, dirà nel segreto del suo cuore che tu

vali novecentonovantanove volte più di lui.

Questo pensava Maurizio. Due giorni dopo egli aveva speso il rimanente

del suo patrimonio nell'acquistare azioni di una certa impresa

umanitaria, che prometteva dividendi del trentacinque per cento.

A calcoli fatti, rivendendo le azioni quando fossero raddoppiate di

valore, comprandone altre alla pari in una nuova impresa, e così di

seguito, un soffio di fortuna ed un paio d'annetti dovevano bastare a

dare a Maurizio il fatato milioncino.

Il tesoro di Donnina · 第 54 / 103 题