«Parto, reco altrove la mia vergogna, senza rammarico, senza dolore,
senza gioia; non mi importa dove, purchè sia lontano.
«Non ritornerò forse, non vi rivedrò forse mai più; queste parole sono
il testamento che mi separa da tutto ciò che ho amato. Mi spinge a
scrivervi non una vanitosa compiacenza od una fantasia melanconica di
donna colpevole; ma un bisogno, un dovere. L'offerta che mi avete fatto
vi dà ogni diritto sopra di me; ora che io non potrò più arrossire in
faccia a voi, sappiate tutto il vero.
«Non potevo esser vostra nè d'altri; nella terribile vedovanza che mi
sono fatta intorno al cuore, mi rimane il primo vincolo, mio marito! Ho
ucciso tatti i miei affetti, tutte le mie gioie, tutto il mio avvenire
con una colpa sola, ma è sopravvissuta la colpa, implacabile, continua.
Io non sono vedova.
«È la sorte di molte, è la storia d'ogni giorno.
«Se vi dicessi che l'uomo a cui fui sposa io lo amava, che egli mi
amava e che un istante di dimenticanza mi tolse alla casa mia, all'uomo
mio, agli affetti miei, per restituirmi più tardi al pubblico corrotto,
non ancora corrotta io stessa al pari del pubblico; se vi dicessi che
la _passione_ da cui venni tolta alla famiglia, divenuta sazietà, mi
respinse colla fredda ingiuria e mi lasciò sola, vi direi la storia di
mille.
«Ad ogni sole che tramonta si offusca insieme la pace d'una famiglia;
ogni alba nuova saluta il primo ghigno di una cortigiana.
«Leggetemi in cuore. Vi hanno momenti della mia triste vita in cui
rivedo una casicciuola in fondo ad una viuzza di Modena, ed in quella
casa il cumulo dei miei sogni di fanciulla, ed i nuovi sogni di sposa,
e la felicità di avere una famiglia mia, d'essere come il primo anello
d'un mondo fatto per me, ed un sorriso sereno in premio della mia
gioia, e la mia gaia e spensierata natura di donna riflessa in un
maschio volto d'uomo occupato nei suoi studii, ma buono, affettuoso,
pieno di fiducia, fatto cieco dalla sua stima; Quella casa serena io
l'ho fuggita, quel volto sereno io l'ho oscurato per sempre, per me
quell'anima mite maledice la esistenza, e quell'intelletto che viveva
di due amori, della scienza e della famiglia, ora... E tutto ciò
per una creatura fatua, insipida, volgare, che, coll'arditezza e con
quattro freddure imparate a memoria, trionfò della mia virtù.
«Rinsavita, più pel nuovo senno del mio innamorato che per proprio
mio senno, mi rimaneva una sola via aperta — scendere ad uno ad uno i
gradini che menano alla colpa.
«Feci scrivere a colui che mi fu padre; mi fece rispondere «la mia
dote restituitagli da mio marito essere a mia disposizione presso il
banchiere Redi; vivessi di quella non ignominiosamente, _se mi era
possibile_». Nulla più. _Non mi era possibile._ Rientrare nel mondo
come una pentita, rinnovare la mia riputazione, non far parlare di me
la gente maligna; tutto ciò era possibile; ridivenire onesta, no. La
mia anima ebbe una singolare fierezza e non volle ricomprare con un
facile pentimento l'impunità della mia colpa. Uscita dal santuario
della mia casa, io doveva avvoltolarmi nel fango; era la sola
riparazione possibile; — onesta moglie o cortigiana pubblica — non è
via di mezzo per chi, oltre all'anima corrotta ed al corpo contaminato,
non vuol mascherarsi coll'ipocrisia. Volli essere spregievole, poichè
avevo cessato d'essere stimabile.
«Le porte della mia casa erano chiuse dietro di me, e mio padre non mi
chiamava più figlia; cento altre braccia si aprivano per accogliermi
nella caduta.
«Volli stordirmi; mi concessi il lusso, le feste, le adorazioni;
accettai la mia parte quale io me l'era fatta; disprezzai me stessa per
arrivare più presto e più forte allo sprezzo del mondo.
« — Fa di venderti caro, mi ripeteva la mia nuova saggezza e sarai
onorata. Gli uomini ingiuriano i piccoli mercati, applaudono ai grandi;
inflessibile colla colpa coperta di cenci, si piegano in arco quando
passa la colpa coperta di velluto. — Mi parai di gioielli falsi e di
velluti e scesi al mercato. Ecco, ora ho i gioielli veri!
«Disprezzatemi, siate più forte di chi mi ingiuria e si strugge dal
desiderio o dall'invidia, abbiate in cuore ciò che i meschini hanno sul
labbro — disprezzatemi.
«È la mia pena e la invoco.
«Ma non siate ingiusto; non mi fate carico di aver preferito
all'affetto vostro le ricchezze d'un uomo che mi è odioso. Dite
piuttosto a voi stesso che ho scelto la colpa che contamina la persona
meglio di quella che fa battere il cuore, che volli rimaner cortigiana
anzi che amante di un uomo amato; e che questo è il mio volontario
supplizio. Ogni altra espiazione mi è negata; amarvi, essere vostra e
felice del vostro amore, mi parve maggiore ingiuria all'uomo tradito.
«Non dico di più; non gioverebbe a nulla. Disprezzatemi solo quanto io
mi disprezzo e vi basterà a cancellare interamente dal petto il tristo
amore d'una sciagurata.
«SERENA».